I miei sentieri di ritorno

“La vita è fatta a scale”, dice un ben noto detto popolare, “a volte si scende, a volte si sale”, e si sa, la cultura popolare conserva in sé una profonda sapienza.

In effetti a tutti succede di trascorrere momenti felici e sereni, convinti di avere il proprio mondo sotto controllo, con la sensazione che tutto vada in discesa; e avere momenti tristi e agitati, convinti che il proprio mondo stia cadendo sotto i nostri occhi, con la sensazione che tutto sia in salita.

Guardo alla mia vita oggi e di saliscendi ne vedo tanti: cose e fatti banali spesso, ma anche qualche evento importante.

Da ragazzo ho frequentato con una certa passione e un buon profitto la scuola per tanti anni, coltivando belle amicizie e godendo della stima di amici e parenti; ma poi, all’inizio del liceo, ho perso completamente la testa appresso a due amici scapestrati e mi sono ritrovato a prendere insufficienze in quasi tutte le materie, a subire lavate di capo perché non studiavo ed ero sempre in giro a far danni.

Da adolescente ho immaginato la mia famiglia unita per sempre: mamma, papà, io, mia sorella tutti sotto lo stesso tetto, forse non pienamente felici ma sereni; poi papà è andato a vivere altrove e io sono diventato l’uomo di casa che doveva raccogliere i cocci.

All’università ho iniziato con entusiasmo, assieme a tanti amici, la facoltà di ingegneria, sognando un lavoro importante e ben remunerato ma dopo due anni ho capito che la mia strada era un’altra.

È arrivato il momento di mettere su famiglia, ci sono riuscito e l’ho fatto così bene come mai avrei immaginato quando ero ragazzo. Ho sperato di poter andare a vivere vicino casa di mia madre ma mi sono ritrovato a chilometri e chilometri di distanza, senza che lei sapesse guidare l’auto, senza riuscire a starle vicino ogni volta che volevo.

Ho sperato di costruire un bel rapporto con mia sorella, di trascorrere i nostri anni essendo sostegno l’uno per l’altra, di vedere un giorno giocare serenamente i nostri figli tutti insieme, ma per lunghi periodi io e lei non ci siamo quasi parlati e ancora oggi non va molto meglio.

Ho desiderato con tutto il cuore un figlio, l’ho avuto, era meraviglioso, perfetto; l’ho coccolato, lavato, accudito, gli ho letto libri, ho giocato con lui e ho scoperto l’Amore più grande e più vero, l’Amore totale che non ti aspetti possa uscire dal tuo cuore. Con lui, malato, mi sono ritrovato solo in ospedale, in una notte in cui tutto sembrava perduto, con mia moglie ricoverata nel padiglione ospedaliero accanto, con una minaccia d’aborto. E poi sono tornato a casa con due bambini e una moglie meravigliosa e ho vissuto con loro i giorni più belli della mia vita.

Ho visto la vita di quel figlio malato lasciare il suo corpo mentre gli tenevo le mani; ho versato lacrime per giorni e poi ho ringraziato Dio per ogni singolo istante che mi aveva concesso accanto a quel mio figlio, sentendo di non poter dare senso alla mia vita senza anche uno solo di quegli istanti.

Ho lavorato tanti anni senza un posto fisso, per alcuni mesi sono anche rimasto senza impiego, con due figli da crescere, sentendomi incapace di dare loro l’esempio di un padre che manda avanti la famiglia, ma poi è arrivata la vittoria in un concorso pubblico e ora sono stimato e apprezzato per le mie capacità.

Ho creduto di non riuscire mai a superare la paura di salire su una montagna e ora non riesco a trovare un’attività che potrei fare con maggior passione.

Ho desiderato una casa ordinata, curata, elegante, ben arredata mentre vivo in una casa, seppur grande e bella, in cui non ci sono due mobili che si abbinano tra loro e il disordine, il più delle volte regna sovrano.

Ho acquistato ogni più sofisticato (e costoso) ritrovato di tecnologia, ogni gadget o arnese, gloriandomi della loro efficacia e potenza, scoprendo alla fine che non ne avevo davvero bisogno.

Quanti gradini scesi con euforia e quanti gradini saliti con fatica. Quanti voli pindarici con la fantasia e quante cadute sulla realtà concreta. Quanti premi per cui esultare e quanti rospi da ingoiare. Nulla di così straordinario, certo, una vita come quella di tanti altri.

Se da un lato mi riesce facile ringraziare Dio per tutte le grazie e i doni che mi concede, per tutte le occasioni in cui permette che la vita mi sorrida, dall’altro mi riesce altrettanto facile percepire la bruciante sconfitta di certi “no” che la vita mi riserva o soffrire per il mio orgoglio ferito.

Don Luigi, un bravo e giovane sacerdote, uno tra quelli che hanno celebrato i funerali dei loro ragazzi morti sotto i tetti crollati per il terremoto, uno che se ne intende quindi, con una bella espressione, chiama questi no dei “sentieri di ritorno: momenti in cui te ne torni a casa frustrato e con la coda tra le gambe.

Eppure, lui dice, questi sentieri aprono la strada al nostro io più profondo, al nostro essere più autentico, “esperienze di autenticità” li definisce. Ogni no e ogni delusione non fanno altro che strappar via da noi qualcosa di inutile e superficiale, che non serve, che non è davvero nostro, una vera e propria zavorra, portando alla luce le nostre vere ricchezze; tolte via le sovrastrutture che col tempo vi abbiamo depositato quello che resta di noi è oro puro.

Oggi, sento proprio su uno di quei sentieri di ritorno, sono alla ricerca del mio oro. Medito, allora, queste parole, citate proprio da Don Luigi e tratte da “Diario di un Dolore” di Clive Staple Lewis:

Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. E’ piuttosto una chiamata in giudizio, dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici. Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù.

Comprendo che proprio in questi momenti opera grandemente l’Amore di Dio: attraverso di essi Egli compie quel lavoro paziente e misericordioso, fatto talvolta di picconate ben assestate e spesso di fini movimenti di cesello che ha l’unico scopo di portare alla luce la mia autenticità, la mia qualità. E allora ringrazio per tutti i sentieri di ritorno che ho percorso finora.

Storia di un bambino che (non) è morto

La mia “amica di penna” mi ha mandato questo racconto, scritto da lei, che contiene le sue riflessioni sul significato della vita. E sulla paura della morte. Beh, eccolo qua. 

di Caterina Graziosi

Un giorno quel bambino morì. Non se ne accorse subito. La prima cosa di cui si accorse fu che il dolore improvvisamente smise di stringere il suo corpo. Pensò: meno male, non ne potevo più. 

Poi cambiò la prospettiva. Vide tutto dall’alto, vide se stesso e vide il suo corpo, ma non si sentì affatto triste. Il suo corpo era come un vestito, un vestito che aveva molto amato, e che amava ancora, gli faceva tenerezza come quel costume di spiderman che non gli andava più bene, ma che -ora se ne rendeva conto- gli era sempre stato stretto. 

Poi vide la mamma, il papà, i suoi fratelli, li vide da diverse angolazioni contemporaneamente, dall’alto e anche di fronte, guardandoli bene negli occhi, e sentì di volere loro molto bene e sentì anche il loro amore per lui, voleva quasi restare, ma dietro le sue spalle qualcosa lo costringeva a voltarsi. 

Il bambino li guardò, ma non come un addio. 

E pensò (o disse, ma non c’era differenza) -perché siete tristi, dovete essere felici, perché in effetti io mi sento benissimo, non sono mai stato meglio.- e poi dovette proprio girarsi, e vide una bella luce aperta. 

Cioè, era una luce, ma era anche un passaggio, in invito talmente allettante, e contemporaneamente molto, molto famigliare. Gli sembrava proprio di averla già fatta quella strada, più ci volava dentro, più gli pareva di tornare a casa. E poi, pensò, era fantastico volare in quel modo. 

Ed era tutto molto più vero. Più realistico, ripensando alla vita di prima, quella sì che sembrava sbiadita. Non brutta. Ma come se fosse stata meno viva. Mentre ci volava dentro vedeva che in fondo c’era una luce, ma che non faceva male agli occhi come quando guardava il sole, e poi c’era questo vento tiepido che accarezzava ogni parte di lui. Gli venne un dubbio. Si guardò le mani, le aveva ancora? Le mani c’erano, ma erano come una traccia di luminosità. Intanto quel vento lo portava verso la luce e infine si fermò. 

La luce splendeva nelle tenebre. Nonostante fosse la luce più potente e viva che avesse visto, intorno c’erano le tenebre. 

Il bambino era molto eletrizzato. In effetti non aveva mai pensato che fosse morto. Visto che non si era mai sentito più vivo di così. 

Cominciò a sentirsi molto curioso. Aveva una gran voglia di giocare e divertirsi. Appena si formò questo pensiero, che era quasi come una voce, la luce rispose. Quella luce era molto divertita pure lei. Era ironica. Era anche un po’ bambina. Sembrava aspettasse che il bambino si scatenasse e iniziasse a giocare. 

Il bambino sentì qualcosa di infinito che lo riempiva, come fosse stato un palloncino, e quella cosa non poteva essere che amore, ma neppure il giorno di compleanno si era sentito così amato e voluto. 

Così cominciò a volare, a fare le capriole nel vuoto, ma non era vuoto. Si accorse che era lo spazio infinito. Vide tutto. Le stelle, le nebulose, infiniti pianeti e soli, bastava pensarlo, e immediatamente vi penetrava dentro, li attraversava e si accorse che tutto era formato da una sola sostanza, e quella sostanza era l’amore, la stessa di cui era fatto lui, la differenza era che lui aveva una identità ed era amato “meglio”, e interamente, e si accorse che non avrebbe mai fatto una cosa abbastanza brutta perché quell’amore venisse a mancare. 

Pensa te, tutti questi scienziati che si scervellano per capirci qualcosa, ma è tutto così semplice.

 Gli apparve tutto molto ovvio, la creazione, il tempo, il mondo, l’uomo. Era come se vedesse le cose da un punto di vista diverso. 

Nonostante gli sembrasse che in un tempo lunghissimo e anche brevissimo avesse esplorato tutto l’universo, ovunque si girasse, la luce era sempre di fronte a lui. 

Il bambino in quel momento capì che la vita terrena per lui era finita. Lo capì senza tristezza. 

Lo capì come una cosa che doveva essere compiuta e quindi che lui stesso aveva raggiunto la pienezza.

Allora la luce gli chiese se voleva guardare, e il bambino disse sì. 

Era un sì che risuonò come un eco musicale in tutto il cosmo. 

E vide la sua vita. Vide ogni cosa, anche le cose brutte che aveva fatto, pure quella volta che aveva rotto apposta il regalo di compleanno di suo fratello perché era geloso, ma non glie l’aveva mai detto. Però vide che, come in un film, veniva messa in risalto esageratamente ogni piccolissima azione d’amore. Era come se la luce volesse fargli vedere che ogni atto d’amore valeva 1000 volte di più di ogni dispetto. Quel giorno in cui aveva aiutato suo fratello a scrivere. Quando gli aveva fatto bere l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Quando aveva apparecchiato la tavola senza che la mamma glie lo chiedesse. 

Il bambino si sentiva come il cocchino della maestra a cui si dà 10 anche se merita 7 e mezzo. Ma per la Luce, sembrava che fosse un successone. Il bambino non era scemo, era andato a catechismo, i suoi genitori glie ne avevano sempre parlato, e sapeva benissimo che quella luce era Dio. Si sentiva molto sicuro perché era talmente riempito di amore, che non aveva paura di niente. 

Era morto (sempre che questa parola abbia significato), e non aveva avuto paura un solo secondo.

E così volle fare delle domande. E appena si formavano nella sua testa, la risposta della luce si formava direttamente nella sua mente. Dio rispondeva sempre chiamandolo per nome, e ogni volta il bambino rabbrividiva di piacere a sentire pronunciato da Lui il suo nome.

Perché hai creato l’universo?

Perché l’amore non può che creare

E perché hai creato l’uomo?

Perché volevo una creatura che fosse come me, perché l’amore deve amare qualcuno

E perché l’hai fatto così, cattivo, egoista, vanitoso

No, io l’ho creato perfetto. Un’anima perfetta in un corpo perfetto.

Beh, e allora?…

E allora di angeli che mi lodavano e cantavano da mane a sera ne avevo già abbastanza. Volevo qualcuno che scegliesse di amarmi. E allora l’ho fatto libero.

E’ lì che è venuto fuori il disastro! Protestò il bambino.

Si, ma che valore ha l’amore, se non hai altra scelta? Vedi, così anche il più piccolo, minuscolo, atto d’amore, anche se non è perfetto, anche se inquinato da tanti sentimenti meno limpidi, diventa talmente prezioso…

…che ti salva. Concluse il bambino

Poi aggiunse un pensiero: Sì, ok, capisco tutte le cose brutte che fanno gli uomini che scelgono l’odio, ma le malattie? I terremoti? Il dolore?

Non è questa la domanda giusta. La domanda giusta è: perché ho fatto incarnare l’uomo che ho creato, l’ho fatto nascere nella carne e nel tempo, l’ho inchiodato alla materia, gli ho dato un corpo che si ammala, che si rompe, che ha freddo, in un creato che anche lui soffre e si dibatte?

Sì, è vero, è questa la domanda. Ammise il bambino. Le cose gli apparivano sempre più chiare e facili. Contemporaneamente si accorgeva che solo lì, davanti alla luce-Dio potevano apparire chiare e facili. Arrivò la risposta.

Perché il mio desiderio è riunirmi all’uomo che ho creato, ma solo dopo che lui ha imparato ad amare. Nella libertà. E quindi, nell’imperfezione. Ecco cos’è la vita. La vita è il luogo in cui l’uomo ha l’opportunità di imparare ad amare. E -non meno importante- a farsi amareL’amore ha quasi infinite sfaccettature. Come il mio. Si impara ad amare in un modo particolare da figli, i propri genitori. E’ l’amore che si affida. (come chi si affida a Me)  In un altro modo, un’altra forma di amore è quella per i fratelli. Poi c’è l’amore tra marito e moglie: un amore che sembra facile, perché ci si sceglie, ma è difficile perché si sceglie ogni giorno. Insegna l’amore fedele. Poi c’è l’amore per i propri figli: si impara ad amare donando la propria vita. C’è anche l’amore per lo sconosciuto. E’ l’amore che ha fede. C’è l’amore nella malattia, che vede oltre il dolore ed oltre l’imperfezione, la persona. E’ l’amore della speranza. L’amore che si sacrifica. C’è l’amore silenzioso e nascosto, per esempio quello delle tante persone che pregano per degli sconosciuti, le suore, i frati, persone qualunque. E’ l’amore gratuito che crede nel potere della preghiera. C’è l’amore per il creato, che ricerca la bellezza e l’armonia  i quali suscitano a loro volta amore. C’è l’amore che sfida l’odio, nonostante la guerra e la continua mancanza di giustizia. E’ l’amore senza paura….

Il bambino cominciò a vedere come una moltitudine di vite, illuminate anche solo a brevi tratti da piccoli o grandi barlumi di amore, che creavano qualcosa. 

Anzi, creavano la realtà. Plasmavano le anime, cambiavano il corso degli eventi, o illuminavano una intera esistenza, creavano una reazione a catena imprevedibile e lunghissima, nel tempo e nello spazio. Come un effetto domino. E vide un mondo, in tutti i tempi, illuminato infinitamente più dall’amore che dall’odio.

Accipicchia, pensò. Ma come è possibile che loro, gli uomini laggiù, non lo vedano? E’ così ovvio, così facile.

Vide anche che la sua vita non era monca, ma era completamente compiuta nonostante fosse morto bambino. 

In quel momento si ricordò della sua mamma, del suo papà e  dei suoi fratelli, e (non poteva sentirsi triste) li amò nel loro dolore, e nella loro condizione, perché loro non avevano visto e capito tutto quello che vedeva e capiva lui ora.

Prima che la preghiera si formasse in lui Dio si aprì. 

Il bambino entrò. 

Pensava di avere raggiunto la massima gioia, invece non era così. 

Dio non era uno, in effetti lo aveva pure studiato a catechismo, la trinità. 

Dio racchiudeva tutte le forme d’amore, e anche le più umane, sentì precisamente la presenza di un uomo. In effetti quella presenza era Gesù. Si stupì perché mica era serioso e un po’ noioso come se l’era immaginato. Era ironico, simpatico anche. E molto concreto. Lo vide davanti a sé con una espressione quasi divertita, e gli diceva di seguirlo. Inizio a parlare: 

Qui non ci si annoia. Sì è vero che c’è pace e c’è amore, ed eternità. Ma c’è un sacco lavoro da fare. Per esempio per la tua famiglia. Ci sono grandi progetti per loro, sai. Grandi progetti indipendentemente dalle scelte che faranno, perché noi abbiamo infiniti piani B per tutti. Beh, quasi, infiniti. In più c’è mia madre, sai, lei dà sempre una gran mano, perché ha un istinto tutto particolare per ispirare e consolare e tirare fuori dai pasticci le persone. Sapessi quante Grazie ha a disposizione, ancora inutilizzate: infinite! – (ovvio, che te lo dico a fare?) E giù che se la rideva.

Il bambino anche lui rideva, e così entrò in una moltitudine di persone, alcune delle quali conosceva, per esempio parenti morti prima che nascesse, i nonni, due zii. Tutti di davano un gran daffare,con le vite degli uomini sulla terra… ispirando infinite connessioni d’amore, opportunità di bene, a volte con la sola preghiera facevano sì che una situazione orrenda si trasformava in una splendida grazia. Era un lavoro davvero creativo.

Il bambino capì definitivamente che era tornato a casa, per sempre. E che la vita non si era fermata, ma iniziava. Per sempre. E che non si sarebbe di certo annoiato.

Non sapere altro se non Gesù crocifisso

Era consuetudine, il lunedì, riportare qui l’omelia delle letture della domenica.

In attesa, forse (molto forse), di riprenderla, bisogna oggi raccontare ciò che ci è accaduto ieri pomeriggio che, in qualche modo, costituisce se non una “spiegazione” delle letture domenicali quanto meno una loro “incarnazione”, tanto che quando io e Anna le abbiamo ascoltate durante la Santa Messa ci siamo scambiati uno sguardo e abbiamo intuito che in quel momento il Signore ha voluto darci l’ennesimo amorevole sostegno.

Filippo era salito al Cielo da pochi mesi quando mi scrisse una persona chiedendomi di poter, in futuro, coinvolgere me e Anna in una testimonianza, nell’ambito della sua attività in un gruppo per il sostegno alle famiglie.

Non che fossimo pieni di impegni ma nei mesi successivi non si trovò poi il modo di incontrarci e programmare la nostra testimonianza. In seguito, quella persona acquisì un volto, e avemmo occasione di incontrarci di persona ma, soprattutto, spiritualmente; scoprimmo presto di essere lontani geograficamente ma di  essere fratelli nella fede.

Finalmente, poche settimane fa, trovammo l’accordo per vederci, per rendere la nostra testimonianza. L’occasione sarebbe stata quella della Giornata per la Vita. Ci sarebbe stato addirittura il Vescovo ad attenderci!

Io e Anna abbiamo accettato, pur sentendoci come sempre del tutto inadeguati. Eppure, proprio poche ore prima di partire per il lungo viaggio verso la parrocchia che ci avrebbe ospitato sono arrivate queste parole:

Io, o fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza.
Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione.
La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

…e poi,

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

A queste parole abbiamo cercato di conformare la nostra testimonianza: non c’è stata eccellenza nella nostra parola e nella nostra sapienza. C’era invece timore e trepidazione per un compito così importante: essere luce davanti agli uomini, essere lampada sul candelabro.

Abbiamo cercato di “essere lampada”, raccontando la storia di Filippo, di come abbiamo vissuto la sua malattia, di come la fede ci ha sostenuto, di quale grande conforto abbiamo trovato nella comunità che si è stretta a noi. Soprattutto, però, abbiamo cercato di raccontare che la vita di Filippo, per quanto breve e travagliata sia stata, ci ha regalato doni meravigliosi, a  cui oggi non potremmo mai rinunciare; che la cosa più importante che abbiamo fatto è stato chiedere per lui, nel giorno del suo battesimo, la Vita Eterna, cosicché noi oggi possiamo dire che lui è vivo, come è vivo Gesù risorto. In occasione della Giornata della Vita abbiamo raccontato che questa è la Vita che conosciamo.

Dio giudicherà, se l’olio che ha alimentato la nostra lampada sia interamente venuto da Lui, come noi speravamo. Solo Dio sa, se siamo stati davvero “luce del mondo”.

E’ stata comunque una serata straordinaria: un teatro si è riempito per noi, abbiamo rilasciato interviste e siamo stati fotografati a più riprese. Abbiamo scambiato strette di mano e abbracci. Siamo tornati a casa con gli occhi pieni di volti di nuovi amici, con il cuore pieno di gioie e di dolori che alcune persone presenti hanno voluto condividere con noi, con il cuore ricolmo dell’affetto di amici speciali.

Volevamo raccontare come la potenza dello Spirito Santo si è manifestata nella nostra vita e invece siamo stati noi ad aver ricevuto l’ennesimo dono dallo Spirito Santo.

I regali del terzo tipo

Ospitiamo con gioia la riflessione di questo nostro caro amico, padre di una splendida famiglia con cui si accinge a vivere una Natale diverso da quelli a cui quasi tutti “occidentali”, “del nord” del mondo siamo abituati. Quest’anno si sono fatti un regalo particolare, un regalo che, ne siamo certi, farà piovere miracoli.

di Massimo Ippolito

Volevo scrivere un pezzo ammiccante, che strizzava l’occhio al teologo e al padre di famiglia, allo scanzonato disimpegnato adolescente e al bacchettone DOC. Ma il tempo è poco e il casino in casa è tanto, quindi accontentatevi – se potete – di un pezzo didascalico. Abbiate pazienza.

Conosco tre tipi di regalo.

Del primo tipo appartengono la maggior parte dei regali che ci facciamo. Sono quelle cose che regaliamo agli altri, le compriamo oppure le costruiamo e infine le regaliamo. Appartengono alla categoria anche i regali riciclati, gli scarti che ridoniamo con una faccia di bronzo da Oscar. Dei regali del primo tipo, conosciamo tutto o quasi. Sono i regali di Amazon o di e-Bay dove sappiamo il costo, quanti feedback positivi ha, in quanto tempo viene consegnato, a volte conosciamo anche la reazione che avrà su chi li riceverà. C’è poco altro da dire sui questi regali.

Poi ci sono i secondi. E qui tutti gli innamorati si riconosceranno, ancora di più i mariti e le mogli. Il regalo di secondo tipo sei tu, quando ti doni al tuo lui o alla tua lei. Quando, anche se l’altro lo prenderesti a schiaffi, gli fai un morbido sorriso d’amore. Quando la guardi negli occhi e ci caschi dentro, e capisci che è quella giusta. E un po’ ti preoccupi perché l’aspettavi e l’aspettavi ma ora è arrivata e non sei sicuro di fare bella figura, di non deluderla mai. Il regalo più grande che tu puoi fare: fare dono di te, donare la tua vita a qualcuno.

E poi ci sono i regali del terzo tipo. Non capita spesso di regalarli o forse sì, di sicuro sono regali che fanno tremare i polsi a chi li fa e la reazione di chi li riceve non è mai scontata. Sono quei regali dove nel pacchetto c’è qualcosa ancora più grande, di te che lo doni. Ricordo le tre mattine in cui nacquero le mie tre figlie, nel vederle mi tremarono i polsi. Saprò amarle? Saprò aiutarle a crescere? Potrò ancora passare qualche serata romantica con mia moglie senza che queste verranno a frantumarmi le palle? Son le domande che ogni padre si pone nel momento esatto in cui prende le forbici per tagliare il cordone ombelicale.

Una bella differenza dai regali del primo tipo. Almeno qui, i tempi della consegna non sono affatto certi. Fino all’ultimo. Per non parlare dei feed back positivi e negativi: ci vorrà una vita per raccoglierli tutti.

E la vita che si trasmette è uno di quei regali che si fanno ma che non possiamo controllare. Già abbiamo difficoltà a controllare i regali del secondo tipo, quelli del terzo ci surclassano alla grande. Uno è la vita, un altro è Dio. Vogliamo parlarne? No dico, di come presentiamo Dio ai nostri figli? E delle nostre attese? Oppure delle nostre ansie? I regali del terzo tipo lasciano senza fiato e non puoi neanche sederti per ripigliarti, devi correre in apnea.

Domani sera, la sera del Regalo per eccellenza, appoggeremo sul tavolo, con leggerezza, un pacchettino che ci farà tremare i polsi. A noi grandi, inteso. Le tre figlie (11, 10 e 5 anni) son tutte contente di prendere l’aereo – proprio la notte della Vigilia – e atterrare in Etiopia. Tutta la famiglia in missione per 10 giorni. Una bomba atomica incartata con la carta dei cioccolatini crì-crì.

Quando fai regali più grandi di te, hai paura perché non sai come va a finire. La tua volontà non basta, i tuoi desideri nemmeno. Dai a un figlio la vita e poi? Non puoi proteggerlo per sempre. A volte non puoi nemmeno salvarlo. Ma questo non ci toglie la voglia di dargli la vita.

Così per Dio. Lo fai conoscere ai tuoi figli (per come sai), e poi? Speri che il Signore faccia il resto.

Anche questo viaggio, fortemente voluto, quante mine anticarro nasconderà? E il rischio malaria, e lo stato d’emergenza dichiarato dall’Etiopia un paio di mesi fa e quello che vedranno le bambine e quello che rimarrà seminato nei loro cuori…. e ancora altri 100 e.

La coperta è sempre troppo corta, se vuoi dare una cosa grande ai tuoi figli, sei pronto a perderne altre? Certe volte l’iniziativa è di Dio, quando è Lui che ti dà una cosa grande e te ne toglie altre, devi sperare di capirlo così da vivere con pienezza quel dono.

Altre volte l’iniziativa è tua.

Mettiamo a rischio le nostre figlie, ma ne varrà la pena? Forse stiamo dando loro strumenti per capire, per vivere più pienamente? O forse le esponiamo a rischi inutili?

La risposta forse fra una settimana. O fra vent’anni.

Per la mia piccola Volpe

Filippo è qui,
è vivo, in qualche modo,
è una presenza costante che non ci permette di crollare nella malinconia,
a volte è una sensazione quasi fisica.

Ma Filippo è anche altrove,
dove sono tanti bambini che lo hanno preceduto e seguito,
dove un giorno lo ritroveremo,
felice.

Non è solo per lui, quindi, ma sicuramente è grazie a lui,
che abbiamo organizzato il pomeriggio di domani (27 novembre).

Organizzato è una parola fuorviante, perché ancora non ho ben chiaro cosa faremo e come lo faremo.
Di sicuro ricorderemo Filippo e tutti i bambini che ci aspettano in questo “altrove”.

Per ricordare, quindi, ma anche per raccontarci che la vita può essere dura e difficile, ma è comunque un dono, e come tale è sempre magnifica, e starci dentro vale sempre la pena.

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27 novembre 2016 – ore 16:30
Teatro De Rossi
via Cesare Baronio 127, Roma

Vi aspettiamo.

Quella linea tra la vita e la morte

di Stefano Bataloni 

È successo alcuni giorni fa che un padre e una madre abbiano fatto varcare al loro figlio (o figlia, non si sa), malato da tempo e minorenne, quella linea che separa la vita dalla morte. Lo hanno fatto di proposito, dicono col consenso del figlio stesso. Lo hanno fatto, per la prima volta, col consenso anche della legge.

Per buona parte della sua vita anche mio figlio ha camminato lungo quella linea. Lui non sapeva bene quanto importante fosse quella linea, cosa c’è da una parte e cosa c’era dall’altra. Io ne sapevo solo poco di più.

Nel corso di quegli anni mi sono domandato un’infinità di volte se non fosse meglio, di fronte alle sue sofferenze, che anche lui varcasse quella linea. Per un’altra infinità di volte, di fronte ai periodi buoni e fuori dall’ospedale ho desiderato di non vederlo mai varcarla.

Ho visto Filippo soffrire molto: ricordo il dolore dei prelievi di midollo o delle rachicentesi, i dolori per la polmonite. L’ho visto spento e frastornato a causa dei chemioterapici, l’ho visto arrabbiato per colpa del cortisone. L’ho visto vomitare senza sosta perché non gli avevano dato l’antiemetico. Lo ricordo sanguinante perché senza piastrine, inappetente e con la bocca piena di afte perché il suo organismo era così debole da non riuscire a proteggere e ricostruire le sue mucose.

In quegli anni avremmo potuto “gettare la spugna” diverse volte, tanto più che col passare del tempo la conoscenza sulla entità e la profondità della sofferenze a cui Filippo sarebbe andato incontro è cresciuta via via.

All’esordio della sua leucemia, aveva tante probabilità di sopravvivere, ci dissero circa l’80%. Era scontato dover procedere con la chemioterapia.

Poi andò incontro alla sua prima recidiva e a quel punto le probabilità di farcela si ridussero molto: sottoponendolo a un trapianto di midollo osseo, ci dissero, sarebbero state del 50%. Andammo avanti, il trapianto poteva essere l’occasione buona per ottenere una cura definitiva.

Filippo ebbe però altre due recidive e andò incontro ad altrettanti trapianti, con tutto il carico di terapie, controlli, fatiche, sofferenze e dolori che questi comportarono per il suo fisico e la sua mente.

Noi continuammo ad andare avanti nonostante sapevamo che il secondo trapianto avrebbe avuto solo residuali probabilità di portare alla guarigione e che il terzo sarebbe stato in pratica solo un tentativo disperato.

Fu accanimento nei confronti di nostro figlio? Perché non ci siamo fermati prima? Perché invece quella mamma e quel papà si sono arresi e hanno permesso che venisse tolta la vita al loro bambino?

È molto difficile rispondere a queste domande e sono certo che la mia storia non è come la storia di tante altre famiglie con figli malati. Cosa ne so io di una mamma che dovrà assistere per tutta la vita un figlio che prima di nascere ha avuto emorragie cerebrali e ha problemi agli occhi? O di quella mamma la cui bambina è nata con metà cervello pieno di sangue e deve essere continuamente sottoposta a interventi chirurgici da far tremare le ginocchia?

Io so solo che in tutti gli anni in cui Filippo è stato malato abbiamo sempre conservato la  consapevolezza profonda che la sua vita fosse il dono più grande della nostra vita: un solo giorno accanto a lui, anche l’ultimo respiro accanto lui sarebbe stato quel qualcosa che dava senso a tutta la nostra esistenza; eravamo stati concepiti, eravamo stati uniti e avevamo generato la vita proprio per quegli istanti.

Io so solo che in quegli anni, tra paure, angosce e sofferenze vedemmo Filippo crescere, lo vedemmo ridere felice mentre era attaccato a due o tre pompe per l’infusione dei farmaci, lo vedemmo costringerci a giocare con lui in una stanza d’ospedale mentre noi saremmo stati forse volentieri a piangerci addosso in un angoletto.

L’ultimo trapianto di midollo, quello più disperato, talmente disperato che si fece fatica a trovare abbastanza letteratura scientifica da poter stimare le probabilità di successo, ci ha regalato forse l’anno più bello che abbiamo vissuto vicino a Filippo.

Poi, dopo quell’anno meraviglioso, fummo portati di nuovo vicino a quella linea: ci fu la quarta recidiva di malattia. 

Avremmo potuto andare oltre, i medici ci offrirono pure dei trattamenti che sapevamo avrebbero potuto allungare ancora un po’ la vita di nostro figlio.

Arrivò il momento in cui dovemmo dare una risposta a quelle domande: dovemmo decidere se non fosse meglio per lui lasciare che varcasse quella linea. 

Scegliemmo di addentrarci in un terreno sconosciuto, di accompagnare Filippo a varcare quella linea, ignari di cosa questo avrebbe comportato per lui e di come questo avrebbe cambiato le nostre vite. Non sapevamo affatto se avremmo avuto le forze per affrontare quegli ultimi giorni con nostro figlio. 

Scegliemmo di affidarci.

Ecco, mi appare del tutto evidente oggi che gli anni vissuti con Filippo, solo per aver detto col cuore “Signore, io non ce la faccio, fai tu per me!”, mi hanno scaraventato ai piedi di una croce, la Croce di Gesù. Da lì ho assistito al Suo calvario, l’ho visto innalzato sulla croce; ero lì mentre riconsegnava a Dio Padre la sua anima. Ero lì, insieme a tanti, mentre festeggiavamo la Sua Pasqua di Resurrezione e sono qui, ora, che vivo in attesa di poterlo rivedere.

Con profonda tristezza, mi rendo conto che coloro che non hanno conosciuto quell’Uomo, figlio di Dio, o non gli hanno aperto la porta del loro cuore forse non hanno alcuna possibilità di dare un senso alla sofferenza del loro figlio malato e che oltre quella linea vedono solo il nulla. E allora si rende possibile anche ciò che va contro la natura umana, contro la nostra innata tendenza a difendere il più debole: si rende possibile che una madre tolga la vita al proprio figlio.

La Croce Gloriosa

La Croce Gloriosa del Signore risorto
è l’albero della mia salvezza –
di esso mi nutro, di esso mi diletto,
nelle sue radici cresco,
nei suoi rami mi distendo,
la sua brezza mi feconda,
alla sua ombra ho posto la mia tenda.
Nella fame l’alimento,
nella sete la fontana,
nella nudità il vestimento.
Angusto sentiero, mia strada stretta,
scala di Giacobbe, letto di amore
dove ci ha sposato il Signore.
Nel timore la difesa,
nell’inciampo il sostegno,
nella vittoria la corona,
nella lotta Tu sei il premio,
Albero di vita eterna,
pilastro dell’universo,
ossatura della terra, la tua cima tocca il cielo,
e nelle tue braccia aperte
brilla l’Amore di Dio.

(Omelia attribuita a Melitone)