Prova dell’amore di Dio

C’è un bambino speciale nella nostra parrocchia.

Sarebbe speciale anche se non fosse speciale perché lo è la sua mamma, e la genetica non mente.
Ma questo bambino è anche speciale, e proprio in virtù di questo ci regala delle emozioni pazzesche, malgrado la sua mamma pensi che ci scocci o dia fastidio.

In lui è così trasparente l’amore di Dio che qualcuno potrebbe prenderlo come prova della Sua esistenza.

Quando è felice non è solo felice, è euforico, e questo spesso capita durante la messa domenicale. La sua mamma si nasconde e si mimetizza con le colonne della chiesa, ma lui canta, esulta, grida, quando passa la processione con la croce non riesce a stare fermo, a contenersi.

Una volta ho visto il video di un’intervista che ha fatto Don Stefano a TV2000, parlava dei bambini disabili. L’intervistatrice (al min 14:50) gli chiedeva come si comportasse quando un bambino speciale si metteva in fila per fare la comunione, se ne valutasse la consapevolezza, se avesse mai avuto difficoltà o dubbi nel dare la comunione a qualcuno a cui poteva non essere pienamente chiaro quello che stava facendo.

La sua risposta mi colpì molto: non esitò nemmeno un secondo e disse di no.
Disse che mai si era fatto domande del genere, perché sono proprio persone così che ci portano la freschezza dell’incontro con il Signore, loro sono molto più naturali di noi e capiscono molto meglio di noi cosa significa accogliere il Signore nella propria vita. Proprio i bambini speciali sono i più sensibili a sentire l’amore che le persone hanno nei loro confronti, e nello stesso modo comprendono l’amore che Dio ha per loro.

Ecco, guardando il nostro bambino speciale capisco benissimo cosa volesse dire, perché non c’è dubbio alcuno che Dio ami quel bambino, e lo ami tanto, che lo trovi perfetto e insostituibile, che lo veda come l’ha sempre pensato e sia fiero di lui, sua meravigliosa creatura.

Ci hanno insegnato fin da piccoli che Dio ci ha creato, che Dio ci ama, che non c’è anzi nessuno che ci ami più di Lui.
E questa è la teoria, e la sappiamo tutta.
Poi però a volte succede che pensiamo di doverci in qualche modo meritare quell’amore. Pensiamo (a me capita) che dobbiamo essere in un certo modo per farci amare da Dio, che dobbiamo fare qualcosa di particolare, comportarci bene, seguire delle regole, portare dei frutti, affinché Lui ci ami.
Il nostro bambino speciale ci rivela che è esattamente il contrario: Lui ci ama a prescindere, Lui ci ama per primo, gratis, e malgrado tutto.
E da questo, semmai, poi, scaturisce tutto il resto.

E noi, che a volte pensiamo alla fatica che deve fare la sua mamma, e che immaginiamo che la sua vita potrebbe essere migliore se fosse un po’ più simile alla nostra, che lezione riceviamo quando veniamo travolti dal riflesso di quell’amore infinito, che senza nascondersi né provare vergogna esplode nelle sue grida e nel suo canto, nella luce che si vede negli occhi del nostro bambino, nelle sue mani che non riescono a fermarsi dall’emozione!
Lui non ha dubbi di essere amato, e ce lo mostra senza riserve.

Quanto dovremmo ringraziare continuamente per poter essere parte di un miracolo così bello, così plateale, così evidente.
Quanto dovremmo imparare da questa creatura che è lo specchio dell’amore di Dio!

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Fede e libertà

di Anna Mazzitelli

Quest’estate ho passato un periodo… interessante.
Sì, interessante è la parola che trovo più appropriata per descriverlo.

Un periodo (una decina di giorni) in cui ho sperimentato una fortissima comunione dei santi, la fratellanza (più sorellanza, a dire il vero) con un gruppetto di persone, la condivisione e l’affidamento.

Il fatto è che Don Stefano si è imbarcato in una delle sue imprese, sta girando un film documentario sulle minoranze cristiane nel mondo, e quindi si è messo a viaggiare in posti non proprio accoglienti.

Lo scorso agosto è stato in Siria.

Meglio non chiedersi come abbia fatto anche solo ad arrivarci, fatto sta che ha passato lì una settimana abbondante, cercando perfino di entrare ad Aleppo, proprio nei giorni in cui i bombardamenti si intensificavano, nei giorni in cui la Russia otteneva il consenso a usare le basi aeree Iraniane per far partire i suoi jet, nei giorni in cui sembrava che una tregua fosse impossibile.

E noi, sparse per il resto del mondo, in otto su un gruppo whatsapp formato per l’occasione, ci siamo tenute compagnia tra messaggi di notizie, suppliche, fotografie, rosari, messe, faccine, fioretti e sospiri.

Dicevo che il periodo è stato interessante perché sebbene non posso dire di essere stata proprio tranquilla, in realtà non sono mai stata presa da pensieri tragici e da paure irrazionali, perché sono stata sostenuta dalla potenza della preghiera a ciclo continuo (“pregate incessantemente”, dice San Paolo, e ho sperimentato cosa vuol dire veramente), e anche dal concatenarsi di coincidenze che mi hanno permesso, sebbene fossimo in vacanza in montagna, di riuscire a incastrare la messa tutti i giorni, tra le gite e la frequentazione di amici.

La giornata più bella è stata la domenica prima di ferragosto. La messa vespertina della sera prima aveva tranquillizzato la famiglia rispetto al precetto, e ci eravamo concessi una gita a Campo Imperatore, con degli amici.

Visto che il giorno prima avevamo fatto una bella scarpinata con sostanzioso dislivello (sarà che sto rapidamente invecchiando, ma quest’estate ho faticato come mai prima d’ora, ed ero veramente cotta), una volta giunti alla base e lasciata la macchina ho abbandonato il gruppo e mi sono rifiutata di salire al rifugio Duca degli Abruzzi.

Mi sono rifugiata nella chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, piena di immagini di San Giovanni Paolo II in visita, poi ho vagato un po’, ho fatto un giro nel giardino botanico ai piedi dell’osservatorio, e poi, visto che gli altri tardavano, sono tornata in chiesa.

Erano ormai le 13:10, e sebbene fosse domenica non era prevista alcuna celebrazione. Rassegnata a saltare la messa quel giorno, ho ripreso in mano la corona del rosario, quando è entrato un ragazzo straniero, sudamericano forse, con una borsa di pelle, dalla quale ha cominciato a estrarre casula, patena, calice e tutto l’occorrente per celebrare. Non potevo credere ai miei occhi.

Nel giro di cinque minuti ha sistemato tutto, e a un orario improponibile, con quattro o cinque persone presenti, in una chiesetta alla quale sono particolarmente affezionata, nel giorno della festa di San Massimiliano Kolbe, ho avuto in regalo la mia messa quotidiana, offerta per Don Stefano che nel frattempo (ho saputo dopo) soggiornava in un monastero nel deserto siriano.

E’ stato bello accompagnarlo spiritualmente in quei dieci giorni, e ora che è tornato, e prima che parta per l’Iran, ultima (spero!) tappa del tour, ho deciso di scriverne, perché adesso che se ne sta tranquillo e al sicuro nella sua nuova parrocchia, ha bisogno anche di altro tipo di aiuto, molto più materiale, per poter completare il suo documentario e lasciare che anche noi vediamo, attraverso il suo racconto, quello che lui ha avuto negli occhi e nel cuore ad agosto.

Lui stesso ha condiviso su facebook un sito in cui viene spiegato in dettaglio il suo progetto e tramite il quale si possono effettuare delle donazioni affinché riesca a portarlo a termine.

Il sito è a questo link.

Se qualcuno fosse interessato a contribuire si affretti… sul sito dice che ci sono ancora soli 38 giorni per farlo!

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Addomesticati da Cristo

Oggi Don Stefano ha celebrato la sua ultima Messa comunitaria come vice-parroco nella nostra parrocchia. Dal prossimo settembre sarà parroco in un’altra Chiesa di Roma.
Il suo intervento nella nostra vita ci ha letteralmente salvato la vita.
Stavamo per perdere nostro figlio e lui, che nemmeno ci conosceva, ci ha chiamati e ci ha detto che voleva incontrare Filippo e che voleva dargli la prima comunione.
E’ venuto a casa nostra a celebrare la messa nella sua stanza il giorno prima che nascesse al cielo. Gli ha dato l’unzione degli infermi e l’indulgenza plenaria, ha lasciato nella sua stanza il Santissimo esposto.
Filippo si è addormentato tra le braccia di Gesù, quasi fisicamente.
Don Stefano ci ha aiutati a far diventare la morte di nostro figlio una porta verso il Paradiso.
Per usare le sue parole di oggi, ci ha addomesticati ben bene, e per questo, in qualunque Chiesa di qualunque parte del mondo andrà a finire, sarà sempre un pezzo della nostra famiglia.   

Link alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

At 12,1-11   Sal 33   2Tm 4,6-8.17-18   Mt 16,13-19

Commento alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

di Don Stefano Cascio

Oggi festeggiamo la Solennità di San Pietro e San Paolo.

E’ strano che la festa di due santi così sia una solennità, un momento così importante come Natale, o Pasqua.
Soprattutto se conosciamo i due personaggi: Pietro era un uomo irruento, passionale, un povero pescatore, che dice le cose come le sente, moto generoso, ma poi, tante volte, poi… Ricordatevi quello che succederà durante la passione: rinnegherà Gesù e si metterà a piangere quando si renderà conto di quello che ha fatto.

Per non parlare di Paolo, che andava a uccidere i cristiani, era l’ISIS dell’epoca, andava in giro per uccidere quella che per lui era una setta, quella dei cristiani.

Però noi dopo 2000 anni ci troviamo qui a festeggiare questi due personaggi.
E perché?

Perché malgrado i loro difetti sono stati scelti dal Signore, anzi, Pietro è diventata la roccia su cui costruire la Chiesa, la comunità dei credenti, l’assemblea di Dio.
Perché questi due uomini hanno saputo rispondere a quella domanda che Cristo ha fatto e su cui abbiamo riflettuto già poco tempo fa, una domenica, quando abbiamo letto quel passaggio del Vangelo.
E oggi viene proposta, alla fine del nostro anno pastorale, ci viene proposta la stessa domanda da Gesù.
La prima domanda di Gesù: “Cosa dice la gente di me?” come un sondaggio.

E allora i discepoli rispondono, Pietro risponde, e Gesù dice: “Ma tu cosa dici di me? Cosa sono per te?”

E’ molto bello in modo in cui Gesù sta facendo questo, Gesù non da risposte, ma fa una domanda. Quando ci sono le risposte noi a volte chiudiamo il nostro cammino: ci sono le risposte, quindi basta.

La domanda è più interessante, ti fa camminare nella tua riflessione, Gesù fa domande, tu devi porti questa domanda: “Chi sono io per te?”

Pietro risponde: “Tu sei Cristo, il Messia, il mio salvatore”
Il cammino del cristiano è proprio questo. Certe volte abbiamo bisogno di essere rassicurati, quindi siamo contenti quando la Chiesa ci dà delle risposte certe, e noi siamo tranquilli, ci siamo creati il nostro piccolo nido, i nostri muri, e siamo tranquilli così.

Ma Gesù ti interroga personalmente, non ti da una risposta, chiede a te di rispondere al suo amore.
Cosa risponderò io a questa domanda?
Come l’incontro con Cristo mi ha cambiato?

Ha trasformato in un certo senso Pietro e Paolo, che sono diventati dei discepoli straordinari: Paolo ha evangelizzato il Mediterraneo, tutti e due hanno dato la vita per Cristo.

E io?

Questa mia fede addormentata, quando potrò risvegliarla?

La domanda di Gesù è un po’ la domanda di due innamorati.

Certe volte in una coppia uno dice all’altro “Ma quanto mi vuoi bene? Sono importante per te?”
E l’altro darà forse una risposta, speriamo…

Ecco, la relazione tra Cristo e gli uomini è la stessa cosa, è una relazione d’amore, e in quel dialogo d’amore Cristo ti chiede: “Ma quanto sono importante per te?”

E, dopo la risposta, Gesù a Pietro affida la Chiesa.
Tante volte sentiamo dire “Io credo in Cristo ma non nella Chiesa.

Ma la Chiesa è questa, è questa comunità di uomini che cercano di rispondere a questa domanda, e si aiutano a vicenda a camminare per rispondere a questa domanda. Non è un’istituzione, la Chiesa, è una comunità di credenti, è una grande famiglia che si aiuta, e che cerca insieme di rispondere a questa domanda.

Ed è quello che in questi cinque anni io ho cercato in un certo senso di dare.
San Paolo nella seconda lettura dice: “Il Signore però mi è stato vicino, e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Insieme, come famiglia, come comunità, cerchiamo di portare questo annuncia a tutti. Cerchiamo con la nostra vita di far porre le domande anche agli altri.
Tutte le volte che un cristiano non permette a un altro di interrogarsi su quello che sta vivendo, sulle domande fondamentali della vita, ma giudica solo, dà solo risposte, allora c’è qualcosa che non va.
Il cristiano deve essere per gli altri un punto interrogativo. Guardando un cristiano, uno che non lo è, si deve fare la domanda: “Da dove gli viene questa speranza nel futuro? Perché ha questa gioia profonda dentro il cuore? Perché vive in questo modo? Come fa a essere così?”

I primi cristiani era così che si ponevano, hanno evangelizzato in questo modo. I primi cristiani non hanno avuto bisogno di armi, anzi, erano martirizzati, però come una macchia d’olio andavano avanti, e il cristianesimo si è diffuso dall’esempio, non tanto dalle parole, ma dalla vita, dall’esperienza di Cristo vivo nella comunità.

Ecco quello di cui noi abbiamo bisogno, ecco quello che noi cerchiamo di portare avanti attraverso le nostre attività. Ma dobbiamo farlo insieme.

Ieri rileggevo il dialogo tra la volpe e il piccolo principe.
C’è questa parola che sembra una parola brutta, ma nel dialogo tra la volpe e il piccolo principe è molto chiara.
La volpe dice al piccolo principe: “Se tu mi addomestichi la mia vita sarà illuminata. Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”.

Ciascuno di noi è chiamato a essere addomesticato da Cristo. Ma siamo anche chiamati ad addomesticare gli altri, per poter vivere quello che è stato detto qui, sentirsi responsabili l’uno dell’altro. E soprattutto, responsabili per sempre.

E spero che in questo cinque anni sia stato anche così, vicendevolmente. Ormai voi siete responsabili per sempre del mio cammino, e io sarò responsabile per sempre del vostro.

Amen.

Quello che segue è il messaggio che i ragazzi dell’oratorio hanno letto per don Stefano alla fine della celebrazione di oggi.

Caro Don Stefano,
tradurre in parole quello che la tua presenza ha significato per noi in questi cinque anni è praticamente impossibile. Fin dal primo momento in cui hai messo piede nella nostra parrocchia avevamo già capito che c’era qualcosa di diverso in quel giovane prete francese con le All Star e il motorino: in poco tempo hai ridato vita al nostro oratorio, rivoluzionando ogni cosa con un impeto e una forza che dopo meno di un anno ti hanno fatto guadagnare il soprannome di “don Vulcano”. Bisogna ammettere che all’inizio era piuttosto difficile sopportarti… poi con il passare del tempo ci abbiamo proprio rinunciato. Eppure senza di te chi mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi a Ottobre vestito da tirolese a imparare balletti e servire montagne di panini? Chi mai si sarebbe ritrovato a fare giochi a tempo su Rai2 con solo un minuto per vincere? Chi mai avrebbe preso la sua bici pedalando fino al Divino Amore? Chi mai si sarebbe travestito da indiano immaginando di ritrovarsi per una sera a Bollywood? Chi mai avrebbe avuto la fortuna di passare una bellissima serata a mangiare e pregare insieme al suo papà? Chi mai avrebbe speso un mese delle proprie vacanze per svegliarsi alle sette e passare ogni giorno con 120 bambini (…che se non ti avessimo fermato sarebbero stati come minimo il doppio)? Ma tutti noi sappiamo bene che ciò che ci hai lasciato va anche oltre queste bellissime iniziative, va anche oltre i muri ridipinti e tutti i lavori di ristrutturazione che hanno abbellito e migliorato il nostro oratorio: perché nessuno di noi si scoderà mai del lungo filo bianco che ci hai presentato all’inizio di quest’anno, nessuno di noi dimenticherà l’ardore e il coraggio di un prete con l’aria da vip sempre in giro per il mondo con un’unica missione nella sua vita, quella di testimoniare la sua fede in Gesù Cristo. E anche se vorremmo tenerti tutto per noi, in fondo capiamo che è arrivato il momento che tutto quello che ci è stato donato dal Signore attraverso di te, lo possano ricevere tantissime altre persone. Per questo motivo ti salutiamo con affetto e ti ringraziamo con tutto il cuore, con la promessa di mantenere in vita tutto ciò che hai iniziato, perché è grazie a te che abbiamo imparato a non fermarci davanti a nulla e ad andare sempre Verso l’Alto.
Ti vogliamo tanto bene,
i tuoi ragazzi.

 

Rivestìti di Cristo

Link alle Letture della XII domenica del tempo ordinario (Anno C)

Zc 12,10-11;13,1   Sal 62   Gal 3,26-29   Lc 9,18-24

Commento alle Letture della XII domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

È bello questo Vangelo per la chiusura del nostro Anno Pastorale. È bello perché Gesù ci interroga, interroga i suoi discepoli.

La prima domanda che fa Gesù è: “Cosa dicono gli altri di me?”
È una domanda sulla conoscenza, la conoscenza di Cristo.

È difficile conoscere Cristo, già facciamo fatica a conoscere noi stessi, pensate conoscere un altro. Ogni persona è sempre un mistero. Invece Gesù ci chiama a conoscerlo. E chiede ai discepoli: “Cosa dicono gli altri di me?”

È vero che spesso la conoscenza di Gesù viene dagli altri, inizia con gli apostoli nella Chiesa nascente, e per 2000 anni va avanti attraverso le generazioni passate di cristiani che ci hanno portato fino a ora l’annuncio.
I nostri nonni, i nostri genitori e adesso noi siamo chiamati a trasmetterla a qualcun altro. Quindi la conoscenza di Cristo viene sempre da un altro.

Ma Gesù fa un’altra domanda, non si ferma a: “Cosa dicono gli altri di me”, la seconda domanda è: “Cosa dite che io sia? Chi sono io per voi?”

Perché dobbiamo stare attenti, la conoscenza di Cristo non è la conoscenza storica, non è la dottrina cristiana.
Questo lo può fare anche il catechismo. Ma se il catechismo facesse solo questo sarebbe un errore.
Il catechismo, il nostro annuncio di fede, deve presentare un Cristo vivo, che deve toccare la tua esistenza. Allora Gesù ti chiede prima: “Cosa hai sentito dire di me?” e poi: “Tu cosa pensi di me? Chi sono io per te?”

Perché di questa conoscenza di Cristo me ne devo appropriare, la devo fare mia, deve far parte della mia esistenza. Chi è Cristo per me? Questo Cristo come sta cambiando la mia vita? Come la sta modellando? Cosa sto facendo io per lui? Chi è per me?

E questo Gesù ce lo dice anche più avanti, perché dopo che Pietro ha risposto che Lui è il Cristo, cioè il Messia, il Salvatore, Gesù gli dice di rinnegare se stesso e di seguirlo.

Ho una citazione di Paolo VI. Lui diceva:

Gesù non si accontenta di essere riconosciuto per quello che è: se davvero è la Via, la Verità, la Vita, non resta che seguirlo. Non basta fermarci alla conoscenza… Direi che conoscere e seguire sono due verbi inseparabili.

Conoscere e seguire, con Cristo sono la stessa parola.

Allora questo ci impegna molto, perché nella nostra chiesa occidentale il conoscere Cristo è molto facile, Roma è piena di Università pontificie dove si può imparare di tutto.
Ci sono corsi per laici ovunque, se uno vuole conoscere Cristo.

Ma seguirlo?
Quanto la nostra Chiesa segue Cristo?
Quanto la nostra comunità occidentale cristiana segue Cristo?

L’ho detto e lo ripeto, dobbiamo risvegliare la nostra fede, la nostra Chiesa è addormentata.

Perché?
Perché manca la fede, manca la conoscenza, manca il fatto di dire: “Io cosa penso di Lui, cos’è Lui per me?”
Perché se io scopro che Lui è la mia Vita, se io scopro che Lui è la Verità, se io scopro che è quella Verità che dà un senso alla mia vita, se io scopro che quella persona è la Via che io devo seguire, allora non posso rimanere immobile là dove sono.

Certe volte noi dovremmo andare contro corrente rispetto a tutto quello che è il pensiero dell’uomo, anche rispetto alle cose che sembrano le priorità fondamentali.
Quando sento una persona che dice: “L’importante è che ci sia la salute”…
Una persona che dice questa cosa non è cristiana.
L’importante non è la salute, sapete quante persone nei nostri confessionali vediamo passare, che sono piene di salute, ma sono malate dentro!
Non hanno trovato il senso della loro vita e non sanno dove andare.

Invece quanti malati abbiamo incontrato sul nostro cammino che hanno dato senso alla nostra vita, perché erano pieni di quella speranza cristiana.

Sappiamo benissimo che né i soldi né la salute danno un senso alla nostra vita. Il senso della nostra vita è Cristo.

Poi il resto sono tutte cose sterili.
Certo che è meglio avere la salute, certo che è meglio avere i soldi, non sto dicendo il contrario, però attenzione a fondare la nostra vita su qualcosa che passa.
E’ Cristo la luce della nostra vita, e finché noi non capiamo questo (preti compresi, eh? Non sto giudicando nessuno, preti compresi!) se non fondiamo la nostra vita su Cristo, facciamo belle cose, ma un giorno tutto finirà e ci ritroveremo con niente.

Allora, come dice San Paolo nella seconda lettura ricordiamo che siamo battezzati in Cristo, e cioè siamo rivestiti di Lui, siamo rivestiti di Cristo.
Usciamo da questa Chiesa rivestiti di Cristo che è la cosa più bella che ci può accadere: essere rivestiti di Cristo, il più bell’abito che si possa indossare.

Amen.

Baci, lacrime, profumo, capelli

Link alle Letture della XI domenica del tempo ordinario (Anno C)

2Sam 12,7-10.13   Sal 31   Gal 2,16.19-21   Lc 7,36-8,3

Commento alle Letture della XI domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Oggi tocchiamo con mano il cuore della nostra fede, tocchiamo con mano il cuore dell’anno giubilare, dell’anno della misericordia.
Qui, oggi, attraverso le nostre letture abbiamo anche l’idea di come è il pontificato di Papa Francesco.

Perché dico tutto questo?

Perché, come avete sentito nel Vangelo, Gesù parla a un fariseo, cioè un uomo che rispetta alla lettera la legge, più di seicento comandamenti, lui li segue tutti.
Siamo da questo fariseo con Gesù, e c’è questa donna, una peccatrice pubblica, perché attraverso il Vangelo si sa che tutti sanno che è una peccatrice, non si sa bene cosa fa o cosa ha fatto, ma tutti sanno chi è.

E questa donna, sapendo della presenza di Gesù, va a piangere da lui, bagna di lacrime i suoi piedi, li asciuga con i suoi capelli, prende un vasetto di profumo, quindi anche costoso, e gli bagna i piedi con questo profumo.

Qualcuno avrebbe detto: “E’ eccessivo, questa donna si fa vedere, dà spettacolo”.
Sono sicuro che molti, anche se succedesse qui, avrebbero detto: “E’ esagerata”.

Quel perbenismo che esiste in tutte le comunità cristiane, che ci fa sempre giudicare gli altri, perché noi siamo migliori, perché abbiamo sempre seguito le regole, e questo, guarda cosa sta facendo, lì, dà spettacolo.
Quante volte succede anche nelle nostre comunità, questo.

Simone dice tra sé: “Questo non è un profeta, non capisce che questa donna è una peccatrice, lo sta toccando?”
Ricordatevi che c’era tutta la storia dell’impurità, gli ebrei erano molto attenti a tutte queste regole. La peccatrice lo tocca. Lui, il Rabbì, il maestro, viene toccato.

Baci, lacrime, profumo, capelli.

Gesù si gira verso la donna e ricorda al fariseo l’essenziale della fede cristiana.
Gli dice: “Tu non mi hai amato come lei mi ha amato. Quali sono i gesti che hanno manifestato il tuo amore per me?”
In poche parole gli chiede questo Gesù.
“Non mi hai dato l’acqua per lavarmi i piedi, non mi hai dato un bacio quando sono arrivato, quali sono stati i tuoi gesti d’amore verso di me?”.

E Gesù dice: “Lei ha amato, ed è perdonata”.

In mezzo a questo abbiamo le altre letture che ci aiutano.

Abbiamo Davide a cui viene chiesto perché agli occhi di Dio fa il male, ed è una domanda che Dio ripete forse a ciascuno di noi.
“Ma se mi ami perché ti comporti così?”

Ma, soprattutto, abbiamo San Paolo oggi, che ci ricorda l’essenziale.
Se noi seguiamo solo la regola, Cristo è morto invano.
E’ una frase terribile, terribile, se l’avete sentita bene.

Se voi vivete per la legge, Cristo è morto invano.

E noi, dopo 2000 anni, abbiamo ancora dei genitori che vengono, iscrivono il figlio al catechismo, solo perché il ragazzo imparerà le cose buone da fare, la buona morale cristiana.
Questo è quello che abbiamo dato ai nostri bambini? La buona morale cristiana?
Allora San Paolo, 2000 anni fa, ha scritto una risposta per noi.
“Se voi pensate così, Cristo è morto invano”.

Cari amici noi non siamo qui per imparare la buona morale cristiana, non siamo qui per il perbenismo, non siamo qui per l’ordine morale della nostra società.

Noi siamo qui perché siamo stati amati da Cristo e vogliamo amare.
Che questo poi ci porta a rispettare la regola, assolutamente sì, ma è una conseguenza dell’amore che ho per Dio, non non perché rispetto la regola allora amo Dio, è perché amo Dio che rispetto le regole, capite la differenza? E’ lì che deve cambiare.

Finché noi non abbiamo una rivoluzione dentro di noi questo non lo capiremo.
E quando lo capiremo? Quando con Paolo potremo dire: “E’ Cristo che vive in me”.

Non avremo bisogno più di parlare se Cristo vive in noi. Perché la nostra testimonianza è parola, la nostra vita diventa testimonianza.
Non abbiamo bisogno di regole, verranno naturalmente.
I nostri santi non sono persone che imparano la buona morale, sono persone che vivono con Cristo, e per questo sanno amare e sanno vivere.

E questa rivoluzione di ciascuno di noi, iniziando dai pastori, si deve fare.

Il problema è che facciamo fatica. E nelle nostre comunità questo si sente.
La mancanza di fede, la mancanza di amore, la mancanza del fatto che Cristo vive in ciascuno di noi. Si vede che manca.
Però quello dovrebbe essere l’obiettivo di ciascuno di noi: “Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me”.

Dovremmo avere questa frase scritta sopra il nostro letto, in modo che ogni mattina la possiamo rileggere e capire che Cristo deve vivere in ognuno di noi. Tutto il resto è nulla, se Cristo non vive dentro di noi.

Allora non vuol dire che domani succederà, ma questo è un cammino, è sempre la storia della direzione, dove voglio andare? Le scelte che faccio, quello che voglio fare nella mia vita, quello che voglio donare ai miei bambini, che cos’è se non ho Cristo?

Io per primo lo devo cercare, io per primo voglio che abiti in me. E come si fa?

Se non mi metto a cercarlo, ascoltarlo nelle scritture, a pregarlo, tutto si risente nella mia vita intima con Dio.

Non serve a niente che io vada in Chiesa, se al centro, nel cuore di tutte le mie azioni, di tutta la mia vita non c’è questa ricerca, questa volontà che Lui venga ad abitare il mio cuore.
Tutto il resto è solo conseguenza di questo, è per questo che il mio cuore deve battere, capite?

Allora oggi chiediamo al Signore di darci una mano a capire la direzione, a cercarla, ad avere una vera vita spirituale, un’intimità con Lui, perché senza questa intimità tutto il resto è vano.

Amen

 

Dico a te, àlzati!

Link alle Letture della X domenica del tempo ordinario (Anno C)

1Re 17,17-24   Sal 29   Gal 1,11-19   Lc 7,11-17

Commento alle Letture della X domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Siamo davanti a due miracoli straordinari: quello della prima lettura e quello del Vangelo.

Due miracoli in cui due figli ritrovano la vita. Due figli morti. Una cosa terribile. Immagino che in questa assemblea si possa capire che cosa può essere la morte di un figlio.

E noi siamo davanti a questo enorme dolore che è lo stesso che ha vissuto anche Maria.
Il dolore che non si può neanche descrivere.

E qual è l’atteggiamento di Gesù in quel momento lì?

Prima di tutto Gesù si commuove.

Poi tocca e poi parla.

Guardare il gesto di Gesù significa guardare a quello che il Signore fa nella nostra vita.

Gesù si commuove, cioè Gesù vive fortemente quelle che sono le tue emozioni i tuoi sentimenti, i tuoi momenti difficili. Gesù è lì accanto a te, Gesù si commuove, Gesù viene toccato da quello che tu, miserabile creatura, stai vivendo.

Gesù ti sta accanto e vive proprio il tuo dolore che diventa il suo dolore.

Gesù si commuove.
Gesù piange con te.

Non è un Dio lontano il nostro Dio.
Il Dio dei cristiani è un Dio che si incarna, che entra nella tua vita, nel tuo momento bello e nel tuo momento difficile, Gesù è lì. E’ lì dove deve essere, è lì nelle tue paure, nella tua sofferenza, lì c’è Dio.

Gesù si commuove cioè Gesù soffre come soffri tu, Gesù piange come tu stai piangendo, Gesù sta lì, non sulla sua nuvoletta, sta lì accanto a te, e prende su di sé il dolore che tu porti.

Gesù tocca.
Tocca la bara, tocca il tuo cuore, tocca la tua vita.
Gesù non rimane indietro, Gesù non è silenzioso, Gesù è uno che si sporca le mani.

Il Papa chiede spesso ai sacerdoti di sporcarsi le mani, di metterci tutta la vita, di entrare nella vita delle persone, non di stare distanti.
Ma quello che il Papa dice ai preti, lo diciamo anche a tutti i cristiani, ognuno di noi è chiamato a sporcarsi le mani. Nella situazione di una persona io ci devo entrare, non basta commuovermi, io devo toccare la persona.
Ci devo mettere la faccia, ci devo essere in mezzo.

Gesù tocca.

Gesù parla.
La parola di Dio è una parola di vita.

Tu, ragazzo, a te, dico: alzati.

Gesù si commuove, Gesù tocca, Gesù parla.
Gesù chiama.

Gesù tira fuori quello che siamo, Gesù chiama ciascuno di noi.
A te dico alzati.
La stessa parola della resurrezione, il mettersi in piedi, l’alzarsi.
Non rimanere nel tuo peccato, non rimanere nella tua sofferenza, nel tuo dolore, alzati!
Vai verso la luce, vai verso la speranza, io ti chiamo.
Non rimanere nel tuo tunnel, nell’oscurità, io ti chiamo.

Gesù si commuove, Gesù tocca, Gesù chiama.

E noi possiamo rimanere così indifferenti a questo modo di fare di Gesù?

La seconda lettura, di San Paolo, ci racconta la sua conversione, quello che è successo nella sua vita. Ci dice: Io ero il peggiore, ero quello che uccideva i cristiani. Andavo e uccidevo i cristiani.
E poi la parola di Cristo mi ha cambiato, e ho iniziato a evangelizzare, non sono neanche tornato subito a Gerusalemme a incontrare Cefa, cioè Pietro, e gli altri discepoli, subito mi sono messo a evangelizzare, e poi, dopo un po’, sono andato a Gerusalemme e sono stato quindici giorni con Pietro e con Giacomo.

Perché c’è questa seconda lettura in mezzo a questi due miracoli?

Perché forse noi non viviamo un grande dolore, una grande sofferenza. Allora potremmo dire che non siamo toccati da questo messaggio.
Notate che ciascuno di noi porta qualche dolore, qualche ferita. Però potrebbe pure essere che in questo momento sono felice e non mi tocca niente. Allora questa parola che ci sta a fare? Se la chiesa ha messo in mezzo a queste due letture questa conversione di San Paolo è semplicemente per dirci che ci sono anche tante lotte spirituali.

Il figlio delle due letture potrebbe essere l’opera della Chiesa, che nasce ma poi muore. Quante volte noi possiamo avere anche la voglia di fare qualcosa, ma poi le cose muoiono, non andiamo oltre, non andiamo avanti nella nostra vita spirituale, non camminiamo, non diamo frutto.
Ci agitiamo tanto, ma poi, nel concreto, quali frutti spirituali abbiamo dato a questo mondo, a questa comunità, a questa nostra famiglia?

Quante volte il cristianesimo è un cristianesimo morto, addormentato, che non dà più vita, che non ha più vocazione, che non dà più niente?
Siamo sterili, le nostre opere muoiono, perché non ci facciamo toccare dal Signore, perché la sua parola non ci sconvolge, Cristo ci chiama e noi non lo sentiamo.

Lui deve rappresentare per noi la luce e la speranza.

Se Cristo non è al centro della nostra comunità se non è al centro della nostra vita, la vita della nostra famiglia, al lavoro, se Cristo non è al centro di tutte le attività che io faccio, la mia vita spirituale non va avanti, i frutti non ci sono.

Lasciamoci avvicinare da Cristo, toccare da Cristo, sentiamo la sua voce che ci chiama ad alzarci, a rinascere, a uscir fuori da quella tomba dove ci siamo rinchiusi noi cristiani.

Diamo sapore, siamo il sale della terra, il lievito della pasta, diamo vita!
Lasciamoci toccare da Cristo che ci chiama: alzati!

Amen

 

Corpus Domini con giubileo

Ricordo che giovedì 2 giugno alle 18:30 faremo dire una Messa per Filippo (e Aurora) nella parrocchia di San Giovanni battista de Rossi, Via Cesare Baronio 127, Roma. Dopo la messa ci sarà un momento di condivisione con uno scambio di libri. 

Link alle Letture del Corpus Domini (Anno C)

Gen 14,18-20   Sal 109   1Cor 11,23-26   Lc 9,11-17

Commento alle Letture del Corpus Domini (Anno C)

di Don Stefano Cascio

San Paolo nella II lettura ci dice:

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».

Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

Quello che da duemila anni i cristiani fanno è proprio questo: trasmettere quello che il Signore ci ha lasciato.
Ed è bella questa fedeltà lungo gli anni, lungo i dolori, le sofferenze, le difficoltà, lungo i momenti belli e brutti della vita: i cristiani continuano trasmetter quello che hanno ricevuto.

Se noi, a migliaia di chilometri da là dove è successo, stiamo qui a celebrare questa domenica, dobbiamo pensare che in tutto il mondo, dall’altra parte della terra, dei cristiani stanno facendo la stessa cosa, ed è bellissimo pensare che è così.
E dobbiamo ringraziare anche il Signore se noi qui lo possiamo fare con grande tranquillità. Ci sono altre parti del mondo in cui i cristiani danno la vita per fare quello che stiamo facendo ora.

E cosa stiamo facendo?

Stiamo celebrando il memoriale della passione, morte e resurrezione del Signore.

Che cos’è il memoriale? Cosa stiamo celebrando?
Non è un semplice ricordo, quello che stiamo facendo noi non è una sacra recita, non è teatro, non è un racconto e basta.

Stiamo celebrando, stiamo vivendo.

Ce lo dice il Signore stesso nel Vangelo, quando ci dice:

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

Questa è la prima cosa che Gesù fa: parlare del regno di Dio e curare.

Quando poi si siedono per pranzare insieme, i discepoli gli dicono: “Come facciamo? Dobbiamo rimandarli a casa, nei villaggi, per trovare cibo, perché qui non abbiamo abbastanza”.

Cosa dice Gesù?

Voi stessi date loro da mangiare

Io credo che in questa frase sia rinchiuso quello che significa il memoriale.

Il memoriale non significa, come ho detto prima, una sacra rappresentazione, ma è vivere quello che stiamo celebrando. Noi non stiamo solo ricordando ma stiamo vivendo quel momento.

Cosa significa questo?

Che il Signore, dando la sua vita, il suo corpo e il suo sangue, ci chiama a fare la stessa cosa.

Voi stessi date loro da mangiare.

Andate voi stessi a raccontare il regno di Dio, andate voi stessi a curare chi ha bisogno. Andate voi stessi a dare da mangiare, da bere a chi ha bisogno.
Il memoriale diCristo è questo.

Questa celebrazione non ha senso se noi non la viviamo in questa ottica.
Non servirebbe a niente andare in giro con il Santissimo Sacramento e fare una bella passeggiata, non ha bisogno di questo, Cristo.
Cristo ha bisogno di noi, ha bisogno che quello che celebriamo noi lo viviamo, quello che ascoltiamo noi lo viviamo!
Il cristiano vive, il cristiano è incarnato nella società.

La bellezza del cristianesimo è Dio che si incarna, che prende carne e viene in mezzo agli uomini, e i cristiani non possono mettersi da parte, i cristiani si devono immischiare, devono mettersi in mezzo a quella che è la nostra società, a quello che sono i bisogni della società, i bisogni dell’uomo attuale, i cristiani devono essere al centro.

Non ci dobbiamo rinchiudere nelle sagrestie come qualcuno ci invita a fare, è vero il contrario, dobbiamo essere in mezzo: ovunque c’è bisogno della parola di Cristo, noi dobbiamo esserci!
E la dobbiamo vivere in prima persona.
Perché io non sto andando in un luogo per fare morale, perché questo non è cristianesimo, questa è solo una visione del cristianesimo che ci vuole rinchiudere in un elenco di buona morale. Ci sono dei genitori che ci portano i figli a catechismo così insegniamo loro la morale. Bene il catechismo non è questo. Il cristianesimo non è questo.
Il cristianesimo è l’incontro con Cristo vivente, Cristo vivente che cambia la tua vita, e poiché cambia la tua vita, tu cambi vita, sei diverso!

E tutte le volte che torni a essere l’uomo vecchio, l’uomo di prima del tuo battesimo, tutte le volte che ti dimentichi che sei un uomo nuovo in Cristo, chiedi perdono, ricevi la misericordia di Dio e riparti.

E’ stato il senso anche del passaggio della Porta Santa, il passaggio è anche questo: voglio cambiare vita, voglio tornare a seguire il Signore, voglio seguire i suoi passi.

Tutti noi siamo chiamati a questo, tutti noi cadiamo, tutti noi siamo in difficoltà a seguirlo, per tutti noi è faticoso come è stato faticoso questa biciclettata.
Il pellegrinaggio ha questo senso, voi lo sapete, non è che noi facciamo il pellegrinaggio per soffrire e basta. La nostra vita è un grande pellegrinaggio, per arrivare alla mèta.

E qual è questa mèta? E’ Cristo che ci accoglie.

Allora non lasciamo disperdere quello che abbiamo fatto.
Raggruppiamoci sotto le ali di Cristo e camminiamo insieme.

Questo è anche il senso della comunità. Il cristiano non cammina mai da solo, il cristiano fa comunità, perché è la comunità che cammina insieme a te, non sei da solo nelle tue difficoltà, la comunità ti deve essere vicina.

Ed è quello che vogliamo fare adesso, attraverso questo gesto di metterci uno accanto all’altro.
Sotto l’ala protettrice di Cristo la comunità si raduna per pregare e camminare insieme, per sentire la Parola e per viverla.
Questo è il cristianesimo, questo è quello che siamo vivendo.

Ringraziamo allora il Signore che ci dà anche materialmente la possibilità di fare questo.
E per chi sta fuori, speriamo che un giorno riusciremo a fare rientrare anche quelli lontani dentro il nostro ovile.

Amen