nuvolacuore

Storia di un bambino che (non) è morto

La mia “amica di penna” mi ha mandato questo racconto, scritto da lei, che contiene le sue riflessioni sul significato della vita. E sulla paura della morte. Beh, eccolo qua. 

di Caterina Graziosi

Un giorno quel bambino morì. Non se ne accorse subito. La prima cosa di cui si accorse fu che il dolore improvvisamente smise di stringere il suo corpo. Pensò: meno male, non ne potevo più. 

Poi cambiò la prospettiva. Vide tutto dall’alto, vide se stesso e vide il suo corpo, ma non si sentì affatto triste. Il suo corpo era come un vestito, un vestito che aveva molto amato, e che amava ancora, gli faceva tenerezza come quel costume di spiderman che non gli andava più bene, ma che -ora se ne rendeva conto- gli era sempre stato stretto. 

Poi vide la mamma, il papà, i suoi fratelli, li vide da diverse angolazioni contemporaneamente, dall’alto e anche di fronte, guardandoli bene negli occhi, e sentì di volere loro molto bene e sentì anche il loro amore per lui, voleva quasi restare, ma dietro le sue spalle qualcosa lo costringeva a voltarsi. 

Il bambino li guardò, ma non come un addio. 

E pensò (o disse, ma non c’era differenza) -perché siete tristi, dovete essere felici, perché in effetti io mi sento benissimo, non sono mai stato meglio.- e poi dovette proprio girarsi, e vide una bella luce aperta. 

Cioè, era una luce, ma era anche un passaggio, in invito talmente allettante, e contemporaneamente molto, molto famigliare. Gli sembrava proprio di averla già fatta quella strada, più ci volava dentro, più gli pareva di tornare a casa. E poi, pensò, era fantastico volare in quel modo. 

Ed era tutto molto più vero. Più realistico, ripensando alla vita di prima, quella sì che sembrava sbiadita. Non brutta. Ma come se fosse stata meno viva. Mentre ci volava dentro vedeva che in fondo c’era una luce, ma che non faceva male agli occhi come quando guardava il sole, e poi c’era questo vento tiepido che accarezzava ogni parte di lui. Gli venne un dubbio. Si guardò le mani, le aveva ancora? Le mani c’erano, ma erano come una traccia di luminosità. Intanto quel vento lo portava verso la luce e infine si fermò. 

La luce splendeva nelle tenebre. Nonostante fosse la luce più potente e viva che avesse visto, intorno c’erano le tenebre. 

Il bambino era molto eletrizzato. In effetti non aveva mai pensato che fosse morto. Visto che non si era mai sentito più vivo di così. 

Cominciò a sentirsi molto curioso. Aveva una gran voglia di giocare e divertirsi. Appena si formò questo pensiero, che era quasi come una voce, la luce rispose. Quella luce era molto divertita pure lei. Era ironica. Era anche un po’ bambina. Sembrava aspettasse che il bambino si scatenasse e iniziasse a giocare. 

Il bambino sentì qualcosa di infinito che lo riempiva, come fosse stato un palloncino, e quella cosa non poteva essere che amore, ma neppure il giorno di compleanno si era sentito così amato e voluto. 

Così cominciò a volare, a fare le capriole nel vuoto, ma non era vuoto. Si accorse che era lo spazio infinito. Vide tutto. Le stelle, le nebulose, infiniti pianeti e soli, bastava pensarlo, e immediatamente vi penetrava dentro, li attraversava e si accorse che tutto era formato da una sola sostanza, e quella sostanza era l’amore, la stessa di cui era fatto lui, la differenza era che lui aveva una identità ed era amato “meglio”, e interamente, e si accorse che non avrebbe mai fatto una cosa abbastanza brutta perché quell’amore venisse a mancare. 

Pensa te, tutti questi scienziati che si scervellano per capirci qualcosa, ma è tutto così semplice.

 Gli apparve tutto molto ovvio, la creazione, il tempo, il mondo, l’uomo. Era come se vedesse le cose da un punto di vista diverso. 

Nonostante gli sembrasse che in un tempo lunghissimo e anche brevissimo avesse esplorato tutto l’universo, ovunque si girasse, la luce era sempre di fronte a lui. 

Il bambino in quel momento capì che la vita terrena per lui era finita. Lo capì senza tristezza. 

Lo capì come una cosa che doveva essere compiuta e quindi che lui stesso aveva raggiunto la pienezza.

Allora la luce gli chiese se voleva guardare, e il bambino disse sì. 

Era un sì che risuonò come un eco musicale in tutto il cosmo. 

E vide la sua vita. Vide ogni cosa, anche le cose brutte che aveva fatto, pure quella volta che aveva rotto apposta il regalo di compleanno di suo fratello perché era geloso, ma non glie l’aveva mai detto. Però vide che, come in un film, veniva messa in risalto esageratamente ogni piccolissima azione d’amore. Era come se la luce volesse fargli vedere che ogni atto d’amore valeva 1000 volte di più di ogni dispetto. Quel giorno in cui aveva aiutato suo fratello a scrivere. Quando gli aveva fatto bere l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Quando aveva apparecchiato la tavola senza che la mamma glie lo chiedesse. 

Il bambino si sentiva come il cocchino della maestra a cui si dà 10 anche se merita 7 e mezzo. Ma per la Luce, sembrava che fosse un successone. Il bambino non era scemo, era andato a catechismo, i suoi genitori glie ne avevano sempre parlato, e sapeva benissimo che quella luce era Dio. Si sentiva molto sicuro perché era talmente riempito di amore, che non aveva paura di niente. 

Era morto (sempre che questa parola abbia significato), e non aveva avuto paura un solo secondo.

E così volle fare delle domande. E appena si formavano nella sua testa, la risposta della luce si formava direttamente nella sua mente. Dio rispondeva sempre chiamandolo per nome, e ogni volta il bambino rabbrividiva di piacere a sentire pronunciato da Lui il suo nome.

Perché hai creato l’universo?

Perché l’amore non può che creare

E perché hai creato l’uomo?

Perché volevo una creatura che fosse come me, perché l’amore deve amare qualcuno

E perché l’hai fatto così, cattivo, egoista, vanitoso

No, io l’ho creato perfetto. Un’anima perfetta in un corpo perfetto.

Beh, e allora?…

E allora di angeli che mi lodavano e cantavano da mane a sera ne avevo già abbastanza. Volevo qualcuno che scegliesse di amarmi. E allora l’ho fatto libero.

E’ lì che è venuto fuori il disastro! Protestò il bambino.

Si, ma che valore ha l’amore, se non hai altra scelta? Vedi, così anche il più piccolo, minuscolo, atto d’amore, anche se non è perfetto, anche se inquinato da tanti sentimenti meno limpidi, diventa talmente prezioso…

…che ti salva. Concluse il bambino

Poi aggiunse un pensiero: Sì, ok, capisco tutte le cose brutte che fanno gli uomini che scelgono l’odio, ma le malattie? I terremoti? Il dolore?

Non è questa la domanda giusta. La domanda giusta è: perché ho fatto incarnare l’uomo che ho creato, l’ho fatto nascere nella carne e nel tempo, l’ho inchiodato alla materia, gli ho dato un corpo che si ammala, che si rompe, che ha freddo, in un creato che anche lui soffre e si dibatte?

Sì, è vero, è questa la domanda. Ammise il bambino. Le cose gli apparivano sempre più chiare e facili. Contemporaneamente si accorgeva che solo lì, davanti alla luce-Dio potevano apparire chiare e facili. Arrivò la risposta.

Perché il mio desiderio è riunirmi all’uomo che ho creato, ma solo dopo che lui ha imparato ad amare. Nella libertà. E quindi, nell’imperfezione. Ecco cos’è la vita. La vita è il luogo in cui l’uomo ha l’opportunità di imparare ad amare. E -non meno importante- a farsi amareL’amore ha quasi infinite sfaccettature. Come il mio. Si impara ad amare in un modo particolare da figli, i propri genitori. E’ l’amore che si affida. (come chi si affida a Me)  In un altro modo, un’altra forma di amore è quella per i fratelli. Poi c’è l’amore tra marito e moglie: un amore che sembra facile, perché ci si sceglie, ma è difficile perché si sceglie ogni giorno. Insegna l’amore fedele. Poi c’è l’amore per i propri figli: si impara ad amare donando la propria vita. C’è anche l’amore per lo sconosciuto. E’ l’amore che ha fede. C’è l’amore nella malattia, che vede oltre il dolore ed oltre l’imperfezione, la persona. E’ l’amore della speranza. L’amore che si sacrifica. C’è l’amore silenzioso e nascosto, per esempio quello delle tante persone che pregano per degli sconosciuti, le suore, i frati, persone qualunque. E’ l’amore gratuito che crede nel potere della preghiera. C’è l’amore per il creato, che ricerca la bellezza e l’armonia  i quali suscitano a loro volta amore. C’è l’amore che sfida l’odio, nonostante la guerra e la continua mancanza di giustizia. E’ l’amore senza paura….

Il bambino cominciò a vedere come una moltitudine di vite, illuminate anche solo a brevi tratti da piccoli o grandi barlumi di amore, che creavano qualcosa. 

Anzi, creavano la realtà. Plasmavano le anime, cambiavano il corso degli eventi, o illuminavano una intera esistenza, creavano una reazione a catena imprevedibile e lunghissima, nel tempo e nello spazio. Come un effetto domino. E vide un mondo, in tutti i tempi, illuminato infinitamente più dall’amore che dall’odio.

Accipicchia, pensò. Ma come è possibile che loro, gli uomini laggiù, non lo vedano? E’ così ovvio, così facile.

Vide anche che la sua vita non era monca, ma era completamente compiuta nonostante fosse morto bambino. 

In quel momento si ricordò della sua mamma, del suo papà e  dei suoi fratelli, e (non poteva sentirsi triste) li amò nel loro dolore, e nella loro condizione, perché loro non avevano visto e capito tutto quello che vedeva e capiva lui ora.

Prima che la preghiera si formasse in lui Dio si aprì. 

Il bambino entrò. 

Pensava di avere raggiunto la massima gioia, invece non era così. 

Dio non era uno, in effetti lo aveva pure studiato a catechismo, la trinità. 

Dio racchiudeva tutte le forme d’amore, e anche le più umane, sentì precisamente la presenza di un uomo. In effetti quella presenza era Gesù. Si stupì perché mica era serioso e un po’ noioso come se l’era immaginato. Era ironico, simpatico anche. E molto concreto. Lo vide davanti a sé con una espressione quasi divertita, e gli diceva di seguirlo. Inizio a parlare: 

Qui non ci si annoia. Sì è vero che c’è pace e c’è amore, ed eternità. Ma c’è un sacco lavoro da fare. Per esempio per la tua famiglia. Ci sono grandi progetti per loro, sai. Grandi progetti indipendentemente dalle scelte che faranno, perché noi abbiamo infiniti piani B per tutti. Beh, quasi, infiniti. In più c’è mia madre, sai, lei dà sempre una gran mano, perché ha un istinto tutto particolare per ispirare e consolare e tirare fuori dai pasticci le persone. Sapessi quante Grazie ha a disposizione, ancora inutilizzate: infinite! – (ovvio, che te lo dico a fare?) E giù che se la rideva.

Il bambino anche lui rideva, e così entrò in una moltitudine di persone, alcune delle quali conosceva, per esempio parenti morti prima che nascesse, i nonni, due zii. Tutti di davano un gran daffare,con le vite degli uomini sulla terra… ispirando infinite connessioni d’amore, opportunità di bene, a volte con la sola preghiera facevano sì che una situazione orrenda si trasformava in una splendida grazia. Era un lavoro davvero creativo.

Il bambino capì definitivamente che era tornato a casa, per sempre. E che la vita non si era fermata, ma iniziava. Per sempre. E che non si sarebbe di certo annoiato.

f4d5aa5234_7435111_med

Pensiero per A.

di Vincenzo Raponi

A. è stata, è, e sarà insostituibile.

Io abito all’ottavo piano di un palazzo e vedo tutti i tetti della città e del quartiere.

La sera in cui A., col suo inimitabile foulard è salita in cielo, 

prima di lasciarci, si è infilata in ognuna delle case e lì, ha sfiorato il cuore di tutte le mamme del quartiere,

quello delle maestre, quello delle bidelle, delle zie e delle nonne.

Da oggi in poi, e per sempre, cari G. e D.,

se avrete un momento di malinconia, di solitudine o di rabbia, chiedete pure una carezza, un bacio, un abbraccio ad una qualsiasi delle mamme del quartiere, delle maestre, delle bidelle, delle nonne o delle zie.

In quel bacio, abbraccio o bacio, ritroverete un pizzico dell’inconfondibile essenza di vostra Madre.

A. ha pure sfiorato gli occhi di tutti i bambini, vostri compagni di scuola o di giochi, e sarà tramite quegli occhi che A. vi sarà vicina e continuerà a guardarvi studiare, giocare e vivere.

Il resto della sua essenza, A. l’ha affidata a vostro Padre e solo con lui e in lui potrete ricongiungervi a vostra Madre.

Siate così forti da aiutare vostro Padre a conservarla intatta per sempre.

 

Vincenzo
Roma, Lunedì 23 Gennaio 2017

16486900_1807065779558745_4440140399018494109_o

Non sapere altro se non Gesù crocifisso

Era consuetudine, il lunedì, riportare qui l’omelia delle letture della domenica.

In attesa, forse (molto forse), di riprenderla, bisogna oggi raccontare ciò che ci è accaduto ieri pomeriggio che, in qualche modo, costituisce se non una “spiegazione” delle letture domenicali quanto meno una loro “incarnazione”, tanto che quando io e Anna le abbiamo ascoltate durante la Santa Messa ci siamo scambiati uno sguardo e abbiamo intuito che in quel momento il Signore ha voluto darci l’ennesimo amorevole sostegno.

Filippo era salito al Cielo da pochi mesi quando mi scrisse una persona chiedendomi di poter, in futuro, coinvolgere me e Anna in una testimonianza, nell’ambito della sua attività in un gruppo per il sostegno alle famiglie.

Non che fossimo pieni di impegni ma nei mesi successivi non si trovò poi il modo di incontrarci e programmare la nostra testimonianza. In seguito, quella persona acquisì un volto, e avemmo occasione di incontrarci di persona ma, soprattutto, spiritualmente; scoprimmo presto di essere lontani geograficamente ma di  essere fratelli nella fede.

Finalmente, poche settimane fa, trovammo l’accordo per vederci, per rendere la nostra testimonianza. L’occasione sarebbe stata quella della Giornata per la Vita. Ci sarebbe stato addirittura il Vescovo ad attenderci!

Io e Anna abbiamo accettato, pur sentendoci come sempre del tutto inadeguati. Eppure, proprio poche ore prima di partire per il lungo viaggio verso la parrocchia che ci avrebbe ospitato sono arrivate queste parole:

Io, o fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza.
Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione.
La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

…e poi,

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

A queste parole abbiamo cercato di conformare la nostra testimonianza: non c’è stata eccellenza nella nostra parola e nella nostra sapienza. C’era invece timore e trepidazione per un compito così importante: essere luce davanti agli uomini, essere lampada sul candelabro.

Abbiamo cercato di “essere lampada”, raccontando la storia di Filippo, di come abbiamo vissuto la sua malattia, di come la fede ci ha sostenuto, di quale grande conforto abbiamo trovato nella comunità che si è stretta a noi. Soprattutto, però, abbiamo cercato di raccontare che la vita di Filippo, per quanto breve e travagliata sia stata, ci ha regalato doni meravigliosi, a  cui oggi non potremmo mai rinunciare; che la cosa più importante che abbiamo fatto è stato chiedere per lui, nel giorno del suo battesimo, la Vita Eterna, cosicché noi oggi possiamo dire che lui è vivo, come è vivo Gesù risorto. In occasione della Giornata della Vita abbiamo raccontato che questa è la Vita che conosciamo.

Dio giudicherà, se l’olio che ha alimentato la nostra lampada sia interamente venuto da Lui, come noi speravamo. Solo Dio sa, se siamo stati davvero “luce del mondo”.

E’ stata comunque una serata straordinaria: un teatro si è riempito per noi, abbiamo rilasciato interviste e siamo stati fotografati a più riprese. Abbiamo scambiato strette di mano e abbracci. Siamo tornati a casa con gli occhi pieni di volti di nuovi amici, con il cuore pieno di gioie e di dolori che alcune persone presenti hanno voluto condividere con noi, con il cuore ricolmo dell’affetto di amici speciali.

Volevamo raccontare come la potenza dello Spirito Santo si è manifestata nella nostra vita e invece siamo stati noi ad aver ricevuto l’ennesimo dono dallo Spirito Santo.

04

Cercate prima il regno di Dio

…per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?

E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?

E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.

Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?

Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?

Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.

Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

(Mt 6, 25-34)

Anna e Stefano, 2 febbraio 2002

deserto

Non dimenticare

Mi è stata donata questa Parola, oggi, e anche se non sono in grado di commentarla, la condivido.

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te.

Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo; perché il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame.
Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato.

Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti dò.
Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.
Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze.
Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri.
(Dt 8, 2-19)

Mi è stato suggerito di fare memoria di quello che è stato, con una delicatezza infinita mi è stato detto che per ogni giorno della mia vita dovrò fare i conti con quello che ho vissuto, e che in ogni momento bello che vivrò, quando i miei figli si sposeranno, quando terrò in braccio i nipoti, quel momento sarà inevitabilmente velato da quello che è successo.
Mi è stato detto però di non cancellarlo, di serbarlo con cura nel cuore, così come il Signore intima a Israele di ricordare il cammino attraverso il deserto.

Perché quel cammino significa ricordarci da dove veniamo, quel cammino significa ricordarci di come il Signore ci è stato vicino, e non ci ha lasciati soli, e ci ha fatto crescere attraverso la prova, e ci ha sostenuto col suo potente braccio, e ci ha dato la manna, affinché non morissimo.
Perché quel cammino ci ha resi quello che siamo, e attraverso le umiliazioni e la fame ci ha fatto scoprire che avevamo bisogno di Lui. E nella nostra debolezza, nella nostra fragilità, ci ha incontrato.

(Lo so che ho pianto, lì per lì, ma sono grata, davvero, di aver ricevuto queste parole).

Un po’ come -riflettevo da qualche tempo- Gesù incontra delle persone, e le incontra proprio perché sono fragili. La donna adultera, che salva dalla lapidazione alle porte di Gerusalemme, la peccatrice, che gli lava i piedi con le lacrime e glieli asciuga con i capelli, la donna affetta da emorragie, che si fa largo tra la folla e gli tocca il mantello.

E se quella donna non fosse stata adultera, se l’altra non fosse stata peccatrice, se l’ultima non fosse stata malata e disperata… non avrebbero incontrato il Signore, magari non si sarebbero nemmeno poste il problema di doverlo incontrare…
Ma in quell’incontro, nato dalle loro debolezze, Gesù cambia loro la vita.

“Neanche io ti condanno. Và, e d’ora in poi non peccare più” dice all’adultera.
“I suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato” dice della peccatrice a chi si stupisce della scena, e a lei: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.
E “chi mi ha toccato?” chiede quando l’emorroissa riesce a sfiorare il lembo del suo mantello, tanto che gli apostoli si stupiscono, ma come “chi mi ha toccato?”, qua spingono e strattonano tutti!
Ma Lui sente proprio lei, nella sua malattia e nella sua disperazione, e con quell’incontro la guarisce, e le cambia la vita.

Allora non dimenticare che il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire. 

Per farti felice nel tuo avvenire.

 

VATICAN CITY, VATICAN - MAY 01:  Ageneral view of St. Peter's Square during John Paul II Beatification Ceremony held by Pope Benedict XVI on May 1, 2011 in Vatican City, Vatican. The ceremony marking the beatification and the last stages of the process to elevate Pope John Paul II to sainthood was led by his successor Pope Benedict XI and attended by tens of thousands of pilgrims alongside heads of state and dignitaries.  (Photo by Elisabetta Villa/Getty Images)

FAMIGLIA di FAMIGLIE (un Popolo diverso da tutte le Nazioni)

di Mario Barbieri

Oggi mia figlia più piccola (piccola per modo di dire, ha ormai diciott’anni) scherzava sul mio modo lento di “dire le preghiere”, rispetto un amico di famiglia e Fratello in Cristo, che le recita più velocemente, mentre accompagna mia figlia e una delle sue in macchina, al loro tirocinio.

Al di là della velocità del labiale, ho pensato quanto sia bello, che benedizione, sapere che i propri figli quando sono con altri, con altre famiglie o componenti di queste, con cui si condivide la Fede, trovino questa continuità di sante abitudini, ma anche di discorsi, di visione delle vita, di piccole testimonianze.

Sapere che se tu reciti le preghiere del mattino con i tuoi figli, se sono ospiti di altri, con loro reciteranno le preghiere del mattino, che se si troveranno a pranzo o a cena da queste Famiglie amiche, con loro benediranno il signore per il cibo ricevuto e per il dono della condivisione.
Se sarà di Domenica, con loro andranno a Messa, a celebrare la Pasqua che apre la nuova settimana.

Potranno ricevere una parola, un discernimento su un fatto, magari uno dei tanti terribili fatti di morte o di violenza che ogni giorno avviene sotto questo sole, ma che la diffusissima a più livelli rete di comunicazioni odierna, prepotentemente e inevitabilmente fa rimbalzare in casa tua.

Riceveranno una piccola o grande testimonianza… che un padre che scarrozzandoti con la macchina, mentre ti porta a destinazione, ti invita a pregare è già una testimonianza.

Sì, è una benedizione.
Perché i nostri figli, quale che sia la loro età, oltre ad una testimonianza, comprendano che loro non vivono in una “strana famiglia”, in una famiglia fatta di genitori un po’ “fuori dal mondo” (nel mondo ma non del mondo certo…), o di “bigotti”, tanto per andare giù pari… ma appartengono ad un Popolo, “un Popolo diverso da tutte le Nazioni”, destinato a essere segno, ma anche pietra d’inciampo, a ricevere grazie da Dio, ma anche persecuzioni.
Questo è tanto importante per loro, quanto per la loro vocazione e per la missione di noi tutti.

Per questo è un’ottima cosa, direi doverosa se leggiamo tanti passi dell’Antico Testamento, che anche umanamente, si coltivino amicizie, rapporti stretti, momenti di condivisione, con Famiglie che condividono con noi l’unica Fede in Gesù Cristo.
Perché si possa essere e diventare Famiglia di Famiglie, un Corpo, dove noi e i nostri figli possiamo crescere e fortificarci, essere protetti quando serve e stimolati a combattere quando serve.
Combattere contro il male del mondo, contro i suoi inganni, contro le nostre debolezze e i nostri peccati.

Resistere nella Croce, benedire nella gioia e nel pianto.

Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra,
nebbia fitta avvolge le nazioni;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
(Isaia 60,2)

20170121_115405

Una nuova casa

Sabato mattina, dopo lunga attesa, siamo riusciti a spostare o, come si dice in questi casi, a “traslare” i resti di Filippo nella nostra tomba nel cimitero in cui è sepolto.

Fino a quel momento, Filippo era rimasto accanto a Giuseppe, un caro amico di Anna, morto anche lui giovane per un incidente stradale. Grazie alla generosità della sua mamma, i resti di nostro figlio avevano potuto trovare una sistemazione dignitosa: in una delle edicole che guarda la vallata e le montagne. In questi due anni la tomba in cui si trovavano Giuseppe e Filippo è stata la più bella della fila, sempre ricca di piante e fiori colorati, vistata spesso da tante persone.

Era però una sistemazione destinata a non durare a lungo. Con un po’ di fatica e di insistenza, siamo riusciti ad acquistare dal Comune una nostra tomba, di quelle poste in terra, come io e Anna avremmo gradito, così che trovassero compimento le parole del libro della Genesi: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto.”

Alle 10:30 di sabato scorso, quindi, io e Anna, accompagnati da nonno Italo e nonna Teresa in rappresentanza di tutti i nonni, ci siamo ritrovati al cimitero. Era una bella mattina di sole, le montagne lontane erano ben visibili e coperte di neve, come fu il 20 novembre di 2 anni fa.

Il loculo di Filippo, nell’edicola che lo ospitava, al nostro arrivo era già stato aperto. Poter di nuovo toccare la sua bara è stata un’emozione grandissima. Per quanto sia forte e concreta la consapevolezza che mio figlio sia ancora vivo, è straordinariamente vivo in me anche il desiderio di un contatto fisico, fosse anche con tutto ciò che ne è rimasto qui.

L’operazione per la traslazione, poi, è stata alquanto complicata. Il cimitero del nostro paese, come tutto il paese stesso, è stato realizzato sulla cima di un colle e quindi si estende sia in larghezza che in altezza. Per questo, i resti di Filippo sono stati spostati non solo da un punto all’altro, orizzontalmente, ma anche da un piano all’altro del cimitero.

20170121_104959

A realizzare lo spostamento sono stati quattro operai che hanno dovuto faticare non poco, anche se si trattava solo del feretro di un bambino.

Osservare il loro impegno, vedere il loro sudore, ammirare la sapienza di gesti compiuti tante volte, apprezzare l’attenzione di certe manovre, forza e delicatezza mescolate l’una all’altra: e per cosa? Per un feretro? Per qualcosa che a occhi umani non ha quasi alcun valore? Per qualcosa che il tempo farà marcire?

20170121_105516

Come se non avessi avuto abbastanza da Filippo nel corso della sua breve e travagliata vita, sabato mattina ho ricevuto l’ennesimo dono; a causa sua, e attraverso le braccia di quegli operai, ho contemplato la Carità di Dio, l’Amore di Dio per noi, quell’amore che vive in noi, che ci spinge a prenderci cura anche dei resti dei nostri cari defunti e che non smette di darci testimonianza del fatto che da Dio siamo stati creati e a Lui torneremo.

Ora Filippo giace nella sua nuova casa, ancora grezza perché costruita da poco ma una casa che guarda il Cielo, da cui è possibile vedere bene il paese che ci ospita, da cui è possibile vedere le montagne.