Prezioso ai miei occhi

di Anna Mazzitelli

Qualche mese fa ho raccontato “Storie di mamme“.

Parlavo di una ragazza che si chiama Stella, che ci aveva scritto una mail per raccontarci la sua storia. Stella ha avuto un bambino con la sindrome di down, Emanuele, e grazie a lui ha vissuto una meravigliosa storia di conversione e di scoperta di essere amata da Dio. E ha raccontato questa storia in un libro.

All’epoca della sua mail, Stella aveva provato a contattare diverse case editrici per far pubblicare il suo libro, ma aveva incontrato solo porte chiuse. “E’ una bella storia, ma non siamo interessati, grazie”, le rispondevano.

Lei mi chiedeva di pubblicare su queste pagine qualche estratto del libro, ma inizialmente ho pensato di farle scrivere qualcosa proprio per il blog, e lei l’ha fatto. Alla fine del suo post ha inserito il suo indirizzo mail promettendo alle persone che erano interessate di mandar loro il pdf del suo libro, perché sperava che potesse essere di auto e di speranza, e non aveva nessuna voglia di tenerselo nel cassetto.

Mi ha scritto nei giorni successivi alla pubblicazione del post, stupita di aver ricevuto tante mail e che molte persone le avessero chiesto di leggere il suo libro.

Forte di questo, ha recuperato l’entusiasmo per contattare alcune case editrici, e nel giro di pochi giorni ha trovato un editore! Ora il suo libro è una realtà, è nelle librerie, si intitola:

Prezioso ai miei occhi, confessioni d’amore di una mamma al suo bimbo “nato” down.

Da quando è uscito il libro Stella ha girato molto sia per presentarlo sia per fare delle testimonianze, ma soprattutto ha avviato nella sua parrocchia degli incontri per mamme di bambini speciali, alle quali fa un accompagnamento psicologico e spirituale, per guardare negli occhi mamme come lei e trovare insieme la forza di vivere nella Luce e di gioire di fronte a situazioni che agli occhi del mondo possono sembrare solo problematiche, ma che guardando con un cuore nuovo si scoprono meravigliose e ricche di Grazia.

Stella sarà nella nostra parrocchia, San Giovanni Battista de Rossi (via Cesare Baronio 127, Roma) per presentare il suo libro, domenica 25 febbraio alle ore 11:00, dopo la messa. Con Emanuele, naturalmente.

Vi aspettiamo!

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Anna, Franco, Francesca, Irene, Vittorio, Luciana

di Anna Mazzitelli

Oggi la Dottoressa Anna ha fatto quattro punture nel giro di mezz’ora: a E. che ha 2 anni e mezzo, a mio figlio F. che ne ha 3, a M. che ne ha 7 e a C. che ne ha 14.

Non erano però punture qualsiasi. La Dottoressa Anna ha usato un ago lungo 10 cm e lo ha infilato tra le vertebre lombari di questi bambini e ragazzi. Lo ha infilato con la rapidità, la decisione e l’efficacia che solo lei possiede, e che rendono questa procedura possibile anche per un bambino che nel frattempo urla spaventato, mentre un’infermiera lo trattiene nella posizione corretta e la sua mamma gli parla, cerca di consolarlo, di rassicurarlo.

Poi è la Dottoressa Anna che rassicura la mamma, le sorride sempre quando la procedura è finita, mentre si sfila i guanti che le danno tanto fastidio, mentre il bambino viene accompagnato su un letto dove dovrà restare sdraiato per due ore, sotto osservazione. Sorride, la Dottoressa Anna, ma non dice niente.

La Dottoressa Anna dirige il reparto di pediatria dell’Ospedale San Camillo di Roma, dove cura i bambini malati di leucemia e di altre malattie del sangue.

La Dottoressa Anna è severa, non dice mai una parola in più di quelle che servono, non è gentile e rimprovera tutti. E’ per questo che il reparto funziona così bene.

La Dottoressa Anna ha i capelli corti corti e brizzolati, e porta grandi occhiali scuri anche nei corridoi dell’ospedale.

La leucemia e le altre malattie del sangue al giorno d’oggi sono curabili, a volte serve la chemioterapia, a volte è necessario ricorrere al trapianto di midollo osseo, sono malattie che a sentirle nominare fanno paura, ma la Dottoressa Anna le combatte, e per fortuna nella maggior parte dei casi è lei a vincere la battaglia.

La dottoressa Anna salva delle vite.

In questi giorni è uscita sui giornali e in TV la notizia che un bambino è stato curato dalla sua leucemia, che era risultata refrattaria alla chemioterapia, con una terapia innovativa, una terapia genica, che consiste nella modifica del DNA dei linfociti del paziente stesso per renderli in grado di attaccare selettivamente le cellule tumorali e distruggerle. Io e Stefano abbiamo letto qualcosa in rete e ascoltato un servizio in televisione, e sono riaffiorate nella nostra mente tante cose successe negli anni passati, quando Filippo combatteva la sua battaglia contro la leucemia.

La prima cosa che mi è tornata in mente è quanto scritto sopra. Risale al 2009, quando Filippo era al suo secondo anno di terapia, e ancora non potevamo immaginare quello che ci aspettava.

La dottoressa Anna, Anna Locasciulli, era il nostro primario, il Capo.
Sempre severa, sempre brusca, non ci risparmiava mai un cazziatone per qualunque cosa, è stata per noi croce e faro, incubo e punto di riferimento.
Ancora tremo quando apro una sottiletta o un formaggino, che per lei erano fumo negli occhi, ancora abbasso la voce quando nomino il Bambino Gesù, perché al San Camillo anche solo pensare all’altro ospedale di Roma era segno di alto tradimento, ancora mi viene l’istinto di nascondere dietro la schiena i peluche se sento dei passi avvicinarsi rapidamente: farsi trovare con un peluche in camera sterile era tra le cose più proibite in assoluto.

Eppure quanto ci siamo fidati e affidati a lei, quanto per noi le sue parole erano vangelo, quanto abbiamo apprezzato, magari vittime di una sindrome di Stoccolma, anche il suo caratteraccio, le sue sgridate e le sue rispostacce!

E mi dispiace, perché in questo post che dedico a lei, devo parlare anche di un altro medico che per noi ha fatto la differenza, e che abbiamo sempre percepito in contrasto con lei, in competizione, forse, anche se magari è stato solo frutto della nostra immaginazione (e quando passi ore nei corridoi del day hospital in attesa del risultato di un emocromo da cui dipende la vita di tuo figlio, devi cercare di concentrarti su altro, e quindi, chiacchierando tra mamme, saltano fuori le più improbabili telenovelas da corsia).

Il medico in questione è il dottor Franco Locatelli, primario anch’esso di un’onco-ematologia pediatrica, proprio del Bambino Gesù di Roma.

E’ stato lui, contattato da Francesca, un’amica in comune con i miei genitori, che ci ha aperto la strada per il farmaco sperimentale che abbiamo fatto a Monza nel 2013, che ha mandato in remissione Filippo prima del suo terzo trapianto, e ci ha regalato un anno di vita di ottima qualità, un anno in più. E’stato lui, che dopo aver dato l’informazione richiesta, è andato a cercare notizie su Filippo e si è accorto che per lui il tempo stringeva, perché stava per diventare troppo grande per essere inserito nella sperimentazione. Lui che ha ricontattato Francesca, e le ha detto che dovevamo sbrigarci a firmare tutte le carte, se volevamo dare una possibilità a nostro figlio. Figlio che non aveva mai nemmeno visto!

Ci sono altre persone di cui voglio parlare, alle quali sto pensando tanto in questi giorni, proprio grazie alla notizia di cui ho parlato all’inizio, della terapia genica contro la leucemia.

All’epoca dei fatti che racconto, avvenuti quattro anni fa, Filippo aveva fatto già sul suo terzo trapianto, e stava molto bene. Io però ero tormentata dalla paura che potesse riammalarsi da un momento all’altro.
Mia mamma non faceva che navigare in rete per cercare nuovi farmaci, terapie sperimentali, nuove speranze, e si è imbattuta in un team di ricercatori di Philadelphia, guidati dal dottor Stephan Grupp, che allora stavano lavorando sulla terapia genica che adesso è diventata una realtà anche in Italia.

Mia sorella Irene ha chiamato un amico fraterno dei miei a New York e gli ha chiesto di contattare il dottor Grupp per farsi dare delle informazioni.
Vittorio, senza fare domande o sollevare problemi, ha chiamato lo studio di Philadelphia e, spacciandosi per un collega e dicendo che aveva anche una certa urgenza perché era in partenza per Singapore (credo che si sia divertito moltissimo a fare questa telefonata!) si è fatto dare dalla segretaria il numero del medico. La segretaria gli ha detto che in quei giorni il dottor Grupp era a Firenze per un convegno.

Io avrei voluto partire la sera stessa, avevo già chiamato la mia amica Novella che si era detta disposta ad accompagnarmi a Firenze per parlare in inglese con il medico.
Poi invece ho optato per chiamarlo e mi sono fatta aiutare da Luciana, la quale parla l’inglese come l’italiano (nessuno di noi avrebbe saputo fare quella telefonata!).
Luciana è la mamma di due ragazzi che sono stati entrambi miei alunni. Quella sera mi sono presentata a casa sua con il numero di telefono e lei ha chiamato. La conversazione con il medico è durata un quarto d’ora, conservo ancora gelosamente il foglio di appunti che lei prendeva mentre parlavano.
Il dottor Grupp le disse che prima o poi la tecnica sarebbe arrivata in Italia, che erano in trattativa con la Novartis, e che far curare il bambino negli USA sarebbe stato estremamente costoso, avrebbe richiesto un’assicurazione privata, ma che non era impossibile, e che lui avrebbe accettato subito Filippo nella sperimentazione, qualora fosse servito.

Uscii da casa di Luciana, quella sera, in preda a una grande euforia. Il medico aveva detto che anche se le cose fossero andate male, forse ci sarebbe stata un’altra strada, per Filippo. Ci aveva dato una speranza in più. Inoltre tutte le persone a cui avevamo chiesto aiuto, mia sorella, Vittorio, Novella, Luciana, non avevano esitato un attimo a darci una mano, facendoci sentire il calore del non essere soli.

La strada per Filippo è poi stata un’altra. Se fosse successo quattro anni più tardi forse avrebbero provato a curarlo con la terapia genica. Ma non abbiamo rimpianti, né rimorsi. Ci auguriamo davvero che questo approccio dia i risultati sperati, che sia la nuova frontiera nella cura della leucemia linfoblastica, che nessun bambino debba più morire né passare attraverso le terapie convenzionali, che sono devastanti.

Siamo grati a chi abbiamo incontrato sul nostro cammino, e forse lo abbiamo manifestato troppo poco (e questo post vuol servire a rimediare un po’), perché la strada è stata lunga e a tratti molto in salita, ma sapere di non aver camminato da soli l’ha resa meno dura, e ci ha dato dei motivi per ringraziare, malgrado tutto.

 

Il Signore ha posto te

di Stefano Bataloni

Come un uomo in mezzo al mare alla ricerca di un appiglio per tenersi a galla, l’altra mattina, uscito di casa, mi sono aggrappato alla preghiera, corona del Rosario in mano, cercando di venire fuori dalla tristezza e dal dispiacere del nostro ultimo litigio.
I cinque misteri della Gloria però non hanno sortito alcun effetto.
Così, istintivamente, ancora con l’acqua alla gola, sono passato a recitare i cinque misteri della luce.
Non avevo capito che non ero immerso in un mare d’acqua, ero invece al buio. E nel buio solo una luce può aiutare.
La luce mi ha quindi riportato alla mente le parole di un amico sacerdote, ascoltate tempo fa: nei momenti difficili, fai memoria di come Dio ha operato miracoli nella tua vita e, in particolare, di come lo ha fatto attraverso le persone che ti ha posto accanto.

È allora che mi sono ricordato che accanto a me, il Signore ha posto te, sin da quei giorni quando trascorrevano ore a parlare sui prati dell’Università, dopo le lezioni; eri ancora molto giovane, ma le tue parole e la tua determinazione mi hanno aperto gli occhi: hanno spazzato via, piano piano, tutti i miei falsi convincimenti, tutti i miei castelli in aria, quelli che mi portavo dietro dall’adolescenza, e mi hanno fatto riscoprire la bellezza della verità che avevo sepolto in fondo al mio cuore.

Accanto a me, pigro e timido, il Signore ha posto te, per insegnarmi a non aver paura di donare il mio sangue, di affrontare un esame, di salire su una montagna.

Accanto a me, fissato con l’ordine e la precisione, il Signore ha posto te, per insegnarmi che non serve porre così tanta attenzione ai dettagli se va a discapito della sostanza, se ti impedisce di arrivare al risultato, come spesso mi accade.

Accanto a me, amante dei bei vestiti e dei perfetti accostamenti tra i colori, il Signore ha posto te per insegnarmi che il vestito è per proteggere l’uomo e non è l’uomo fatto per il vestito.

Accanto a me, un campione nel trovare distrazioni mentre dovrei essere impegnato a leggere, a studiare, a lavorare, il Signore ha posto te che hai una capacità di concentrarti, in ogni cosa che fai, tale da non riuscire ad ascoltare chi ti chiama dalla stanza accanto.

Accanto a me, che come la Marta del Vangelo di Luca sono sempre indaffarato in mille servizi, il Signore ha posto te che non dimentichi di scegliere la parte migliore, di dare spazio alla preghiera o all’Eucaristia o all’ascolto della Parola di Dio.

Accanto a me, che sono sempre troppo tenero e indulgente con i nostri figli, il Signore ha posto te che invece sai dire loro di no tutte le volte che serve.

Accanto a me, che ho sempre la sensazione di non avere mai abbastanza tempo per fare le cose, il Signore ha posto te che in una mezz’ora libera riesci ad infilare mille cose.

Soprattutto, accanto a me, che in fondo avevo paura di molte cose, avevo paura di perdere le mie certezze, le mie comodità, il Signore ha posto te che con il tuo coraggio e determinazione mi hai sostenuto quando Filippo si è ammalato, quando per tanti anni abbiamo dovuto essergli accanto per le sue terapie e quando poi è nato al Cielo.

Non è sempre stato facile l’incontro tra i nostri due modi di essere, di vivere, di pensare e forse, talvolta, c’è scappata qualche ferita.

Eppure, gli ambiti, i tempi e le modalità di questo nostro incontro hanno avuto una precisione millimetrica che mi è impossibile pensare siano il frutto del caso.

Per questo è esattamente nell’incontro/scontro con te che ho imparato chi sono io, quali sono i miei limiti e ho anche potuto scorgere l’amore infinito di Dio che, puntuale, attraverso di te non mi ha mai lasciato senza una indicazione sulla via per la mia salvezza.

La mia speranza, oggi, che ricorre l’anniversario del giorno in cui Dio ci ha uniti per sempre in matrimonio è che per noi ci sia sempre da imparare, sempre da riscoprire, l’uno attraverso l’altro, quanto amore Dio ci ha promesso sedici anni fa.

Lasciar andare per continuare a camminare.

Ospitiamo con gioia una riflessione della nostra amica Erica, che abbiamo conosciuto fisicamente (anche se virtualmente ne avevamo già il contatto facebook, ma non è proprio la stessa cosa!) un paio di anni fa, quando era in uscita il suo primo libro che si intitola “La porta gialla, un libro che dà speranza” (vi metto il link, se avete voglia di acquistarlo su Amazon).

Cara Erica, ho scritto “primo libro” apposta, solo per farti stare un po’ sulle spine e farti sentire in dovere di scriverne un altro 😉

In poco tempo e poca frequentazione è nata con lei un’amicizia profonda e sincera, basata sulla evidente condivisione di tante cose, anche di lati del carattere, nonostante lei sembri molto più calma e pacata di me.

Questi legami che si creano con delle persone a volte mi stupiscono.

Stamattina ero in procinto di scrivere un post, perché dall’inizio di gennaio sono successe tante cose che hanno appesantito il mio cuore, e sebbene il Signore sia davvero tanto paziente con me, come sempre sentivo il bisogno di scrivere per ordinare le idee.

E invece mi è arrivata una sua mail, con il post già bello e confezionato, stesso argomento che stava a cuore a me, non posso dire stesse conclusioni, perché lei sta un bel pezzo più in alto di me, nella cordata che spero ci porterà in Cielo, e proprio per questo mi lascio tirare su da lei, stavolta.

di Erica Bassi

Pochi giorni fa sono stata informata della morte di un’altra suora francescana angelina, a me molto cara, che ho conosciuto negli anni del discernimento vocazionale ad Assisi. Era anziana, e negli ultimi tempi la malattia la stava portando lontana. Sono felice di averla abbracciata un’ultima volta a metà dicembre; in quell’occasione ha voluto alzarsi lei per abbracciarmi, ha rischiato di inciampare, si è scusata (si è scusata –capite?- per la sua fragilità), mi ha ricordato, se ce ne fosse stato bisogno, che mi ha sempre voluto bene e che ogni giorno pregava per me. Si è detta serena e accompagnata nella situazione che stava vivendo, perché Dio non abbandona mai.

E niente.

Sapere che anche lei non è più qui con noi, a pochi giorni dalla morte di suor Raffaella, mi rende umanamente molto triste. Mi rendo conto di quanta fatica mi provochi il distacco. Non solo quello della morte, ma anche quello più naturale, dovuto ai cambiamenti che la vita ci propone e a volte ci impone.

Lasciar andare è il lavoro di tutta una vita; è la vera strada verso la libertà; è voce del verbo fidarsi; è uno degli insegnamenti grandi di san Francesco, che tutto ha lasciato per amore di Cristo, perfino il suo essere figlio su questa terra.

Allora mi prendo qualche minuto per provare a riflettere su questo tema perché mi sono venuti dei pensieri a cascata…

Ho subito pensato a me (perché lasciare un po’ da parte me, sarà credo sempre la mia fatica più grande), alla mia storia degli ultimi anni, alle tante persone che mi sono state di conforto e di aiuto concreto durante la malattia. Ora mi guardo intorno e vedo grandi stravolgimenti: suor Raffaella è morta, il favoloso dott. G. ci ha invitati alla sua festa per la pensione, diverse persone importanti per noi si sono allontanate perché la vita le ha portate fisicamente in altri luoghi, la mia oncologa non c’è più… se da una parte queste “perdite” mi fanno male, dall’altra vedo come se le maglie si stessero allargando: “Cammina sulle tue gambe, non hai più bisogno di noi!”. Oltre un certo tempo, tutte queste vicinanza avevano iniziato a farmi da puntello e mi impedivano di riprendere stabilità ed equilibrio; erano certamente molto rassicuranti, ma rallentavano il mio passo e abbassavano lo sguardo alla punta delle mie scarpe.

Ma questo fatto del lasciar andare lo vedo e lo vivo in maniera molto più ampia.

Lascia andare la paura. E lascia andare le tue belle e simpatiche piccole sicurezze, quelle che ti fanno sentire sempre a posto. Paure e sicurezze, nella mia storia, vanno di pari passo. La malattia fa schifo e fa terrore, e chi dice o pensa cose del tipo “Ah, ma così si è più vicini al cielo!” dimentica che siamo fatti di ciccia ed emozioni e quelle pesano eccome nelle nostre storie! Dicevo che la malattia fa paurissima, e tenersi strette delle piccole sicurezze aiuta, tante volte, a sopravvivere. Un esempio su tutti? Il raccontarsi! Penso ai tanti momenti in cui ho condiviso, durante il percorso della malattia, tante piccole parti della nostra storia, man mano che la vivevo e la masticavo. È vero, io parlavo della mia esperienza, ma un conto è stato raccontare a voce piccoli pezzi di noi, scegliendo gli interlocutori: ero io che tenevo il controllo, ed era un parlare cuore a cuore, guardandosi negli occhi, sapendo di essere accompagnata e amata, e quindi capita. Ero padrona di quella situazione e la tenevo stretta a me.

Altro è stato scrivere e organizzare ricordi e pensieri di tutto un lungo periodo. E poi lasciare che chiunque vi si avvicinasse, con i suoi tempi, la propria storia e sensibilità. Quello è stato un momento glorioso e terribile, in cui la nostra storia è passata dall’essere un fatto personale a diventare qualcosa di pubblico, direi quasi universale (nel senso che in tanti ci si possono riconoscere e tutti possono farci dei loro pensieri sopra!). E infatti, quando mi è stato proposto di scrivere un libro, ho detto un “no” secco e deciso. Perché questa perdita di controllo e di vicinanza mi sbilanciava verso il lasciar andare e mi costringeva a cambiare prospettiva; non era più “la mia storia”, ma un’esperienza messa a disposizione di tutti. Nel tempo ho dovuto ricredermi, e la mia paura ora si sta trasformando in gratitudine. Perché un piccolo passo di fiducia sa parte mia, si è ingigantito e trasformato in tanta vita.

Lasciar andare.

Lasciar andare l’eterna, immutabile paura di essere di peso e pure quella di sbagliare. In questo sto diventando più brava, quasi esperta, direi! Ho dovuto imparare qualcosa di fondamentale: se hai bisogno, chiedi; se hai un’idea lanciala, se hai un pensiero (va beh, magari prima strutturalo e ragionalo!), esponilo. Non ridete, per favore, so che per molti questo è lapalissiano: per me, no! Ho passato tantissimi anni, oso dire la maggior parte della mia vita, a legarmi da sola catene pesantissime, costruite di queste paure!

E poi lascia andare il dubbio, non quello che ti mette in discussione, ma quello che ti riporta continuamente a tremare per scelte già fatte. Hai un marito? Amalo! Hai deciso con coscienza per i tuoi figli? Va bene! Hai scelto per la tua vita? Vivi la quotidianità.

Lascio per il finale la catena più subdola: la paura di essere felice e di dar conto della Speranza che è in noi. Lasciala andare! Siamo fatti per la gioia, ma sembra sia più facile vivere il mugugno (io sono campionessa olimpica di mugugno carpiato!). Le fatiche, i dolori, la paura, esistono, e sono reali. Ma allenarsi alla gioia, al sorriso e alla gratitudine diventa segno che il nostro cammino ha orizzonti lontani e bellissimi!

Devo davvero imparare a lasciar andare. Diventerò libera di guardare alla grandezza a cui sono chiamata. Sarò più leggera ed agile e potrò finalmente iniziare a salire verso il Cielo!

La distanza

di fra Pietro Luca Roccasalva

In questa distanza c’è la nostra salvezza: essere figli, ai piedi del Padre e dietro al Figlio.

Ognuno di noi ha fatto l’esperienza dell’essere FIGLIO, di una certa famigliarità col proprio padre, famigliarità e confidenza che spesso ci hanno portati a dire parole o compiere gesti che annullavano la distanza e i ruoli.

Sicuramente ci sarà capitato anche, ad un certo punto, che nostro PADRE, con fare deciso, ci abbia messo a tacere, abbia improvvisamente ristabilito le distanze.

Questo è un passaggio delicato che non viviamo mai bene, viviamo quel rimprovero come una “bocciatura” senza invece riflettere sul fatto che in quella distanza ristabilita sta il nostro essere ciò che siamo ed esserlo in pienezza… figli!!

Forse anche a voi genitori, è capitato di fare lo stesso con i vostri figli, e non per questo li amate meno!

Anche ai discepoli, a tutti, è accaduta la stessa cosa con Gesù, solo che Pietro è stato quello che direttamente ha fatto esperienza di una parola rivolta a lui: “Va’ dietro a me” (Mc 8,33).
Il tono è deciso perché la posta in gioco è alta!

Con Dio noi spesso ci parliamo come Mosè sul monte, faccia a faccia, gli chiediamo conto di tante cose, scelte, gli chiediamo spiegazioni, ecc… e forse all’improvviso ci accorgiamo che non siamo più figli ma MAESTRI…

C’è un rischio nell’eccessiva famigliarità con Gesù e con le “cose di Dio”: il rischio di perdere il posto dei figli, il rischio di credere che in qualche modo Dio debba darci le spiegazioni richieste.

Allora quelle parole forti, forti come l’amore, sono tali perché davanti a Gesù perdiamo il senso del cammino, della meta, CI PERDIAMO…allora il regalo più grande che possiamo ricevere da un padre, sono parole che, seppur dolorose, ci mettono nell’unica posizione possibile, quella dei figli e discepoli.

Avremmo tante domande da fare, tanti dubbi da risolvere, tante spiegazioni da chiedere, ma questo va fatto da figli, non va fatto con la pretesa che l’Altro debba darci delle spiegazioni.

C’è un Mistero, uno “spazio”, penso alla sofferenza, alla morte, che non possono essere colmati con una risposta ma con un cammino, forse lungo, forse doloroso, ma CAMMINANDO da FIGLI. Il nostro SAPERE deve essere un sapere “sapiente”, da figli e NON da MAESTRI.

L’unica certezza che accompagna il nostro cammino di figli in cerca di risposte – la prendo da un romanzo di Stefano Baldi, “Sia fatta la tua volontà” – è questa:  “Non avere paura, questo cammino lo facciamo insieme”.

Libertà

di Anna Mazzitelli

E’ un bel po’ che penso di scrivere qualcosa riguardo il libero arbitrio, riguardo la libertà che noi uomini abbiamo, libertà alla quale Dio tiene tanto, da decidere di non rivelarsi in maniera troppo evidente, per non bruciarla.

Naturalmente non sono in grado di scrivere niente di illuminante, ma siccome ne parlavo qualche giorno fa con mia sorella, come spesso faccio provo a scrivere, anche per mettere ordine alle idee, perché capita di avere un’intuizione che resta lì, accoccolata in uno spazietto del cervello, ma poi quando cerchi di condividerla non riesci a farti capire, perché non l’hai coltivata abbastanza.

Dio ci ha creati liberi. E fin qui ci siamo.

In cosa consiste la nostra libertà?

Beh, se Dio ci ha creati perché ci ama, molto probabilmente desidera che anche noi amiamo Lui, se ci ha creati per renderci felici, ci ha dato questa benedetta libertà affinché possiamo essere felici veramente, fino in fondo, felici come Lui.

E proprio attraverso questa libertà ci lascia scegliere come fare per raggiungere la felicità.

E qui cominciano i problemi, perché a volte si sbaglia mira, si guarda altrove, ci si illude che qualcosa -e non Qualcuno- ci potrà regalare questa felicità, la cui ricerca travalica spazio e tempo ed è il denominatore comune a tutti gli uomini da Adamo in avanti.

E che noi vogliamo essere profondamente felici è un dato di fatto. Quest’anno, durante il primo incontro di catechismo con bambini di 9 anni, ho chiesto: “Come volete che sia la vostra vita, cosa desiderate di più?” e un bambino che fino a quel momento non aveva fatto che divincolarsi e dare fastidio ha risposto: “Io voglio una vita bellissima, cioè felicissima!”.

Non “voglio fare il calciatore”, non “voglio un sacco di soldi”, non “voglio guidare la Ferrari”…

Voglio una vita felicissima.

Questo desiderio di felicità ce l’ha messo Lui nel cuore, e solo Lui può colmarlo, ma allora perché non lo fa e basta, invece di lasciarci questa libertà a causa della quale la maggior parte delle volte andiamo a sbattere contro un muro, e ci facciamo anche male?

Non lo so.

Però credo che se Lui ci lascia liberi di dirgli di no, permettendoci di costruire delle torri di Babele che ci fanno credere di poter fare da soli, se ci permette di sbagliare mira, di prendere strade sbagliate che ci faranno solo girare attorno alla nostra solitudine, illudendoci di riempirla con qualcosa, e ci lasceranno invece sempre più soli, se è talmente discreto da non manifestarsi troppo evidentemente, perché allora saremmo costretti ad amarlo, e non saremmo quindi liberi…

…allora deve lasciarci anche liberi di dirgli di sì.

Perché la libertà di dirgli di no è chiara: il mondo offre continue distrazioni, occasioni, tentazioni, inganna con il male travestito da bene, con porte larghe e strade in discesa (mentre Gesù stesso definisce stretta la porta che conduce a Lui)…

Penso che il nostro libero arbitrio consista anche nella libertà di dirgli di sì, ma per poter esercitare questa libertà ci deve essere per tutti, ripeto, per tutti, almeno un momento della vita nel quale sia chiaro come il sole, sia “cristallino” (cit.) che Lui ci ama e ci vuole felici, e che solo in Lui la nostra gioia sarà piena (Gv 15,9-11).

Un momento nel quale non ci può essere confusione, un momento nel quale veniamo chiamati in modo piuttosto esplicito (almeno quelli un po’ duri, come me, richiedono pazienza e chiamate reiterate nel tempo, possibilmente a cadenza breve).

Un momento tipo la scena del crocifisso di San Damiano che chiede al giovane Francesco di riparare la sua casa.

Va bene, Francesco non comprende proprio correttamente il messaggio, ma credo che il Signore debba accertarsi che la sua richiesta ci porti troppo fuori strada. Insomma Francesco ripara le mura della chiesa e solo dopo capisce cosa intendesse veramente il Signore, però la sua interpretazione non poteva essere troppo distante da quello che il Signore voleva veramente. Voglio dire, credo che il Signore non gli avrebbe detto qualcosa che poteva essere interpretato come “Torna in guerra e ammazza più che puoi”, il messaggio doveva essere abbastanza chiaro.

Quello che intendo è che non tutti sentiamo crocifissi di legno che parlano (e per fortuna!), ma credo che a ognuno di noi, a un certo punto della vita, il Signore debba manifestare più o meno chiaramente il suo desiderio di renderci felici, debba farci un po’ spiare nei cieli e dare una sbirciatina al paradiso, perché solo intuendo un poco cosa ci aspetta possiamo decidere in piena libertà se aderire al suo disegno, o voltargli le spalle.

L’unico problema, forse, è se in quel momento siamo distratti, se stiamo mandando faccine  e pollici alzati su un gruppo whatsapp, se siamo impegnati a farci un’overdose di serie tv, se ci abbuffiamo di cioccolata fondente come se non esistesse un domani…

Davvero, credo che il Signore ci abbia fatti liberi, liberi di dire di no, ma anche liberi di dire di sì. Quindi forse dobbiamo avere la pazienza di aspettare il momento in cui Lui deciderà di mostrarsi a noi, oppure ripensare ai momenti della nostra vita in cui si è manifestato, in cui ci ha chiamati, in cui abbastanza palesemente ci ha fatto assaggiare il cibo di vita eterna che ha preparato per noi, perché non può essere vero che non l’ha mai fatto, almeno una volta, con ciascuno.

Non saremmo liberi di dirgli di sì.

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Una piccola nota per mia sorella, la quale a valle della nostra conversazione mi ha chiesto cosa abbia detto il Signore a me, in quale modo così evidente si sia manifestato. Ci ho pensato, alla risposta da darle, e credo che il Signore mi abbia detto più o meno questo:

“Se continui a ribellarti alla tua sofferenza, non te ne libererai mai, e soffrirai e basta.
Se invece la accogli, non te ne libererai lo stesso, ma questa sofferenza diventerà feconda.
Per te stessa, prima di tutto, e per la tua famiglia.
E poi, forse, se saprai farti strumento nelle Mie mani, anche per altri.
Prova.
Non ti toglierò la tua sofferenza ma ti farò scoprire che essa è abitata da Me, e tu sarai lieta”.

Oggi è nato il salvatore

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge.
Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce.
Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro:

«Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 
oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.

Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce,
che giace in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste
che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama»
(Lc 2, 8-14)

Auguri di buon Natale di Gesù a voi tutti.
Che Dio vi benedica sempre.