La distanza

di fra Pietro Luca Roccasalva

In questa distanza c’è la nostra salvezza: essere figli, ai piedi del Padre e dietro al Figlio.

Ognuno di noi ha fatto l’esperienza dell’essere FIGLIO, di una certa famigliarità col proprio padre, famigliarità e confidenza che spesso ci hanno portati a dire parole o compiere gesti che annullavano la distanza e i ruoli.

Sicuramente ci sarà capitato anche, ad un certo punto, che nostro PADRE, con fare deciso, ci abbia messo a tacere, abbia improvvisamente ristabilito le distanze.

Questo è un passaggio delicato che non viviamo mai bene, viviamo quel rimprovero come una “bocciatura” senza invece riflettere sul fatto che in quella distanza ristabilita sta il nostro essere ciò che siamo ed esserlo in pienezza… figli!!

Forse anche a voi genitori, è capitato di fare lo stesso con i vostri figli, e non per questo li amate meno!

Anche ai discepoli, a tutti, è accaduta la stessa cosa con Gesù, solo che Pietro è stato quello che direttamente ha fatto esperienza di una parola rivolta a lui: “Va’ dietro a me” (Mc 8,33).
Il tono è deciso perché la posta in gioco è alta!

Con Dio noi spesso ci parliamo come Mosè sul monte, faccia a faccia, gli chiediamo conto di tante cose, scelte, gli chiediamo spiegazioni, ecc… e forse all’improvviso ci accorgiamo che non siamo più figli ma MAESTRI…

C’è un rischio nell’eccessiva famigliarità con Gesù e con le “cose di Dio”: il rischio di perdere il posto dei figli, il rischio di credere che in qualche modo Dio debba darci le spiegazioni richieste.

Allora quelle parole forti, forti come l’amore, sono tali perché davanti a Gesù perdiamo il senso del cammino, della meta, CI PERDIAMO…allora il regalo più grande che possiamo ricevere da un padre, sono parole che, seppur dolorose, ci mettono nell’unica posizione possibile, quella dei figli e discepoli.

Avremmo tante domande da fare, tanti dubbi da risolvere, tante spiegazioni da chiedere, ma questo va fatto da figli, non va fatto con la pretesa che l’Altro debba darci delle spiegazioni.

C’è un Mistero, uno “spazio”, penso alla sofferenza, alla morte, che non possono essere colmati con una risposta ma con un cammino, forse lungo, forse doloroso, ma CAMMINANDO da FIGLI. Il nostro SAPERE deve essere un sapere “sapiente”, da figli e NON da MAESTRI.

L’unica certezza che accompagna il nostro cammino di figli in cerca di risposte – la prendo da un romanzo di Stefano Baldi, “Sia fatta la tua volontà” – è questa:  “Non avere paura, questo cammino lo facciamo insieme”.

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Imparare ad amarsi

di Stefano Bataloni

Ieri mattina ho partecipato alla Santa Messa presso l’auditorium del Ministero dell’Ambiente. È da un po’ di anni che in Avvento e in Quaresima, presso quella sede istituzionale si celebra l’Eucarestia, è una forma di missione nei luoghi di lavoro.

Fortemente voluta, fino a pochi anni fa, da un drappello di dipendenti, oggi invece è caldamente “patrocinata” dai vertici del ministero stesso, in cui evidentemente la componente di cattolici non è trascurabile. L’iniziativa mi colpisce molto perché proprio in quello stesso auditorium, dove oggi sedevano accanto a me onorevoli, direttori generali e militari in alta uniforme, sempre più spesso di questi tempi si sente parlare dell’uomo come la fonte di ogni male per il pianeta Terra, ci si riferisce alla creatura umana come fosse un cancro da estirpare, una specie infestante da sterminare; eppure quello è lo stesso uomo per la cui salvezza Gesù Cristo è venuto al mondo e ha compiuto il più grande sacrificio donando la sua stessa vita, come abbiamo rivissuto nella Eucaristia!

Al di là di questo, però, a rendere speciale l’occasione era il celebrante: l’amico don Paolo A.
Il brano del Vangelo proclamato è stato il racconto dell’annuncio dell’Angelo a Maria. Don Paolo nella sua omelia ha spiegato bene come il Signore Dio si sia rivolto a Maria con rispetto, senza imposizioni e preservando la sua libertà. Maria, d’altra parte, era in un periodo di attesa, era presa dalla realizzazione del suo progetto di vita con Giuseppe, suo promesso sposo. Il progetto di Maria era buono, e giusto, piú che meritevole di essere portato a compimento.
Il Signore però – ha continuato don Paolo -le scombina i piani, le fa una proposta alternativa, le indica una strada diversa da quella che aveva in mente di percorrere, peraltro, una strada che avrebbe pure comportato qualche serio rischio per lei, dati i tempi che correvano.

Maria però, si affida al Signore, sa che il Suo disegno di salvezza può passare per vie che lei non comprende appieno in quel momento, vie che richiedono un po’ di fatica, vie che escono dai suoi schemi. L’affidamento di Maria genererà Gesù, il salvatore degli uomini.

Don Paolo ha concluso ricordando che anche ognuno di noi, affidandosi al Signore può generare Gesù, può generare la salvezza, propria e del suo prossimo.

Trascorrono pochi minuti dalla fine dell’omelia che io stesso mi trovo in una situazione del tutto analoga a quella di Maria: mi presento di fronte al sacerdote per ricevere l’ostia consacrata e prima di portarla alla mia bocca, don Paolo mi chiede se me la fossi sentita di aiutarlo nella distribuzione dell’Eucarestia.

Ero preso dai miei progetti ma mi era stata rivolta una proposta alternativa, venivo chiamato a percorrere un’altra strada.

D’altronde in sala c’erano non meno di duecento persone, era più che comprensibile quella proposta, per di più era una proposta formulata con dolcezza e rispetto della mia libertà, proprio come quella dell’Angelo a Maria.

Io ho rifiutato. 

In un istante mi è tornata alla mente un’occasione precedente in cui, ad una identica proposta, risposi positivamente ma fu per me un disastro. Non accadde nulla di grave ma tremai come una foglia per tutto il tempo, le mie mani non riuscivano a restare salde con in mano il corpo di Cristo, mi passai la pisside sulla mano destra tentando di trovare maggiore sicurezza nel distribuire le ostie con la sinistra ma non funzionò. Fu un momento di grande imbarazzo.

Presa l’ostia, quindi, me ne sono tornato a sedere al mio posto.

Alla fine della celebrazione sono andato a scusarmi con don Paolo per il mio comportamento, ma lui, da buon “padre”, mi ha accolto con un sorriso e un incoraggiamento.

Nel resto della giornata sono stato a rimuginare su quel mio rifiuto, sul mio non essermi affidato, ho passato in rassegna tutte le mie paure: quella di mostrarmi incerto e fragile di fronte agli altri, quella di non essere sempre all’altezza del compito assegnato o anche quella di essere messo in mostra. 

Attraverso questo piccolo episodio ho compreso perché Zaccaria, che come Maria era stato visitato da un Angelo del Signore, all’annuncio della nascita di Giovanni fu ridotto al silenzio: Zaccaria non si affidò, forse ebbe paura.

Mi sono sentito proprio come Zaccaria: muto, e triste. Ma ho fatto anche di peggio: mi sono condannato per quelle mie paure, mi sono rimproverato per aver perso l’occasione di fare qualcosa di buono, per me, per don Paolo e per gli altri. Ho assaporato la gioia che mi avrebbe dato se mi fossi affidato e avessi accettato la proposta che mi era stata rivolta e non mi sono perdonato per quella poca fede, per quel rifiuto.

Tornando a casa, però, mi è tornata alla mente una catechesi ascoltata pochi giorni fa. Il sacerdote diceva: non è possibile amare gli altri e amare Dio se non si impara ad amare se stessi.

Quale padre – aggiungeva – rimprovera suo figlio quando cade e si fa male? Quale madre non si precipita ad abbracciare suo figlio quando è malato o fragile o spaventato? Non è solo la voglia di consolare che muove un padre ed una madre di fronte alle difficoltà del figlio, in fondo c’è soprattutto la necessità di aiutarlo a rialzarsi, ad andare avanti, ad imparare dalle cadute o dalle sconfitte.

Ecco, forse, sono stato davvero troppo duro con me stesso. Come potevo seriamente dare per scontato che le mie paure fossero scomparse e le mie ferite fossero sanate? Come ho potuto convincermi di poter essere sempre perfettamente all’altezza della situazione?

No, sono umano, sono fragile, sono spaventato e inadeguato per costituzione, ma conosco l’amore che si prova per un figlio malato e impaurito, l’ho provato, quell’Amore vive in me: devo solo imparare a rivolgerlo anche verso me stesso.

Siamo in Avvento, siamo in attesa dell’arrivo del Re dei re, del Signore dei signori, che, per Amore, verrà tra noi nel modo meno regale e signorile possibile, a insegnarci che anche attraverso la fragilità e la debolezza si arriva alla salvezza.

Quale periodo migliore di questo per imparare ad amarsi? 

Il buio e la volpe

Il cielo di novembre è da sempre il mio preferito. Non è vero che questo mese abbia sempre portato solo cose brutte e tristi.

Ad esempio questa sera, uscendo dall’ufficio per tornare a casa, ho assistito ad un vero spettacolo: il cielo era nero fin quasi all’orizzonte e rosso subito sotto, a formare una striscia brillante delimitata in alto dalle nuvole e in basso dalla terraferma. Un tramonto di quelli che è possibile ammirare solo in questo periodo dell’anno.
Le nuvole scure sembravano voler nascondere e contenere quella luce, ma la luce era molto intensa e colorava parte delle nuvole stesse.

Erano giorni che non vedevo un cielo così.
Erano giorni che la mia vita era buia: i problemi e la fatica di ogni giorno, il lavoro che non è un granché, i ricordi dolorosi e allo stesso tempo densi di fiducia e speranza che in questo periodo ritornano alla mente.

All’ultimo, proprio come il tramonto di una giornata brutta di novembre arriva  una luce, laggiù in fondo, e tutto cambia.
Ho fatto esperienza di questo contrasto e di questa liberazione tante volte in passato. In tutti i casi, ricordo, ad illuminare il buio è sempre stato un gesto di amore da parte di qualcuno nei miei confronti.
Che sia stato un piatto di spaghetti alla bottarga, arrivato a tarda sera di un giorno in cui non hai mai messo il naso fuori da quella stanza di ospedale e l’unico odore che hai percepito era quello dei disinfettanti.
Oppure saranno stati quegli amici che, dalla sera alla mattina, si sono presi la tua macchina, carica di bagagli e hanno trasferito mezza casa e mezza famiglia al mare, mentre tu saltavi su un treno, diretto a Milano per un consulto medico.

Oppure anche quell’amica che attraversa la città, quando tutti sono a casa e non si azzardano ad uscire perché la neve ha intasato le strade, solo per darti un abbraccio in uno dei momenti più duri della tua vita.

Non era solo gentilezza, non era solo buona educazione o grande sensibilità, no: era il colpire nel centro il bersaglio della tua fatica, era il medicare la ferita proprio dove era più profonda…era proprio quel gesto di amore gratuito di cui solo una creatura di Dio come l’uomo è capace, e che con un raggio di luce, in un attimo, spazza via le nubi scure che incombono sulla tua vita.

Il raggio di luce di oggi l’ha portato un’amica, rimasta sempre fedele negli anni, vicina quanto basta per essere presente quando serviva ma non troppo da soffocarmi; e l’ha portato con un gesto semplice, forse costato pochi minuti del suo tempo: ha riempito i miei occhi con le immagini di una volpe.

Eh sì, proprio quell’animale che ho conosciuto così bene, che un tempo tappezzava le pareti, che imponeva lo stile degli indumenti da indossare, che riempiva le storie che si raccontavano.

Mancava da tempo la volpe nei miei occhi. Oggi è tornata e il buio si è dissolto.

Prova dell’amore di Dio

C’è un bambino speciale nella nostra parrocchia.

Sarebbe speciale anche se non fosse speciale perché lo è la sua mamma, e la genetica non mente.
Ma questo bambino è anche speciale, e proprio in virtù di questo ci regala delle emozioni pazzesche, malgrado la sua mamma pensi che ci scocci o dia fastidio.

In lui è così trasparente l’amore di Dio che qualcuno potrebbe prenderlo come prova della Sua esistenza.

Quando è felice non è solo felice, è euforico, e questo spesso capita durante la messa domenicale. La sua mamma si nasconde e si mimetizza con le colonne della chiesa, ma lui canta, esulta, grida, quando passa la processione con la croce non riesce a stare fermo, a contenersi.

Una volta ho visto il video di un’intervista che ha fatto Don Stefano a TV2000, parlava dei bambini disabili. L’intervistatrice (al min 14:50) gli chiedeva come si comportasse quando un bambino speciale si metteva in fila per fare la comunione, se ne valutasse la consapevolezza, se avesse mai avuto difficoltà o dubbi nel dare la comunione a qualcuno a cui poteva non essere pienamente chiaro quello che stava facendo.

La sua risposta mi colpì molto: non esitò nemmeno un secondo e disse di no.
Disse che mai si era fatto domande del genere, perché sono proprio persone così che ci portano la freschezza dell’incontro con il Signore, loro sono molto più naturali di noi e capiscono molto meglio di noi cosa significa accogliere il Signore nella propria vita. Proprio i bambini speciali sono i più sensibili a sentire l’amore che le persone hanno nei loro confronti, e nello stesso modo comprendono l’amore che Dio ha per loro.

Ecco, guardando il nostro bambino speciale capisco benissimo cosa volesse dire, perché non c’è dubbio alcuno che Dio ami quel bambino, e lo ami tanto, che lo trovi perfetto e insostituibile, che lo veda come l’ha sempre pensato e sia fiero di lui, sua meravigliosa creatura.

Ci hanno insegnato fin da piccoli che Dio ci ha creato, che Dio ci ama, che non c’è anzi nessuno che ci ami più di Lui.
E questa è la teoria, e la sappiamo tutta.
Poi però a volte succede che pensiamo di doverci in qualche modo meritare quell’amore. Pensiamo (a me capita) che dobbiamo essere in un certo modo per farci amare da Dio, che dobbiamo fare qualcosa di particolare, comportarci bene, seguire delle regole, portare dei frutti, affinché Lui ci ami.
Il nostro bambino speciale ci rivela che è esattamente il contrario: Lui ci ama a prescindere, Lui ci ama per primo, gratis, e malgrado tutto.
E da questo, semmai, poi, scaturisce tutto il resto.

E noi, che a volte pensiamo alla fatica che deve fare la sua mamma, e che immaginiamo che la sua vita potrebbe essere migliore se fosse un po’ più simile alla nostra, che lezione riceviamo quando veniamo travolti dal riflesso di quell’amore infinito, che senza nascondersi né provare vergogna esplode nelle sue grida e nel suo canto, nella luce che si vede negli occhi del nostro bambino, nelle sue mani che non riescono a fermarsi dall’emozione!
Lui non ha dubbi di essere amato, e ce lo mostra senza riserve.

Quanto dovremmo ringraziare continuamente per poter essere parte di un miracolo così bello, così plateale, così evidente.
Quanto dovremmo imparare da questa creatura che è lo specchio dell’amore di Dio!

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Avere occhi e non vedere, orecchi e non udire

Cari miei,
è per voi un momento difficile, lo vedo. Siete nella sofferenza. Forse non lo percepite così chiaramente, forse pensate che stia andando tutto bene, ma io so che non è così.

Vi voglio bene, spero questo lo sappiate, e desidero per voi con tutto il cuore solo la felicità.

Non mi riferisco a uno stato di benessere o di appagamento più o meno duraturo, non penso solo al superamento delle attuali difficoltà. Io vorrei per voi che si realizzasse quella condizione in cui si è raggiunto il vero e unico scopo della propria esistenza, in cui la ricerca spasmodica di un senso della vostra vita ha finalmente trovato compimento.

Quando si ama qualcuno con Amore vero, si fa tutto il possibile per aiutarlo ad essere felice: ci si sforza di essere di aiuto, quando è possibile anche materialmente, si offre un consiglio o si cerca di essere vicini, per tentare di alleviare quella sofferenza.

Pero, di fronte a voi due e alla vostra unione sentimentale che si rompe dopo anni e dopo aver generato due figli, o di fronte a te che senti il bisogno di ricorrere al chirurgo per migliorare il tuo aspetto pur essendo ancora molto giovane e bella, o di fronte a te, sorella mia, che ormai da troppo tempo sei alla ricerca del bandolo della matassa della tua vita, o a te che nonostante gli anni indugi ancora nei tuoi vizi, cosa posso offrire affinché troviate la pace del cuore?
Parole e consigli, evidentemente, non bastano.

Per affrontare problemi  così grandi e sofferenze così profonde vi serve una prospettiva nuova, qualcosa che vi aiuti a uscire dal vicolo cieco in cui vi siete cacciati, una Luce che illumini i vostri passi nel buio. E se è vero che “solo la verità ci rende liberi”, vi serve allora una testimonianza di quella Verità, qualcosa che vi apra gli occhi e le orecchie, serve che vediate e ascoltiate in modo nuovo. So, però, che anche di fronte a tutto ciò voi potreste comunque restare incastrati lì dove siete, prigionieri in una gabbia che col tempo vi siete costruiti da soli pur senza rendervene conto. Potete forse capire che questo, per me e per chi vi è molto vicino è fonte di frustrazione.

Ripenso a quello che state vivendo in questo periodo, a ciò a cui aspirate così ardentemente, ai desideri che volete assecondare e mi dico: eppure la vostra storia si è intrecciata con quella di un bambino speciale, un bambino che avete accolto, baciato e amato e che poi avete visto salire su una croce, una di quelle che mai avreste pensato dovesse essere riservata ad un bambino, e lo avete visto portarla con pazienza e coraggio; tutto è passato sotto i vostri occhi o quasi. Avete visto la malattia, quella vera, la peggiore, affliggere quel nostro bambino, qualche volta avete anche messo le dita nelle sue piaghe, e poi lo avete anche visto sorridere e giocare, lo avete visto continuare a vivere, come un bambino sereno, nonostante le limitazioni e gli impedimenti.

Avete pure visto i genitori di quel bambino vivere la Grazia di non disperdersi di fronte alla prova più grande che la vita può riservare. Avete visto la gioia della risurrezione nel giorno dell’ultimo saluto a quel bambino, avete ascoltato le parole di speranza che sono uscite da quella storia.

Insomma, avete visto e udito una di quelle storie che nella vita dovrebbero resettare tutto, far ripartire il cammino, una volta per tutte, lungo la strada giusta…eppure oggi vi vedo essere ancora schiavi delle vostre paure, dei vostri vizi, degli inganni di cui siete stati vittime; siete ancora lì che mangiate il cibo dei maiali.

Lo so, è storia ben conosciuta, non siete strani voi.
A tutti noi succede di essere come quei discepoli dal cuore indurito, che dopo aver assistito alla moltiplicazione di pani e pesci ancora discutevano su quanto pane avessero sulla barca. A tutti succede di essere increduli anche quando proprio davanti a noi si compiono segni così grandi.

L’amore che provo per voi, miei cari, in questo momento, mi fa uscire dal cuore parole come quelle di Gesù ai suoi discepoli: “Non intendete e non capite ancora?” o anche “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”
Mi viene da domandare: se mai ci fosse stato un fine alla morte e alla resurrezione di quel nostro bambino che si sono compiute sotto i nostri occhi, non può essere proprio quello della mia e della vostra conversione? Possiamo davvero restare increduli? A cosa sono servite allora le sofferenze di quel bambino?

Avevate occhi e non avete visto, avevate orecchi e non avete udito.

Intuisco il dolore del Padre Misericordioso che vede il suo figlio andar via a dilapidare la sua vita, lo immagino pregare affinché ritorni presto. Il mio cuore di uomo vorrebbe venire lì a prendervi e tirarvi fuori da dove siete, ma non so se ne sarei capace, e Dio solo sa se servirebbe.

Posso però fare come quel Padre: pregherò e “starò”, in attesa che torniate in voi stessi, in attesa di fare festa per avervi ritrovato.

 

Non sapere altro se non Gesù crocifisso

Era consuetudine, il lunedì, riportare qui l’omelia delle letture della domenica.

In attesa, forse (molto forse), di riprenderla, bisogna oggi raccontare ciò che ci è accaduto ieri pomeriggio che, in qualche modo, costituisce se non una “spiegazione” delle letture domenicali quanto meno una loro “incarnazione”, tanto che quando io e Anna le abbiamo ascoltate durante la Santa Messa ci siamo scambiati uno sguardo e abbiamo intuito che in quel momento il Signore ha voluto darci l’ennesimo amorevole sostegno.

Filippo era salito al Cielo da pochi mesi quando mi scrisse una persona chiedendomi di poter, in futuro, coinvolgere me e Anna in una testimonianza, nell’ambito della sua attività in un gruppo per il sostegno alle famiglie.

Non che fossimo pieni di impegni ma nei mesi successivi non si trovò poi il modo di incontrarci e programmare la nostra testimonianza. In seguito, quella persona acquisì un volto, e avemmo occasione di incontrarci di persona ma, soprattutto, spiritualmente; scoprimmo presto di essere lontani geograficamente ma di  essere fratelli nella fede.

Finalmente, poche settimane fa, trovammo l’accordo per vederci, per rendere la nostra testimonianza. L’occasione sarebbe stata quella della Giornata per la Vita. Ci sarebbe stato addirittura il Vescovo ad attenderci!

Io e Anna abbiamo accettato, pur sentendoci come sempre del tutto inadeguati. Eppure, proprio poche ore prima di partire per il lungo viaggio verso la parrocchia che ci avrebbe ospitato sono arrivate queste parole:

Io, o fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza.
Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione.
La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

…e poi,

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

A queste parole abbiamo cercato di conformare la nostra testimonianza: non c’è stata eccellenza nella nostra parola e nella nostra sapienza. C’era invece timore e trepidazione per un compito così importante: essere luce davanti agli uomini, essere lampada sul candelabro.

Abbiamo cercato di “essere lampada”, raccontando la storia di Filippo, di come abbiamo vissuto la sua malattia, di come la fede ci ha sostenuto, di quale grande conforto abbiamo trovato nella comunità che si è stretta a noi. Soprattutto, però, abbiamo cercato di raccontare che la vita di Filippo, per quanto breve e travagliata sia stata, ci ha regalato doni meravigliosi, a  cui oggi non potremmo mai rinunciare; che la cosa più importante che abbiamo fatto è stato chiedere per lui, nel giorno del suo battesimo, la Vita Eterna, cosicché noi oggi possiamo dire che lui è vivo, come è vivo Gesù risorto. In occasione della Giornata della Vita abbiamo raccontato che questa è la Vita che conosciamo.

Dio giudicherà, se l’olio che ha alimentato la nostra lampada sia interamente venuto da Lui, come noi speravamo. Solo Dio sa, se siamo stati davvero “luce del mondo”.

E’ stata comunque una serata straordinaria: un teatro si è riempito per noi, abbiamo rilasciato interviste e siamo stati fotografati a più riprese. Abbiamo scambiato strette di mano e abbracci. Siamo tornati a casa con gli occhi pieni di volti di nuovi amici, con il cuore pieno di gioie e di dolori che alcune persone presenti hanno voluto condividere con noi, con il cuore ricolmo dell’affetto di amici speciali.

Volevamo raccontare come la potenza dello Spirito Santo si è manifestata nella nostra vita e invece siamo stati noi ad aver ricevuto l’ennesimo dono dallo Spirito Santo.

Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.