Storie di mamme

Qualche giorno fa mi ha scritto una mamma. Mi ha raccontato di essersi imbattuta per caso nel nostro blog e di aver conosciuto la storia di Filippo, e poi mi ha raccontato la sua.

Mi ha detto di aver scritto un libro che la racconta, e poiché è una storia di Fede, di conversione e di Grazia, le ho chiesto di scrivere qualcosa da pubblicare sul nostro blog.

Il libro che ha scritto non ha trovato una casa editrice che credesse in lui, ma io, che me lo sono fatto mandare e che l’ho letto tutto d’un fiato, l’ho trovato commovente, quindi ho deciso di dargli spazio almeno qui, nella nostra casetta virtuale, perché penso, come la sua autrice, che sia un libro che può dare speranza, e che, a parte i dettagli della difficoltà in cui si è trovata lei, e ci troviamo noi, giornalmente, racconta la storia di tutti noi, quando veniamo acchiappati con mano forte dal Signore che non permette che ci lasciamo andare, e ci dona speranza.

Quindi di seguito le cose che ha scritto Stella per Piovonomiracoli, e in fondo il suo indirizzo mail, perché generosamente e gratuitamente lei desidera mandare il suo libro a chiunque possa averne bisogno, e possa trovarvi un appiglio per ricominciare a vivere con una Luce nuova, con un cuore nuovo.

di Maria Stella Barone

Quante storie s’incontrano navigando sul web, ma in mezzo a questo grande guazzabuglio di vita, ogni tanto s’incontra qualcosa per cui vale la pena sospendere la propria ricerca e entrare, quasi in punta di piedi, per  leggere cio’che inizialmente ti colpisce solo per il nome.

“Piovono miracoli”… che strano titolo pensai, quando cercando tra i tanti blog mi imbattei proprio su questo, e un po’ perché credo nei miracoli, un po’ perché un miracolo l’ho avuto anch’io, questo titolo mi stuzzico’ al punto di entrarvi e leggere.

Lessi tutto d’un fiato la storia di un bimbo, Filippo, il bimbo a cui e’dedicato il blog, un bimbo che non si sa per quale misterioso disegno divino, doveva con la sua breve vita insegnare tanto non soltanto ai suoi genitori, ma a tutti quelli che hanno avuto la grazia di conoscerlo personalmente e a quelli che proprio attraverso il racconto della sua mamma e del suo papà avrebbero imparato a volergli bene.

Che bello, pensai, finalmente un blog che parla della vita, sì proprio così, perché Filippo esiste ancora e non solo nei ricordi di chi lo ama, ma vive in QUEL LUOGO meraviglioso, al riparo da ogni male e malattia, quel luogo dove tutti un giorno ritorneremo a vivere e ad incontrarci: Il Cuore di Dio.
E visto che questo blog parla di miracoli, di bimbi,di vita… ho voluto entrare e fermarmi per raccontare un po’ la mia storia che sa di bimbo, di vita, di miracoli.

Io sono solo una mamma, una mamma come tante, una mamma a cui però il Signore ha voluto dare una missione particolare: quella di affidargli un suo figlio speciale.

Otto anni fa infatti è nato il mio terzo bimbo ed è nato… con un cromosoma in più.

Io sono una persona molto credente e la mia fede è una fede molto profonda, ancorata non su passive tradizioni culturali ma sull’incontro vivo con UNA PERSONA, eppure quel cromosoma in più di mio figlio ebbe inizialmente la forza di lasciarmi attonita, sconvolta, travolta dal dolore più acerbo… non c’era disperazione in me, e questo grazie alla fede, ma la fede… non toglie il dolore, ed io l’ho sentito proprio tutto, il mio era un dolore forte, tagliente, quasi fisico che non mi faceva più vivere, mi aveva tolto la speranza, aveva spento in me i colori, nulla poteva essere ormai come prima per me, ormai ogni cosa era stata segnata per sempre da quel nove luglio, il giorno della nascita di Emanuele, il mio bimbo, ed io morivo ogni giorno di più…

A nulla valsero le parole confortanti di chi mi stava intorno e a cui io avevo confidato il mio dolore, a chi preso da una profonda pietas umana cercava, vedendo la mia profonda prostrazione, di alleggerire la mia pena con un sorriso, una parola di conforto, ma nessuno può capirti se non prova nel cuore ciò che provi tu… è come quando ti dicono che il fuoco brucia, è solo bruciandosi che si capisce l’intensità del suo calore… bruciandoti fai esperienza del fuoco…
Poi, esattamente 50 giorni dopo, 50 giorni di dolore, 50 giorni di morte, anch’io ebbi la mia Pentecoste.
Il Signore prese tra le Sue sante mani il mio povero cuore inaridito e lo risanò e piano piano e a poco a poco la linfa vitale iniziò a rifluire in esso facendolo tornare in vita e facendomi capire che io avrei dovuto amare quel bambino per ciò che era: semplicemente mio figlio.
Ecco, silenziosamente, così come accadono i più grandi miracoli della vita, era avvenuto un altro grande miracolo, quello della mia guarigione dell’anima.
Iniziai a guardarmi intorno, a prendermi cura del mio bambino, che fino allora avevo pure trascurato, tanto ero chiusa nel mio dolore, a capire che il Signore mi aveva fatto un grande dono: mi aveva donato Emanuele e con lui la missione di dire a tutte le mamme che come me soffrono ciò che soffrii io per 50 giorni che… se avessero detto il loro sì a LUI, così come anni addietro aveva detto si COLEI da cui è discesa la SALVEZZA, allora sarebbe stato proprio LUI a prendersi cura dei loro bimbi speciali, così come sta facendo con me, e siccome LUI fa nuove tutte le cose e riesce a trarre il bene dal male, riuscirà ad asciugare le lacrime dai nostri volti e a donarci un cuore capace di vedere “oltre”, di capire “oltre”, di darci quella capacità di uscire fuori da noi stesse per darsi agli altri, quegli altri che ancora non sono riusciti a superare il proprio dolore… Questo è un altro miracolo che solo LUI può fare…

E così, per aiutare gli altri, decisi di scrivere un libro, un libro che racconta la storia d’amore tra una mamma e il suo bambino, tra me ed Emanuele, un libro che serve a far capire che la sindrome non è una maledizione, ma forse è un’occasione in più che la Vita ci offre per capire ciò che veramente vale, e per far capire agli altri che la disabilità spesso è solo negli occhi ma sopratutto nel cuore di chi non riesce ad andare “oltre”…

LA GIOIA DI ESSERTI MADRE (Confessione d’amore di una mamma al suo bimbo “nato” down), ecco il titolo del mio libro e la parola “down” è proprio virgolettata per mettere in evidenza che Emy è solamente “nato” con la sindrome, ma che lui con la sua spontaneità, con i suoi limiti, con la sua capacità di dare un infinito amore è riuscito a sconfiggerla per sempre, facendomi sentire una donna e madre pienamente felice e realizzata in un mondo dove, a volte, si dà peso più all’apparenza che all’essenza…

Stella,
uncantodilode@gmail.com

Ritornato bellissimo

di Anna Mazzitelli

Questo post, scritto un po’ di fretta prima di uscire per andare alla Veglia Pasquale, è dedicato a Giovanna.

Non so nemmeno se lo leggerà, ma io devo scrivere queste parole, per lei e per me.

Qualcuno dirà che sono capocciona perché sono del segno del toro, qualcuno che sono orgogliosa, sicuramente ho un caratteraccio e mi segno tutto, soprattutto le risposte non date, ed è per questo che oggi voglio dare a Giovanna una risposta che ho nel cuore da due anni e mezzo, e che non le ho dato al momento giusto, ma che continua a venirmi in mente, e ieri, durante la liturgia della croce, con prepotenza si è stampata nella mia testa, come a voler significare che era venuto il momento di tirarla fuori.

Qualche anno fa morì una bambina che noi conoscevamo, e che era in cura con Filippo ed Emma al San Camillo. Giovanna era (è) amica della sua mamma, e si parlarono appena dopo l’accaduto. La mamma di questa piccolina le raccontava che avevano riportato a casa A. per pochi giorni, dopo il tentativo del trapianto di midollo, che però non era andato molto bene, e la malattia già imperversava. Quel tornare a casa era stato un dono, una vera Grazia, diceva la mamma di A., perché la piccola aveva potuto passare le sue ultime ore in famiglia.
Dopo essere morta, aggiungeva, era finalmente tornata bellissima. La malattia, le medicine, il cortisone, il trapianto, l’avevano sfigurata, ma una volta morta A. aveva ripreso le sue fattezze, era tornata la bambina stupenda che era stata.

Questo racconto mi colpì tanto, e credo che colpì anche Giovanna, la quale, la sera prima della morte di Filippo venne a trovarci e lo vide, agonizzante, nel letto.

Il giorno dopo, quando Filippo era morto, parlai al telefono con Giovanna, la quale, riferendosi a quanto le aveva raccontato la mamma di A., mi chiese: “Ma Filippo non è ritornato bellissimo?”.

Io capii cosa volesse dire, e le risposi di no.
Filippo era gonfio di cortisone, sofferente e rigido. Una delle ultime cose che disse in quella settimana, nella nostra settimana santa, fu: “Mi sono immobilizzato”. Non riusciva più a muoversi.
Inoltre Giovanna mi faceva quella domanda perché Emma aveva detto che voleva venire a casa a vedere Filippo, e quindi voleva capire cosa doveva aspettarsi e come avrebbe dovuto preparare sua figlia.

Mentre pronunciavo la mia risposta, però, un’altra frase saliva dal mio cuore, e mi dispiace di aver aspettato due anni e mezzo per tirarla fuori, ma è quello che ho pensato in quel momento ed è quello che penso ancora. Ed è quello che ho vissuto ieri sera, in chiesa, guardando il nostro crocifisso a grandezza naturale messo in mezzo alla navata per essere adorato.

Filippo non era mai stato più bello.

Questo è quello che avrei voluto dire a Giovanna.

E quel Cristo pieno di sangue, tumefatto, ansimante, in fin di vita, me lo conferma.
Anche Lui non era mai stato così bello.

Santa Pasqua, Giovanna.
Santa Pasqua a tutti.

Venerdì Santo 2017

Immaginieparole

DSCF6783_mod7

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Davanti a te ci si copre il volto
tanto il tuo era sfigurato!
Dall’orrore di sangue rappreso.
Dalla sofferenza d’infame condanna.

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Morte in un grido al Cielo dal duro legno,
poi il silenzio…
Silenzio del Tempo e del Mondo.
Silenzio inudito e inaudito!
Silenzio d’attonita attesa rotto dal tuono.

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Sacrificio d’amore e d’obbedienza.
Tu la Vita, piegato alla morte.
Tu il Re, coronato di spine.
Tu l’Onnipotente,
trafitto e inchiodato a una croce

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Ma né il sepolcro, né la morte
potranno trattenerti…


Foto (e testo) ©…

View original post 2 altre parole

Geco celeste

di Anna Mazzitelli

L’ho visto.

L’ho visto qualche settimana fa, e non l’ho scritto subito perché volevo conservarlo gelosamente, come si conserva un tesoro prezioso.

Poi però, come è inevitabile che accada, ho smesso di pensarci, e l’ho accantonato nella mia testa.

Ma non voglio perderlo, quindi lo scrivo, anche se già so che non ne sarò capace, perché ci vorrebbe un’immagine per descrivere quello che ho visto, e non sono capace di produrre nemmeno quella, e le mie parole saranno riduttive e potranno esprimere solo una frazione infinitesima di quello che è stato vederlo, ma provo lo stesso, lo faccio per me.

Ho visto che cosa vuol dire la frase di San Paolo “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia” (1Cor 13,12), frase che sento tanto mia, e che era scritta dietro al ricordino funebre della mia nonna Rosa, e che è scritta anche dietro a quello di Filippo, e che è la prima frase che mi è venuta in mente quando abbiamo saputo dell’ultima recidiva, ad agosto 2014, quella che poi ce l’ha portato via.

Una mattina di qualche settimana fa mi sono svegliata quasi piangendo, commossa, sono corsa da Stefano e l’ho abbracciato dicendogli: “Io lo so com’è il Paradiso, si vede tutto!”

Avevo fatto un sogno.

C’era Filippo con me.
Era bello come mai, portava una maglietta blu, a mezze maniche, e, come sempre quando mi capita di sognarlo, lo stringevo fortissimo, lo riempivo di baci, per recuperare il tempo perduto, per fare nel sonno quello che non posso fare da sveglia, quello che mi manca più dell’aria che respiro.

Una volta il mio amico Frate mi ha detto di chiedere al Signore di mandarmi mio figlio in sogno, di poterlo stringere, coccolare, non come una cosa new age, una visione, o un contatto sovrannaturale tipo seduta spiritica, ma come un regalo, qualcosa che non posso avere qui ora ma che un giorno sarà, nei cieli nuovi e terra nuova che verranno. Poter avere un assaggio di Paradiso, per poi proseguire la mia vita senza di lui, per poi restituirlo a Dio come ho dovuto fare due anni e mezzo fa.

E qualche volta vengo esaudita.

In quel sogno, quindi, lo stringevo, ci guardavamo negli occhi, e poi siamo saliti in macchina. Ci siamo messi nei due posti “dietro-dietro”, così i miei figli chiamano i posti della nostra macchina che appaiono magicamente quando siamo più di cinque passeggeri.
Stefano guidava, e lì dietro c’eravamo io e lui, e guardavamo il cielo dal lunotto posteriore.

Era notte, e si vedevano le stelle.

E a un certo punto si sono viste le costellazioni, migliaia di stelle ammassate le une alle altre a costituire le forme di animali luminosissimi.
Ricordo in dettaglio una costellazione a forma di geco, un gigantesco geco fatto di stelle: non solo il contorno, non solo punti lontani tra loro che la fantasia di qualche sumero di tremila anni fa unisce a formare delle figure più o meno plausibili, ma un geco pieno zeppo di stelle, brillante, impressionante. E vicino al geco un altro animale, non so quale, ma anche lui pieno zeppo di stelle.
E intorno a queste forme luminosissime e dense, il cielo nero della notte, con altre stelle, tante stelle.

E’ stato come se per un momento avessi potuto vedere quello che è effettivamente, e che noi, da quaggiù, chiamiamo così perché lo immaginiamo, ma poi, in verità, è davvero, e, anzi, come spesso accade, è molto più maestoso e imponente delle nostre più fervide immaginazioni.

E’ stato come vedere quello che c’è dietro, quello che c’è dopo, quello a cui aspiriamo, ma non osiamo sperare tanto, è stato come vedere “la verità tutta intera”, quello che “ora conosciamo in modo imperfetto, ma allora conosceremo perfettamente”.
Mi sono sentita come se finalmente avessi chiaro perché gli uomini hanno chiamato così il cigno, il toro, il cane di Orione: qualcuno doveva aver visto il cigno, il toro, il cane così come io vedevo il geco.
E mi sono sentita come se la vicinanza di Filippo, in quel momento, avesse potuto svelarmi per un attimo una cosa che per adesso rimane nascosta, ma che un giorno vedrò nella sua pienezza, e non mi meraviglierò di trovarla così, perché la sensazione che ho avuto è che fosse chiaro che le cose stanno così, e, anzi, che sciocca a non averlo capito prima, ora si spiega tutto, ora finalmente si vede “a faccia a faccia”.


lacerta.pngAggiungo una cosa che non mi aspettavo, quando ho iniziato a scrivere.
Ho cercato su internet una foto per aprire il post, mettendo nel motore di ricerca delle immagini le parole “costellazione geco”.
Mai sentita una costellazione con questo nome, e la mia mamma e il mio papà sono astronomi, quindi ero certa che non ci fosse niente del genere e cercavo un’immagine “finta” che rendesse l’idea del mio racconto.
Invece trovo questa, la costellazione Lacerta, e nella figura la lucertola (o il geco) è nella posizione esatta nella quale l’ho vista io nel sogno.

Per chi volesse mettersi a cercare la mia costellazione, Wikipedia dice questo: è ben osservabile dall’emisfero boreale durante quasi tutte le notti dell’anno, ad eccezione di quelle di inizio primavera, quando sta sempre rasente l’orizzonte; il periodo più propizio per la sua osservazione va da luglio a dicembre, quando si trova alta nel cielo.

Insomma, bisogna aspettare.

Nel frattempo, che sia per tutti un Santo triduo Pasquale.

Avere occhi e non vedere, orecchi e non udire

Cari miei,
è per voi un momento difficile, lo vedo. Siete nella sofferenza. Forse non lo percepite così chiaramente, forse pensate che stia andando tutto bene, ma io so che non è così.

Vi voglio bene, spero questo lo sappiate, e desidero per voi con tutto il cuore solo la felicità.

Non mi riferisco a uno stato di benessere o di appagamento più o meno duraturo, non penso solo al superamento delle attuali difficoltà. Io vorrei per voi che si realizzasse quella condizione in cui si è raggiunto il vero e unico scopo della propria esistenza, in cui la ricerca spasmodica di un senso della vostra vita ha finalmente trovato compimento.

Quando si ama qualcuno con Amore vero, si fa tutto il possibile per aiutarlo ad essere felice: ci si sforza di essere di aiuto, quando è possibile anche materialmente, si offre un consiglio o si cerca di essere vicini, per tentare di alleviare quella sofferenza.

Pero, di fronte a voi due e alla vostra unione sentimentale che si rompe dopo anni e dopo aver generato due figli, o di fronte a te che senti il bisogno di ricorrere al chirurgo per migliorare il tuo aspetto pur essendo ancora molto giovane e bella, o di fronte a te, sorella mia, che ormai da troppo tempo sei alla ricerca del bandolo della matassa della tua vita, o a te che nonostante gli anni indugi ancora nei tuoi vizi, cosa posso offrire affinché troviate la pace del cuore?
Parole e consigli, evidentemente, non bastano.

Per affrontare problemi  così grandi e sofferenze così profonde vi serve una prospettiva nuova, qualcosa che vi aiuti a uscire dal vicolo cieco in cui vi siete cacciati, una Luce che illumini i vostri passi nel buio. E se è vero che “solo la verità ci rende liberi”, vi serve allora una testimonianza di quella Verità, qualcosa che vi apra gli occhi e le orecchie, serve che vediate e ascoltiate in modo nuovo. So, però, che anche di fronte a tutto ciò voi potreste comunque restare incastrati lì dove siete, prigionieri in una gabbia che col tempo vi siete costruiti da soli pur senza rendervene conto. Potete forse capire che questo, per me e per chi vi è molto vicino è fonte di frustrazione.

Ripenso a quello che state vivendo in questo periodo, a ciò a cui aspirate così ardentemente, ai desideri che volete assecondare e mi dico: eppure la vostra storia si è intrecciata con quella di un bambino speciale, un bambino che avete accolto, baciato e amato e che poi avete visto salire su una croce, una di quelle che mai avreste pensato dovesse essere riservata ad un bambino, e lo avete visto portarla con pazienza e coraggio; tutto è passato sotto i vostri occhi o quasi. Avete visto la malattia, quella vera, la peggiore, affliggere quel nostro bambino, qualche volta avete anche messo le dita nelle sue piaghe, e poi lo avete anche visto sorridere e giocare, lo avete visto continuare a vivere, come un bambino sereno, nonostante le limitazioni e gli impedimenti.

Avete pure visto i genitori di quel bambino vivere la Grazia di non disperdersi di fronte alla prova più grande che la vita può riservare. Avete visto la gioia della risurrezione nel giorno dell’ultimo saluto a quel bambino, avete ascoltato le parole di speranza che sono uscite da quella storia.

Insomma, avete visto e udito una di quelle storie che nella vita dovrebbero resettare tutto, far ripartire il cammino, una volta per tutte, lungo la strada giusta…eppure oggi vi vedo essere ancora schiavi delle vostre paure, dei vostri vizi, degli inganni di cui siete stati vittime; siete ancora lì che mangiate il cibo dei maiali.

Lo so, è storia ben conosciuta, non siete strani voi.
A tutti noi succede di essere come quei discepoli dal cuore indurito, che dopo aver assistito alla moltiplicazione di pani e pesci ancora discutevano su quanto pane avessero sulla barca. A tutti succede di essere increduli anche quando proprio davanti a noi si compiono segni così grandi.

L’amore che provo per voi, miei cari, in questo momento, mi fa uscire dal cuore parole come quelle di Gesù ai suoi discepoli: “Non intendete e non capite ancora?” o anche “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”
Mi viene da domandare: se mai ci fosse stato un fine alla morte e alla resurrezione di quel nostro bambino che si sono compiute sotto i nostri occhi, non può essere proprio quello della mia e della vostra conversione? Possiamo davvero restare increduli? A cosa sono servite allora le sofferenze di quel bambino?

Avevate occhi e non avete visto, avevate orecchi e non avete udito.

Intuisco il dolore del Padre Misericordioso che vede il suo figlio andar via a dilapidare la sua vita, lo immagino pregare affinché ritorni presto. Il mio cuore di uomo vorrebbe venire lì a prendervi e tirarvi fuori da dove siete, ma non so se ne sarei capace, e Dio solo sa se servirebbe.

Posso però fare come quel Padre: pregherò e “starò”, in attesa che torniate in voi stessi, in attesa di fare festa per avervi ritrovato.

 

I miei sentieri di ritorno

“La vita è fatta a scale”, dice un ben noto detto popolare, “a volte si scende, a volte si sale”, e si sa, la cultura popolare conserva in sé una profonda sapienza.

In effetti a tutti succede di trascorrere momenti felici e sereni, convinti di avere il proprio mondo sotto controllo, con la sensazione che tutto vada in discesa; e avere momenti tristi e agitati, convinti che il proprio mondo stia cadendo sotto i nostri occhi, con la sensazione che tutto sia in salita.

Guardo alla mia vita oggi e di saliscendi ne vedo tanti: cose e fatti banali spesso, ma anche qualche evento importante.

Da ragazzo ho frequentato con una certa passione e un buon profitto la scuola per tanti anni, coltivando belle amicizie e godendo della stima di amici e parenti; ma poi, all’inizio del liceo, ho perso completamente la testa appresso a due amici scapestrati e mi sono ritrovato a prendere insufficienze in quasi tutte le materie, a subire lavate di capo perché non studiavo ed ero sempre in giro a far danni.

Da adolescente ho immaginato la mia famiglia unita per sempre: mamma, papà, io, mia sorella tutti sotto lo stesso tetto, forse non pienamente felici ma sereni; poi papà è andato a vivere altrove e io sono diventato l’uomo di casa che doveva raccogliere i cocci.

All’università ho iniziato con entusiasmo, assieme a tanti amici, la facoltà di ingegneria, sognando un lavoro importante e ben remunerato ma dopo due anni ho capito che la mia strada era un’altra.

È arrivato il momento di mettere su famiglia, ci sono riuscito e l’ho fatto così bene come mai avrei immaginato quando ero ragazzo. Ho sperato di poter andare a vivere vicino casa di mia madre ma mi sono ritrovato a chilometri e chilometri di distanza, senza che lei sapesse guidare l’auto, senza riuscire a starle vicino ogni volta che volevo.

Ho sperato di costruire un bel rapporto con mia sorella, di trascorrere i nostri anni essendo sostegno l’uno per l’altra, di vedere un giorno giocare serenamente i nostri figli tutti insieme, ma per lunghi periodi io e lei non ci siamo quasi parlati e ancora oggi non va molto meglio.

Ho desiderato con tutto il cuore un figlio, l’ho avuto, era meraviglioso, perfetto; l’ho coccolato, lavato, accudito, gli ho letto libri, ho giocato con lui e ho scoperto l’Amore più grande e più vero, l’Amore totale che non ti aspetti possa uscire dal tuo cuore. Con lui, malato, mi sono ritrovato solo in ospedale, in una notte in cui tutto sembrava perduto, con mia moglie ricoverata nel padiglione ospedaliero accanto, con una minaccia d’aborto. E poi sono tornato a casa con due bambini e una moglie meravigliosa e ho vissuto con loro i giorni più belli della mia vita.

Ho visto la vita di quel figlio malato lasciare il suo corpo mentre gli tenevo le mani; ho versato lacrime per giorni e poi ho ringraziato Dio per ogni singolo istante che mi aveva concesso accanto a quel mio figlio, sentendo di non poter dare senso alla mia vita senza anche uno solo di quegli istanti.

Ho lavorato tanti anni senza un posto fisso, per alcuni mesi sono anche rimasto senza impiego, con due figli da crescere, sentendomi incapace di dare loro l’esempio di un padre che manda avanti la famiglia, ma poi è arrivata la vittoria in un concorso pubblico e ora sono stimato e apprezzato per le mie capacità.

Ho creduto di non riuscire mai a superare la paura di salire su una montagna e ora non riesco a trovare un’attività che potrei fare con maggior passione.

Ho desiderato una casa ordinata, curata, elegante, ben arredata mentre vivo in una casa, seppur grande e bella, in cui non ci sono due mobili che si abbinano tra loro e il disordine, il più delle volte regna sovrano.

Ho acquistato ogni più sofisticato (e costoso) ritrovato di tecnologia, ogni gadget o arnese, gloriandomi della loro efficacia e potenza, scoprendo alla fine che non ne avevo davvero bisogno.

Quanti gradini scesi con euforia e quanti gradini saliti con fatica. Quanti voli pindarici con la fantasia e quante cadute sulla realtà concreta. Quanti premi per cui esultare e quanti rospi da ingoiare. Nulla di così straordinario, certo, una vita come quella di tanti altri.

Se da un lato mi riesce facile ringraziare Dio per tutte le grazie e i doni che mi concede, per tutte le occasioni in cui permette che la vita mi sorrida, dall’altro mi riesce altrettanto facile percepire la bruciante sconfitta di certi “no” che la vita mi riserva o soffrire per il mio orgoglio ferito.

Don Luigi, un bravo e giovane sacerdote, uno tra quelli che hanno celebrato i funerali dei loro ragazzi morti sotto i tetti crollati per il terremoto, uno che se ne intende quindi, con una bella espressione, chiama questi no dei “sentieri di ritorno: momenti in cui te ne torni a casa frustrato e con la coda tra le gambe.

Eppure, lui dice, questi sentieri aprono la strada al nostro io più profondo, al nostro essere più autentico, “esperienze di autenticità” li definisce. Ogni no e ogni delusione non fanno altro che strappar via da noi qualcosa di inutile e superficiale, che non serve, che non è davvero nostro, una vera e propria zavorra, portando alla luce le nostre vere ricchezze; tolte via le sovrastrutture che col tempo vi abbiamo depositato quello che resta di noi è oro puro.

Oggi, sento proprio su uno di quei sentieri di ritorno, sono alla ricerca del mio oro. Medito, allora, queste parole, citate proprio da Don Luigi e tratte da “Diario di un Dolore” di Clive Staple Lewis:

Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. E’ piuttosto una chiamata in giudizio, dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici. Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù.

Comprendo che proprio in questi momenti opera grandemente l’Amore di Dio: attraverso di essi Egli compie quel lavoro paziente e misericordioso, fatto talvolta di picconate ben assestate e spesso di fini movimenti di cesello che ha l’unico scopo di portare alla luce la mia autenticità, la mia qualità. E allora ringrazio per tutti i sentieri di ritorno che ho percorso finora.

Il cibo migliore

di Stefano Bataloni

Oggi comincia una nuova Quaresima, un nuovo tempo per riflettere, pregare e depurarci dagli eccessi e le uscite di strada della nostra vita, in vista del nostro essere nuovamente ri-creati con la Pasqua di Cristo.

Pochi giorni fa ho ascoltato una bella catechesi in cui si è parlato del digiuno, che assieme alla preghiera e all’elemosina, è una delle azioni che i padri della Fede suggeriscono di condurre nel corso della Quaresima.

Il digiuno, spiegava il sacerdote, come strumento per contrastare il peccato della gola, quel moto compulsivo, fino talvolta all’ossessione, che ci induce a trovare continui espedienti (come il cibo) per appagare le nostre frustrazioni, conducendoci però al punto di allontanarci completamente dalla realtà.

Il digiuno, che non è solo una banale negazione dei piaceri, è il fare spazio per trovare un cibo migliore, uno modo per restare lucido e far arrivare al cuore la parola di Dio; il digiuno, vissuto così, ci riconduce alla realtà, ci aiuta a tuffarci in essa e ci consente di arrivare davvero all’altro, al nostro prossimo.

All’inizio, certamente, trovare questo spazio è dura, perché troppo forte è il legame ai nostri piaceri e alle nostre comodità, quasi del tutto accecata è la nostra mente sulla realtà e sulle persone che ci circondano.

Non avevo riflettuto ancora, fino ad oggi, su quale profonda e autentica esperienza di digiuno io abbia vissuto negli anni di malattia di Filippo.

È stato un digiuno difficile da sopportare agli inizi, come è ovvio che fosse, e in diverse occasioni negli anni successivi: rinunciare più e più volte a quel cibo appetitoso e succulento che erano le comodità di casa, la serenità di un futuro tranquillo, il viaggiare e fare vacanza con Anna e i bambini, lo shopping, gli amici…è stata molto dura.

Non che quei cibi fossero cattivi o facessero male al corpo: anche quelli servivano, ma erano “solo pane” ed è sempre stato molto facile illudersi di poter vivere unicamente di quelli.

Ma il fare spazio tra me e questi cibi in quegli anni, dapprima in maniera un po’ forzata e poi, col tempo, in maniera più consapevole e accondiscendente, mi ha riportato alla realtà: c’era davvero un Cibo migliore rispetto a quelli. C’era la parola di Dio che mi dava conforto, c’era una preghiera autentica, quella che chiede la vita, che chiede conversione, che ringrazia con cuore sincero.

In quello spazio ho potuto finalmente vedere con lucidità e ho trovato Filippo e Anna e Francesco, e poi Giovanni, nel loro essere doni del Cielo e strumenti per la mia salvezza. Con quel digiuno ho trovato speranza di fronte al dolore che non trova spiegazione. Quale cibo migliore di questo può mai esserci?

Ho mangiato quel cibo buono, ne ho ricordo. Ora però ho ancora fame di quel cibo e ho bisogno di fare ancora digiuno.