Prova dell’amore di Dio

C’è un bambino speciale nella nostra parrocchia.

Sarebbe speciale anche se non fosse speciale perché lo è la sua mamma, e la genetica non mente.
Ma questo bambino è anche speciale, e proprio in virtù di questo ci regala delle emozioni pazzesche, malgrado la sua mamma pensi che ci scocci o dia fastidio.

In lui è così trasparente l’amore di Dio che qualcuno potrebbe prenderlo come prova della Sua esistenza.

Quando è felice non è solo felice, è euforico, e questo spesso capita durante la messa domenicale. La sua mamma si nasconde e si mimetizza con le colonne della chiesa, ma lui canta, esulta, grida, quando passa la processione con la croce non riesce a stare fermo, a contenersi.

Una volta ho visto il video di un’intervista che ha fatto Don Stefano a TV2000, parlava dei bambini disabili. L’intervistatrice (al min 14:50) gli chiedeva come si comportasse quando un bambino speciale si metteva in fila per fare la comunione, se ne valutasse la consapevolezza, se avesse mai avuto difficoltà o dubbi nel dare la comunione a qualcuno a cui poteva non essere pienamente chiaro quello che stava facendo.

La sua risposta mi colpì molto: non esitò nemmeno un secondo e disse di no.
Disse che mai si era fatto domande del genere, perché sono proprio persone così che ci portano la freschezza dell’incontro con il Signore, loro sono molto più naturali di noi e capiscono molto meglio di noi cosa significa accogliere il Signore nella propria vita. Proprio i bambini speciali sono i più sensibili a sentire l’amore che le persone hanno nei loro confronti, e nello stesso modo comprendono l’amore che Dio ha per loro.

Ecco, guardando il nostro bambino speciale capisco benissimo cosa volesse dire, perché non c’è dubbio alcuno che Dio ami quel bambino, e lo ami tanto, che lo trovi perfetto e insostituibile, che lo veda come l’ha sempre pensato e sia fiero di lui, sua meravigliosa creatura.

Ci hanno insegnato fin da piccoli che Dio ci ha creato, che Dio ci ama, che non c’è anzi nessuno che ci ami più di Lui.
E questa è la teoria, e la sappiamo tutta.
Poi però a volte succede che pensiamo di doverci in qualche modo meritare quell’amore. Pensiamo (a me capita) che dobbiamo essere in un certo modo per farci amare da Dio, che dobbiamo fare qualcosa di particolare, comportarci bene, seguire delle regole, portare dei frutti, affinché Lui ci ami.
Il nostro bambino speciale ci rivela che è esattamente il contrario: Lui ci ama a prescindere, Lui ci ama per primo, gratis, e malgrado tutto.
E da questo, semmai, poi, scaturisce tutto il resto.

E noi, che a volte pensiamo alla fatica che deve fare la sua mamma, e che immaginiamo che la sua vita potrebbe essere migliore se fosse un po’ più simile alla nostra, che lezione riceviamo quando veniamo travolti dal riflesso di quell’amore infinito, che senza nascondersi né provare vergogna esplode nelle sue grida e nel suo canto, nella luce che si vede negli occhi del nostro bambino, nelle sue mani che non riescono a fermarsi dall’emozione!
Lui non ha dubbi di essere amato, e ce lo mostra senza riserve.

Quanto dovremmo ringraziare continuamente per poter essere parte di un miracolo così bello, così plateale, così evidente.
Quanto dovremmo imparare da questa creatura che è lo specchio dell’amore di Dio!

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Avere occhi e non vedere, orecchi e non udire

Cari miei,
è per voi un momento difficile, lo vedo. Siete nella sofferenza. Forse non lo percepite così chiaramente, forse pensate che stia andando tutto bene, ma io so che non è così.

Vi voglio bene, spero questo lo sappiate, e desidero per voi con tutto il cuore solo la felicità.

Non mi riferisco a uno stato di benessere o di appagamento più o meno duraturo, non penso solo al superamento delle attuali difficoltà. Io vorrei per voi che si realizzasse quella condizione in cui si è raggiunto il vero e unico scopo della propria esistenza, in cui la ricerca spasmodica di un senso della vostra vita ha finalmente trovato compimento.

Quando si ama qualcuno con Amore vero, si fa tutto il possibile per aiutarlo ad essere felice: ci si sforza di essere di aiuto, quando è possibile anche materialmente, si offre un consiglio o si cerca di essere vicini, per tentare di alleviare quella sofferenza.

Pero, di fronte a voi due e alla vostra unione sentimentale che si rompe dopo anni e dopo aver generato due figli, o di fronte a te che senti il bisogno di ricorrere al chirurgo per migliorare il tuo aspetto pur essendo ancora molto giovane e bella, o di fronte a te, sorella mia, che ormai da troppo tempo sei alla ricerca del bandolo della matassa della tua vita, o a te che nonostante gli anni indugi ancora nei tuoi vizi, cosa posso offrire affinché troviate la pace del cuore?
Parole e consigli, evidentemente, non bastano.

Per affrontare problemi  così grandi e sofferenze così profonde vi serve una prospettiva nuova, qualcosa che vi aiuti a uscire dal vicolo cieco in cui vi siete cacciati, una Luce che illumini i vostri passi nel buio. E se è vero che “solo la verità ci rende liberi”, vi serve allora una testimonianza di quella Verità, qualcosa che vi apra gli occhi e le orecchie, serve che vediate e ascoltiate in modo nuovo. So, però, che anche di fronte a tutto ciò voi potreste comunque restare incastrati lì dove siete, prigionieri in una gabbia che col tempo vi siete costruiti da soli pur senza rendervene conto. Potete forse capire che questo, per me e per chi vi è molto vicino è fonte di frustrazione.

Ripenso a quello che state vivendo in questo periodo, a ciò a cui aspirate così ardentemente, ai desideri che volete assecondare e mi dico: eppure la vostra storia si è intrecciata con quella di un bambino speciale, un bambino che avete accolto, baciato e amato e che poi avete visto salire su una croce, una di quelle che mai avreste pensato dovesse essere riservata ad un bambino, e lo avete visto portarla con pazienza e coraggio; tutto è passato sotto i vostri occhi o quasi. Avete visto la malattia, quella vera, la peggiore, affliggere quel nostro bambino, qualche volta avete anche messo le dita nelle sue piaghe, e poi lo avete anche visto sorridere e giocare, lo avete visto continuare a vivere, come un bambino sereno, nonostante le limitazioni e gli impedimenti.

Avete pure visto i genitori di quel bambino vivere la Grazia di non disperdersi di fronte alla prova più grande che la vita può riservare. Avete visto la gioia della risurrezione nel giorno dell’ultimo saluto a quel bambino, avete ascoltato le parole di speranza che sono uscite da quella storia.

Insomma, avete visto e udito una di quelle storie che nella vita dovrebbero resettare tutto, far ripartire il cammino, una volta per tutte, lungo la strada giusta…eppure oggi vi vedo essere ancora schiavi delle vostre paure, dei vostri vizi, degli inganni di cui siete stati vittime; siete ancora lì che mangiate il cibo dei maiali.

Lo so, è storia ben conosciuta, non siete strani voi.
A tutti noi succede di essere come quei discepoli dal cuore indurito, che dopo aver assistito alla moltiplicazione di pani e pesci ancora discutevano su quanto pane avessero sulla barca. A tutti succede di essere increduli anche quando proprio davanti a noi si compiono segni così grandi.

L’amore che provo per voi, miei cari, in questo momento, mi fa uscire dal cuore parole come quelle di Gesù ai suoi discepoli: “Non intendete e non capite ancora?” o anche “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”
Mi viene da domandare: se mai ci fosse stato un fine alla morte e alla resurrezione di quel nostro bambino che si sono compiute sotto i nostri occhi, non può essere proprio quello della mia e della vostra conversione? Possiamo davvero restare increduli? A cosa sono servite allora le sofferenze di quel bambino?

Avevate occhi e non avete visto, avevate orecchi e non avete udito.

Intuisco il dolore del Padre Misericordioso che vede il suo figlio andar via a dilapidare la sua vita, lo immagino pregare affinché ritorni presto. Il mio cuore di uomo vorrebbe venire lì a prendervi e tirarvi fuori da dove siete, ma non so se ne sarei capace, e Dio solo sa se servirebbe.

Posso però fare come quel Padre: pregherò e “starò”, in attesa che torniate in voi stessi, in attesa di fare festa per avervi ritrovato.

 

Non sapere altro se non Gesù crocifisso

Era consuetudine, il lunedì, riportare qui l’omelia delle letture della domenica.

In attesa, forse (molto forse), di riprenderla, bisogna oggi raccontare ciò che ci è accaduto ieri pomeriggio che, in qualche modo, costituisce se non una “spiegazione” delle letture domenicali quanto meno una loro “incarnazione”, tanto che quando io e Anna le abbiamo ascoltate durante la Santa Messa ci siamo scambiati uno sguardo e abbiamo intuito che in quel momento il Signore ha voluto darci l’ennesimo amorevole sostegno.

Filippo era salito al Cielo da pochi mesi quando mi scrisse una persona chiedendomi di poter, in futuro, coinvolgere me e Anna in una testimonianza, nell’ambito della sua attività in un gruppo per il sostegno alle famiglie.

Non che fossimo pieni di impegni ma nei mesi successivi non si trovò poi il modo di incontrarci e programmare la nostra testimonianza. In seguito, quella persona acquisì un volto, e avemmo occasione di incontrarci di persona ma, soprattutto, spiritualmente; scoprimmo presto di essere lontani geograficamente ma di  essere fratelli nella fede.

Finalmente, poche settimane fa, trovammo l’accordo per vederci, per rendere la nostra testimonianza. L’occasione sarebbe stata quella della Giornata per la Vita. Ci sarebbe stato addirittura il Vescovo ad attenderci!

Io e Anna abbiamo accettato, pur sentendoci come sempre del tutto inadeguati. Eppure, proprio poche ore prima di partire per il lungo viaggio verso la parrocchia che ci avrebbe ospitato sono arrivate queste parole:

Io, o fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza.
Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione.
La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

…e poi,

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

A queste parole abbiamo cercato di conformare la nostra testimonianza: non c’è stata eccellenza nella nostra parola e nella nostra sapienza. C’era invece timore e trepidazione per un compito così importante: essere luce davanti agli uomini, essere lampada sul candelabro.

Abbiamo cercato di “essere lampada”, raccontando la storia di Filippo, di come abbiamo vissuto la sua malattia, di come la fede ci ha sostenuto, di quale grande conforto abbiamo trovato nella comunità che si è stretta a noi. Soprattutto, però, abbiamo cercato di raccontare che la vita di Filippo, per quanto breve e travagliata sia stata, ci ha regalato doni meravigliosi, a  cui oggi non potremmo mai rinunciare; che la cosa più importante che abbiamo fatto è stato chiedere per lui, nel giorno del suo battesimo, la Vita Eterna, cosicché noi oggi possiamo dire che lui è vivo, come è vivo Gesù risorto. In occasione della Giornata della Vita abbiamo raccontato che questa è la Vita che conosciamo.

Dio giudicherà, se l’olio che ha alimentato la nostra lampada sia interamente venuto da Lui, come noi speravamo. Solo Dio sa, se siamo stati davvero “luce del mondo”.

E’ stata comunque una serata straordinaria: un teatro si è riempito per noi, abbiamo rilasciato interviste e siamo stati fotografati a più riprese. Abbiamo scambiato strette di mano e abbracci. Siamo tornati a casa con gli occhi pieni di volti di nuovi amici, con il cuore pieno di gioie e di dolori che alcune persone presenti hanno voluto condividere con noi, con il cuore ricolmo dell’affetto di amici speciali.

Volevamo raccontare come la potenza dello Spirito Santo si è manifestata nella nostra vita e invece siamo stati noi ad aver ricevuto l’ennesimo dono dallo Spirito Santo.

Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.

Addomesticati da Cristo

Oggi Don Stefano ha celebrato la sua ultima Messa comunitaria come vice-parroco nella nostra parrocchia. Dal prossimo settembre sarà parroco in un’altra Chiesa di Roma.
Il suo intervento nella nostra vita ci ha letteralmente salvato la vita.
Stavamo per perdere nostro figlio e lui, che nemmeno ci conosceva, ci ha chiamati e ci ha detto che voleva incontrare Filippo e che voleva dargli la prima comunione.
E’ venuto a casa nostra a celebrare la messa nella sua stanza il giorno prima che nascesse al cielo. Gli ha dato l’unzione degli infermi e l’indulgenza plenaria, ha lasciato nella sua stanza il Santissimo esposto.
Filippo si è addormentato tra le braccia di Gesù, quasi fisicamente.
Don Stefano ci ha aiutati a far diventare la morte di nostro figlio una porta verso il Paradiso.
Per usare le sue parole di oggi, ci ha addomesticati ben bene, e per questo, in qualunque Chiesa di qualunque parte del mondo andrà a finire, sarà sempre un pezzo della nostra famiglia.   

Link alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

At 12,1-11   Sal 33   2Tm 4,6-8.17-18   Mt 16,13-19

Commento alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

di Don Stefano Cascio

Oggi festeggiamo la Solennità di San Pietro e San Paolo.

E’ strano che la festa di due santi così sia una solennità, un momento così importante come Natale, o Pasqua.
Soprattutto se conosciamo i due personaggi: Pietro era un uomo irruento, passionale, un povero pescatore, che dice le cose come le sente, moto generoso, ma poi, tante volte, poi… Ricordatevi quello che succederà durante la passione: rinnegherà Gesù e si metterà a piangere quando si renderà conto di quello che ha fatto.

Per non parlare di Paolo, che andava a uccidere i cristiani, era l’ISIS dell’epoca, andava in giro per uccidere quella che per lui era una setta, quella dei cristiani.

Però noi dopo 2000 anni ci troviamo qui a festeggiare questi due personaggi.
E perché?

Perché malgrado i loro difetti sono stati scelti dal Signore, anzi, Pietro è diventata la roccia su cui costruire la Chiesa, la comunità dei credenti, l’assemblea di Dio.
Perché questi due uomini hanno saputo rispondere a quella domanda che Cristo ha fatto e su cui abbiamo riflettuto già poco tempo fa, una domenica, quando abbiamo letto quel passaggio del Vangelo.
E oggi viene proposta, alla fine del nostro anno pastorale, ci viene proposta la stessa domanda da Gesù.
La prima domanda di Gesù: “Cosa dice la gente di me?” come un sondaggio.

E allora i discepoli rispondono, Pietro risponde, e Gesù dice: “Ma tu cosa dici di me? Cosa sono per te?”

E’ molto bello in modo in cui Gesù sta facendo questo, Gesù non da risposte, ma fa una domanda. Quando ci sono le risposte noi a volte chiudiamo il nostro cammino: ci sono le risposte, quindi basta.

La domanda è più interessante, ti fa camminare nella tua riflessione, Gesù fa domande, tu devi porti questa domanda: “Chi sono io per te?”

Pietro risponde: “Tu sei Cristo, il Messia, il mio salvatore”
Il cammino del cristiano è proprio questo. Certe volte abbiamo bisogno di essere rassicurati, quindi siamo contenti quando la Chiesa ci dà delle risposte certe, e noi siamo tranquilli, ci siamo creati il nostro piccolo nido, i nostri muri, e siamo tranquilli così.

Ma Gesù ti interroga personalmente, non ti da una risposta, chiede a te di rispondere al suo amore.
Cosa risponderò io a questa domanda?
Come l’incontro con Cristo mi ha cambiato?

Ha trasformato in un certo senso Pietro e Paolo, che sono diventati dei discepoli straordinari: Paolo ha evangelizzato il Mediterraneo, tutti e due hanno dato la vita per Cristo.

E io?

Questa mia fede addormentata, quando potrò risvegliarla?

La domanda di Gesù è un po’ la domanda di due innamorati.

Certe volte in una coppia uno dice all’altro “Ma quanto mi vuoi bene? Sono importante per te?”
E l’altro darà forse una risposta, speriamo…

Ecco, la relazione tra Cristo e gli uomini è la stessa cosa, è una relazione d’amore, e in quel dialogo d’amore Cristo ti chiede: “Ma quanto sono importante per te?”

E, dopo la risposta, Gesù a Pietro affida la Chiesa.
Tante volte sentiamo dire “Io credo in Cristo ma non nella Chiesa.

Ma la Chiesa è questa, è questa comunità di uomini che cercano di rispondere a questa domanda, e si aiutano a vicenda a camminare per rispondere a questa domanda. Non è un’istituzione, la Chiesa, è una comunità di credenti, è una grande famiglia che si aiuta, e che cerca insieme di rispondere a questa domanda.

Ed è quello che in questi cinque anni io ho cercato in un certo senso di dare.
San Paolo nella seconda lettura dice: “Il Signore però mi è stato vicino, e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Insieme, come famiglia, come comunità, cerchiamo di portare questo annuncia a tutti. Cerchiamo con la nostra vita di far porre le domande anche agli altri.
Tutte le volte che un cristiano non permette a un altro di interrogarsi su quello che sta vivendo, sulle domande fondamentali della vita, ma giudica solo, dà solo risposte, allora c’è qualcosa che non va.
Il cristiano deve essere per gli altri un punto interrogativo. Guardando un cristiano, uno che non lo è, si deve fare la domanda: “Da dove gli viene questa speranza nel futuro? Perché ha questa gioia profonda dentro il cuore? Perché vive in questo modo? Come fa a essere così?”

I primi cristiani era così che si ponevano, hanno evangelizzato in questo modo. I primi cristiani non hanno avuto bisogno di armi, anzi, erano martirizzati, però come una macchia d’olio andavano avanti, e il cristianesimo si è diffuso dall’esempio, non tanto dalle parole, ma dalla vita, dall’esperienza di Cristo vivo nella comunità.

Ecco quello di cui noi abbiamo bisogno, ecco quello che noi cerchiamo di portare avanti attraverso le nostre attività. Ma dobbiamo farlo insieme.

Ieri rileggevo il dialogo tra la volpe e il piccolo principe.
C’è questa parola che sembra una parola brutta, ma nel dialogo tra la volpe e il piccolo principe è molto chiara.
La volpe dice al piccolo principe: “Se tu mi addomestichi la mia vita sarà illuminata. Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”.

Ciascuno di noi è chiamato a essere addomesticato da Cristo. Ma siamo anche chiamati ad addomesticare gli altri, per poter vivere quello che è stato detto qui, sentirsi responsabili l’uno dell’altro. E soprattutto, responsabili per sempre.

E spero che in questo cinque anni sia stato anche così, vicendevolmente. Ormai voi siete responsabili per sempre del mio cammino, e io sarò responsabile per sempre del vostro.

Amen.

Quello che segue è il messaggio che i ragazzi dell’oratorio hanno letto per don Stefano alla fine della celebrazione di oggi.

Caro Don Stefano,
tradurre in parole quello che la tua presenza ha significato per noi in questi cinque anni è praticamente impossibile. Fin dal primo momento in cui hai messo piede nella nostra parrocchia avevamo già capito che c’era qualcosa di diverso in quel giovane prete francese con le All Star e il motorino: in poco tempo hai ridato vita al nostro oratorio, rivoluzionando ogni cosa con un impeto e una forza che dopo meno di un anno ti hanno fatto guadagnare il soprannome di “don Vulcano”. Bisogna ammettere che all’inizio era piuttosto difficile sopportarti… poi con il passare del tempo ci abbiamo proprio rinunciato. Eppure senza di te chi mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi a Ottobre vestito da tirolese a imparare balletti e servire montagne di panini? Chi mai si sarebbe ritrovato a fare giochi a tempo su Rai2 con solo un minuto per vincere? Chi mai avrebbe preso la sua bici pedalando fino al Divino Amore? Chi mai si sarebbe travestito da indiano immaginando di ritrovarsi per una sera a Bollywood? Chi mai avrebbe avuto la fortuna di passare una bellissima serata a mangiare e pregare insieme al suo papà? Chi mai avrebbe speso un mese delle proprie vacanze per svegliarsi alle sette e passare ogni giorno con 120 bambini (…che se non ti avessimo fermato sarebbero stati come minimo il doppio)? Ma tutti noi sappiamo bene che ciò che ci hai lasciato va anche oltre queste bellissime iniziative, va anche oltre i muri ridipinti e tutti i lavori di ristrutturazione che hanno abbellito e migliorato il nostro oratorio: perché nessuno di noi si scoderà mai del lungo filo bianco che ci hai presentato all’inizio di quest’anno, nessuno di noi dimenticherà l’ardore e il coraggio di un prete con l’aria da vip sempre in giro per il mondo con un’unica missione nella sua vita, quella di testimoniare la sua fede in Gesù Cristo. E anche se vorremmo tenerti tutto per noi, in fondo capiamo che è arrivato il momento che tutto quello che ci è stato donato dal Signore attraverso di te, lo possano ricevere tantissime altre persone. Per questo motivo ti salutiamo con affetto e ti ringraziamo con tutto il cuore, con la promessa di mantenere in vita tutto ciò che hai iniziato, perché è grazie a te che abbiamo imparato a non fermarci davanti a nulla e ad andare sempre Verso l’Alto.
Ti vogliamo tanto bene,
i tuoi ragazzi.

 

Baci, lacrime, profumo, capelli

Link alle Letture della XI domenica del tempo ordinario (Anno C)

2Sam 12,7-10.13   Sal 31   Gal 2,16.19-21   Lc 7,36-8,3

Commento alle Letture della XI domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Oggi tocchiamo con mano il cuore della nostra fede, tocchiamo con mano il cuore dell’anno giubilare, dell’anno della misericordia.
Qui, oggi, attraverso le nostre letture abbiamo anche l’idea di come è il pontificato di Papa Francesco.

Perché dico tutto questo?

Perché, come avete sentito nel Vangelo, Gesù parla a un fariseo, cioè un uomo che rispetta alla lettera la legge, più di seicento comandamenti, lui li segue tutti.
Siamo da questo fariseo con Gesù, e c’è questa donna, una peccatrice pubblica, perché attraverso il Vangelo si sa che tutti sanno che è una peccatrice, non si sa bene cosa fa o cosa ha fatto, ma tutti sanno chi è.

E questa donna, sapendo della presenza di Gesù, va a piangere da lui, bagna di lacrime i suoi piedi, li asciuga con i suoi capelli, prende un vasetto di profumo, quindi anche costoso, e gli bagna i piedi con questo profumo.

Qualcuno avrebbe detto: “E’ eccessivo, questa donna si fa vedere, dà spettacolo”.
Sono sicuro che molti, anche se succedesse qui, avrebbero detto: “E’ esagerata”.

Quel perbenismo che esiste in tutte le comunità cristiane, che ci fa sempre giudicare gli altri, perché noi siamo migliori, perché abbiamo sempre seguito le regole, e questo, guarda cosa sta facendo, lì, dà spettacolo.
Quante volte succede anche nelle nostre comunità, questo.

Simone dice tra sé: “Questo non è un profeta, non capisce che questa donna è una peccatrice, lo sta toccando?”
Ricordatevi che c’era tutta la storia dell’impurità, gli ebrei erano molto attenti a tutte queste regole. La peccatrice lo tocca. Lui, il Rabbì, il maestro, viene toccato.

Baci, lacrime, profumo, capelli.

Gesù si gira verso la donna e ricorda al fariseo l’essenziale della fede cristiana.
Gli dice: “Tu non mi hai amato come lei mi ha amato. Quali sono i gesti che hanno manifestato il tuo amore per me?”
In poche parole gli chiede questo Gesù.
“Non mi hai dato l’acqua per lavarmi i piedi, non mi hai dato un bacio quando sono arrivato, quali sono stati i tuoi gesti d’amore verso di me?”.

E Gesù dice: “Lei ha amato, ed è perdonata”.

In mezzo a questo abbiamo le altre letture che ci aiutano.

Abbiamo Davide a cui viene chiesto perché agli occhi di Dio fa il male, ed è una domanda che Dio ripete forse a ciascuno di noi.
“Ma se mi ami perché ti comporti così?”

Ma, soprattutto, abbiamo San Paolo oggi, che ci ricorda l’essenziale.
Se noi seguiamo solo la regola, Cristo è morto invano.
E’ una frase terribile, terribile, se l’avete sentita bene.

Se voi vivete per la legge, Cristo è morto invano.

E noi, dopo 2000 anni, abbiamo ancora dei genitori che vengono, iscrivono il figlio al catechismo, solo perché il ragazzo imparerà le cose buone da fare, la buona morale cristiana.
Questo è quello che abbiamo dato ai nostri bambini? La buona morale cristiana?
Allora San Paolo, 2000 anni fa, ha scritto una risposta per noi.
“Se voi pensate così, Cristo è morto invano”.

Cari amici noi non siamo qui per imparare la buona morale cristiana, non siamo qui per il perbenismo, non siamo qui per l’ordine morale della nostra società.

Noi siamo qui perché siamo stati amati da Cristo e vogliamo amare.
Che questo poi ci porta a rispettare la regola, assolutamente sì, ma è una conseguenza dell’amore che ho per Dio, non non perché rispetto la regola allora amo Dio, è perché amo Dio che rispetto le regole, capite la differenza? E’ lì che deve cambiare.

Finché noi non abbiamo una rivoluzione dentro di noi questo non lo capiremo.
E quando lo capiremo? Quando con Paolo potremo dire: “E’ Cristo che vive in me”.

Non avremo bisogno più di parlare se Cristo vive in noi. Perché la nostra testimonianza è parola, la nostra vita diventa testimonianza.
Non abbiamo bisogno di regole, verranno naturalmente.
I nostri santi non sono persone che imparano la buona morale, sono persone che vivono con Cristo, e per questo sanno amare e sanno vivere.

E questa rivoluzione di ciascuno di noi, iniziando dai pastori, si deve fare.

Il problema è che facciamo fatica. E nelle nostre comunità questo si sente.
La mancanza di fede, la mancanza di amore, la mancanza del fatto che Cristo vive in ciascuno di noi. Si vede che manca.
Però quello dovrebbe essere l’obiettivo di ciascuno di noi: “Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me”.

Dovremmo avere questa frase scritta sopra il nostro letto, in modo che ogni mattina la possiamo rileggere e capire che Cristo deve vivere in ognuno di noi. Tutto il resto è nulla, se Cristo non vive dentro di noi.

Allora non vuol dire che domani succederà, ma questo è un cammino, è sempre la storia della direzione, dove voglio andare? Le scelte che faccio, quello che voglio fare nella mia vita, quello che voglio donare ai miei bambini, che cos’è se non ho Cristo?

Io per primo lo devo cercare, io per primo voglio che abiti in me. E come si fa?

Se non mi metto a cercarlo, ascoltarlo nelle scritture, a pregarlo, tutto si risente nella mia vita intima con Dio.

Non serve a niente che io vada in Chiesa, se al centro, nel cuore di tutte le mie azioni, di tutta la mia vita non c’è questa ricerca, questa volontà che Lui venga ad abitare il mio cuore.
Tutto il resto è solo conseguenza di questo, è per questo che il mio cuore deve battere, capite?

Allora oggi chiediamo al Signore di darci una mano a capire la direzione, a cercarla, ad avere una vera vita spirituale, un’intimità con Lui, perché senza questa intimità tutto il resto è vano.

Amen

 

Ricamatore innamorato

di Anna Mazzitelli

Capita, a volte, raramente, di riuscire a sbirciare dalla parte al dritto dell’arazzo.
Ed è per questo che scrivo oggi, dopo mesi, facendo finta di aver scritto un paio di giorni fa, sorvolando sulla parte a rovescio che quotidianamente vedo, per raccontare della brezza che per un attimo ha soffiato, muovendo il tessuto, e del lampo di luce che proprio in quel momento ha illuminato un pezzettino della parte giusta, permettendomi di scorgerla.

Devo dire che, con me, il Signore si è dimostrato un ottimo ricamatore.
Ho sempre pensato che la bravura di chi ricama si veda guardando il dietro del lavoro: i miei ricami a punto a croce (quei pochi che ho fatto) sono pieni di nodi, e dal di dietro non si intuisce affatto il disegno. Quelli di mia sorella, più precisa di me (ma ci vuol poco), già sono meglio. Immagino che i veri ricamatori facciano un lavoro che è perfetto anche sul retro.

Ecco, il Signore con me ha fatto così, anche il retro dell’arazzo che ha intessuto per me è pulito e meraviglioso.
Eppure sbirciare dalla parte giusta, seppure per un attimo, ha dell’incredibile.

Non so raccontare con esattezza quali siano state le circostanze, sicuramente una serie di eventi vicini tra loro nel tempo, stralci di omelie e di catechesi ascoltate, propositi (a volte anche miracolosamente attuati) di pregare prima di aprir bocca, cocciutaggine nella partecipazione alla messa feriale, la mattina prima di andare a scuola, sempre di corsa, insomma, io l’impegno ce l’ho anche messo, ma sappiamo bene che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

E invece mi stupisco ogni volta quando mi accorgo di come il Signore tenga a me, misteriosamente, perché io stessa a volte mi sto abbastanza antipatica.

Due sono le cose che, messe insieme, hanno dato luce alla parte dritta di ciò che è stato intessuto per me:

Mio marito che mi dice: “Tu le cose le fai con la testa, non con i muscoli, quindi se decidi di fare una cosa anche molto impegnativa dal punto di vista fisico, e sei sufficientemente motivata, nessuno ti impedirà di farla”.
E poi una serie di problemi molto pratici e molto difficili da affrontare, che inizialmente mi avevano spaventato non poco, (tanto che solo un’oretta abbondante di psicoterapia intercontinentale aveva potuto tranquillizzarmi un pochino), e tuttora sono nella top ten delle cause dei miei mal di pancia, ma che, guardati un po’ da lontano e dopo un po’ di pratica di perfetta letizia (trasformare i problemi in opportunità sta diventando la mia miglior dote), mi hanno regalato la consapevolezza di quanto segue:

Il Padreterno è una Persona (e quindi sa bene come ragionano le persone, anche quelle complicate).
E’ una Persona intelligente e con grandissimo senso dell’umorismo (a volte pure troppo, per una permalosa come me).
Ha, dalla sua, grandissima presenza di spirito (o Spirito?), e una certa dose ne ha regalata anche a me.
E soprattutto, questa Persona così straordinaria, mi ama.

Ma tutto questo già lo sapevo, anche se qualche conferma di tanto in tanto non guasta.

La cosa che mi è balzata davanti agli occhi in questo momento di Grazia che sto cercando di raccontare, è che Dio mi ama esattamente nel modo in cui io desidero essere amata, o, se vogliamo dirla con parole di Stefano, nel modo in cui io ho bisogno di essere amata.
E per qualche benedetta forza cosmica a volte i due modi miracolosamente coincidono, e quindi diventano comprensibili, e limpidi come l’acqua di una cascata di montagna (poi si capisce perché amo tanto le cascate).

Questa percezione, avvenuta in un momento in una Chiesa di Roma, durante una Messa a cui avevo tanto desiderato partecipare, mentre i bambini, che avevo faticosamente trascinato, nonostante i buoni propositi iniziali (e le mie minacce), si comportavano malissimo, e il peso dei problemi accennati sopra era freschissimo e incombente, è stata come una secchiata d’acqua improvvisa.

Dio ti ama, Annina, ti ama esattamente come tu vuoi, ti conosce, ti ha fatta Lui, e non ti disprezza per quello che ti manca e che non riesci a fare, ma ti guarda con occhi da innamorato, e ti regala esattamente quello che desideri nel profondo, quello di cui hai bisogno.

E qui avevo fatto una lista, ma poi l’ho cancellata, perché il punto non è quello che ho io, il punto è che se Lui ama così me, allora ama così tutte le sue creature, ciascuna delle sue creature, in modo unico, personale, completo.

Non dico che da adesso in poi per me questa cosa sarà sempre evidente. Lo spero, e cercherò di far tesoro di quello che ho vissuto, ben sapendo però che la quotidianità, i problemi, gli affanni, le arrabbiature, le delusioni, presto o tardi appanneranno la mia consapevolezza di questo istante, e mi ritroverò di nuovo a desiderare cose diverse da quelle che il Signore desidera per me, e ad annaspare, ad andare a tastoni, a cercare faticosamente di affidarmi.

Ma questo momento c’è stato, è stato nitido, e cercherò di farne tesoro.

E davvero mi auguro che ciascuno dei miei fratelli (e anche, perché no, i miei nemici, verso i quali ancora pochi passi avanti ho fatto, insomma volete pregare di più o no?) possa sperimentare anche solo un assaggio della Grazia che ho ricevuto io in quel momento, in Chiesa, quando per un attimo ho sbirciato la parte al dritto del tessuto, e ho intuito con certezza che tutto quello che c’è dal rovescio e che ci tocca quotidianamente in sorte, bello o brutto, difficile o facile, piacevole o terribile, vale la pena.
Vale la pena!
Vale la pena, perché un giorno incontreremo questo Innamorato, e allora sarà tutto chiaro, cristallino, e allora finalmente lo guarderemo, e Lui guarderà noi, a faccia a faccia.