Credete che non avessi paura?

di Stefano Bataloni

 

Arriva un momento nella vita in cui ti rendi conto che la tua storia ti parla, se ti guardi indietro ad occhi aperti capisci che quello che hai vissuto oggi ha da insegnarti molto e forse, se lo racconti, può essere di aiuto ad altri.
A me poche cose davvero importanti sono accadute: incontrare mia moglie, vedere venire alla luce tre figli. E poi combattere la guerra contro la malattia di Filippo.

Non riesco in questi giorni di lotta contro un virus tremendo a non ripercorrere quei giorni di guerra, tante sono le analogie che vedo.

C’era da stare al chiuso, come oggi, inventandosi in ogni momento come far capire a lui che la vita è bella. C’era da stare lontano da amici, parenti e colleghi, come oggi.
C’era da far stare lontano i bambini da scuola, come oggi.
C’era da porre attenzione massima all’igiene, ad ogni dettaglio che potesse proteggerlo dalle infezioni: allora proteggevo lui, oggi proteggo mia madre, i miei suoceri.
C’era da dare fiducia ai medici, alle loro indicazioni, alle loro armi, che talvolta risultavano spuntate ma con le quali combattevano senza tregua la sua malattia.
Si stava in trincea, nel sangue e nel dolore, come capita oggi ai miei amici lombardi, veneti, emiliani e romagnoli.

E credete che non avessi paura?
Avevo paura della mia sofferenza, provavo angoscia per la sua sofferenza.
La paura era mia compagna al risveglio al mattino e nel letto alla sera.
Perché più di tutto c’era da combattere contro la mia presunzione e il mio orgoglio di uomo che crede di poter controllare tutto, che crede la vita sia da vivere a mille all’ora per fare ogni genere di esperienza. E invece tutto mi sfuggiva di mano.
C’era da combattere contro la malata idea che le cure e le medicine fossero l’unica cosa su cui contare, l’unica cosa a cui pensare, come se la vita, la mia e la sua, si giocasse tutta qui.

Poi però è arrivata la sua morte, come quella di tanti che in questi giorni negli ospedali sono consumati dalla polmonite.
E la paura lascia il posto al vuoto di senso.

Io ho visto e per questo sento di doverlo dire forte e chiaro: la lotta sul piano medico contro il male, che sia un cancro o un virus, va combattuta con determinazione e sacrificio, come hanno fatto infermiere e dottoresse di Filippo, come stanno facendo oggi infermieri e medici del nord Italia.
Ma è la battaglia spirituale che conta davvero: non sono riuscito a dare alcun senso alla paura, alla sofferenza e alla morte se non quando ho gettato lo sguardo oltre questa vita, se non quando mi sono diretto là dove il Creatore, nostro Padre, ci attende.

Però affrontare da soli la battaglia spirituale contro il male non è possibile, da soli si fa fatica a guardare verso il Cielo. Mai avrei potuto fare a meno della Chiesa. Dove sarei finito senza la preghiera, la mia e quella di tanti intorno a me? Mai avrei potuto rinunciare alla grazia che procede dai sacramenti. Come avrei fatto senza la Santa Messa?

Ed è stato solo quando ho affrontato la battaglia spirituale che ho capito che senso avesse pure la battaglia medica. Solo allora ho capito che ciò che rischiavo perdendo la battaglia medica non valeva nulla a confronto di ciò che rischiavo perdendo la battaglia spirituale, tanto per me quanto per mio figlio.

Ecco perché mi rattrista vedere tanti intorno a me che caricano di valore assoluto le misure sanitarie a cui ci sottoponiamo per contenere l’epidemia virale di questi giorni e non reclamano a gran voce la necessità di ricevere la grazia di Dio.

12 risposte a "Credete che non avessi paura?"

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  1. Rimasi colpito da ciò che mi disse molti lustri fa una suora dell’ordine del sacro cuore di Gesù ; non ricordo più quella discussione e neppure la ragione che la instaurò, ma non scordai mai più le parole della consacrata, queste: ” fin quando rimaniamo su questa terra, dobbiamo comportarci bene ed osservare le regole…”
    Ecco, io credo, pertanto, che osservare scrupolosamente le misure sanitarie imposte, non significhi sminuire e porre in secondo piano la nostra fede ma, piuttosto, rispettare l’uomo è quindi Gesù medesimo che assunse la nostra natura e fragilità.

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  2. “Ecco perché mi rattrista vedere tanti intorno a me che caricano di valore assoluto le misure sanitarie a cui ci sottoponiamo per contenere l’epidemia virale di questi giorni e non reclamano a gran voce la necessità di ricevere la grazia di Dio.”

    Stefano non ci possiamo meravigliare… se non hai Dio a cos’altro ti aggrappi?
    Si arriva a implorare la Grazia di Dio, quando sei ormai “alla frutta”, quando ogni altra tua sicurezza crolla… e Dio non voglia sia così con una epidemia inarrestabile.

    Certo leggendo l’Apocalisse non è che ci si possa fare tante illusioni (e non sto dicendo sia ora…).

    A noi essere testimoni, come il Signore ci dà la forza di essere.

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    1. Accolgo I tuoi pensieri, ho vissuto la sofferenza della malattia di mio marito, durata 15 anni con due bimbi piccoli. Ora come segretaria di uno studio medico, rivivo parte di quella paura, di quella continua tensione, la mia fede è molto piccola, e sicuramente il mio controllare tutto è ancora Grande. Oggi cerco di lasciarmi Amare dal Signore fragile e paurosa, di vivere e affrontare anche così questa situazione.. Stare e volerci stare dicendo il mio eccomi… Ci sono così..
      Grazie per i vostri scritti..

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      1. @Enza chi ti risponde ha vissuto 5 anni di malattia di Colei che fu mia Sposa, poi salita al Cielo a 40, salutando tre figli non proprio grandi. Ti posso comprendere…

        Ma in quel Tempo il signore si è mostrato veramente Grande Potente e Misericordioso… anche oggi è un memoriale che mi aiuta tanto nei momenti di apprensione.

        Sono sicuro che se ritorni al tempo della prova con i tuoi ricordi, ritroverai perle preziose su cui appoggiarti oggi nel tuo “volerci stare”, che è poi il nostro AMEN come quello di Maria. Al resto ci pensa Nostro Padre.

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  3. @Bariom
    Pure il Papa osserva pedissequamente le misure sanitarie imposte, e credo che nessuno possa sostenere che non abbia fede o non confidi in Dio.

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  4. Anch’io ho il tuo stesso stupore nel vedere che anche tanti cristiani dimenticano che solo DIO CI SALVA e che la salvezza spirituale è la sola cosa che conta. Va benissimo rispettare le regole, cercare di salvaguardare la salute del corpo, pregare molto ed abbandonarsi poi nelle MANI DI DIO.

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  5. Dal tuo commento, ho ricavato il messaggio (forse erroneamente) che, tutto sommato, le misure sanitarie seppur rilevanti, non siano il valore precipuo o assoluto in questi momenti di mestizia, mentre costituiscono una forma assoluta di rispetto che ci rendono meritevoli della grazia celeste.

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    1. No, affatto, il mio commento (sulla base della mia esperienza di ex-ateo, ma percepibile da chiunque) verteva sul fatto che non c’è da meravigliarsi se chi non conosce Dio, assolutizzi qualunque altro terreno percorso.

      Il nostro corpo va assolutamente preservato dalla malattia (o dall’epidemia) con tutti i mezzi leciti a nostra disposizione, sapendo che quand’anche malato, continuerebbe ad essere Tempio dello Spirito Santo.

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  6. @ Bariom
    Chiarissimo, concordo al 100 con te.
    Non avevo pienamente colto quanto volesse significare Stefano B.
    Credo tuttavia che questa durissima prova che sta imponendo a tutti una profonda riflessione circa il senso della vita (e dei nostri costumi), giocoforza, stia già creando valori spirituali; penso, solo per fare un esempio, a tutto il personale medico e paramedico che in questi giorni si sta immolando per la salvaguardia della vita umana: sono saltate tutte le sterili seppur necessarie regole che disciplinano l’attività lavorativa e conta solo la persona, magari prima vista solo come un “caso clinico”.
    Tutti siamo costretti volenti o nolenti al rispetto delle regole; pare che questa malattia, questo virus, abbia imposto un comportamento collettivo che rimanda alla salvaguardia di ogni singolo membro della società: “amatevi gli uni con gli altri, se non con amore, almeno con senso di riguardo”. Questo, potrebbe essere già essere un primo passo verso qualcosa di più profondo.

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