Padre mio, io mi abbandono a Te

di Anna Mazzitelli

Padre mio, io mi abbandono a Te,
fa’ di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà
si compia in me
e in tutte le tue creature.
Non desidero niente altro, Dio mio;
rimetto l’anima mia nelle tue mani
te la dono, Dio mio,
con tutto l’amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore
il darmi,
il rimettermi nelle tue mani,
senza misura,
con una confidenza infinita,
poiché Tu sei il Padre mio.

(Charles de Foucald)

Questa è la preghiera che viene letta nella nostra parrocchia dopo la distribuzione dell’Eucaristia. Alla fine del canto un bambino, in genere una delle bambine ostiarie, si alza, va all’ambone, e la recita a memoria.

Devo dire che non mi è mai piaciuta in modo particolare, la trovo un po’ sdolcinata, soprattutto se letta da un bambino.

“Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me”

Insomma, parole che in bocca a un bambino mi lasciano quantomeno perplessa.

Oggi alla Messa in parrocchia c’era anche Gabriele, il figlio di Letizia e Gianluca, che assieme a Martina, la sorella maggiore, sono rimasti vittime del terremoto di Amatrice del 24 agosto.
Gabriele, nove anni la prossima settimana, è rimasto dalla sera alla mattina senza la sua famiglia, senza mamma, papà e sorella.

Ora Gabriele vive con sua zia, la sorella di Letizia, e la sua famiglia, e stamattina, assieme a lei e ai nonni, è venuto a Messa da noi.

Non ha servito la Messa con le vesti da chierichetto, come era solito fare, ma stava attento e buono al primo banco, lo osservavo, mi inteneriva, sembra uno scricciolo ma evidentemente è un leone.

Al momento della comunione sono solita portare in fila con me Francesco e Giovanni, che in genere rimediano una benedizione o almeno un colpetto sulla testa dal sacerdote, oggi invece loro sono andati con Stefano, quindi io ho cercato di attirare l’attenzione di Gabriele per farlo venire con me, ma senza successo.
Quando sono tornata a posto, poi, ho guardato per vedere se la sua zia/mamma l’avesse portato, e ho visto che a un certo punto, quando sono passate le bambine ostiarie, lui si è avvicinato e deve aver detto loro qualcosa. Poi è tornato a sedersi.

Insomma, dopo la comunione, finito il canto, Gabriele è salito sull’ambone e ha letto la preghiera di Charles de Foucald.

E, lette da lui, quelle parole, sono state più forti del terremoto che gli ha portato via la famiglia, più taglienti del dolore che si respirava in chiesa il giorno del funerale, più efficaci di qualsiasi sermone e di qualsiasi testimonianza.
Quelle parole, lette da lui, sono state un miracolo sotto i nostri occhi.

“Fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio”

Qualunque cosa…

Per alcuni “qualunque cosa” ha un significato ben diverso che per altri, e anche se credo che nessuno possa dirsi esente dalla difficoltà e dalla sofferenza, è pur vero che alcuni sono più provati di altri.

Ma la cosa che è successa oggi, ancora una volta mi ha confermato che il Signore non abbandona, non molla, sostiene, si prende cura dei suoi figli, li riempie di coraggio e di forza anche nei momenti più difficili, e fa fare loro cose che umanamente sembrano impossibili, dona speranza anche contro ogni speranza.

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Isacco e la felicità

di Anna Mazzitelli

La felicità di Anna e Stefano?

Si chiede, e ci chiede, una persona che legge il nostro blog, e che ci ha spesso scritto.

Dopo gli ultimi post non ha più potuto tenere per sé questa domanda, e ce l’ha posta scrivendoci una lettera di getto e col cuore in mano, nella quale si percepisce appieno la sua angoscia nei nostri confronti (e nei suoi), nei confronti del nostro rapporto con la felicità.
Cita varie cose dette da noi nei post passati, e riconosce che ci può essere pace, affidamento, serenità e assenza di disperazione, pur in una situazione come la nostra.

Ma la felicità?

Un conto è accontentarsi, un conto è essere contenti.
Un conto è non essere disperati, un conto è essere gioiosi.

Io e Stefano abbiamo passato gli ultimi due giorni ad un ritiro spirituale assieme alle coppie della parrocchia, con le quali durante l’inverno abbiamo fatto un cammino, alcuni incontri formativi e di confronto.
Se il cammino è stato bello, il ritiro è stato fondamentale.

L’argomento era centrato su Abramo, al quale viene chiesto di lasciare la sua terra e tutto ciò che ha in vista di una promessa non meglio identificata, almeno all’inizio. Abramo si fida e parte.
Poi la promessa diventa la promessa di un figlio, di una discendenza. Ma Abramo è vecchio e sua moglie pure.
Malgrado Abramo si fidi, ne combina di tutti i colori, fino a farsi convincere dalla moglie a fare un figlio con un’altra.

Alla fine, però, Dio è fedele alla sua promessa, Sara rimane incinta e nasce Isacco.

Catechesi a non finire su Isacco e Ismaele, su come riconoscere il bene e il non-bene, messe, vespri, condivisioni, riflessioni, fino a stamattina, quando Don Emanuele, il sacerdote che ha accompagnato il nostro cammino, ci ha spiegato il brano del sacrificio di Isacco (Genesi 22).

Abramo finalmente è felice, si è finalmente compiuta la promessa di Dio, Abramo ha un figlio, la sua discendenza è possibile. Isacco per Abramo rappresenta tutto, è il Dono di Dio, tutto quello che Dio gli ha promesso si è realizzato in Isacco.
E Dio che fa? Gli chiede proprio quel figlio.

Ma cavolo, dai, non può essere vero!

Abramo viene messo alla prova là dove è la sua più grande paura: quella di perdere suo figlio. Don Emanuele ci ha spiegato che Dio ti mette alla prova sempre in questo modo, ti fa entrare nelle tue paure per darti la prova del modo in cui Lui tiene a te.

Per Abramo, Isacco rischia di diventare una prigione, Dio glielo chiede indietro per fargli scoprire il suo rapporto con Lui, per farlo camminare verso di Lui. Isacco non è per Abramo, è per far entrare Abramo in relazione con Dio.

Ok, bellissima catechesi, ora pensate ai vostri “Isacco”. Un’oretta di riflessione.

Va bene, Signore, tu mi hai dato il mio Isacco, poi me l’hai chiesto indietro, e io mi sono abbandonata alla tua volontà. Però la differenza è che Abramo ha sacrificato un ariete, io mio figlio l’ho visto morire veramente. Isacco è sceso dal monte con Abramo (benché non venga più nominato), io il mio bambino non ce l’ho più.

Però ho messo i pezzi al loro posto, pezzi che tentavo di incasellare da quando Filippo si è ammalato, e che a volte mi riusciva meglio, a volte per niente, e ho capito questo:

Da quando ero ragazzina la mia paura più grande è stata quella di perdere un figlio. Quando avevo 16 anni un mio amico ha avuto un incidente con la moto ed è morto sul colpo. Vedere sua madre straziata ha fatto sì che quella fosse la mia paura più grande, da sempre.

Poi, quando Filippo si è ammalato, perderlo sul serio era diventata una possibilità reale, con la quale fare i conti veramente, non solo durante incubi notturni o in trip depressivi legati a sbalzi ormonali.

Vedere in ospedale le mamme dei bambini, amici di Filippo, che non ce l’hanno fatta, è terribile, e questo ha sempre alimentato la mia paura di perdere mio figlio.

Quando, dopo l’ultima recidiva, ho capito che quella non era più solo un’eventualità ma era diventata la realtà, ho capito che la mia paura più grande non era perdere mio figlio, ma era perdere Dio, a causa della perdita di mio figlio.

E quel giorno, sul divano, quando in preda a dolori che non si riuscivano a gestire in nessun modo, Filippo mi ha chiesto: “Mamma, ma quando mi passano tutti questi dolori, tutte queste cose?”, io gli ho risposto: “Filippo, non so rispondere a questa domanda, non lo so quando ti passeranno tutte queste cose. Però se non ti passano, te ne vai subito in Paradiso, va bene?” e lui mi ha detto: “Va bene”, ho capito che in quel momento avevo consegnato il mio Isacco al Dio che me lo stava chiedendo, avevo preparato la legna, l’avevo posto sull’altare e stavo aspettando che se lo portasse via.

E la paura di lasciarlo andare, di perderlo, non c’era più, era stata sostituita dalla paura di perdere il mio rapporto con Dio.

Ma Dio, così come ha dato ad Abramo la sua discendenza, ha concesso a me di non disperarmi, di non allontanarmi da Lui, non mi ha lasciato andare, e quotidianamente sperimento il miracolo che Lui compie per me.

E questo non significa che non ci sia dolore, che non ci sia senso di vuoto, nostalgia, mancanza. Il dolore, il senso di vuoto, la nostalgia, la mancanza ci sono tutti, pieni, completi, tali e quali a quelli che ci sarebbero stati se non mi fossi fidata e affidata.

Ma accanto a tutto questo c’è anche la Sua consolazione, che non so spiegare, ma che mi permette, malgrado tutto, di essere felice, e di sorridere quando penso a mio figlio.

Quindi, caro Maurizio, la felicità è possibile, ti assicuro, la fiducia nel futuro, la speranza, la pace sono tutte cose possibili. E anche quando ci sembra irragionevole, anche quando ci sembra al di là delle nostre capacità, offrire il nostro “Isacco” a Lui è l’unica strada per raggiungerle.

Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo (Sal 125).

 

Dove sei papà?

di Stefano Bataloni

E’ trascorso tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui e tanti sono i motivi che mi hanno tenuto lontano. Cose di tutti giorni, cose di vita normale, cose che succedono a chiunque, cose importanti, non certo solo pigrizia.

Non è stata però una lontananza solo dallo scrivere, è stata una lontananza da qualcosa di più importante; e mi rendo conto che forse ha portato un po’ a perdermi.

Qui siamo partiti con il raccontare i miracoli che sono piovuti dal Cielo assieme alla malattia e alla morte di nostro figlio Filippo. Qui si è riflettuto sulla Parola di Dio, sulle cose della vita e sul senso che riusciamo a dargli.

In questi mesi invece, sono stato rapito da pensieri e impegni: lavoro, famiglia, amici, soldi, vacanze, scuola, progetti.

All’inizio la distanza dalle cose importanti era piccola, era ancora vivo il ricordo delle riflessioni sull’Amore di Dio per noi e del racconto delle esperienze di esso.

Poi, sono stato in ansia per la mia vita, per cosa mangiare o per cosa bere; in ansia per il mio corpo e di che vestire. La vita non è stata per me più del nutrimento, e il corpo non è stato più del vestito. Ho creduto che con la mia preoccupazione potessi aggiungere anche un’ora sola alla durata della mia vita. Ho dimenticato che il Padre celeste sa che ho bisogno di tutte queste cose. Non ho cercato prima il regno e la giustizia di Dio, con la consapevolezza che tutte queste cose mi sarebbero state date in più.

Invano ho faticato, invano ho vegliato. Invano mi sono alzato di buon mattino e tardi sono andato a riposare; ho mangiato pane di sudore.

Col tempo, quindi, la distanza da qui è aumentata e quell’Amore di Dio appariva solo come un ricordo, non più in grado di lasciare traccia in me.

In questo tempo, mi sono affaticato a scavare, tagliare e posare tante pietre, una dopo l’altra, una sopra l’altra, una accanto all’altra, per alzare pareti e costruire tetti.
Ma ho scartato la pietra d’angolo.

Lontano da qui, da questo blog ma anche lontano da Filippo. Lontano dal parlare con lui, dal pregare con lui, dal visitarlo, dal ricordarlo, dal fare tesoro delle cose che grazie a lui ho imparato. Ho scartato colui che più di tutti nella mia vita è stato simile alla “pietra d’angolo”.
Dove sono stato?

Poi, ieri mattina ho ricevuto questo messaggio da una amica:

Stanotte ho sognato Filippo
In piedi, davanti ad una libreria, con lo sguardo cupo mi chiedeva dove fosse il suo papà. Io rispondevo che non poteva essere lì e che se avesse voluto, avrei potuto leggere un libro con lui.
In mano aveva una copia del Piccolo Principe, in rosso e un piccolo libricino a forma di volpe.
Abbiamo letto e abbiamo riso.
E’ stato un bel sogno.

Un altro miracolo è piovuto.

“Fate tutto quello che egli vi dirà”

Link alle Letture della II Domenica del tempo ordinario (Anno C)

Is 62,1-5      Sal 95      1Cor 12,4-11      Gv 2,1-11

Commento alle Letture della II Domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Siamo a delle nozze, a un matrimonio. Ma è un racconto un po’ strano, perché quando si fa un matrimonio, di chi si parla? Degli sposi. E’ la prima cosa che si dice quando si racconta di un matrimonio.
Ma qui non se ne parla, c’è solo un accenno allo sposo, a un certo punto, altrimenti non se ne parla.
Quindi quello che ci interessa non sono gli sposi, non è la storia del matrimonio tra queste due persone.

Oggi con questo Vangelo il Signore ci vuole dire certamente qualcos’altro.
Infatti siamo nel Vangelo di Giovanni, e noi sappiamo che Giovanni, quando scrive, ci vuole dire qualcosa di più profondo.
E se avete ascoltato bene, alla fine del Vangelo, Giovanni dice che questo è l’inizio dei segni che Gesù compirà.

Abbiamo festeggiato l’Epifania, cioè la manifestazione di Gesù nel mondo.
Domenica scorsa abbiamo festeggiato il battesimo di Gesù, che è l’inizio della sua vita pastorale, quando inizia a farsi conoscere al mondo dopo trent’anni di silenzio.
E adesso, con questo Vangelo, Gesù inizia con un primo segno.
Cerchiamo di capire cos’è questo segno.

Io un giorno vi ho dato un segreto: per capire cosa il Vangelo ci vuole dire, la Chiesa durante le Messe domenicali ci mette altre letture che si collegano al Vangelo per farci capire come leggerlo, perché un Vangelo si può leggere in tanti modi.

E cosa ci dice la prima lettura, che è tratta dal libro del profeta Isaia?

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata

come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.

Questo significa che non stiamo parlando del matrimonio tra un uomo e una donna, ma di Dio con il suo popolo, e questo è il senso di questo Vangelo.

Allora qual è la scena?
Gesù è a questo matrimonio, e ci sono le giare che sono per la purificazione. Che cos’è la purificazione?
Per Israele all’epoca c’erano delle leggi molto precise, prima di mangiare bisognava purificarsi.

Quelle giare sono vuote, come per dire che la legge antica non ha più senso.

Maria va da Gesù e gli dice: “Non hanno più vino”.

A cosa serve il vino nelle nostre feste? Il vino dà allegria, dà un’aria di festa.
Non c’è più vino, quindi è un problema per la festa.
Ma se questa storia del matrimonio non è la storia di un matrimonio ma è la storia della nostra vita?

Maria dice a Gesù: “Non hanno più vino”.
E’ un po’ come nella nostra vita, quando noi cerchiamo di seguire il Signore, ma la nostra fede diventa un po’ stanca, facciamo fatica a seguire il Signore. E’ un po’ come nella vita quando non c’è più vino, non c’è più gioia, facciamo fatica a vivere la nostra fede.

Maria non è solo la mamma di Gesù, è anche la prima discepola di Gesù, quella che lo segue per prima, quella che starà poi sotto la croce. Maria è la prima a seguire Gesù.

E gli dice, quindi: “Non hanno più vino”.
E lui le risponde: “Donna, non è la mia ora”.
Forse Gesù non ha capito bene, Maria gli dice “Non hanno più vino” e lui le risponde “Donna, non non è la mia ora”.

Non è una risposta logica, ma non è logica perché non stiamo parlando del matrimonio.

Qual è l’ora di Gesù? L’ora di Gesù è quando dà la vita sulla croce.

Quindi dobbiamo mettere insieme tutti gli elementi che abbiamo elencato finora:

Abbiamo le giare per la purificazione, e sono vuote, e abbiamo detto che queste sono la legge di Mosè, che ormai non ha più senso.
Poi abbiamo Maria che dice: “Non hanno più vino”, e abbiamo detto che il vino è la gioia, la fede.
E abbiamo la risposta di Gesù che dice: “Donna, non è la mia ora” ma sta parlando della croce.

Come possiamo mettere insieme tutti questi elementi?

Gesù è venuto a ridar vita a un popolo che non seguiva più il suo Dio, che si era perso nelle sue leggi e non trovava il senso della sua vita.

Gesù è il vino nuovo, con il suo sangue ci ridà vita. Gesù è il vino nuovo.

Noi cosa siamo chiamati a fare?

Maria va dai servi e dice loro: “Fate tutto quello che vi dirà”.
I servi siamo noi. E noi non abbiamo il vino, perché il vino è Gesù, ma noi abbiamo l’acqua, quel poco che abbiamo è quell’acqua che i servi mettono nelle giare.
E quando Gesù entra nella nostra vita trasforma quest’acqua, questo poco che siamo, lo trasforma in vino.

Allora noi siamo chiamati oggi da Maria a seguirlo. “Fate tutto quello che vi dirà”. Anche se non capite. I servi non sanno.

Lui dice”Riempite d’acqua le giare”. I servi non sanno perché lo stanno facendo, le riempiono fino all’orlo. Poi lo capiranno. Poi quell’acqua diventa vino, ed è migliore di tutti gli altri vini di prima. Gesù dà senso alla nostra vita.

Allora noi siamo chiamati solo a portare il poco che abbiamo, quest’acqua con cui riempire le giare. E siamo chiamati alla fedeltà cioè fare quello che Gesù ci dice.
Ma poi tutto si trasforma, il Signore trasforma questa poca acqua nelle giare in vino e ridà vita.

Allora chiediamo oggi al Signore di aiutarci a essere fedeli, e soprattutto di dare tutto quello che abbiamo, anche se è poco diamolo al Signore, perché lui può trasformare la nostra vita.

Vedete allora nel matrimonio di due sconosciuti l’evangelista Giovanni ci vuole far capire che solo Lui dà senso alla nostra vita, perché noi siamo come quelle giare, un po’ tristi, un po’ vuote, manca qualcosa. E questo qualcosa è Gesù che ce lo da.

Amen

Fate questo in memoria di me

Link alle Letture del Corpus Domini (Anno B)

Es 24,3-8   Sal 115   Eb 9,11-15   Mc 14,12-16.22-26

Commento alle Letture del Corpus Domini (Anno B)

di Don Stefano Cascio

La solennità del Corpo e Sangue di Cristo che festeggiamo oggi ci porta nel cuore della nostra fede.

Perché diamo solennità a questo momento? Festeggiamo un Sacramento, è strano.

Forse perché è il cuore dei Sacramenti, forse perché è la base di tutto.

Henri de Lubac, che è stato ripreso poi anche da Giovanni Paolo II diceva: “L’Eucaristia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucaristia.”

Cerchiamo di capire perché è così importante per noi l’Eucaristia, cosa significa, perché mi sembra che poco a poco abbiamo perso il senso.

Perché dico che mi sembra che abbiamo perso il senso? Perché se guardiamo le nostre comunità, in particolare la domenica, vediamo che non si vive più come si dovrebbe vivere l’Eucaristia domenicale.

Forse partecipiamo poco e siamo diventati spettatori, forse è dovuto ad anni e anni, in passato, prima del Concilio Vaticano II, in cui si guardava più che partecipare a quel momento e al rito della Messa. E siamo rimasti così.

Ancora oggi non abbiamo capito qual è l’eredità del Concilio Vaticano II, che ormai 70 anni fa è stato celebrato qui a Roma.

Allora cerchiamo di capire meglio cosa vuol dire il Signore invitandoci a fare memoria di questo evento.

Come avete sentito, il Vangelo di Marco ci ricorda l’ultima cena di Gesù, il momento in cui lui dice “Fate questo in memoria di me”.

Cosa significa “fare memoria” in questo caso?

Non è solo ricordarsi di quello che ha fatto Gesù. Non è solo un ricordo, come i nostri nonni si ricordano che cos’era la guerra (i bisnonni, adesso). Non è solo un ricordo del passato.

Fare memoria in questo caso è rivivere il momento, è far presente il Sacramento.

Ora tutto questo cosa significa per noi?

Gesù durante l’ultima cena istituisce l’Eucaristia.

Istituire in latino non significa fondare, significa insegnare.

E cosa ci insegna Gesù durante quest’ultima cena? Ci insegna a dare la nostra vita come lui l’ha data. Ci chiede di essere i suoi imitatori.

Vi siete mai resi conto che lui ha scelto il pane e il vino? E come si fanno il pane e il vino?

Si fanno con il chicco di grano che viene macinato, e con l’acino dell’uva che deve essere pestato.

Ecco noi dobbiamo essere così, noi dobbiamo morire a noi stessi. E per quale motivo dobbiamo morire a noi stessi, a cosa ci serve, dove ci porta?

A creare un solo corpo.

Perché vedete, l’Eucaristia dovrebbe essere una, ci dovrebbe essere il Vescovo, i suoi sacerdoti, i diaconi e il popolo, tutti insieme a celebrare.

Poi la Chiesa è cresciuta, il cristianesimo si è allargato e non era più possibile celebrare tutti insieme, allora oggi si celebra in tutte le nostre comunità. E anche lì ci dovrebbe essere una sola Messa, ma siamo cresciuti e abbiamo dovuto dire più Messe la domenica.

Ecco perché è brutto dire la messa dei bambini, degli anziani, dei giovani, degli studenti, perché la comunità è una e noi qui dobbiamo formare un solo corpo.

Ma per poter formare un solo corpo dobbiamo morire a noi stessi, cosa che non è mai facile.

Io devo dare la vita per l’altro, è quello che il Signore è venuto a insegnarci morendo sulla croce.

Ma tutto questo morire a se stessi a che cosa porta? Qual è il senso della nostra vita cristiana, che cosa stiamo celebrando qui sull’altare?

Noi non celebriamo e non riceviamo il corpo di Cristo morto. Non siamo la pietà che riceviamo questo corpo morto, noi celebriamo il corpo di Cristo risorto!

Noi siamo qui sulla terra per prepararci a incontrare Dio faccia a faccia.

C’è chi ha avuto la fortuna di arrivarci prima. A noi sembra una sciagura, sembra una cosa triste, invece è la cosa più bella che possa succedere.

Vedete un bambino nella pancia della mamma non sa che cosa gli succederà quando dovrà nascere. Per lui il momento della nascita deve essere una cosa terribile, infatti nasce e si mette a piangere. Deve essere terribile per lui, deve essere la morte questo momento in cui deve uscire, sta così bene nella pancia della mamma.

Pensate alla nostra vita: è un po’ così. Dopo la nostra nascita, quando siamo qui sulla terra, è come se fossimo nel grembo aspettando la nuova vita, quella con Cristo. Questo è il cammino che noi dobbiamo fare.

Allora noi celebriamo qui non Cristo morto, ma Cristo che ha dato la vita, è morto ed è risorto per noi!

Ed è questa resurrezione che noi celebriamo ogni domenica, Pasqua della settimana.

Allora solo volti di gioia dovrei vedere qui in Chiesa. E’ un momento bello, noi celebriamo la resurrezione del Signore insieme, e celebrando la sua resurrezione celebriamo la nostra, perché siamo chiamati a risorgere anche noi, e da cosa risorgiamo? Dal peccato, dalla morte di quello che ci uccide ogni giorno qui sulla terra. Allora la mia vita è piena di speranza, e quando esco da questa chiesa il mio volto dovrebbe essere diverso, ho incontrato Cristo risorto.

Ricordatevi gli apostoli, erano paurosi, richiusi nella loro sala, dopo la morte di Gesù. Gesù appare, risorto, e loro escono contenti a proclamare la resurrezione del Signore.

Ma non dovrebbe essere la stessa cosa per noi ogni volta che riceviamo Cristo risorto dentro di noi? Ogni volta che facciamo la Comunione non lo stiamo ricevendo nella nostra vita?

Ma ci rendiamo conto di quello che noi celebriamo qui ogni domenica? Ci rendiamo conto che questo dovrebbe cambiare la nostra vita, il senso della nostra vita, il nostro sguardo verso gli altri?

Allora dovrebbe essere un momento importante per noi ogni volta che andiamo a fare la Comunione, come se fosse la prima, e l’ultima!

Solo che noi ci abituiamo alle cosa belle e non ci rendiamo neanche più conto di quanto sono belle.

Gesù si offre a noi risorto. Questo miracolo che si fa qui ogni domenica, ci crediamo sì o no? O preferiamo andare alla televisione a guardare le trasmissioni sui miracoli, quando ce l’abbiamo qui, il miracolo, lo riceviamo.

Allora tutto cambia se io mi rendo conto di quello che sta succedendo qui. Allora lo voglio celebrare, lo voglio cantare, lo voglio pregare.

La nostra comunità sarà diversa se vive realmente l’Eucaristia, in rendimento di grazia, se realmente capisce che Cristo è realmente risorto, anche per me, anche per te.

Allora non diciamo più “amen”, perché Amen vuol dire così sia, vuol dire ci credo, deve essere un AMEN convinto.

Quando canto, CANTO!

Sant’Agostino diceva “Cantare bene vuol dire pregare due volte”.

Perché le nostre comunità sono spente? Forse perché non abbiamo più la fede che dovremmo avere? Perché se vado in India, in Africa, lì la fede la vedo, vedo gente fare chilometri per andare a Messa, e noi per venire qui alle 9:30 del mattino ci sembra troppo presto.

Dov’è la nostra fede? In cosa crediamo veramente? Qual è il senso della nostra vita?

Vi lascio queste domande che spero potranno trovare risposte quando verrete qui all’altra a ricevere Lui, io spero che troverete qui all’altare il senso della nostra vita, spero che qui a quest’altare noi sempre di più possiamo diventare un solo corpo in Cristo, perché questo è il senso del nostro essere qui.

Sennò distruggiamo la nostra chiesa, andiamo via, non serve a niente, se non è qui la sorgente di tutto, se non è qui l’inizio di tutto.

Cambiamo questo quartiere, cambiamo questo mondo, partiamo da qui, iniziamo a cambiare le cose!

Siamo una bomba nucleare noi cristiani, ma siamo addormentati, non abbiamo fede.

Qui parte tutto. Qui.

Amen.

Io ti prendo come mia sposa

di Anna Mazzitelli

Da qualche giorno mi capita di imbattermi in qualcosa che riguarda il matrimonio, in particolare il matrimonio cristiano.

Ho letto ieri un articolo postato su Facebook da uno dei diecimila amici immaginari di mio marito (il quale concede l’amicizia a tutti/e, se qualcuno volesse approfittarne) che parlava di un esorcista, Monsignor Sante Babolin, al quale un demonio ha detto che non sopporta che gli sposi si amino. Perché l’amore coniugale non è semplicemente amore, ma è amore divino.

Il Monsignore spiegava poi che recitare il rosario tra coniugi è un mezzo potentissimo per tener lontano il demonio.

Domenica ho ascoltato la catechesi sul matrimonio di Padre Maurizio Botta. Quello che riporto è un estratto della catechesi, le cose che mi hanno più colpito e che ho riscritto per non dimenticarle (ma bisognerebbe davvero ascoltarla tutta, comprese le risposte alle domande, è tutto on line):

Il comandamento che Gesù lascia ai discepoli: “amatevi come io vi ho amato”, nel giorno del matrimonio è come se ti venisse detto: “amala come la amo io, amalo come lo amo io!”.

Dio dona all’amore umano di diventare divino, dona a due persone la possibilità di amarsi come li ama lui. Ti concede di amare una creatura come lui ha amato la chiesa, donando la sua vita.

Tutto questo avviene solo con la Grazia di Cristo, solo con la Grazia di Cristo si può amare in modo indissolubile!

Quello del sacramento è un dono, ma è un dono particolare: Dio ci lascia liberi anche in questo, ma ci permette di attingere al dono ricevuto, di chiedere che si sprigioni questo dono. Si diventa sposi, è un dono che si riceve ma che poi si può espandere chiedendo a Dio di amare l’altro come l’ama Lui. In questo senso il matrimonio può diventare la terapia, la soluzione a tanti problemi dell’amore, perché tu, chiedendo di imparare ad amare e ad amare di più, guarisci nel tuo modo di amare che è limitato, con la Sua Grazia.

La preghiera degli sposati è unica, non ce n’è un’altra: “Voglio attingere al dono che mi hai fatto, Gesù voglio ardere della tua passione per lui e per lei, io voglio amarlo come lo ami tu, io voglio amarla come la ami tu, Signore hai promesso che questa cosa me la dai” su questo si impegna il Signore! Tutte le volte che glielo chiedi te lo da, se tu gli chiedi di amare come ama lui, lui te lo da e allora sperimenti veramente una vita nuova.

Insomma, questo per dire che è da quando Stefano ha scritto il post che si intitolava “Il mio orto degli ulivi“, che mi frulla in testa una sorta di risposta, e questa risposta ha preso forma in questi giorni grazie anche a ciò che ho letto e ascoltato.

Il fatto è che in quel post Stefano diceva che all’inizio della malattia di Filippo, e poi quasi per tutto il percorso, la sua preghiera è stata quasi sempre “Sia fatta la tua volontà” e quasi mai “Allontana da me questo calice”.

Quello che voglio dire a mio marito è che “L’uomo lascerà suo padre e sua madre (o sua madre e sua sorella, a seconda delle circostanze) e si unirà alla donna e i due saranno una carne sola”, secondo me vuol dire anche questo: tu pregavi dicendo “sia fatta la tua volontà”, io, contemporaneamente, pregavo: “allontana da noi questo calice, ovvero salva la vita di Filippo”. E con questa invocazione mi sono svegliata la mattina del 20 novembre scorso, fino al momento in cui Filippo ha lasciato la sua vita terrena io non ho smesso di chiedere a Dio il miracolo, la guarigione, la salvezza.

E ascoltare la catechesi di Padre Maurizio e leggere l’articolo su Monsignor Babolin che raccontava quello che il demonio gli diceva non ha fatto altro che rafforzare questa mia convinzione, cioè che io e te siamo una cosa sola, e le preghiere dell’uno si aggiungono a quelle dell’altro, quindi la nostra preghiera non era incompleta, dopotutto, e che la strada per il Paradiso, per noi due, ormai è la stessa e dobbiamo farla per forza insieme, altrimenti in paradiso non ci si va. E ti prometto che cercherò di chiacchierare di meno e di mettere a posto le cose che lascio in giro per casa, ma tu promettimi che mi abbraccerai e mi accarezzerai il viso, e che continuerai a chiedere a Dio la grazia di amarmi come mi ama Lui, perché mi sto abituando all’idea, e mi pare grandiosa!

Anna

Il mio orto degli ulivi

di Stefano Bataloni

Credo che prima o poi nella vita capiti a tutti di  entrare in un “orto degli ulivi”: in una situazione, in un luogo o in un tempo in cui si comincia a penare, si ha paura, si prova angoscia perché si sa che alla fine si andrà incontro ad un dolore o una sofferenza. Quasi mai capita di farlo di buon grado, anzi molto spesso ci si gira a largo; talvolta non si ha scelta.

Duemila anni fa però è accaduto che un Uomo vi sia entrato volontariamente, e da allora nulla è più stato come prima.

Io sono entrato nel mio orto degli ulivi la sera dell’11 agosto 2008.

La settimana che precedette quel giorno, Filippo non era stato bene: aveva avuto febbre, era sempre molto pallido, dormiva a lungo, mangiava pochissimo. Il 10 agosto eravamo stati, io e lui da soli, alla festa di San Lorenzo in una paese sulle rive del Lago di Bolsena ma lui era molto abbattuto, stava sul suo passeggino tenendo in mano un palloncino a forma di dinosauro e guardava con molto poco trasporto le persone del paese che andavano in processione dietro la statua del santo.
Il pomeriggio successivo, rientrato a Roma, accompagnato da mia madre, portai subito Filippo dalla pediatra la quale ci spedì subito al pronto soccorso. Le cose andarono così in fretta che non ci fu il tempo di portare con noi cibo e vestiti di ricambio come si fa normalmente con i bambini piccoli; Filippo arrivò in ospedale a piedi nudi.
L’attesa al pronto soccorso fu lunga e nel frattempo si fece notte; alla fine Filippo fu visitato e gli furono fatti dei prelievi di sangue. Il momento del prelievo fu drammatico e mi catapultò in un mondo che mai avrei pensato di conoscere fino ad allora: era ancora un bimbo piccolo, con piccole vene, il suo sangue era evidentemente troppo denso; per lo sforzo e per il pianto in breve le sue braccia e il suo volto si riempirono di petecchie.
Dopo alcune ore fui chiamato dalla dottoressa di turno, la quale si fece trovare accompagnata da altri medici (imparai col tempo che quello non è mai un buon segno) e mi parlò degli esiti degli esami. Mi disse che Filippo aveva una “leucosi”; pur avendo studiato un bel po’ di biologia lì per lì non capii proprio cosa volesse dire. La dottoressa poi mi spiegò che Filippo aveva troppi globuli bianchi nel sangue, quasi certamente si trattava di leucemia. Allora capii. Fu quello l’attimo in cui entrai nel mio orto degli ulivi.

Come si affronta una cosa così?
In quei momenti, quella sera, devo dire che il ricordo di Colui che per primo entrò volontariamente in quell’orto era piuttosto vago.

Ricordo però che dopo un po’ che avevo parlato con i medici, mentre ancora cercavo di prendere confidenza con quanto stava accadendo, mi ritrovai in una stanzetta del pronto soccorso in attesa di essere ricoverato in reparto, Filippo dormiva su un lettino, nella penombra; piangevo accanto a lui ma mi venne spontaneo dire: “Guardalo Signore, hai fatto un capolavoro. Sono stati 2 anni meravigliosi. Grazie.” Forse solo con la mente, non so dire se anche con il cuore, avevo già fatto mio quel “Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” che fu pronunciato duemila anni fa nel vero Orto degli Ulivi.

Dopo di quella sera la paura e l’angoscia per il dolore a cui pensavo sarei potuto andare incontro, con alti e bassi, non mi lasciarono più ma poi ci furono altri momenti importanti, altri passi verso la comprensione di come poter affrontare una prova così grande.

Eravamo tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, Filippo aveva già avuto una prima recidiva di malattia ed era andato incontro anche a un primo trapianto di midollo osseo. A novembre, la malattia era tornata di nuovo. Se le speranze di guarigione dopo il primo trapianto potevano ancora essere incoraggianti, dopo una seconda recidiva erano ridotte a veramente poca cosa. Io e Anna cademmo in uno sconforto che difficilmente può essere raccontato a parole, eravamo praticamente certi che Filippo non avrebbe avuto molte probabilità di vivere ancora a lungo. Ci aggrappammo comunque alla possibilità di sottoporlo ad un secondo trapianto di midollo, ma ricordo benissimo che affrontammo quel periodo praticamente “spompati”. Non c’era quasi più traccia di quell’abbandono quasi totale alla volontà di Dio che sembrava tanto forte in me quel 11 agosto del 2008.

Poi accadde qualcosa, subito dopo il trapianto Filippo ebbe una polmonite terribile, il polmone sinistro praticamente non funzionava; Filippo aveva fatto il trapianto il 31 gennaio, poi era comparsa la febbre. Il 9 febbraio la TAC aveva mostrato la polmonite, e i medici avevano dichiarato la situazione critica: era in aplasia totale e non aveva armi per combattere l’infezione. Filippo soffriva molto, assumeva 3-4 antibiotici diversi al giorno, il primario definiva quella situazione “silenzio respiratorio”. Ci fu un momento in cui sia io sia Anna fummo autorizzati a stargli vicino nella stanza sterile: per alcuni giorni, contro tutte le regole del reparto, dormimmo entrambi insieme a Filippo.

In quei giorni si strinsero intorno a noi tantissime persone, in moltissimi pregarono per noi e per Filippo e ricordo bene che alcuni chiesero apertamente a Dio il miracolo, che facesse guarire il nostro bambino da quella polmonite. Io rimasi colpito di fronte a tanto calore: nonostante la situazione fosse davvero critica, una situazione che in cuor mio non aveva alcuna speranza di risolversi per il meglio, c’era comunque qualcuno che non si arrendeva affatto e senza alcuna esitazione non si limitava solo a quel “Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”, come sostanzialmente stavo facendo io, ma chiedeva con forza che la vita di Filippo fosse risparmiata.

Il miracolo (almeno noi così l’abbiamo vissuto) avvenne.

Il 12 febbraio, la domenica della nevicata a Roma, Costanza Miriano portò un’immaginetta di Giovanni Paolo II con una reliquia di un suo vestito ad Anna (la reliquia arrivava addirittura dal Giappone). Pochi giorni dopo, ancora una volta infrangendo ogni regola del reparto trapianti, riuscimmo a far entrare nella stanza di Filippo un sacerdote, con una reliquia del sangue di Giovanni Paolo II, e un’amica. Ci fu un momento di raccoglimento e di preghiera; anche le infermiere di turno presero parte a quel momento. Dopo alcuni giorni Filippo era fuori pericolo.

Ma il miracolo più grande, oggi me ne rendo conto, fu che io compresi in quel momento che non dovevo più pregare solo con quel “…non come voglio io, ma come vuoi tu!” ma anche e con un convinto “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!”, esattamente come fece Gesù nel suo Orto degli Ulivi.

Forse troppo ingenuamente o superficialmente c’era stato il mio abbandono iniziale alla volontà di Dio; pensavo davvero di essere in grado di abbandonarmi in maniera così totale a quella volontà quando Gesù stesso, Dio in persona, di fronte alla sofferenza aveva chiesto di poterne essere liberato?

Scioccamente e per lungo tempo, credo di non aver pregato con convinzione per la guarigione di Filippo. Avrei forse dovuto rendermi conto che sebbene la sofferenza accompagni imprescindibilmente la nostra esistenza terrena, non possiamo non esserne ripugnati, non possiamo non essere ripugnati dalla malattia di un bambino o dalla sua morte. Non possiamo non chiedere di essere risparmiati dal dover bere quel calice. Forse solo dopo aver chiesto questo, possiamo davvero abbandonarci alla volontà di Dio.

E allora, come si affrontano le prove più dure della nostra vita?
Non penso affatto di poter dare risposte dal valore universale: sono entrato nell’orto degli ulivi che ha accompagnato la malattia di mio figlio e ora ne sono uscito, nessuno forse si salverà per questo. Ho capito però che senza la venuta di Gesù, duemila anni fa, senza il suo essersi offerto volontariamente di entrare in quell’Orto che poi lo ha portato alla Croce, attraverso la quale tutti noi siamo stati salvati, io non avrei avuto alcun appiglio, io non avrei avuto alcun esempio a cui potermi rifare, sarei stato senza alcuna guida.

Senza di Lui, quel 11 agosto 2008 non sarei entrato nel mio piccolo orto degli ulivi ma sarei certamente caduto in un baratro.