In principio era il Verbo

di Anna Mazzitelli

Scrivere utilizzando il cellulare non è facilissimo, ma ci provo.

Ci provo perché due cose mi hanno commossa, e ci tengo a segnarle, a ricordarle.

La prima è la grande quantità di messaggi, commenti al mio precedente post, e anche mail personali, che mi sono arrivate dopo averlo pubblicato. Tante persone, più o meno conosciute, più o meno sconosciute, mi hanno scritto per dirmi delle belle cose, per assicurarmi che avrebbero pregato per me, la mia amica di penna si è addirittura messa la sveglia, la mattina della messa per Filippo e Giacomo, per non dimenticare di pregare assieme a noi, per noi.

Non posso non commuovermi e so che sono ripetitiva, ma questa comunione dei santi in cui per anni ho decretato di credere, ogni domenica a messa durante la recita del Credo, e che adesso è la cosa più reale che esiste nella mia vita, continua a sorprendermi.

E assieme ad assicurazioni di preghiere, sono arrivate anche richieste, perché è così che funziona, non importa sapere che faccia hai o dove vivi, se conosco qual è la cosa che ti sta a cuore e per la quale preghi e chiedi di pregare, sei mio fratello, sei mia sorella!

La seconda cosa che mi ha commossa è stato, il 3 gennaio sera, leggere il Vangelo del giorno, Vangelo che era stato letto durante la messa celebrata per Filippo e Giacomo quella mattina. Mi dispiace di non aver avuto la presenza di spirito e la voglia di scrivere subito, avrei dovuto farlo, perché il Vangelo diceva così:

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.

Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio (Gv 1,9-12)

Eccola lì la Luce che cercava Benedetto nel suo Speco, un Vangelo come una risposta, come una conferma, come un regalo.

Grazie a tutti quelli che mi hanno scritto, a quelli che non hanno scritto ma hanno pregato, a quelli che non si sono ricordati di pregare perché avevano la testa da un’altra parte, ma che so che ci sono.

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Mauro

Avrò ascoltato o letto decine di volte il primo capitolo del Vangelo di Matteo che descrive la genealogia di Gesù.

Un susseguirsi di nomi, di padri, di figli e di qualche madre. Nomi noti, alcuni, come Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone; molti nomi strani e praticamente insignificanti, almeno per me, come Esrom, Aminadàb, Naasòn, Booz, Racab, Roboamo, Abìa, Zorobabele, Eliachìm, Azor…fino poi a Giuseppe, Maria e Gesù.

Lo confesso, questo brano dei Vangeli non mi ha mai suggerito molto, se non il fatto che sia una storia che ha la radici in un tempo lontanissimo. Sono certo che Matteo abbia scelto di far iniziare il suo annuncio della Buona Novella con questa descrizione per un motivo importante; sono certo che esso racchiuda molto di più di quello che io riesco a comprendere. La cosa che ha sempre davvero contato per me era che al termine di quella catena di nomi vi fosse Gesù Cristo.

In questi ultimi giorni, però, a causa di un evento importante nella mia vita, sono riuscito ad apprezzare molto meglio come quel susseguirsi di nomi, il loro essere concatenati uno dopo l’altro, la simmetrica ripetizione del numero delle generazioni tra una fase e l’altra della storia di Israele non fosse altro che l’immagine del disegno di Dio su di noi tutti, e soprattutto fosse l’immagine di un disegno di salvezza.

Il rileggere la genealogia di Gesù Cristo, poi, mi ha rimandato ad un’altra storia.

Era l’estate del 1965. Un uomo alto e robusto, di appena 23 anni, è alla guida della sua Fiat 500 mentre percorre una delle strade principali di un paesino di poche anime sulle rive del lago di Bolsena. Accanto a lui è seduta la sua fidanzata, giovanissima, e sul sedile posteriore dell’auto si trova la sorella più grande di lei, appena ventenne. L’auto attraversa l’incrocio principale del paesino e subito dopo si ferma nei pressi di un bar. Seduto nello spazio esterno al bar, intento a contemplare lo sporadico passaggio di automobili lungo la strada, c’era un caro amico dell’uomo. L’uomo scende dalla sua 500, saluta l’amico, scambia con lui due chiacchiere e lo invita a unirsi alla sua compagnia. I quattro salgono in auto e ripartono.

Quel giorno, quell’amico e quella sorella si videro per la prima volta. I due non si piacquero affatto, nonostante fossero comunque due bei ragazzi; la differenza di carattere era grande. In seguito, però, ne nacque una storia e 4 anni dopo, era l’aprile del 1969, i due si sposarono. Due anni dopo, sempre in aprile, io venni alla luce.

Ripensando a questa storia, proprio pochi giorni fa, mi è saltato agli occhi come con ogni evidenza anche la mia vita è nel disegno di Dio; il concatenarsi degli eventi, che a prima vista sembrerebbero del tutto casuali ma che invece, guardandoli oggi, altro non erano che parti di un progetto ordinato, simmetrico, iniziato da lontano e condotto con pazienza, alla fine ha condotto alla mia esistenza.

Il realizzarsi di questo disegno, così come è accaduto per la storia di Gesù Cristo, si è compiuto attraverso piccoli e grandi momenti, attraverso persone deprecabili e persone ammirevoli.

Dio si è servito anche di quell’uomo per realizzare il Suo disegno su di me. Un uomo cresciuto nelle difficoltà, in tempi in cui mangiare ogni giorno non era affatto una certezza; un uomo che perse suo fratello all’età di 10 anni, che fu costretto a lavorare sin da giovane e che per non lasciare la scuola studiava tra le 3 e le 4 di notte, che superò malattie gravissime quando le medicine ancora non si compravano con facilità. Un uomo che ha avuto le sue cadute, che ha commesso i suoi errori come qualsiasi altro uomo che è passato e che passerà su questa terra; ma anche un uomo generoso, forte, determinato che è riuscito a costruire molto con il suo lavoro, che in una vita matrimoniale durata 50 anni è stato benedetto da figli e 5 nipoti. Un uomo “innamorato” di suo padre, quel padre che giunto all’ultima sua ora mori nella braccia della moglie mentre lui era lontano.

Senza di lui, probabilmente, i miei genitori non si sarebbero mai incontrati. Senza quell’uomo io forse non sarei mai nato; senza di lui probabilmente non ci sarebbe stato il mio matrimonio con Anna, non ci sarebbero stati i miei figli.

E così come Dio previde che a conclusione della storia di Israele nascesse Gesù il Salvatore, attraverso Filippo e la sua malattia e gli anni che abbiamo lottato e pregato accanto a lui, anche per me Dio ha previsto un cammino verso la salvezza.

In quest’ora, quando quell’uomo è ormai salito alla casa del Padre, da figlio non posso che innalzare a Dio il mio “grazie” per essersi servito anche di lui per darmi la vita e una via di salvezza.

 

Comunione sì o no?

Premessa: sì, metto le mani avanti… Quello che segue ha carattere assolutamente soggettivo, riguarda il mio personale rapporto con Gesù Cristo, e non vuole affatto essere una esortazione a comportarsi in un certo modo né una presuntuosa attribuzione di una scala di importanza tra le diverse parti della liturgia. Sono solo considerazioni senza pretesa, e la loro validità lascia il tempo che trova.

Diversi anni fa giravo per Roma con un mio amico/collega per una commissione di lavoro. Capitiamo davanti a una chiesa, dalle parti di Piazza Vittorio, decidiamo di entrare e ci troviamo appena prima del momento della distribuzione della comunione, alla fine della messa.

Il mio amico, senza esitare, mi dice di mettermi in fila, e io lo seguo, trascinata dalla sua sicurezza e senza averci riflettuto. Riceviamo l’Eucaristia, aspettiamo la fine della messa e poi usciamo.

Mi è capitato ancora, qualche settimana fa, in giro per Roma con gli amici di Treviglio, di entrare a Santa Maria del Popolo durante la messa, al momento del “padrenostro”. Volevamo vedere i quadri di Caravaggio, ma non si poteva arrivare alla cappellina, perché c’era la messa, e ce ne sarebbe stata un’altra subito dopo. Così siamo usciti un po’ delusi.
Questa volta non ho fatto la comunione, ma ho suggerito a uno di loro di farlo, così alla fine della fila si sarebbe trovato proprio in prossimità della cappellina in fondo, nella navata sinistra, e forse sarebbe riuscito a vedere i quadri.

Conosco la regola che dice che per fare la comunione bisogna aver preso parte all’intera messa. Mia nonna Rosa diceva che la messa “è presa” se arrivi che il sacerdote ancora non ha scoperto il calice (quindi prima dell’offertorio).
Qualcuno dice che bisogna arrivare almeno in tempo per ascoltare il Vangelo.
Il nostro Don sostiene che la messa va vissuta e partecipata per intero, perché liturgia della parola e liturgia eucaristica non possono essere separate e non si può prescindere da una delle due. È quello che cerchiamo di fare sempre.

Altro, però, è trovarsi in giro, entrare in una chiesa, magari solo per visitarla o per riposarsi un po’, e capitare proprio al momento della distribuzione della comunione.

Non ci sono andata con l’intenzione di arrivare tardi, non lo faccio per abitudine, cerco sempre di arrivare prima dell’inizio della messa, ma se entro in una chiesa e lì c’è Gesù, sull’altare, e so che posso riceverlo dentro di me, con tutto quello che comporta… beh, mi sentirei davvero ingrata a non farlo perché non ho partecipato alla liturgia della parola!

Mi viene in mente una ragazza che si prepara per uscire con il suo fidanzato, e in vista dell’appuntamento sceglie i vestiti, si profuma, si trucca e si lava i denti. Bene. Ma se il fidanzato in questione si presentasse sotto casa sua senza aver avvisato, per farle una sorpresa, magari con dei fiori (o, meglio, dei cioccolatini), mi chiedo, lei non lo abbraccerebbe, non lo bacerebbe, solo perché è stata presa alla sprovvista e non ha avuto il tempo di lavarsi i denti?

Addomesticati da Cristo

Oggi Don Stefano ha celebrato la sua ultima Messa comunitaria come vice-parroco nella nostra parrocchia. Dal prossimo settembre sarà parroco in un’altra Chiesa di Roma.
Il suo intervento nella nostra vita ci ha letteralmente salvato la vita.
Stavamo per perdere nostro figlio e lui, che nemmeno ci conosceva, ci ha chiamati e ci ha detto che voleva incontrare Filippo e che voleva dargli la prima comunione.
E’ venuto a casa nostra a celebrare la messa nella sua stanza il giorno prima che nascesse al cielo. Gli ha dato l’unzione degli infermi e l’indulgenza plenaria, ha lasciato nella sua stanza il Santissimo esposto.
Filippo si è addormentato tra le braccia di Gesù, quasi fisicamente.
Don Stefano ci ha aiutati a far diventare la morte di nostro figlio una porta verso il Paradiso.
Per usare le sue parole di oggi, ci ha addomesticati ben bene, e per questo, in qualunque Chiesa di qualunque parte del mondo andrà a finire, sarà sempre un pezzo della nostra famiglia.   

Link alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

At 12,1-11   Sal 33   2Tm 4,6-8.17-18   Mt 16,13-19

Commento alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

di Don Stefano Cascio

Oggi festeggiamo la Solennità di San Pietro e San Paolo.

E’ strano che la festa di due santi così sia una solennità, un momento così importante come Natale, o Pasqua.
Soprattutto se conosciamo i due personaggi: Pietro era un uomo irruento, passionale, un povero pescatore, che dice le cose come le sente, moto generoso, ma poi, tante volte, poi… Ricordatevi quello che succederà durante la passione: rinnegherà Gesù e si metterà a piangere quando si renderà conto di quello che ha fatto.

Per non parlare di Paolo, che andava a uccidere i cristiani, era l’ISIS dell’epoca, andava in giro per uccidere quella che per lui era una setta, quella dei cristiani.

Però noi dopo 2000 anni ci troviamo qui a festeggiare questi due personaggi.
E perché?

Perché malgrado i loro difetti sono stati scelti dal Signore, anzi, Pietro è diventata la roccia su cui costruire la Chiesa, la comunità dei credenti, l’assemblea di Dio.
Perché questi due uomini hanno saputo rispondere a quella domanda che Cristo ha fatto e su cui abbiamo riflettuto già poco tempo fa, una domenica, quando abbiamo letto quel passaggio del Vangelo.
E oggi viene proposta, alla fine del nostro anno pastorale, ci viene proposta la stessa domanda da Gesù.
La prima domanda di Gesù: “Cosa dice la gente di me?” come un sondaggio.

E allora i discepoli rispondono, Pietro risponde, e Gesù dice: “Ma tu cosa dici di me? Cosa sono per te?”

E’ molto bello in modo in cui Gesù sta facendo questo, Gesù non da risposte, ma fa una domanda. Quando ci sono le risposte noi a volte chiudiamo il nostro cammino: ci sono le risposte, quindi basta.

La domanda è più interessante, ti fa camminare nella tua riflessione, Gesù fa domande, tu devi porti questa domanda: “Chi sono io per te?”

Pietro risponde: “Tu sei Cristo, il Messia, il mio salvatore”
Il cammino del cristiano è proprio questo. Certe volte abbiamo bisogno di essere rassicurati, quindi siamo contenti quando la Chiesa ci dà delle risposte certe, e noi siamo tranquilli, ci siamo creati il nostro piccolo nido, i nostri muri, e siamo tranquilli così.

Ma Gesù ti interroga personalmente, non ti da una risposta, chiede a te di rispondere al suo amore.
Cosa risponderò io a questa domanda?
Come l’incontro con Cristo mi ha cambiato?

Ha trasformato in un certo senso Pietro e Paolo, che sono diventati dei discepoli straordinari: Paolo ha evangelizzato il Mediterraneo, tutti e due hanno dato la vita per Cristo.

E io?

Questa mia fede addormentata, quando potrò risvegliarla?

La domanda di Gesù è un po’ la domanda di due innamorati.

Certe volte in una coppia uno dice all’altro “Ma quanto mi vuoi bene? Sono importante per te?”
E l’altro darà forse una risposta, speriamo…

Ecco, la relazione tra Cristo e gli uomini è la stessa cosa, è una relazione d’amore, e in quel dialogo d’amore Cristo ti chiede: “Ma quanto sono importante per te?”

E, dopo la risposta, Gesù a Pietro affida la Chiesa.
Tante volte sentiamo dire “Io credo in Cristo ma non nella Chiesa.

Ma la Chiesa è questa, è questa comunità di uomini che cercano di rispondere a questa domanda, e si aiutano a vicenda a camminare per rispondere a questa domanda. Non è un’istituzione, la Chiesa, è una comunità di credenti, è una grande famiglia che si aiuta, e che cerca insieme di rispondere a questa domanda.

Ed è quello che in questi cinque anni io ho cercato in un certo senso di dare.
San Paolo nella seconda lettura dice: “Il Signore però mi è stato vicino, e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Insieme, come famiglia, come comunità, cerchiamo di portare questo annuncia a tutti. Cerchiamo con la nostra vita di far porre le domande anche agli altri.
Tutte le volte che un cristiano non permette a un altro di interrogarsi su quello che sta vivendo, sulle domande fondamentali della vita, ma giudica solo, dà solo risposte, allora c’è qualcosa che non va.
Il cristiano deve essere per gli altri un punto interrogativo. Guardando un cristiano, uno che non lo è, si deve fare la domanda: “Da dove gli viene questa speranza nel futuro? Perché ha questa gioia profonda dentro il cuore? Perché vive in questo modo? Come fa a essere così?”

I primi cristiani era così che si ponevano, hanno evangelizzato in questo modo. I primi cristiani non hanno avuto bisogno di armi, anzi, erano martirizzati, però come una macchia d’olio andavano avanti, e il cristianesimo si è diffuso dall’esempio, non tanto dalle parole, ma dalla vita, dall’esperienza di Cristo vivo nella comunità.

Ecco quello di cui noi abbiamo bisogno, ecco quello che noi cerchiamo di portare avanti attraverso le nostre attività. Ma dobbiamo farlo insieme.

Ieri rileggevo il dialogo tra la volpe e il piccolo principe.
C’è questa parola che sembra una parola brutta, ma nel dialogo tra la volpe e il piccolo principe è molto chiara.
La volpe dice al piccolo principe: “Se tu mi addomestichi la mia vita sarà illuminata. Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”.

Ciascuno di noi è chiamato a essere addomesticato da Cristo. Ma siamo anche chiamati ad addomesticare gli altri, per poter vivere quello che è stato detto qui, sentirsi responsabili l’uno dell’altro. E soprattutto, responsabili per sempre.

E spero che in questo cinque anni sia stato anche così, vicendevolmente. Ormai voi siete responsabili per sempre del mio cammino, e io sarò responsabile per sempre del vostro.

Amen.

Quello che segue è il messaggio che i ragazzi dell’oratorio hanno letto per don Stefano alla fine della celebrazione di oggi.

Caro Don Stefano,
tradurre in parole quello che la tua presenza ha significato per noi in questi cinque anni è praticamente impossibile. Fin dal primo momento in cui hai messo piede nella nostra parrocchia avevamo già capito che c’era qualcosa di diverso in quel giovane prete francese con le All Star e il motorino: in poco tempo hai ridato vita al nostro oratorio, rivoluzionando ogni cosa con un impeto e una forza che dopo meno di un anno ti hanno fatto guadagnare il soprannome di “don Vulcano”. Bisogna ammettere che all’inizio era piuttosto difficile sopportarti… poi con il passare del tempo ci abbiamo proprio rinunciato. Eppure senza di te chi mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi a Ottobre vestito da tirolese a imparare balletti e servire montagne di panini? Chi mai si sarebbe ritrovato a fare giochi a tempo su Rai2 con solo un minuto per vincere? Chi mai avrebbe preso la sua bici pedalando fino al Divino Amore? Chi mai si sarebbe travestito da indiano immaginando di ritrovarsi per una sera a Bollywood? Chi mai avrebbe avuto la fortuna di passare una bellissima serata a mangiare e pregare insieme al suo papà? Chi mai avrebbe speso un mese delle proprie vacanze per svegliarsi alle sette e passare ogni giorno con 120 bambini (…che se non ti avessimo fermato sarebbero stati come minimo il doppio)? Ma tutti noi sappiamo bene che ciò che ci hai lasciato va anche oltre queste bellissime iniziative, va anche oltre i muri ridipinti e tutti i lavori di ristrutturazione che hanno abbellito e migliorato il nostro oratorio: perché nessuno di noi si scoderà mai del lungo filo bianco che ci hai presentato all’inizio di quest’anno, nessuno di noi dimenticherà l’ardore e il coraggio di un prete con l’aria da vip sempre in giro per il mondo con un’unica missione nella sua vita, quella di testimoniare la sua fede in Gesù Cristo. E anche se vorremmo tenerti tutto per noi, in fondo capiamo che è arrivato il momento che tutto quello che ci è stato donato dal Signore attraverso di te, lo possano ricevere tantissime altre persone. Per questo motivo ti salutiamo con affetto e ti ringraziamo con tutto il cuore, con la promessa di mantenere in vita tutto ciò che hai iniziato, perché è grazie a te che abbiamo imparato a non fermarci davanti a nulla e ad andare sempre Verso l’Alto.
Ti vogliamo tanto bene,
i tuoi ragazzi.

 

Isacco e la felicità

di Anna Mazzitelli

La felicità di Anna e Stefano?

Si chiede, e ci chiede, una persona che legge il nostro blog, e che ci ha spesso scritto.

Dopo gli ultimi post non ha più potuto tenere per sé questa domanda, e ce l’ha posta scrivendoci una lettera di getto e col cuore in mano, nella quale si percepisce appieno la sua angoscia nei nostri confronti (e nei suoi), nei confronti del nostro rapporto con la felicità.
Cita varie cose dette da noi nei post passati, e riconosce che ci può essere pace, affidamento, serenità e assenza di disperazione, pur in una situazione come la nostra.

Ma la felicità?

Un conto è accontentarsi, un conto è essere contenti.
Un conto è non essere disperati, un conto è essere gioiosi.

Io e Stefano abbiamo passato gli ultimi due giorni ad un ritiro spirituale assieme alle coppie della parrocchia, con le quali durante l’inverno abbiamo fatto un cammino, alcuni incontri formativi e di confronto.
Se il cammino è stato bello, il ritiro è stato fondamentale.

L’argomento era centrato su Abramo, al quale viene chiesto di lasciare la sua terra e tutto ciò che ha in vista di una promessa non meglio identificata, almeno all’inizio. Abramo si fida e parte.
Poi la promessa diventa la promessa di un figlio, di una discendenza. Ma Abramo è vecchio e sua moglie pure.
Malgrado Abramo si fidi, ne combina di tutti i colori, fino a farsi convincere dalla moglie a fare un figlio con un’altra.

Alla fine, però, Dio è fedele alla sua promessa, Sara rimane incinta e nasce Isacco.

Catechesi a non finire su Isacco e Ismaele, su come riconoscere il bene e il non-bene, messe, vespri, condivisioni, riflessioni, fino a stamattina, quando Don Emanuele, il sacerdote che ha accompagnato il nostro cammino, ci ha spiegato il brano del sacrificio di Isacco (Genesi 22).

Abramo finalmente è felice, si è finalmente compiuta la promessa di Dio, Abramo ha un figlio, la sua discendenza è possibile. Isacco per Abramo rappresenta tutto, è il Dono di Dio, tutto quello che Dio gli ha promesso si è realizzato in Isacco.
E Dio che fa? Gli chiede proprio quel figlio.

Ma cavolo, dai, non può essere vero!

Abramo viene messo alla prova là dove è la sua più grande paura: quella di perdere suo figlio. Don Emanuele ci ha spiegato che Dio ti mette alla prova sempre in questo modo, ti fa entrare nelle tue paure per darti la prova del modo in cui Lui tiene a te.

Per Abramo, Isacco rischia di diventare una prigione, Dio glielo chiede indietro per fargli scoprire il suo rapporto con Lui, per farlo camminare verso di Lui. Isacco non è per Abramo, è per far entrare Abramo in relazione con Dio.

Ok, bellissima catechesi, ora pensate ai vostri “Isacco”. Un’oretta di riflessione.

Va bene, Signore, tu mi hai dato il mio Isacco, poi me l’hai chiesto indietro, e io mi sono abbandonata alla tua volontà. Però la differenza è che Abramo ha sacrificato un ariete, io mio figlio l’ho visto morire veramente. Isacco è sceso dal monte con Abramo (benché non venga più nominato), io il mio bambino non ce l’ho più.

Però ho messo i pezzi al loro posto, pezzi che tentavo di incasellare da quando Filippo si è ammalato, e che a volte mi riusciva meglio, a volte per niente, e ho capito questo:

Da quando ero ragazzina la mia paura più grande è stata quella di perdere un figlio. Quando avevo 16 anni un mio amico ha avuto un incidente con la moto ed è morto sul colpo. Vedere sua madre straziata ha fatto sì che quella fosse la mia paura più grande, da sempre.

Poi, quando Filippo si è ammalato, perderlo sul serio era diventata una possibilità reale, con la quale fare i conti veramente, non solo durante incubi notturni o in trip depressivi legati a sbalzi ormonali.

Vedere in ospedale le mamme dei bambini, amici di Filippo, che non ce l’hanno fatta, è terribile, e questo ha sempre alimentato la mia paura di perdere mio figlio.

Quando, dopo l’ultima recidiva, ho capito che quella non era più solo un’eventualità ma era diventata la realtà, ho capito che la mia paura più grande non era perdere mio figlio, ma era perdere Dio, a causa della perdita di mio figlio.

E quel giorno, sul divano, quando in preda a dolori che non si riuscivano a gestire in nessun modo, Filippo mi ha chiesto: “Mamma, ma quando mi passano tutti questi dolori, tutte queste cose?”, io gli ho risposto: “Filippo, non so rispondere a questa domanda, non lo so quando ti passeranno tutte queste cose. Però se non ti passano, te ne vai subito in Paradiso, va bene?” e lui mi ha detto: “Va bene”, ho capito che in quel momento avevo consegnato il mio Isacco al Dio che me lo stava chiedendo, avevo preparato la legna, l’avevo posto sull’altare e stavo aspettando che se lo portasse via.

E la paura di lasciarlo andare, di perderlo, non c’era più, era stata sostituita dalla paura di perdere il mio rapporto con Dio.

Ma Dio, così come ha dato ad Abramo la sua discendenza, ha concesso a me di non disperarmi, di non allontanarmi da Lui, non mi ha lasciato andare, e quotidianamente sperimento il miracolo che Lui compie per me.

E questo non significa che non ci sia dolore, che non ci sia senso di vuoto, nostalgia, mancanza. Il dolore, il senso di vuoto, la nostalgia, la mancanza ci sono tutti, pieni, completi, tali e quali a quelli che ci sarebbero stati se non mi fossi fidata e affidata.

Ma accanto a tutto questo c’è anche la Sua consolazione, che non so spiegare, ma che mi permette, malgrado tutto, di essere felice, e di sorridere quando penso a mio figlio.

Quindi, caro Maurizio, la felicità è possibile, ti assicuro, la fiducia nel futuro, la speranza, la pace sono tutte cose possibili. E anche quando ci sembra irragionevole, anche quando ci sembra al di là delle nostre capacità, offrire il nostro “Isacco” a Lui è l’unica strada per raggiungerle.

Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo (Sal 125).

 

Rivestìti di Cristo

Link alle Letture della XII domenica del tempo ordinario (Anno C)

Zc 12,10-11;13,1   Sal 62   Gal 3,26-29   Lc 9,18-24

Commento alle Letture della XII domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

È bello questo Vangelo per la chiusura del nostro Anno Pastorale. È bello perché Gesù ci interroga, interroga i suoi discepoli.

La prima domanda che fa Gesù è: “Cosa dicono gli altri di me?”
È una domanda sulla conoscenza, la conoscenza di Cristo.

È difficile conoscere Cristo, già facciamo fatica a conoscere noi stessi, pensate conoscere un altro. Ogni persona è sempre un mistero. Invece Gesù ci chiama a conoscerlo. E chiede ai discepoli: “Cosa dicono gli altri di me?”

È vero che spesso la conoscenza di Gesù viene dagli altri, inizia con gli apostoli nella Chiesa nascente, e per 2000 anni va avanti attraverso le generazioni passate di cristiani che ci hanno portato fino a ora l’annuncio.
I nostri nonni, i nostri genitori e adesso noi siamo chiamati a trasmetterla a qualcun altro. Quindi la conoscenza di Cristo viene sempre da un altro.

Ma Gesù fa un’altra domanda, non si ferma a: “Cosa dicono gli altri di me”, la seconda domanda è: “Cosa dite che io sia? Chi sono io per voi?”

Perché dobbiamo stare attenti, la conoscenza di Cristo non è la conoscenza storica, non è la dottrina cristiana.
Questo lo può fare anche il catechismo. Ma se il catechismo facesse solo questo sarebbe un errore.
Il catechismo, il nostro annuncio di fede, deve presentare un Cristo vivo, che deve toccare la tua esistenza. Allora Gesù ti chiede prima: “Cosa hai sentito dire di me?” e poi: “Tu cosa pensi di me? Chi sono io per te?”

Perché di questa conoscenza di Cristo me ne devo appropriare, la devo fare mia, deve far parte della mia esistenza. Chi è Cristo per me? Questo Cristo come sta cambiando la mia vita? Come la sta modellando? Cosa sto facendo io per lui? Chi è per me?

E questo Gesù ce lo dice anche più avanti, perché dopo che Pietro ha risposto che Lui è il Cristo, cioè il Messia, il Salvatore, Gesù gli dice di rinnegare se stesso e di seguirlo.

Ho una citazione di Paolo VI. Lui diceva:

Gesù non si accontenta di essere riconosciuto per quello che è: se davvero è la Via, la Verità, la Vita, non resta che seguirlo. Non basta fermarci alla conoscenza… Direi che conoscere e seguire sono due verbi inseparabili.

Conoscere e seguire, con Cristo sono la stessa parola.

Allora questo ci impegna molto, perché nella nostra chiesa occidentale il conoscere Cristo è molto facile, Roma è piena di Università pontificie dove si può imparare di tutto.
Ci sono corsi per laici ovunque, se uno vuole conoscere Cristo.

Ma seguirlo?
Quanto la nostra Chiesa segue Cristo?
Quanto la nostra comunità occidentale cristiana segue Cristo?

L’ho detto e lo ripeto, dobbiamo risvegliare la nostra fede, la nostra Chiesa è addormentata.

Perché?
Perché manca la fede, manca la conoscenza, manca il fatto di dire: “Io cosa penso di Lui, cos’è Lui per me?”
Perché se io scopro che Lui è la mia Vita, se io scopro che Lui è la Verità, se io scopro che è quella Verità che dà un senso alla mia vita, se io scopro che quella persona è la Via che io devo seguire, allora non posso rimanere immobile là dove sono.

Certe volte noi dovremmo andare contro corrente rispetto a tutto quello che è il pensiero dell’uomo, anche rispetto alle cose che sembrano le priorità fondamentali.
Quando sento una persona che dice: “L’importante è che ci sia la salute”…
Una persona che dice questa cosa non è cristiana.
L’importante non è la salute, sapete quante persone nei nostri confessionali vediamo passare, che sono piene di salute, ma sono malate dentro!
Non hanno trovato il senso della loro vita e non sanno dove andare.

Invece quanti malati abbiamo incontrato sul nostro cammino che hanno dato senso alla nostra vita, perché erano pieni di quella speranza cristiana.

Sappiamo benissimo che né i soldi né la salute danno un senso alla nostra vita. Il senso della nostra vita è Cristo.

Poi il resto sono tutte cose sterili.
Certo che è meglio avere la salute, certo che è meglio avere i soldi, non sto dicendo il contrario, però attenzione a fondare la nostra vita su qualcosa che passa.
E’ Cristo la luce della nostra vita, e finché noi non capiamo questo (preti compresi, eh? Non sto giudicando nessuno, preti compresi!) se non fondiamo la nostra vita su Cristo, facciamo belle cose, ma un giorno tutto finirà e ci ritroveremo con niente.

Allora, come dice San Paolo nella seconda lettura ricordiamo che siamo battezzati in Cristo, e cioè siamo rivestiti di Lui, siamo rivestiti di Cristo.
Usciamo da questa Chiesa rivestiti di Cristo che è la cosa più bella che ci può accadere: essere rivestiti di Cristo, il più bell’abito che si possa indossare.

Amen.

Baci, lacrime, profumo, capelli

Link alle Letture della XI domenica del tempo ordinario (Anno C)

2Sam 12,7-10.13   Sal 31   Gal 2,16.19-21   Lc 7,36-8,3

Commento alle Letture della XI domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Oggi tocchiamo con mano il cuore della nostra fede, tocchiamo con mano il cuore dell’anno giubilare, dell’anno della misericordia.
Qui, oggi, attraverso le nostre letture abbiamo anche l’idea di come è il pontificato di Papa Francesco.

Perché dico tutto questo?

Perché, come avete sentito nel Vangelo, Gesù parla a un fariseo, cioè un uomo che rispetta alla lettera la legge, più di seicento comandamenti, lui li segue tutti.
Siamo da questo fariseo con Gesù, e c’è questa donna, una peccatrice pubblica, perché attraverso il Vangelo si sa che tutti sanno che è una peccatrice, non si sa bene cosa fa o cosa ha fatto, ma tutti sanno chi è.

E questa donna, sapendo della presenza di Gesù, va a piangere da lui, bagna di lacrime i suoi piedi, li asciuga con i suoi capelli, prende un vasetto di profumo, quindi anche costoso, e gli bagna i piedi con questo profumo.

Qualcuno avrebbe detto: “E’ eccessivo, questa donna si fa vedere, dà spettacolo”.
Sono sicuro che molti, anche se succedesse qui, avrebbero detto: “E’ esagerata”.

Quel perbenismo che esiste in tutte le comunità cristiane, che ci fa sempre giudicare gli altri, perché noi siamo migliori, perché abbiamo sempre seguito le regole, e questo, guarda cosa sta facendo, lì, dà spettacolo.
Quante volte succede anche nelle nostre comunità, questo.

Simone dice tra sé: “Questo non è un profeta, non capisce che questa donna è una peccatrice, lo sta toccando?”
Ricordatevi che c’era tutta la storia dell’impurità, gli ebrei erano molto attenti a tutte queste regole. La peccatrice lo tocca. Lui, il Rabbì, il maestro, viene toccato.

Baci, lacrime, profumo, capelli.

Gesù si gira verso la donna e ricorda al fariseo l’essenziale della fede cristiana.
Gli dice: “Tu non mi hai amato come lei mi ha amato. Quali sono i gesti che hanno manifestato il tuo amore per me?”
In poche parole gli chiede questo Gesù.
“Non mi hai dato l’acqua per lavarmi i piedi, non mi hai dato un bacio quando sono arrivato, quali sono stati i tuoi gesti d’amore verso di me?”.

E Gesù dice: “Lei ha amato, ed è perdonata”.

In mezzo a questo abbiamo le altre letture che ci aiutano.

Abbiamo Davide a cui viene chiesto perché agli occhi di Dio fa il male, ed è una domanda che Dio ripete forse a ciascuno di noi.
“Ma se mi ami perché ti comporti così?”

Ma, soprattutto, abbiamo San Paolo oggi, che ci ricorda l’essenziale.
Se noi seguiamo solo la regola, Cristo è morto invano.
E’ una frase terribile, terribile, se l’avete sentita bene.

Se voi vivete per la legge, Cristo è morto invano.

E noi, dopo 2000 anni, abbiamo ancora dei genitori che vengono, iscrivono il figlio al catechismo, solo perché il ragazzo imparerà le cose buone da fare, la buona morale cristiana.
Questo è quello che abbiamo dato ai nostri bambini? La buona morale cristiana?
Allora San Paolo, 2000 anni fa, ha scritto una risposta per noi.
“Se voi pensate così, Cristo è morto invano”.

Cari amici noi non siamo qui per imparare la buona morale cristiana, non siamo qui per il perbenismo, non siamo qui per l’ordine morale della nostra società.

Noi siamo qui perché siamo stati amati da Cristo e vogliamo amare.
Che questo poi ci porta a rispettare la regola, assolutamente sì, ma è una conseguenza dell’amore che ho per Dio, non non perché rispetto la regola allora amo Dio, è perché amo Dio che rispetto le regole, capite la differenza? E’ lì che deve cambiare.

Finché noi non abbiamo una rivoluzione dentro di noi questo non lo capiremo.
E quando lo capiremo? Quando con Paolo potremo dire: “E’ Cristo che vive in me”.

Non avremo bisogno più di parlare se Cristo vive in noi. Perché la nostra testimonianza è parola, la nostra vita diventa testimonianza.
Non abbiamo bisogno di regole, verranno naturalmente.
I nostri santi non sono persone che imparano la buona morale, sono persone che vivono con Cristo, e per questo sanno amare e sanno vivere.

E questa rivoluzione di ciascuno di noi, iniziando dai pastori, si deve fare.

Il problema è che facciamo fatica. E nelle nostre comunità questo si sente.
La mancanza di fede, la mancanza di amore, la mancanza del fatto che Cristo vive in ciascuno di noi. Si vede che manca.
Però quello dovrebbe essere l’obiettivo di ciascuno di noi: “Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me”.

Dovremmo avere questa frase scritta sopra il nostro letto, in modo che ogni mattina la possiamo rileggere e capire che Cristo deve vivere in ognuno di noi. Tutto il resto è nulla, se Cristo non vive dentro di noi.

Allora non vuol dire che domani succederà, ma questo è un cammino, è sempre la storia della direzione, dove voglio andare? Le scelte che faccio, quello che voglio fare nella mia vita, quello che voglio donare ai miei bambini, che cos’è se non ho Cristo?

Io per primo lo devo cercare, io per primo voglio che abiti in me. E come si fa?

Se non mi metto a cercarlo, ascoltarlo nelle scritture, a pregarlo, tutto si risente nella mia vita intima con Dio.

Non serve a niente che io vada in Chiesa, se al centro, nel cuore di tutte le mie azioni, di tutta la mia vita non c’è questa ricerca, questa volontà che Lui venga ad abitare il mio cuore.
Tutto il resto è solo conseguenza di questo, è per questo che il mio cuore deve battere, capite?

Allora oggi chiediamo al Signore di darci una mano a capire la direzione, a cercarla, ad avere una vera vita spirituale, un’intimità con Lui, perché senza questa intimità tutto il resto è vano.

Amen