Il limite

di Stefano Bataloni

Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. […] Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti..

Vivo in un tempo, in questa mia parte di mondo, in cui il cibo, di ogni genere, è davvero facile da raggiungere: forse ce n’è fin troppo e l’imbarazzo della scelta ormai mi mette in crisi diverse volte al giorno. Immagini, parole, conoscenze, esperienze, luoghi, oggetti…tutto vorrei vedere, tutto vorrei sapere, tutto vorrei fare, tutto vorrei gustare.

Sono cresciuto con la voglia di “mangiare” di tanti alberi, e mangiandone la fame è cresciuta. Forse è giusto così perché non sono stato creato per avere una dieta “monotematica”, non sono certo come il mio gatto che ormai da anni mangia sempre le stesse bustine e gli stessi croccantini o che conduce sempre la stessa identica vita, giorno dopo giorno.

In quanto uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, sono molto diverso dal mio gatto: posso mangiare tantissimi cibi diversi, ho il desiderio di sperimentare cose diverse: in tutte, cerco la piena soddisfazione, in tutte cerco la vita.

Riconosco però che ci sono cibi che non mi nutrono, che danno una qualche soddisfazione lì per lì ma che, in fondo, non alimentano la mia vita ma sostengono forse la parte più brutta di me, e mi danno la morte. Non la morte fisica, naturalmente, ma la frustrazione del mio desiderio, che è come una piccola morte.

E la cosa che più mi stupisce, quando ci rifletto a mente fredda, è che sono frutti di alberi che non sono stati piantati al centro del mio giardino. No, sono alberi che mi vado a cercare, talvolta anche con grande dispendio di tempo e di energia, distogliendo lo sguardo da ciò che è proprio sotto i miei occhi.

A ben poco serve il ricordo di aver mangiato in passato cibi che non nutrono, perché puntualmente trovo in giro “un albero della conoscenza del bene e del male” che torna ad essere “buono da mangiare, gradevole ai miei occhi e desiderabile per acquistare saggezza”: prendo del suo frutto e ne mangio.

C’è questo limite tra le cose che posso mangiare e le cose che non devo mangiare perché mangiandone, certamente, morirei. E’ un limite che spesso mi fa soffrire, che vorrei aggirare, perché in fondo mi piacerebbe proprio tanto vedere tutto, sapere tutto, fare tutto, gustare tutto.

Eppure questo limite, in fondo è ciò che mi ricorda chi sono, mi definisce.

Sono nato a Roma e non a New York, forse non potrò mai sperimentare il famoso “sogno americano” ma ho a portata di mano la cultura e la ricchezza della città più bella al mondo.
Sono sempre stato una persona timida e riflessiva, forse non potrò mai essere spigliato e socievole.
Sono sempre stato un bravo studente ma non sono mai stato un genio, ho raggiunto buoni risultati ma forse non scoprirò la cura del cancro o inventerò un vaccino che salva il mondo.
Sono un buon lavoratore ma non sono capace di vivere per il mio lavoro, potrò fare carriera ma forse non diventerò mai molto ricco o presidente del mio Istituto.

Mi piacciono i lavori manuali e forse non diventerò mai un grande lettore di libri.
Cerco di tenermi in forma con l’esercizio fisico ma non diventerò mai un maratoneta.
Ho studiato biologia e non architettura, non potrò mai progettare un edificio o un appartamento ma conosco la bellezza del corpo umano e degli esseri viventi.
Ho sposato una moglie e non conoscerò più altre donne ma ho la certezza di non ritrovarmi solo nel letto la mattina al mio risveglio.
Ho dei bambini e non posso poltrire nel letto fino all’ora di pranzo nel weekend ma posso vederli crescere e riscoprire in ogni giorno la bellezza e la creatività del loro amore di figli nei miei confronti.

Ho avuto un figlio malato, l’ho accompagnato per sei anni lungo la sua malattia e poi l’ho lasciato andare in Cielo non potrò mai vederlo crescere sotto i miei occhi.

Guardo indietro alla mia vita e vedo che questa mia storia ha una direzione e dei limiti molto ben definiti.

Questo sono io, così sono stato creato e sono stato pensato; questo ho visto, questo so, questo ho fatto, questo ho gustato. Quando ho provato, e continuo a provare, di varcare quei limiti, non trovo nutrimento, trovo solo la morte di me stesso.

E non è un capriccio divino tutto ciò, non perdo nulla per il fatto di non dover varcare quei limiti. In realtà, quei limiti mi raccontano chi sono, mi portano a guardare in quello  spazio infinito che c’è al loro interno, in esso c’è ogni sorta di albero gradito alla mia vista e buono da mangiare, posti proprio al centro del mio giardino e posti lì solo per me, di cui solo io possono mangiarne.

Se voglio vivere, solo di essi devo mangiare.

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La felicità è un po’ una scelta

di Anna Mazzitelli

Il titolo di questo post è letteralmente rubato: qualche giorno fa ho preso un caffè con mia mamma e una nostra amica di vecchia data, la quale ci ha parlato a lungo delle sue quotidianità più o meno difficili (e chi può sostenere di non avere quotidianità difficili?) e del fatto che giornalmente lei decide di andare avanti come ha sempre fatto, nonostante spesso il suo istinto la porterebbe a mandare tutto a quel paese.

Non credo serva aggiungere dettagli: tutti noi siamo impantanati, chi più, chi meno, in una realtà che ci tira verso il basso, e io, che ho trent’anni meno di lei, mi sono immedesimata perfettamente nelle sue parole. Cambiano le circostanze ma non la sostanza.

A un certo punto lei ha pronunciato quella meravigliosa frase: “La felicità è anche un po’ una scelta”.

Che schiaffo per il mondo, che predica la libertà associandola al non avere vincoli, doveri e fastidi, che spinge a rompere i legami se si fanno difficoltosi, a rifiutare i problemi, a demonizzare le malattie, a ricercare sempre la perfezione, delineandone anche i criteri!

E la conversazione in questo bar, davanti a un meraviglioso mocaccino che sembrava un’opera d’arte, si sposa con l’audio che mi ha mandato Chiara qualche giorno fa (sì, finalmente sono riuscita ad ascoltarlo!) registrato alla giornata di inizio anno degli adulti e gli studenti universitari di CL, ad Assago (Mi).

A chi di noi non piacerebbe essere sorpreso da qualcosa che fa cantare tutto?

Cosa fa cantare, anche dentro una vita che osservata dal di fuori sembra in perdita, sembra una sconfitta?

Cosa rende la quotidianità all’altezza dei nostri desideri, trasforma anche le difficoltà più grandi, trasfigura il dolore e la fatica?

Cosa ci strappa dall’essere solo dei bravi esecutori di riti e attività, tutte preziose ed essenziali, non dico di no, ma spesso vuote?

Cosa mi ridarà l’entusiasmo per portare avanti un anno di catechismo che avevo deciso di non fare, e che per adesso ho iniziato più per dovere che per vera convinzione? Cosa mi farà affrontare un anno di accompagnamenti a scuola, asciugature di capelli in piscina, compiti il sabato mattina, panni da stendere, nasi da soffiare, riunioni a scuola, riunioni in parrocchia, corsi di formazione…

Don Carròn propone il test della letizia: faccio tutto quello che deve essere fatto, anche più del necessario, a volte. Ma tutto questo mi dà letizia? Perché senza quella, tutto diventa faticoso, pesante, insopportabile. E la fatica che provo e la mancanza di letizia sono il sintomo del bisogno che ho di Dio.

Ebbene, amica mia, sono d’accordo con te. La felicità è un po’ una scelta. E io ho scelto di essere attaccata a Dio, di far fare a Lui, di farmi da parte per lasciare a Lui lo spazio necessario per fare quello che desidera.

E, sì, sono lieta.

Allora, però, si deve vedere. Perché non voglio che i miei figli, tra vent’anni, ricordino di aver avuto una mamma sempre cupa, sempre arrabbiata.

Ho deciso di sorridere di più. E mica è facile, all’inizio. Questi sorrisi sembrano così forzati e finti…

Eppure è successa una cosa: i miei figli mi guardano strano. Non se lo aspettano.

E questo è terribile, ma meno male che ci sono arrivata…

E poi, martedì, mentre io e Francesco andavamo verso la parrocchia, per il benedetto primo incontro di catechismo, lui mi ha detto: “Che bello quando tu sei felice”.

E il lamento si trasforma in canto.

L’ultimo pezzetto

di Anna Mazzitelli

Da quando l’ho fatto la prima volta, a maggio del 2015, il pellegrinaggio notturno delle sette chiese è diventato un’abitudine. Credo che sia un po’ una droga e io ne sono dipendente.

Se ripenso a quanta paura avevo -la prima volta- di non farcela, mi viene da sorridere. Perché, in effetti, si fa.

E’ lungo, sicuramente faticoso. Ma qualcosa ti aiuta, e si fa.

E poi, da quella volta, ho sempre avuto con me mio cognato Pietro, in rappresentanza della sua famiglia, e questo fa un po’ la differenza, perché quando sai di non essere solo, è tutto più facile.

Comunque una delle cose che avevo sentito dire su quel pellegrinaggio è che alla fine, quando si arriva a Santa Maria Maggiore, alle sette del mattino, dopo aver camminato tutta la notte, si può entrare in Basilica, e andare a pregare davanti alle reliquie della culla di Gesù Bambino lì custodite.

Mia sorella, che l’ha fatto 12 anni fa con Don Fabio Rosini, mi raccontava che arrivati lì Don Fabio esortava i pellegrini a chiedere una grazia a Dio. Diceva loro di spararla grossa, di puntare in alto, perché dopo tutta la fatica del pellegrinaggio non si può non essere ascoltati. E concludeva così: “Chiedete, e poi vi accorgerete del perché la gente torna a farla, quest’ammazzata… tornerete anche voi”.

E così, affidandomi, ogni volta che ho fatto il pellegrinaggio ho portato con me un’intenzione speciale da deporre davanti alla culla di Gesù, il sabato mattina.
Cinque pellegrinaggi, cinque intenzioni.

Non ho ricevuto miracoli, non è quello che sto raccontando, mi dispiace deludere.

Anzi, direi che le cose sono andate sempre in modo abbastanza differente da come io le ho chieste e da come me le sarei immaginate. E questo è perfettamente normale, perché Dio esiste, ma per fortuna vede più lontano di me.

Quello che posso testimoniare è che la sua mano, in tutte le situazioni che gli ho affidato davanti alla mangiatoia, si è fatta presente, con l’originalità e la fantasia che la contraddistingue, e le grazie sono piovute con abbondanza.

Ora, a maggio scorso ho partecipato all’ultimo pellegrinaggio.
Ma stavolta ho sbagliato scarpe.
La soletta di entrambe era talmente consumata che si è logorata e rotta presto, lungo la strada. Già a San Bartolomeo, sull’isola Tiberina (una delle prime tappe) avevo male a entrambi i piedi, ma non mi ero resa conto della gravità della situazione, che poteva solo peggiorare.

Ho tenuto duro, l’orgoglio, la testardaggine, l’importanza della mia missione erano tali che niente mi avrebbe fatto desistere, figuriamoci un po’ di mal di piedi.

E poi mio cognato mi sosteneva, pregava con me, e mi faceva ridere, non ero sola.

Come sempre è stata un’esperienza meravigliosa, però a un certo punto, già albeggiava, la situazione è diventata insostenibile.

Arrivati a San Lorenzo al Verano praticamente zoppicavo, e da lì a Piazzale Aldo Moro non riuscivo più a tenermi in piedi: continuando a camminare tutta la notte avevo strusciato la pianta del piede sui buchi nelle solette delle scarpe, mi si erano formate delle vesciche che poi, alla fine, si erano anche bucate, provocando un forte dolore e l’impossibilità di poggiare il piede a terra, entrambi i piedi.

Mancava così poco!

Dalla Sapienza a Santa Maria Maggiore, una mezzora al massimo, e poi una parte bellissima del pellegrinaggio, in cui si cantano le litanie dei Santi tutti assieme, camminando nella luce del giorno che si fa sempre più chiara…

Ma non ce l’ho fatta, ho deciso di fermarmi.

Avevo nel cuore la mia intenzione, e mi sentivo in colpa, come se quell’ultima mezzora di pellegrinaggio non offerta potesse precludere la possibilità di chiedere, di domandare…

Accidenti che scema che sono, ora sorrido, ma quella mattina mi sentivo davvero male per aver lasciato…

Quanto orgoglio, quanta presunzione, eppure dovrei averlo capito che noi ci mettiamo pure tutta la buona volontà, ma…

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno. (Sal 126)

Se ho ricevuto il mio miracolo, se Dio ha accolto la mia supplica e ha deciso di donarmi la sua Grazia, se stavolta l’ha fatto come la chiedevo io, o se ha in mente qualcosa di diverso, lo saprò solo col tempo, con tanto tempo.

Ma una cosa l’ho già ricevuta: la certezza che da Piazzale Aldo Moro alla settima chiesa, Santa Maria Maggiore, non ho camminato io, che nel frattempo ho preso un taxi con mio cognato e sono tornata a casa, ha camminato Lui.

E’ sempre Lui che fa l’ultimo pezzetto. Noi facciamo quello che possiamo, con le nostre forze umane e limitate. Il resto lo fa Lui, aggiusta il nostro cammino, e raggiunge l’obiettivo giusto, cui invano puntavamo cercando di destreggiarci malamente con le nostre misere possibilità.

Nulla è impossibile a Dio. Questo è quello che ho ricevuto quella mattina. Sono certa che l’ultimo pezzetto del mio pellegrinaggio l’abbia fatto Lui.

 

PS: il prossimo pellegrinaggio delle Sette Chiese sarà Venerdì 11 maggio 2018… chi viene con me?

L’inganno

di Stefano Bataloni

Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Amico caro, che anche tu, hai una croce grande da portare nella tua vita, sono certo che avrai ascoltato o letto tante volte questo brano della Bibbia.

Ti starai domandando perché sono qui a riproportelo. Il motivo è che alcuni giorni fa, con l’aiuto di un bravo sacerdote, ho riflettuto a fondo su queste parole del libro della Genesi e ho capito che anche tu, come me, hai commesso lo stesso errore di Eva.

Lo so, quando tuo figlio si è ammalato ti sarai chiesto tante volte: perché non guarisce? Perché i medici hanno scelto quella terapia e non un’altra, e perché quei farmaci non stanno funzionando? Staremo facendo tutto il possibile? E’ un bambino, perché deve patire tutto quel dolore? Perché quel cancro doveva colpire proprio lui? Perché non può avere una vita come quella degli altri bambini?

E quando poi è salito al Cielo ti sarai chiesto: dove sarà lui ora? Come farò a vivere senza di lui? Lo rivedrò un giorno?

Domande che sono tornate spesso perché in fondo c’era la tua voglia di comprendere, il desiderio tutto umano di provare a far entrare nella testa il dramma della malattia e della morte di tuo figlio.

Il fatto è, ora l’ho capito, che tu, come Eva e come me, per soddisfare quel desiderio ti sei messo a discutere con “il più astuto di tutti gli animali selvatici” e non ti sei accorto che quelle domande, nella tua testa, le aveva pronunciate lui.

Ti sei sentito come messo in un angolo, come se ci fosse qualcuno che ha una risposta a quelle domande ma te la vuole tenere nascosta, come se fossi tu l’unico, il solo al mondo, a non sapere che si possa trovare una risposta logica a tutto. E allora hai provato a difenderti, come potevi. Hai cominciato a trovare una giustificazione razionale a quella tua voglia di capire, hai magari pensato di essere in grado di contenerla e di controllarla senza incorrere in chissà quali conseguenze. Non hai pensato a dove ti avrebbe condotto il cercare in tutti i modi di soddisfare quel desiderio.

Ti sei lasciato ingannare, hai creduto che cercare di darti delle risposte non ti avrebbe fatto morire. Non avrai hai trovato nessuno accanto a te che ti mettesse in guardia dal percorrere una strada pericolosa, che ti dicesse con amore che le conseguenze di quella ricerca ossessiva ti avrebbero distrutto.  Hai ceduto, ad un certo punto hai mangiato quel frutto: sarà stato un dettaglio della sua malattia che prima non conoscevi, la proposta di una terapia alternativa, un evento a cui ricondurre la causa di quel cancro…qualcosa che ad un tratto è diventato appetibile e desiderabile, qualcosa che sembrava potesse alleviare il tuo dolore, qualcosa che avrebbe fatto luce su ogni mistero. Sarà stato come se i tuoi occhi si fossero finalmente aperti. Ti sei sentito nudo e fragile, come se ti fosse sempre mancato qualcosa, fino ad ora, e hai cominciato ad arrovellarti, hai cominciato a costruire castelli di ragionamenti e a intrecciare pensieri con pensieri, solo con te stesso. Senza rendertene conto, mangiando quel frutto, hai perso il contatto con la realtà, ti sei appartato con te stesso: al centro della tua esistenza non c’era più la tua vita, quella di tuo figlio, la sua malattia; al centro della tua esistenza c’era solo la ricerca di risposte, l’ansia di comprendere tutto. Dalla voglia di comprendere sei passato alla pretesa di comprendere.

Ma cosa avresti potuto comprendere di quello che ti stava accadendo: cosa è bene e cosa è male? No, tu hai preteso di dover comprendere tutto, ogni singolo dettaglio. Forse ti sarai pure convinto che saresti riuscito a risolvere ogni problema con le tue sole forze, una volta compreso tutto.

Non ti sei fermato a domandarti: ma chi è in grado di comprendere tutto? Chi è in grado di vedere ogni situazione da ogni possibile punto di vista? Chi è in grado di provare ogni possibile sensazione di ogni persona coinvolta nella tua storia. Tu forse?

Sei stato in grado di vedere le cose dal punto di vista di un medico, per fare diversamente da lui? Sei stato in grado di sentire perfettamente il dolore che provava tuo figlio come fosse stato il tuo? Perfino per quanto riguarda te stesso, sei stato in grado di fare o dire sempre la cosa giusta in ogni momento?

Davvero credi che tutto sarebbe potuto essere sotto il tuo controllo, nella tua testa, così da poterlo studiare, analizzare e poter dire: “ho capito tutto, ora troverò pace”? Potrai forse aver trovato qualche piccola risposta qua e là, un barlume ogni tanto, ma sarà rimasto sempre e comunque il buio su gran parte del quadro.

E ogni volta che avrai udito una parola strana da parte di un medico o un infermiere o avrai letto il referto di un esame o avrai guardato a quella sua stanza vuota, ogni volta che la realtà si è ripresentata in tutta la sua durezza, ecco , ecco che la tua capacità di comprendere tutto svaniva nel nulla e tornava la paura.

Amico mio, guarda dove sei ora: hai mangiato “dell’albero del bene e del male”, vivi i tuoi giorni consumandoti nel pretendere una spiegazione alla malattia e alla morte di tuo figlio e ti sei completamente dimenticato dell’albero della vita che era stato posto proprio al centro del tuo giardino: dov’è la tua vita ora?

Non hai trovato risposta a tutte le tue domande. Inganni forse il tuo dolore con facili espedienti: una pianta nuova ogni settimana sulla sua tomba, pulisci e metti in ordine la sua cameretta o le sue cose ogni giorno…o magari hai trovato qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa di tutto. Ma in fondo hai solo smesso di vivere, hai smesso di nutrirti della vita.

Cosa c’è di male a vivere senza poter dare delle risposte al tuo dolore? Davvero credi sia impossibile vivere senza avere tutte le risposte? Quello, invece, è esattamente il confine che ti dice chi sei: sei un uomo, fatto per vivere ma non per capire ogni cosa. Quel confine non è posto lì per farti un dispetto, non è posto lì per farti sentire incompleto e incapace. Quel confine è posto lì per difenderti, perché quando vorrai a tutti i costi varcarlo, perderai la vita.

Non devi disprezzarti perché riconosci di avere questo limite: nessuna creatura è più grande del suo creatore e io e te siamo delle creature, Sue creature; a Sua immagine e somiglianza ma Sue creature. Alle tue domande non c’è risposta che tu possa comprendere. Solo Dio può comprendere, solo Lui può tenere tutto nel palmo della Sua mano.

Se non smetterai di rifiutare quel limite, se non abbandonerai la pretesa di trovare soddisfazione a tutte le tue domande camminerai sul ventre e mangerai polvere ogni giorno della tua vita, proprio come il più astuto tra tutti gli animali selvatici, i tuoi dolori si moltiplicheranno, mangerai spine e cardi fino a che non ritornerai polvere.

Torna a vivere, amico mio! L’albero della vita, al centro del tuo giardino, è carico di frutti. Ritrovati nudo e fragile, amico mio, ma senza paura, come un bambino, come in origine sei stato creato. Confida nel fatto che Qualcuno si prenderà cura di te.

Natanaèle e io

di Anna Mazzitelli

Sono stata a messa, venerdì mattina, e ho ascoltato il vangelo di Giovanni (1,47-51) che racconta l’incontro tra Gesù e Natanaèle.

Lo riassumo perché almeno per me non era proprio uno dei passi più noti…

Gesù vede Natanaèle che gli viene incontro e dice di lui che è un uomo giusto.
Natanaèle si stupisce e gli chiede: “Come mi conosci?”
Gesù gli dice di averlo visto sotto il fico, poco prima.
A queste parole Natanaèle si lascia andare in una confessione di fede, dicendo: “Rabbì, tu sei il figlio di Dio!”
Gesù allora sembra prenderlo in giro, gli chiede se tale affermazione e la sua fede dipenda dal fatto che l’aveva visto sotto il fico. E gli dice, poi: “Vedrai cose maggiori di queste! Vedrai il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell’uomo!”

Eppure è così, per me come per Natanaèle.

Possiamo veder guarire i malati, ma se non sono i “nostri” malati, non ci tocca.
Possiamo vedere risuscitare i morti, ma se non sono i “nostri” morti, non ci cambia la vita.
Possiamo vedere gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell’uomo, e rimanere tali e quali.

Magari invece ci cambia la vita sapere di essere visti sotto un’albero.

Perché l’incontro con Gesù deve essere personale, deve interessare la mia vita, la mia banale esistenza, Gesù deve entrare nelle mie cose, nelle mie dinamiche, nei miei problemi.

Che Gesù risolva la fame nel mondo, o blocchi un conflitto, o salvi qualcuno dall’altra parte della terra può fare scalpore, ma non mi cambia il cuore.

Sentirlo dire invece: “Ti ho visto quando eri sotto il fico” significa che lui è interessato a me, proprio a me, alla mia vita che per lui non è banale, ma preziosa.
Significa capire che io sono importante per lui, che si guarda intorno per vedere se ci sono, che nel momento in cui mi avvicino mi nota, dice qualcosa di me.
Significa comprendere il Salmo 138 quando dice:

Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.

Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.

Posso conoscere la scrittura a memoria e comprendere tutto ciò che vi è dentro, ma solo questo incontro così intimo e personale mi salva la vita.

 

 

Prova dell’amore di Dio

C’è un bambino speciale nella nostra parrocchia.

Sarebbe speciale anche se non fosse speciale perché lo è la sua mamma, e la genetica non mente.
Ma questo bambino è anche speciale, e proprio in virtù di questo ci regala delle emozioni pazzesche, malgrado la sua mamma pensi che ci scocci o dia fastidio.

In lui è così trasparente l’amore di Dio che qualcuno potrebbe prenderlo come prova della Sua esistenza.

Quando è felice non è solo felice, è euforico, e questo spesso capita durante la messa domenicale. La sua mamma si nasconde e si mimetizza con le colonne della chiesa, ma lui canta, esulta, grida, quando passa la processione con la croce non riesce a stare fermo, a contenersi.

Una volta ho visto il video di un’intervista che ha fatto Don Stefano a TV2000, parlava dei bambini disabili. L’intervistatrice (al min 14:50) gli chiedeva come si comportasse quando un bambino speciale si metteva in fila per fare la comunione, se ne valutasse la consapevolezza, se avesse mai avuto difficoltà o dubbi nel dare la comunione a qualcuno a cui poteva non essere pienamente chiaro quello che stava facendo.

La sua risposta mi colpì molto: non esitò nemmeno un secondo e disse di no.
Disse che mai si era fatto domande del genere, perché sono proprio persone così che ci portano la freschezza dell’incontro con il Signore, loro sono molto più naturali di noi e capiscono molto meglio di noi cosa significa accogliere il Signore nella propria vita. Proprio i bambini speciali sono i più sensibili a sentire l’amore che le persone hanno nei loro confronti, e nello stesso modo comprendono l’amore che Dio ha per loro.

Ecco, guardando il nostro bambino speciale capisco benissimo cosa volesse dire, perché non c’è dubbio alcuno che Dio ami quel bambino, e lo ami tanto, che lo trovi perfetto e insostituibile, che lo veda come l’ha sempre pensato e sia fiero di lui, sua meravigliosa creatura.

Ci hanno insegnato fin da piccoli che Dio ci ha creato, che Dio ci ama, che non c’è anzi nessuno che ci ami più di Lui.
E questa è la teoria, e la sappiamo tutta.
Poi però a volte succede che pensiamo di doverci in qualche modo meritare quell’amore. Pensiamo (a me capita) che dobbiamo essere in un certo modo per farci amare da Dio, che dobbiamo fare qualcosa di particolare, comportarci bene, seguire delle regole, portare dei frutti, affinché Lui ci ami.
Il nostro bambino speciale ci rivela che è esattamente il contrario: Lui ci ama a prescindere, Lui ci ama per primo, gratis, e malgrado tutto.
E da questo, semmai, poi, scaturisce tutto il resto.

E noi, che a volte pensiamo alla fatica che deve fare la sua mamma, e che immaginiamo che la sua vita potrebbe essere migliore se fosse un po’ più simile alla nostra, che lezione riceviamo quando veniamo travolti dal riflesso di quell’amore infinito, che senza nascondersi né provare vergogna esplode nelle sue grida e nel suo canto, nella luce che si vede negli occhi del nostro bambino, nelle sue mani che non riescono a fermarsi dall’emozione!
Lui non ha dubbi di essere amato, e ce lo mostra senza riserve.

Quanto dovremmo ringraziare continuamente per poter essere parte di un miracolo così bello, così plateale, così evidente.
Quanto dovremmo imparare da questa creatura che è lo specchio dell’amore di Dio!

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La dottoressa Caterina

Tante persone durante i primi mesi, forse anni, della malattia di Filippo rivolsero a me e Anna la domanda: “Come ve ne siete accorti?”

Spesso erano mamme e papà, giustamente preoccupati, speranzosi di avere dei punti fermi a cui appoggiarsi quando i loro bambini si fossero ammalati. Come distinguere una febbre, un mal di pancia, un dolore muscolare alle gambe da una leucemia?

Ma non è possibile, nella maggior parte dei casi, prevedere la gravità di un male come la leucemia a partire da sintomi comuni come quelli che aveva Filippo all’esordio. Molto spesso si tratta di altro, di cose più semplici e facili da trattare.

Nel nostro caso, però, ci fu qualcuno che capì, qualcuno che aveva intuito che sotto alla febbre, al volto pallido e alla debolezza di Filippo c’era qualcosa di più.

Era l’11 di agosto del 2008. La mattina ero rientrato nella nostra casa di Roma dal Lago di Bolsena dove per qualche giorno avevo portato Filippo. Anna era ricoverata nel reparto di patologia ostetrica dell’ospedale San Camillo, la sua gravidanza di Francesco, alla venticinquesima settimana era a rischio.

Nei giorni precedenti Filippo era stato molto abbattuto, mangiava pochissimo e dormiva molto. Aveva avuto febbre e la febbre aveva continuato a salire anche dopo una settimana di antibiotico; la notte che precedette il nostro rientro a Roma, mi svegliai ogni 4 ore per misurargli la temperatura e mettergli una suppostina di Tachipirina.

Arrivato a casa, trovai mia mamma, cercai di far bere e mangiare qualcosa a Filippo ma senza grande successo. Lo misi quindi sul suo passeggino, senza scarpe e lo portai allo studio della sua pediatra.
Era il primo pomeriggio di una giornata caldissima.

La dottoressa lo visitò a lungo: orecchie, gola, torace, addome, gambe. Era pallido, aveva il fegato e la milza ingrossati.
Parlai un po’ con lei, mi disse che poteva trattarsi di una mononucleosi, che in genere dava quei sintomi ma mi invitò a portare Filippo al pronto soccorso per fargli fare un esame del sangue, solo da quello si sarebbe potuto capire se fosse stata davvero mononucleosi.

Io ero completamente ignaro della possibile esistenza di una qualsiasi altra alternativa a quella forma infettiva e lei, sebbene forse avesse un volto un po’ preoccupato, cercò di non spaventarmi oltre modo, ma insistette che andassi a fargli fare il prelievo di sangue quella sera stessa, di non aspettare l’indomani.

Mi suggerì di andare al San Camillo, che lei conosceva bene e apprezzava, e io ero contento del fatto che fosse lo stesso ospedale in cui si trovava Anna, ormai da un mese, così da poterla andare a trovare dopo aver finito al pronto soccorso.

Filippo, invece, da quel pomeriggio non uscì più dall’ospedale se non dopo un mese e mezzo.

Quando ormai la diagnosi di Filippo fu chiara, dopo la nascita prematura di Francesco, avvenuta sei giorni dopo quella sera, Anna richiamò la pediatra per informarla di quanto era accaduto. Lei non si stupì nell’apprendere che si fosse trattato di una forma di leucemia, disse ad Anna che dai sintomi che aveva visto poteva trattarsi quasi certamente di mononucleosi o di leucemia e che quella sera tornò a casa molto preoccupata.
Dopo quel periodo, non rivedemmo più la dottoressa Caterina, la salute di Filippo passò in tutte altre mani, tante mani diverse. Era stata la nostra prima pediatra, la pediatra di Filippo, per noi era stata il punto di riferimento più importante dopo i nonni.

Giovane ma esperta, sempre disponibile a vedere i suoi bambini anche a fine turno. Aveva un modo di interagire con i bambini che a noi genitori sembrava un po’ brusco ma forse era perché sapeva bene che i suoi pazienti erano molto più forti di quanto noi credessimo. Proprio la pediatra giusta per Filippo.

Tante volte, in questi ultimi anni, avremmo voluto rivederla ma non ci fu occasione. Sappiamo che chiedeva spesso di Filippo ai nostri amici che vivono nel nostro vecchio quartiere di Roma.

Ieri abbiamo saputo che la dottoressa Caterina ha lasciato questo mondo. Il suo corpo è stato vinto dalla malattia ma lei non si è arresa e fino all’ultimo ha continuato a prendersi cura dei suoi bambini. Un medico e una donna straordinaria.

Ecco, ci sono persone, anche lontane o frequentate per poco tempo ma a cui riservi un bel pezzo del tuo cuore; qualcuno che quando se ne va, lascia un vuoto profondo.

Grazie Dottoressa.

A Caterina Di Leo, con la certezza che ora abbia riabbracciato Filippo e tutti i suoi pazienti nati al Cielo.