Prova dell’amore di Dio

C’è un bambino speciale nella nostra parrocchia.

Sarebbe speciale anche se non fosse speciale perché lo è la sua mamma, e la genetica non mente.
Ma questo bambino è anche speciale, e proprio in virtù di questo ci regala delle emozioni pazzesche, malgrado la sua mamma pensi che ci scocci o dia fastidio.

In lui è così trasparente l’amore di Dio che qualcuno potrebbe prenderlo come prova della Sua esistenza.

Quando è felice non è solo felice, è euforico, e questo spesso capita durante la messa domenicale. La sua mamma si nasconde e si mimetizza con le colonne della chiesa, ma lui canta, esulta, grida, quando passa la processione con la croce non riesce a stare fermo, a contenersi.

Una volta ho visto il video di un’intervista che ha fatto Don Stefano a TV2000, parlava dei bambini disabili. L’intervistatrice (al min 14:50) gli chiedeva come si comportasse quando un bambino speciale si metteva in fila per fare la comunione, se ne valutasse la consapevolezza, se avesse mai avuto difficoltà o dubbi nel dare la comunione a qualcuno a cui poteva non essere pienamente chiaro quello che stava facendo.

La sua risposta mi colpì molto: non esitò nemmeno un secondo e disse di no.
Disse che mai si era fatto domande del genere, perché sono proprio persone così che ci portano la freschezza dell’incontro con il Signore, loro sono molto più naturali di noi e capiscono molto meglio di noi cosa significa accogliere il Signore nella propria vita. Proprio i bambini speciali sono i più sensibili a sentire l’amore che le persone hanno nei loro confronti, e nello stesso modo comprendono l’amore che Dio ha per loro.

Ecco, guardando il nostro bambino speciale capisco benissimo cosa volesse dire, perché non c’è dubbio alcuno che Dio ami quel bambino, e lo ami tanto, che lo trovi perfetto e insostituibile, che lo veda come l’ha sempre pensato e sia fiero di lui, sua meravigliosa creatura.

Ci hanno insegnato fin da piccoli che Dio ci ha creato, che Dio ci ama, che non c’è anzi nessuno che ci ami più di Lui.
E questa è la teoria, e la sappiamo tutta.
Poi però a volte succede che pensiamo di doverci in qualche modo meritare quell’amore. Pensiamo (a me capita) che dobbiamo essere in un certo modo per farci amare da Dio, che dobbiamo fare qualcosa di particolare, comportarci bene, seguire delle regole, portare dei frutti, affinché Lui ci ami.
Il nostro bambino speciale ci rivela che è esattamente il contrario: Lui ci ama a prescindere, Lui ci ama per primo, gratis, e malgrado tutto.
E da questo, semmai, poi, scaturisce tutto il resto.

E noi, che a volte pensiamo alla fatica che deve fare la sua mamma, e che immaginiamo che la sua vita potrebbe essere migliore se fosse un po’ più simile alla nostra, che lezione riceviamo quando veniamo travolti dal riflesso di quell’amore infinito, che senza nascondersi né provare vergogna esplode nelle sue grida e nel suo canto, nella luce che si vede negli occhi del nostro bambino, nelle sue mani che non riescono a fermarsi dall’emozione!
Lui non ha dubbi di essere amato, e ce lo mostra senza riserve.

Quanto dovremmo ringraziare continuamente per poter essere parte di un miracolo così bello, così plateale, così evidente.
Quanto dovremmo imparare da questa creatura che è lo specchio dell’amore di Dio!

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La dottoressa Caterina

Tante persone durante i primi mesi, forse anni, della malattia di Filippo rivolsero a me e Anna la domanda: “Come ve ne siete accorti?”

Spesso erano mamme e papà, giustamente preoccupati, speranzosi di avere dei punti fermi a cui appoggiarsi quando i loro bambini si fossero ammalati. Come distinguere una febbre, un mal di pancia, un dolore muscolare alle gambe da una leucemia?

Ma non è possibile, nella maggior parte dei casi, prevedere la gravità di un male come la leucemia a partire da sintomi comuni come quelli che aveva Filippo all’esordio. Molto spesso si tratta di altro, di cose più semplici e facili da trattare.

Nel nostro caso, però, ci fu qualcuno che capì, qualcuno che aveva intuito che sotto alla febbre, al volto pallido e alla debolezza di Filippo c’era qualcosa di più.

Era l’11 di agosto del 2008. La mattina ero rientrato nella nostra casa di Roma dal Lago di Bolsena dove per qualche giorno avevo portato Filippo. Anna era ricoverata nel reparto di patologia ostetrica dell’ospedale San Camillo, la sua gravidanza di Francesco, alla venticinquesima settimana era a rischio.

Nei giorni precedenti Filippo era stato molto abbattuto, mangiava pochissimo e dormiva molto. Aveva avuto febbre e la febbre aveva continuato a salire anche dopo una settimana di antibiotico; la notte che precedette il nostro rientro a Roma, mi svegliai ogni 4 ore per misurargli la temperatura e mettergli una suppostina di Tachipirina.

Arrivato a casa, trovai mia mamma, cercai di far bere e mangiare qualcosa a Filippo ma senza grande successo. Lo misi quindi sul suo passeggino, senza scarpe e lo portai allo studio della sua pediatra.
Era il primo pomeriggio di una giornata caldissima.

La dottoressa lo visitò a lungo: orecchie, gola, torace, addome, gambe. Era pallido, aveva il fegato e la milza ingrossati.
Parlai un po’ con lei, mi disse che poteva trattarsi di una mononucleosi, che in genere dava quei sintomi ma mi invitò a portare Filippo al pronto soccorso per fargli fare un esame del sangue, solo da quello si sarebbe potuto capire se fosse stata davvero mononucleosi.

Io ero completamente ignaro della possibile esistenza di una qualsiasi altra alternativa a quella forma infettiva e lei, sebbene forse avesse un volto un po’ preoccupato, cercò di non spaventarmi oltre modo, ma insistette che andassi a fargli fare il prelievo di sangue quella sera stessa, di non aspettare l’indomani.

Mi suggerì di andare al San Camillo, che lei conosceva bene e apprezzava, e io ero contento del fatto che fosse lo stesso ospedale in cui si trovava Anna, ormai da un mese, così da poterla andare a trovare dopo aver finito al pronto soccorso.

Filippo, invece, da quel pomeriggio non uscì più dall’ospedale se non dopo un mese e mezzo.

Quando ormai la diagnosi di Filippo fu chiara, dopo la nascita prematura di Francesco, avvenuta sei giorni dopo quella sera, Anna richiamò la pediatra per informarla di quanto era accaduto. Lei non si stupì nell’apprendere che si fosse trattato di una forma di leucemia, disse ad Anna che dai sintomi che aveva visto poteva trattarsi quasi certamente di mononucleosi o di leucemia e che quella sera tornò a casa molto preoccupata.
Dopo quel periodo, non rivedemmo più la dottoressa Caterina, la salute di Filippo passò in tutte altre mani, tante mani diverse. Era stata la nostra prima pediatra, la pediatra di Filippo, per noi era stata il punto di riferimento più importante dopo i nonni.

Giovane ma esperta, sempre disponibile a vedere i suoi bambini anche a fine turno. Aveva un modo di interagire con i bambini che a noi genitori sembrava un po’ brusco ma forse era perché sapeva bene che i suoi pazienti erano molto più forti di quanto noi credessimo. Proprio la pediatra giusta per Filippo.

Tante volte, in questi ultimi anni, avremmo voluto rivederla ma non ci fu occasione. Sappiamo che chiedeva spesso di Filippo ai nostri amici che vivono nel nostro vecchio quartiere di Roma.

Ieri abbiamo saputo che la dottoressa Caterina ha lasciato questo mondo. Il suo corpo è stato vinto dalla malattia ma lei non si è arresa e fino all’ultimo ha continuato a prendersi cura dei suoi bambini. Un medico e una donna straordinaria.

Ecco, ci sono persone, anche lontane o frequentate per poco tempo ma a cui riservi un bel pezzo del tuo cuore; qualcuno che quando se ne va, lascia un vuoto profondo.

Grazie Dottoressa.

A Caterina Di Leo, con la certezza che ora abbia riabbracciato Filippo e tutti i suoi pazienti nati al Cielo.

“Pregare non è servito a niente?”

 di Anna Mazzitelli

Cara Amica di Penna,

ho letto il tuo ultimo post con strazio di mamma che non vuole mentire ai suoi figli, ma che comprende che la verità da raccontare loro è a volte talmente dura che davvero non trova a che Santo votarsi per capire come fare.

Sono certa che per tutte le domande iniziali delle tue bambine troverai una risposta più che adeguata, è sull’ultima che voglio cercare di aiutarti, anche se hai ragione quando dici che per affrontarla l’unico aiuto veramente serio di cui avrai bisogno sarà quello di un Altro.

Ma allora pregare non è servito a niente?

Due cose ti voglio regalare, sottovoce, perché non vengono da me, naturalmente, e non credere che per me siano acquisite.
Ogni volta ci sbatto la testa, ma siccome io sono, come diceva Julia Roberts, “Quella gran culo di Cenerentola“, e inspiegabilmente e malgrado io ce la metta tutta per essere detestabile, il Padreterno deve avere davvero simpatia per me e nel corso degli anni è stato Lui a regalarmi delle boe alle quali ancorarmi per non andare a fondo.

La prima è una frase che mio marito ripete sempre: “Niente è più potente dell’uomo che prega” (S. Giovanni Crisostomo).
Sono certa che la preghiera può cambiare la storia. Lo diceva Giovanni Paolo II, la preghiera cambia le sorti del mondo.
In che modo non si sa, di sicuro diversamente da quelli che potrebbero essere i nostri piani.
Noi donne, poi, siamo così brave a suggerire al Padreterno come, quando, dove e perché far capitare una certa cosa invece che un’altra, che a volte ci sembra che la nostra preghiera non sia stata esaudita solo perché non combaciano i dettagli…

Ma di fronte all’evidenza che quello per cui abbiamo pregato non è successo, che abbiamo chiesto con insistenza e con il cuore ma poi le cose sono andate in modo diverso, di fronte a un bambino di 10 mesi che a dispetto dei suoi genitori, della moltitudine di gente che prega, dei rosari detti, delle candele accese, delle messe offerte, dei fioretti, magari alla fine sarà comunque lasciato morire, è davvero difficile vedere la potenza di quell’uomo che prega.

Allora ti lascio il testo di una canzone che ho ascoltato in una chiesa affollata e caldissima della Calabria di vent’anni fa, durante una messa di un sabato sera di fine luglio. Una canzone che ha scritto un ragazzo, un atleta, che a seguito di un incidente stradale è rimasto paralizzato e ha visto in un attimo la sua vita e le sue aspettative stravolte, i suoi desideri e i suoi sogni spazzati via.

Sono certa che la preghiera cambierà la storia, e se non dovesse cambiarla in maniera macroscopica ed evidente, almeno cambierà noi. E solo pregando cominceremo a pregare per le cose giuste, e riceveremo in regalo un cuore di carne che sostituirà il sasso che abbiamo nel petto, e la preghiera diventerà una nostra esigenza, pari al respirare (e, nel mio caso, al dormire e al mangiare cioccolata fondente).
E saremo lieti.

Ti ho chiesto

Ti ho chiesto, Signore, forza
per compiere grandi imprese,
ma Tu mi hai reso debole
perché divenissi umile.
Ti ho chiesto salute e felicità
per fare cose buone,
mi hai dato infermità
per fare cose migliori.

Ti ho chiesto ricchezza
per essere felice,
Ti ho chiesto potenza
per avere lode dagli uomini,
Ti ho chiesto le cose
tutte per godere la vita,
mi hai dato la vita
per godere tutte le cose,
mi hai dato povertà
perché diventassi saggio,
mi hai dato debolezza
perché tornassi a Te.

Niente di quanto Ti ho chiesto,
Signore, ho ricevuto,
ma ogni mio desiderio profondo
è stato esaudito.
Alle mie preghiere non dette
Tu hai dato risposta
ed è bastato solo il tuo amore
a render felice il mio cuore

Alle mie preghiere non dette
Tu hai dato risposta
Io Ti ringrazio, o mio Signore,
e Ti rendo il mio cuore.

Anna

L’aquilone

di Anna Mazzitelli

Solo chi era con noi il 2 giugno può rendersi conto di come Filippo stesso abbia saputo organizzarsi la giornata del suo compleanno nel modo migliore: è riuscito a incastrare eventi e persone all’ultimo minuto (le 11 della sera prima) che se ci avessimo provato noi appositamente non ci saremmo mai riusciti, e infatti noi stavamo cercando di combinare una giornata per sabato, ma Filippo evidentemente l’ha voluta per venerdì.

Quanto a voi, che vi siete seduti alla nostra tavola, che avete condiviso con noi quelle ore così liete e leggere, che avete portato armi, dolci e regali e che siete stati voi stessi regali, sebbene non abbiate conosciuto Filippo, sono certa che l’avreste trovato irresistibile, col suo broncio finto, dal quale facilmente scappavano sorrisi.

Grazie per essere stati con noi, per aver festeggiato, per aver camminato, chiacchierato, per aver riso e per aver pregato.

Grazie per aver portato l’aquilone da far volare, che ci ha costretti a guardare tutti assieme verso il cielo.

Non potevamo sperare in una giornata migliore e in una compagnia più dolce.

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Anna

 

Il tesoro di ogni attimo

Il settimo compleanno di Filippo fu davvero particolare.
Innanzitutto… lui non era ricoverato in ospedale ed eravamo al mare.
A renderlo speciale però, furono i giorni, anzi le ore, che lo precedettero. Ci fu un susseguirsi di eventi, di telefonate, di discussioni, di incontri, di viaggi, vissuti con grande concitazione e profonda speranza, e che sono raccontati in questa pagina del nostro diario di allora.

Quei giorni, quelle ore, quegli eventi ci portarono a Monza e al trattamento sperimentale con un farmaco dal nome impronunciabile. Monza e quel farmaco ci portarono un altro anno e mezzo di vita di Filippo e con esso alcuni dei periodi più belli delle nostre vite: ci condussero in luoghi meravigliosi e ci portarono a conoscere nuovi grandi amici.
Tutto iniziò in quelle ore, e tutto, poi, ci accompagnò fino al momento in cui vivemmo la morte e la “Pasqua” di nostro figlio.
Ripensandoci tempo dopo, rimasi profondamente ammirato di come quegli eventi si fossero svolti esattamente in quella maniera; sarebbe bastata una telefonata in meno o una discussione in più, una decisione piuttosto che un’altra… e Monza e il farmaco sperimentale non ci sarebbero stati, e con essi nulla di quello che è stato.

In quelle ore che precedettero il settimo compleanno di Filippo capivo molto poco di quello che stava accadendo; ovviamente, non potevo vedere a cosa sarei approdato. Fui in qualche modo guidato dagli eventi.
Oggi, che ricorre l’undicesimo compleanno di Filippo, ringrazio Dio perché Lui, invece, conosceva il tesoro di quegli attimi. Lui sapeva che in quegli attimi c’era l’inizio di un cammino che porta al Bene.

Prego quindi per ognuno di voi affinché possiate in ogni attimo della vostra vita, che sia nella gioia o nel dolore, avere sempre il conforto che nasce dal sapere di essere nelle mani amorevoli di Dio.

Stefano

 

2 giugno 2013

Oggi Filippo ha compiuto 7 anni. E’ diventato a tutti gli effetti il “bambino numero 7”, come si fa chiamare da me.

E’ stata una giornata bellissima, ricca e divertente, siamo al mare e abbiamo fatto una festicciola con i nonni, Emma e Cristian, i suoi amici storici. Siamo stati anche sulla spiaggia, ha giocato con la sabbia, hanno mangiato dolci, hanno tirato le “bombole” d’acqua contro una palma, hanno riso e si sono stancati. Filippo stesso ha detto che è stato un bellissimo compleanno. Ma dobbiamo fare un passo indietro, perché le cose accadute ieri vanno raccontate.

Giovedì pomeriggio, come già detto, abbiamo ricevuto il responso del midollo di Filippo: non c’è remissione. Inoltre la Dottoressa Locasciulli ci faceva sapere che il farmaco sperato non poteva essere dato.

Venerdì, sotto indicazione di mia mamma e mia sorella, abbiamo saputo che la sperimentazione con questo farmaco che si chiama Blinatumomab (io ci ho messo un mese per impararlo) era aperta solo per bambini nella fascia di età tra 2 e 7 anni. Al di sopra dei 7 anni la sperimentazione è chiusa, ci sono già in numero sufficiente di bambini su cui è già in corso. Stefano, che già voleva ritirare fuori l’argomento con la Dottoressa Locasciulli in occasione del nostro prossimo day hospital, fissato per lunedì 3 (domani), ha capito che non c’era abbastanza tempo, ha chiamato il San Camillo e ha spiegato che il bambino sarebbe potuto rientrare nella sperimentazione solo fino a ieri (sabato 1 giugno), prima di compiere 7 anni.

E’ stato richiamato dalla Dottoressa in persona, che ha parlato un po’ con lui e poi gli ha detto che si sarebbe informata per farci rientrare, tramite l’ospedale di Monza, dove lei ha lavorato per tanti anni e dove portano avanti questo studio (che, per la cronaca, si fa in 22 centri in 7 paesi, tutti con lo stesso protocollo e le stesse condizioni).

Ci ha richiamato poco dopo dicendo che aveva parlato con un medico di Monza il quale le stava inviando i documenti per accertarsi della compatibilità della situazione di Filippo con lo studio: i requisiti richiesti sono molti e molto rigidi, non soddisfare anche solo una delle condizioni di partenza significa non poter partecipare allo studio.

In serata la Dottoressa ci richiama dicendo che la candidatura di Filippo a partecipare allo studio era stata accettata ma che il giorno seguente (ieri) io e Stefano saremmo dovuti andare a Monza a firmare i consensi. Tali moduli dovevano poi essere inviati al Centro che si occupa della sperimentazione entro la mezzanotte di ieri, perché oggi Filippo avrebbe compiuto 7 anni, pena l’esclusione dalla sperimentazione.

Avevamo i bagagli pronti, la macchina oramai stracarica e pensavamo che l’indomani mattina la nostra destinazione sarebbe stata Tor San Lorenzo, invece abbiamo spedito i bambini al mare (sotto il diluvio e con le coperte nel bagaglio, accanto ai costumi) con Ida e Roberto, i genitori di Cristian, con mia mamma e Violetta, la nostra babysitter che starà con noi tutto il mese, mentre io e Stefano siamo andati alla stazione di Termini a prendere un treno per Milano, una coincidenza per Monza, un autobus, per poter fare il colloquio con le dottoresse che si occupano del Blinatumomab.

Il colloquio è andato bene, il San Gerardo ci ha fatto una buona impressione, abbiamo raccontato per sommi capi la storia clinica di Filippo, ci è stato illustrato l’andamento della sperimentazione, più o meno i tempi, gli effetti collaterali del farmaco, abbiamo firmato i fogli e poi percorso la strada inversa fino a casa.

Dovremo tornare a Monza con Filippo, ancora non sappiamo quando, ma a breve, per fare lì tutti gli esami per la conferma dell’idoneità alla sperimentazione e, se tutto va bene, il ricovero e l’inizio della terapia. Se Filippo dovesse entrare, come ci auguriamo fortemente, racconteremo in dettaglio in cosa consiste il tutto. Per adesso mi limito a dire che ieri io e Stefano abbiamo fatto il nostro “viaggio della speranza”, che questo farmaco non è un chemioterapico (ormai Filippo ha fatto tutti i tipi di cocktail possibili e non sono bastati) ma un anticorpo, che si lega specificamente ai linfociti malati e fa in modo che il suo stesso sistema immunitario li elimini. I risultati ottenuti finora con gli adulti sono molto promettenti. La Fase I della sperimentazione sui bambini è già stata fatta, quindi già è noto il dosaggio da somministrare che sia tollerabile. Filippo parteciperebbe alla Fase II quella che serve a valutare l’efficacia del farmaco. Sembra che sia rivoluzionario.

E’ comunque un trattamento che servirà a portare Filippo al trapianto aploidentico, che verremo poi a fare al San Camillo. Così si sono accordati i medici.

Aggiungo che stante la situazione non credo che tornerò a scuola, anche perché i tempi sono molto stretti e se Filippo rientrasse dovrebbe iniziare subito e stare a Monza per tutta l’estate. Inoltre le prime giornate di somministrazione sono quelle più dure, quindi sia io che Stefano gli staremo vicini. Paola, perdonami, non posso fare altrimenti.
Domani day hospital al San Camillo, dopo di che chiameremo Monza e i tempi saranno delineati un po’ meglio. Intanto ci godiamo la nostra serata al mare, da una terrazza che si affaccia praticamente sulla spiaggia, e dormiremo cullati dal rumore delle onde.

Anna

Filippo 11

Cari amici,

venerdì prossimo sarà di nuovo il 2 giugno e saranno trascorsi 11 anni dal giorno in cui Filippo venne alla luce.

Diversamente dagli scorsi anni, non ci sentiamo di organizzare alcun evento particolare. Vorremmo dedicare il prossimo fine settimana al riposo, nella nostra casa in montagna, e alla preghiera.

Siete ancora in tanti a seguirci e a tutti voi, in occasione di questo compleanno di Filippo, che da dove si trova certamente festeggerà con noi, chiediamo di fare una cosa semplice ma che sappiamo essere la più importante: partecipare alla Santa Messa e pregare per le sue 7 intenzioni, che qui sotto riporto. Noi affideremo a Filippo tutti voi, i vostri cari e le vostre intenzioni.

Grazie

Anna e Stefano

  1. Per tutti i bambini malati, che il Signore doni sollievo alle loro sofferenze e doni conforto e speranza alle loro famiglie
  2. Per tutti i nonni, che il Signore li custodisca e li sostenga
  3. Per Francesco e Giovanni, che Gesù li protegga sempre
  4. Per mamma e papà, perché siano sempre uniti e si vogliano sempre bene
  5. Per le persone che non credono, perché siano illuminate dalla Grazia e trovino Dio
  6. Per le coppie che non riescono ad avere bambini, perché possano averli, o, in alternativa, riescano ad aprirsi alla vita in altri modi e si sentano comunque genitori
  7. Per i bambini nelle pance, quelli che hanno dei problemi, che rischiano di non sopravvivere, e quelli che sono rifiutati dai loro stessi genitori, affinché il Signore li protegga, li guarisca e li salvi.

I turpi monatti

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono piú forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete.” Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: “promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.”
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, piú per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: “addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri.” Poi voltatasi di nuovo al monatto, “voi,” disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.”
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina piú piccola, viva, ma coi segni della morte in volto.

Ho riletto questo meraviglioso brano tratto dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni senza riuscire a trattenere le lacrime ad ogni parola. E’ tornato alla mia attenzione proprio in questi giorni e mi rendo conto solo ora che, per mia colpa e ignoranza, per troppo tempo ha tardato ad essere riportato in questo blog, tanto accuratamente e vividamente descrive alcuni dei ricordi più cari dell’esperienza vissuta con mio figlio Filippo.

Erano trascorse poche ore da quando la sua anima aveva lasciato il suo corpo; era pomeriggio, bisognava cambiare la biancheria del letto e “ricomporre” quel corpo. I miei occhi portavano il segno delle tante lacrime versate la mattina; il dolore era profondo ma, in un modo che non so spiegare bene, era pacato. Ero “presente a sentirlo”, quel dolore: era lì, grande, ma non travolgente, non era un dolore fuori controllo.

Fu allora che presi in braccio quel mio bambino di quasi “nov’anni”, morto. Era pesantissimo, perché gonfio di acqua e di cortisone. Lo strinsi a me, lo baciai. Lo tenni stretto, sapendo che quella sarebbe stata l’ultima volta.

E poi lo riposi sul suo letto appena rifatto. Lo vestimmo, con la maglietta al contrario, come lui pretendeva di averla indosso perché non amava si vedessero le scritte e i disegni. Finalmente era vestito, pulito e “accomodato”, “adornato per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio”.

Ricordo soprattutto i tanti “monatti” che lo hanno curato, accudito e alla fine accompagnato. Il sentire comune li percepisce “turpi”, vedendoli nei loro abiti da lavoro e con i loro strumenti in mano che rimandano alla malattia e alla morte. Ma io ricordo la loro generosità, la loro premura, la loro sollecitudine, la loro determinazione, la loro competenza e, alla fine, il loro rispetto e il loro ossequio nei miei confronti.

Li ricordo soggiogati dal mio dolore e dalla sofferenza che viveva mio figlio. Non li ricordo affaccendati solo per la loro ricompensa. In mezzo a “tante miserie”, che si vedono ogni giorno, a cominciare dalle mie, in loro ho visto la pietà, non più “stracca” e “ammortita” ma viva. In quei “monatti” ho visto quella spinta che ci fa andare oltre noi stessi e il nostro spirito di autoconservazione, che inevitabilmente di fronte alla malattia grave, tanto più quella che colpisce un bambino, ci induce alla difesa. In loro, invece, c’era pietà, sostenuta da uno sguardo gettato oltre la morte e che non può essere generata se non dalla consapevolezza profonda che siamo tutti figli di un unico atto creativo. La più grande commozione e la più profonda gratitudine l’ho provata proprio in occasione di qualche loro semplice parola o di qualche loro ordinario gesto.

Come ha scritto l’amica che mi ha portato a rileggere queste parole del Manzoni, “vale la pena di credere negli uomini”, anche se sembrano turpi monatti. E sono certo che quando verso sera passeranno a prendermi, non mi leveranno un filo d’intorno, né lasceranno che altri ardiscano di farlo, e mi metteranno sotto terra così…