fiore

Padre mio, io mi abbandono a Te

di Anna Mazzitelli

Padre mio, io mi abbandono a Te,
fa’ di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà
si compia in me
e in tutte le tue creature.
Non desidero niente altro, Dio mio;
rimetto l’anima mia nelle tue mani
te la dono, Dio mio,
con tutto l’amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore
il darmi,
il rimettermi nelle tue mani,
senza misura,
con una confidenza infinita,
poiché Tu sei il Padre mio.

(Charles de Foucald)

Questa è la preghiera che viene letta nella nostra parrocchia dopo la distribuzione dell’Eucaristia. Alla fine del canto un bambino, in genere una delle bambine ostiarie, si alza, va all’ambone, e la recita a memoria.

Devo dire che non mi è mai piaciuta in modo particolare, la trovo un po’ sdolcinata, soprattutto se letta da un bambino.

“Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me”

Insomma, parole che in bocca a un bambino mi lasciano quantomeno perplessa.

Oggi alla Messa in parrocchia c’era anche Gabriele, il figlio di Letizia e Gianluca, che assieme a Martina, la sorella maggiore, sono rimasti vittime del terremoto di Amatrice del 24 agosto.
Gabriele, nove anni la prossima settimana, è rimasto dalla sera alla mattina senza la sua famiglia, senza mamma, papà e sorella.

Ora Gabriele vive con sua zia, la sorella di Letizia, e la sua famiglia, e stamattina, assieme a lei e ai nonni, è venuto a Messa da noi.

Non ha servito la Messa con le vesti da chierichetto, come era solito fare, ma stava attento e buono al primo banco, lo osservavo, mi inteneriva, sembra uno scricciolo ma evidentemente è un leone.

Al momento della comunione sono solita portare in fila con me Francesco e Giovanni, che in genere rimediano una benedizione o almeno un colpetto sulla testa dal sacerdote, oggi invece loro sono andati con Stefano, quindi io ho cercato di attirare l’attenzione di Gabriele per farlo venire con me, ma senza successo.
Quando sono tornata a posto, poi, ho guardato per vedere se la sua zia/mamma l’avesse portato, e ho visto che a un certo punto, quando sono passate le bambine ostiarie, lui si è avvicinato e deve aver detto loro qualcosa. Poi è tornato a sedersi.

Insomma, dopo la comunione, finito il canto, Gabriele è salito sull’ambone e ha letto la preghiera di Charles de Foucald.

E, lette da lui, quelle parole, sono state più forti del terremoto che gli ha portato via la famiglia, più taglienti del dolore che si respirava in chiesa il giorno del funerale, più efficaci di qualsiasi sermone e di qualsiasi testimonianza.
Quelle parole, lette da lui, sono state un miracolo sotto i nostri occhi.

“Fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio”

Qualunque cosa…

Per alcuni “qualunque cosa” ha un significato ben diverso che per altri, e anche se credo che nessuno possa dirsi esente dalla difficoltà e dalla sofferenza, è pur vero che alcuni sono più provati di altri.

Ma la cosa che è successa oggi, ancora una volta mi ha confermato che il Signore non abbandona, non molla, sostiene, si prende cura dei suoi figli, li riempie di coraggio e di forza anche nei momenti più difficili, e fa fare loro cose che umanamente sembrano impossibili, dona speranza anche contro ogni speranza.

14021651_1144790262234603_9151697373076154197_n

Fede e libertà

di Anna Mazzitelli

Quest’estate ho passato un periodo… interessante.
Sì, interessante è la parola che trovo più appropriata per descriverlo.

Un periodo (una decina di giorni) in cui ho sperimentato una fortissima comunione dei santi, la fratellanza (più sorellanza, a dire il vero) con un gruppetto di persone, la condivisione e l’affidamento.

Il fatto è che Don Stefano si è imbarcato in una delle sue imprese, sta girando un film documentario sulle minoranze cristiane nel mondo, e quindi si è messo a viaggiare in posti non proprio accoglienti.

Lo scorso agosto è stato in Siria.

Meglio non chiedersi come abbia fatto anche solo ad arrivarci, fatto sta che ha passato lì una settimana abbondante, cercando perfino di entrare ad Aleppo, proprio nei giorni in cui i bombardamenti si intensificavano, nei giorni in cui la Russia otteneva il consenso a usare le basi aeree Iraniane per far partire i suoi jet, nei giorni in cui sembrava che una tregua fosse impossibile.

E noi, sparse per il resto del mondo, in otto su un gruppo whatsapp formato per l’occasione, ci siamo tenute compagnia tra messaggi di notizie, suppliche, fotografie, rosari, messe, faccine, fioretti e sospiri.

Dicevo che il periodo è stato interessante perché sebbene non posso dire di essere stata proprio tranquilla, in realtà non sono mai stata presa da pensieri tragici e da paure irrazionali, perché sono stata sostenuta dalla potenza della preghiera a ciclo continuo (“pregate incessantemente”, dice San Paolo, e ho sperimentato cosa vuol dire veramente), e anche dal concatenarsi di coincidenze che mi hanno permesso, sebbene fossimo in vacanza in montagna, di riuscire a incastrare la messa tutti i giorni, tra le gite e la frequentazione di amici.

La giornata più bella è stata la domenica prima di ferragosto. La messa vespertina della sera prima aveva tranquillizzato la famiglia rispetto al precetto, e ci eravamo concessi una gita a Campo Imperatore, con degli amici.

Visto che il giorno prima avevamo fatto una bella scarpinata con sostanzioso dislivello (sarà che sto rapidamente invecchiando, ma quest’estate ho faticato come mai prima d’ora, ed ero veramente cotta), una volta giunti alla base e lasciata la macchina ho abbandonato il gruppo e mi sono rifiutata di salire al rifugio Duca degli Abruzzi.

Mi sono rifugiata nella chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, piena di immagini di San Giovanni Paolo II in visita, poi ho vagato un po’, ho fatto un giro nel giardino botanico ai piedi dell’osservatorio, e poi, visto che gli altri tardavano, sono tornata in chiesa.

Erano ormai le 13:10, e sebbene fosse domenica non era prevista alcuna celebrazione. Rassegnata a saltare la messa quel giorno, ho ripreso in mano la corona del rosario, quando è entrato un ragazzo straniero, sudamericano forse, con una borsa di pelle, dalla quale ha cominciato a estrarre casula, patena, calice e tutto l’occorrente per celebrare. Non potevo credere ai miei occhi.

Nel giro di cinque minuti ha sistemato tutto, e a un orario improponibile, con quattro o cinque persone presenti, in una chiesetta alla quale sono particolarmente affezionata, nel giorno della festa di San Massimiliano Kolbe, ho avuto in regalo la mia messa quotidiana, offerta per Don Stefano che nel frattempo (ho saputo dopo) soggiornava in un monastero nel deserto siriano.

E’ stato bello accompagnarlo spiritualmente in quei dieci giorni, e ora che è tornato, e prima che parta per l’Iran, ultima (spero!) tappa del tour, ho deciso di scriverne, perché adesso che se ne sta tranquillo e al sicuro nella sua nuova parrocchia, ha bisogno anche di altro tipo di aiuto, molto più materiale, per poter completare il suo documentario e lasciare che anche noi vediamo, attraverso il suo racconto, quello che lui ha avuto negli occhi e nel cuore ad agosto.

Lui stesso ha condiviso su facebook un sito in cui viene spiegato in dettaglio il suo progetto e tramite il quale si possono effettuare delle donazioni affinché riesca a portarlo a termine.

Il sito è a questo link.

Se qualcuno fosse interessato a contribuire si affretti… sul sito dice che ci sono ancora soli 38 giorni per farlo!

11180643_381800815357264_7366164439354219600_n

Quella linea tra la vita e la morte

di Stefano Bataloni 

È successo alcuni giorni fa che un padre e una madre abbiano fatto varcare al loro figlio (o figlia, non si sa), malato da tempo e minorenne, quella linea che separa la vita dalla morte. Lo hanno fatto di proposito, dicono col consenso del figlio stesso. Lo hanno fatto, per la prima volta, col consenso anche della legge.

Per buona parte della sua vita anche mio figlio ha camminato lungo quella linea. Lui non sapeva bene quanto importante fosse quella linea, cosa c’è da una parte e cosa c’era dall’altra. Io ne sapevo solo poco di più.

Nel corso di quegli anni mi sono domandato un’infinità di volte se non fosse meglio, di fronte alle sue sofferenze, che anche lui varcasse quella linea. Per un’altra infinità di volte, di fronte ai periodi buoni e fuori dall’ospedale ho desiderato di non vederlo mai varcarla.

Ho visto Filippo soffrire molto: ricordo il dolore dei prelievi di midollo o delle rachicentesi, i dolori per la polmonite. L’ho visto spento e frastornato a causa dei chemioterapici, l’ho visto arrabbiato per colpa del cortisone. L’ho visto vomitare senza sosta perché non gli avevano dato l’antiemetico. Lo ricordo sanguinante perché senza piastrine, inappetente e con la bocca piena di afte perché il suo organismo era così debole da non riuscire a proteggere e ricostruire le sue mucose.

In quegli anni avremmo potuto “gettare la spugna” diverse volte, tanto più che col passare del tempo la conoscenza sulla entità e la profondità della sofferenze a cui Filippo sarebbe andato incontro è cresciuta via via.

All’esordio della sua leucemia, aveva tante probabilità di sopravvivere, ci dissero circa l’80%. Era scontato dover procedere con la chemioterapia.

Poi andò incontro alla sua prima recidiva e a quel punto le probabilità di farcela si ridussero molto: sottoponendolo a un trapianto di midollo osseo, ci dissero, sarebbero state del 50%. Andammo avanti, il trapianto poteva essere l’occasione buona per ottenere una cura definitiva.

Filippo ebbe però altre due recidive e andò incontro ad altrettanti trapianti, con tutto il carico di terapie, controlli, fatiche, sofferenze e dolori che questi comportarono per il suo fisico e la sua mente.

Noi continuammo ad andare avanti nonostante sapevamo che il secondo trapianto avrebbe avuto solo residuali probabilità di portare alla guarigione e che il terzo sarebbe stato in pratica solo un tentativo disperato.

Fu accanimento nei confronti di nostro figlio? Perché non ci siamo fermati prima? Perché invece quella mamma e quel papà si sono arresi e hanno permesso che venisse tolta la vita al loro bambino?

È molto difficile rispondere a queste domande e sono certo che la mia storia non è come la storia di tante altre famiglie con figli malati. Cosa ne so io di una mamma che dovrà assistere per tutta la vita un figlio che prima di nascere ha avuto emorragie cerebrali e ha problemi agli occhi? O di quella mamma la cui bambina è nata con metà cervello pieno di sangue e deve essere continuamente sottoposta a interventi chirurgici da far tremare le ginocchia?

Io so solo che in tutti gli anni in cui Filippo è stato malato abbiamo sempre conservato la  consapevolezza profonda che la sua vita fosse il dono più grande della nostra vita: un solo giorno accanto a lui, anche l’ultimo respiro accanto lui sarebbe stato quel qualcosa che dava senso a tutta la nostra esistenza; eravamo stati concepiti, eravamo stati uniti e avevamo generato la vita proprio per quegli istanti.

Io so solo che in quegli anni, tra paure, angosce e sofferenze vedemmo Filippo crescere, lo vedemmo ridere felice mentre era attaccato a due o tre pompe per l’infusione dei farmaci, lo vedemmo costringerci a giocare con lui in una stanza d’ospedale mentre noi saremmo stati forse volentieri a piangerci addosso in un angoletto.

L’ultimo trapianto di midollo, quello più disperato, talmente disperato che si fece fatica a trovare abbastanza letteratura scientifica da poter stimare le probabilità di successo, ci ha regalato forse l’anno più bello che abbiamo vissuto vicino a Filippo.

Poi, dopo quell’anno meraviglioso, fummo portati di nuovo vicino a quella linea: ci fu la quarta recidiva di malattia. 

Avremmo potuto andare oltre, i medici ci offrirono pure dei trattamenti che sapevamo avrebbero potuto allungare ancora un po’ la vita di nostro figlio.

Arrivò il momento in cui dovemmo dare una risposta a quelle domande: dovemmo decidere se non fosse meglio per lui lasciare che varcasse quella linea. 

Scegliemmo di addentrarci in un terreno sconosciuto, di accompagnare Filippo a varcare quella linea, ignari di cosa questo avrebbe comportato per lui e di come questo avrebbe cambiato le nostre vite. Non sapevamo affatto se avremmo avuto le forze per affrontare quegli ultimi giorni con nostro figlio. 

Scegliemmo di affidarci.

Ecco, mi appare del tutto evidente oggi che gli anni vissuti con Filippo, solo per aver detto col cuore “Signore, io non ce la faccio, fai tu per me!”, mi hanno scaraventato ai piedi di una croce, la Croce di Gesù. Da lì ho assistito al Suo calvario, l’ho visto innalzato sulla croce; ero lì mentre riconsegnava a Dio Padre la sua anima. Ero lì, insieme a tanti, mentre festeggiavamo la Sua Pasqua di Resurrezione e sono qui, ora, che vivo in attesa di poterlo rivedere.

Con profonda tristezza, mi rendo conto che coloro che non hanno conosciuto quell’Uomo, figlio di Dio, o non gli hanno aperto la porta del loro cuore forse non hanno alcuna possibilità di dare un senso alla sofferenza del loro figlio malato e che oltre quella linea vedono solo il nulla. E allora si rende possibile anche ciò che va contro la natura umana, contro la nostra innata tendenza a difendere il più debole: si rende possibile che una madre tolga la vita al proprio figlio.

IMGA0927

Grazia su grazia

di Stefano Bataloni

Due sere fa eravamo alla fine di una piccola festa con amici, celebrata su di una fresca e panoramica terrazza di paese; un’allegra festa, con persone piacevoli e cibo ottimo. Stavamo lasciando la casa che ci ha ospitato e un piccolo terremoto ha colpito le nostre vite.

Anna ha ripreso in mano il suo telefonino, lasciato nella borsa nel corso della serata. Ha scorso le decine di messaggi che nel mentre aveva ricevuto, sembrava non riuscire a credere ai suoi occhi. Ha chiamato una sua amica per avere conferma e poi è scoppiata in lacrime: Letizia e Gianluca non c’erano più, travolti dai mattoni e dalle tegole di una casa di villeggiatura, crollata per quell’altro terremoto, quello vero, devastante. Martina, la loro prima figlia di 10 anni era data per dispersa. Gabriele, il fratellino, era vivo, ritrovato mentre vagava solo per il paesino; a quanto si diceva aveva indicato ai soccorritori dove cercare sua mamma e suo papà.

Conoscemmo Letizia e Gianluca in una saletta del consultorio del nostro quartiere di Roma, circa 10 anni fa. Lei era incinta di Martina, Anna lo era di Filippo. Seguimmo tutti insieme il corso pre-parto, anche con altre mamme e papà. Fu un periodo di grazia, per molte coppie si trattava del primo figlio: per noi era il momento del sogno che si avverava.

Con Letizia e Gianluca, e con le altre coppie, si creò un legame stretto, così come avviene inevitabilmente quando si condividono momenti importanti della vita. Il legame poi si rinsaldò ulteriormente quando nacquero i bambini: Filippo, Martina, Giovanni, Alice…

Ci si riuniva di tanto in tanto, spesso di giovedì, spesso a casa nostra: i bambini giocavano insieme su un grande tappetone, le mamme si confrontavano su pappe e pannolini, noi papà chiacchieravamo di notti insonni e di seggiolini per le auto.

Non posso dire che, tra tutte le coppie del corso, Letizia e Gianluca fossero quella con cui io e Anna avessimo legato di più; e Filippo ebbe sicuramente una maggiore predilezione per Giovanni o Alice piuttosto che per Martina.

I bambini, comunque, crebbero insieme e ci furono le feste di compleanno. Con Letizia e Gianluca, poi, condividevamo la frequentazione della Parrocchia e venne naturale partecipare attivamente anche alle feste per i battesimi di Martina e di Filippo.

Poi nacque Gabriele, e Letizia chiese proprio ad Anna di fare da madrina di battesimo. La cosa ci sorprese non poco: ci frequentavamo ormai da circa due anni ma non ci sembrava di essere così “familiari” con loro.
Letizia, evidentemente, aveva visto in Anna qualcosa che a noi sfuggiva.
Anna accettò l’invito.

Con la malattia di Filippo le nostre strade si divisero. Noi lasciammo Roma e la frequentazione della Parrocchia divenne saltuaria. Letizia e Gianluca, però, non mancarono mai di chiederci notizie ogni volta che ci incontravano. Percepimmo chiaramente la loro gentilezza e la loro vicinanza nella fede. Vollero, nonostante tutto, rivolgerci sempre gli inviti alle feste di compleanno e per loro occasioni speciali: noi, purtroppo, per proteggere Filippo dalle infezioni fummo spesso costretti a rinunciarvi.

Dopo la morte di Filippo, riprendemmo  a vederci più spesso: durante la messa domenicale, nelle feste dell’oratorio, in occasioni dei ritiri delle famiglie.
Martina era diventata una signorina, aveva vestito l’abito della “ostiaria” e nel corso delle messe celebrate da Don Stefano, insieme ad altre bambine, era incaricata di raccogliere le offerte della colletta. Gabriele pure era cresciuto molto, tanto che i primi tempi io ebbi difficoltà a riconoscerlo; nell’ultimo anno aveva assunto il compito di chierichetto. Anna scambiava di tanto in tanto qualche parola con Letizia; io parlai l’ultima volta con Gianluca all’inizio dell’estate discutendo delle nostre rispettive difficoltà sul lavoro.

Letizia, Gianluca e Martina sono nati al cielo nella notte del 23 agosto, in una frazione vicino Amatrice.

Non si può dare una risposta al perché di questo fatto, solo Dio può. Non si può spiegare che senso abbia l’aver catapultato un bambino di 9 anni da un periodo di allegria e serenità, trascorso in un ridente paesino di montagna al giorno in cui inizia la sua vita senza la mamma, il papà e la sorellina. Solo Dio sa.

Io, che ho perso mio figlio a causa di un cancro e che ho avuto la grazia di vivere i giorni successivi fino ad oggi nella certezza della sua resurrezione, non ho spiegazioni da dare. Ho solo lacrime da versare. Ho solo da rimpiangere le volte che avrei potuto ricambiare la gentilezza e sorrisi di Letizia di Gianluca con qualche parola in più e invece non l’ho fatto.

So per certo che ora Filippo e Martina stanno di nuovo giocando insieme sul loro nuovo tappetone, infinitamente più bello di quello che era a casa nostra.

Poi, ieri mattina, diretto al lavoro, mentre sgranavo il rosario, ripetendo i misteri della Luce, ho ripercorso il battesimo di Gesù che mi ha rimandato al mio battesimo, all’inizio della mia storia di salvezza; e il miracolo alle nozze di Cana, che mi ha ricordato come sia necessario che mi affidi a quello che Lui dirà, e quello che era solo acqua potrà diventare il vino migliore; o l’annuncio del Regno di Dio, a ricordarmi che devo convertirmi e credere che sono qui in missione, per costruire un edificio che non crollerà mai; e ho ripercorso il mistero della trasfigurazione di Gesù, a ricordarmi che anche nell’oppressione, nella paura, nella nube, Dio mi parla e mi indica la strada. Ho ripercorso l’istituzione dell’Eucaristia, a ricordarmi di quell’Uomo, tradito, che quando tutto sembrava perduto ha donato il Suo corpo, la Sua vita, per amore mio.

E ho pensato al piccolo Gabriele, unico superstite di quella notte tragica, l’unico che si è salvato di tutta la famiglia, il bambino a cui Anna ha fatto da madrina nel momento in cui ha ricevuto la Vita Eterna.
Io, che ho imparato a diffidare della casualità delle vicende della vita, che ho imparato a confidare che il Padre Eterno e Onnipotente ha le idee chiare su di noi, ho capito che attraverso Letizia, Gianluca, Martina e Gabriele ci è stata concessa l’ennesima Grazia.

Che vadano in Paradiso

il blog di Costanza Miriano

La Madonna tra le macerie di Pescara del Tronto La Madonna tra le macerie di Pescara del Tronto

di Costanza Miriano

È ingiusto fare una classifica del dolore, però non c’è niente da fare: ci colpisce quello che per qualche motivo avvertiamo più vicino. Anche io mi sdegno perché i miei colleghi, giornalisti, danno diverso peso specifico ai morti nel mondo: un parigino vale, a occhio e croce, una novantina di nigeriani. Ogni volta mi ci arrabbio di nuovo, ma poi faccio anche io lo stesso: credo che sia inevitabile. Il nostro cuore non è infinito come quello di Dio, possiamo tenere solo alcuni legami, affezionarci ad alcune cose, sentirci vicini ad alcune persone. Guardando le immagini di altri terremoti non mi sono angosciata tanto. Forse non mi fa onore, ma è così.

View original post 634 altre parole

Eucaristia eucarestia templare PCCCIC

Comunione sì o no?

Premessa: sì, metto le mani avanti… Quello che segue ha carattere assolutamente soggettivo, riguarda il mio personale rapporto con Gesù Cristo, e non vuole affatto essere una esortazione a comportarsi in un certo modo né una presuntuosa attribuzione di una scala di importanza tra le diverse parti della liturgia. Sono solo considerazioni senza pretesa, e la loro validità lascia il tempo che trova.

Diversi anni fa giravo per Roma con un mio amico/collega per una commissione di lavoro. Capitiamo davanti a una chiesa, dalle parti di Piazza Vittorio, decidiamo di entrare e ci troviamo appena prima del momento della distribuzione della comunione, alla fine della messa.

Il mio amico, senza esitare, mi dice di mettermi in fila, e io lo seguo, trascinata dalla sua sicurezza e senza averci riflettuto. Riceviamo l’Eucaristia, aspettiamo la fine della messa e poi usciamo.

Mi è capitato ancora, qualche settimana fa, in giro per Roma con gli amici di Treviglio, di entrare a Santa Maria del Popolo durante la messa, al momento del “padrenostro”. Volevamo vedere i quadri di Caravaggio, ma non si poteva arrivare alla cappellina, perché c’era la messa, e ce ne sarebbe stata un’altra subito dopo. Così siamo usciti un po’ delusi.
Questa volta non ho fatto la comunione, ma ho suggerito a uno di loro di farlo, così alla fine della fila si sarebbe trovato proprio in prossimità della cappellina in fondo, nella navata sinistra, e forse sarebbe riuscito a vedere i quadri.

Conosco la regola che dice che per fare la comunione bisogna aver preso parte all’intera messa. Mia nonna Rosa diceva che la messa “è presa” se arrivi che il sacerdote ancora non ha scoperto il calice (quindi prima dell’offertorio).
Qualcuno dice che bisogna arrivare almeno in tempo per ascoltare il Vangelo.
Il nostro Don sostiene che la messa va vissuta e partecipata per intero, perché liturgia della parola e liturgia eucaristica non possono essere separate e non si può prescindere da una delle due. È quello che cerchiamo di fare sempre.

Altro, però, è trovarsi in giro, entrare in una chiesa, magari solo per visitarla o per riposarsi un po’, e capitare proprio al momento della distribuzione della comunione.

Non ci sono andata con l’intenzione di arrivare tardi, non lo faccio per abitudine, cerco sempre di arrivare prima dell’inizio della messa, ma se entro in una chiesa e lì c’è Gesù, sull’altare, e so che posso riceverlo dentro di me, con tutto quello che comporta… beh, mi sentirei davvero ingrata a non farlo perché non ho partecipato alla liturgia della parola!

Mi viene in mente una ragazza che si prepara per uscire con il suo fidanzato, e in vista dell’appuntamento sceglie i vestiti, si profuma, si trucca e si lava i denti. Bene. Ma se il fidanzato in questione si presentasse sotto casa sua senza aver avvisato, per farle una sorpresa, magari con dei fiori (o, meglio, dei cioccolatini), mi chiedo, lei non lo abbraccerebbe, non lo bacerebbe, solo perché è stata presa alla sprovvista e non ha avuto il tempo di lavarsi i denti?

ChiaraCorbella

Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.