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Grazia su grazia

di Stefano Bataloni

Due sere fa eravamo alla fine di una piccola festa con amici, celebrata su di una fresca e panoramica terrazza di paese; un’allegra festa, con persone piacevoli e cibo ottimo. Stavamo lasciando la casa che ci ha ospitato e un piccolo terremoto ha colpito le nostre vite.

Anna ha ripreso in mano il suo telefonino, lasciato nella borsa nel corso della serata. Ha scorso le decine di messaggi che nel mentre aveva ricevuto, sembrava non riuscire a credere ai suoi occhi. Ha chiamato una sua amica per avere conferma e poi è scoppiata in lacrime: Letizia e Gianluca non c’erano più, travolti dai mattoni e dalle tegole di una casa di villeggiatura, crollata per quell’altro terremoto, quello vero, devastante. Martina, la loro prima figlia di 10 anni era data per dispersa. Gabriele, il fratellino, era vivo, ritrovato mentre vagava solo per il paesino; a quanto si diceva aveva indicato ai soccorritori dove cercare sua mamma e suo papà.

Conoscemmo Letizia e Gianluca in una saletta del consultorio del nostro quartiere di Roma, circa 10 anni fa. Lei era incinta di Martina, Anna lo era di Filippo. Seguimmo tutti insieme il corso pre-parto, anche con altre mamme e papà. Fu un periodo di grazia, per molte coppie si trattava del primo figlio: per noi era il momento del sogno che si avverava.

Con Letizia e Gianluca, e con le altre coppie, si creò un legame stretto, così come avviene inevitabilmente quando si condividono momenti importanti della vita. Il legame poi si rinsaldò ulteriormente quando nacquero i bambini: Filippo, Martina, Giovanni, Alice…

Ci si riuniva di tanto in tanto, spesso di giovedì, spesso a casa nostra: i bambini giocavano insieme su un grande tappetone, le mamme si confrontavano su pappe e pannolini, noi papà chiacchieravamo di notti insonni e di seggiolini per le auto.

Non posso dire che, tra tutte le coppie del corso, Letizia e Gianluca fossero quella con cui io e Anna avessimo legato di più; e Filippo ebbe sicuramente una maggiore predilezione per Giovanni o Alice piuttosto che per Martina.

I bambini, comunque, crebbero insieme e ci furono le feste di compleanno. Con Letizia e Gianluca, poi, condividevamo la frequentazione della Parrocchia e venne naturale partecipare attivamente anche alle feste per i battesimi di Martina e di Filippo.

Poi nacque Gabriele, e Letizia chiese proprio ad Anna di fare da madrina di battesimo. La cosa ci sorprese non poco: ci frequentavamo ormai da circa due anni ma non ci sembrava di essere così “familiari” con loro.
Letizia, evidentemente, aveva visto in Anna qualcosa che a noi sfuggiva.
Anna accettò l’invito.

Con la malattia di Filippo le nostre strade si divisero. Noi lasciammo Roma e la frequentazione della Parrocchia divenne saltuaria. Letizia e Gianluca, però, non mancarono mai di chiederci notizie ogni volta che ci incontravano. Percepimmo chiaramente la loro gentilezza e la loro vicinanza nella fede. Vollero, nonostante tutto, rivolgerci sempre gli inviti alle feste di compleanno e per loro occasioni speciali: noi, purtroppo, per proteggere Filippo dalle infezioni fummo spesso costretti a rinunciarvi.

Dopo la morte di Filippo, riprendemmo  a vederci più spesso: durante la messa domenicale, nelle feste dell’oratorio, in occasioni dei ritiri delle famiglie.
Martina era diventata una signorina, aveva vestito l’abito della “ostiaria” e nel corso delle messe celebrate da Don Stefano, insieme ad altre bambine, era incaricata di raccogliere le offerte della colletta. Gabriele pure era cresciuto molto, tanto che i primi tempi io ebbi difficoltà a riconoscerlo; nell’ultimo anno aveva assunto il compito di chierichetto. Anna scambiava di tanto in tanto qualche parola con Letizia; io parlai l’ultima volta con Gianluca all’inizio dell’estate discutendo delle nostre rispettive difficoltà sul lavoro.

Letizia, Gianluca e Martina sono nati al cielo nella notte del 23 agosto, in una frazione vicino Amatrice.

Non si può dare una risposta al perché di questo fatto, solo Dio può. Non si può spiegare che senso abbia l’aver catapultato un bambino di 9 anni da un periodo di allegria e serenità, trascorso in un ridente paesino di montagna al giorno in cui inizia la sua vita senza la mamma, il papà e la sorellina. Solo Dio sa.

Io, che ho perso mio figlio a causa di un cancro e che ho avuto la grazia di vivere i giorni successivi fino ad oggi nella certezza della sua resurrezione, non ho spiegazioni da dare. Ho solo lacrime da versare. Ho solo da rimpiangere le volte che avrei potuto ricambiare la gentilezza e sorrisi di Letizia di Gianluca con qualche parola in più e invece non l’ho fatto.

So per certo che ora Filippo e Martina stanno di nuovo giocando insieme sul loro nuovo tappetone, infinitamente più bello di quello che era a casa nostra.

Poi, ieri mattina, diretto al lavoro, mentre sgranavo il rosario, ripetendo i misteri della Luce, ho ripercorso il battesimo di Gesù che mi ha rimandato al mio battesimo, all’inizio della mia storia di salvezza; e il miracolo alle nozze di Cana, che mi ha ricordato come sia necessario che mi affidi a quello che Lui dirà, e quello che era solo acqua potrà diventare il vino migliore; o l’annuncio del Regno di Dio, a ricordarmi che devo convertirmi e credere che sono qui in missione, per costruire un edificio che non crollerà mai; e ho ripercorso il mistero della trasfigurazione di Gesù, a ricordarmi che anche nell’oppressione, nella paura, nella nube, Dio mi parla e mi indica la strada. Ho ripercorso l’istituzione dell’Eucaristia, a ricordarmi di quell’Uomo, tradito, che quando tutto sembrava perduto ha donato il Suo corpo, la Sua vita, per amore mio.

E ho pensato al piccolo Gabriele, unico superstite di quella notte tragica, l’unico che si è salvato di tutta la famiglia, il bambino a cui Anna ha fatto da madrina nel momento in cui ha ricevuto la Vita Eterna.
Io, che ho imparato a diffidare della casualità delle vicende della vita, che ho imparato a confidare che il Padre Eterno e Onnipotente ha le idee chiare su di noi, ho capito che attraverso Letizia, Gianluca, Martina e Gabriele ci è stata concessa l’ennesima Grazia.

Che vadano in Paradiso

il blog di Costanza Miriano

La Madonna tra le macerie di Pescara del Tronto La Madonna tra le macerie di Pescara del Tronto

di Costanza Miriano

È ingiusto fare una classifica del dolore, però non c’è niente da fare: ci colpisce quello che per qualche motivo avvertiamo più vicino. Anche io mi sdegno perché i miei colleghi, giornalisti, danno diverso peso specifico ai morti nel mondo: un parigino vale, a occhio e croce, una novantina di nigeriani. Ogni volta mi ci arrabbio di nuovo, ma poi faccio anche io lo stesso: credo che sia inevitabile. Il nostro cuore non è infinito come quello di Dio, possiamo tenere solo alcuni legami, affezionarci ad alcune cose, sentirci vicini ad alcune persone. Guardando le immagini di altri terremoti non mi sono angosciata tanto. Forse non mi fa onore, ma è così.

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Comunione sì o no?

Premessa: sì, metto le mani avanti… Quello che segue ha carattere assolutamente soggettivo, riguarda il mio personale rapporto con Gesù Cristo, e non vuole affatto essere una esortazione a comportarsi in un certo modo né una presuntuosa attribuzione di una scala di importanza tra le diverse parti della liturgia. Sono solo considerazioni senza pretesa, e la loro validità lascia il tempo che trova.

Diversi anni fa giravo per Roma con un mio amico/collega per una commissione di lavoro. Capitiamo davanti a una chiesa, dalle parti di Piazza Vittorio, decidiamo di entrare e ci troviamo appena prima del momento della distribuzione della comunione, alla fine della messa.

Il mio amico, senza esitare, mi dice di mettermi in fila, e io lo seguo, trascinata dalla sua sicurezza e senza averci riflettuto. Riceviamo l’Eucaristia, aspettiamo la fine della messa e poi usciamo.

Mi è capitato ancora, qualche settimana fa, in giro per Roma con gli amici di Treviglio, di entrare a Santa Maria del Popolo durante la messa, al momento del “padrenostro”. Volevamo vedere i quadri di Caravaggio, ma non si poteva arrivare alla cappellina, perché c’era la messa, e ce ne sarebbe stata un’altra subito dopo. Così siamo usciti un po’ delusi.
Questa volta non ho fatto la comunione, ma ho suggerito a uno di loro di farlo, così alla fine della fila si sarebbe trovato proprio in prossimità della cappellina in fondo, nella navata sinistra, e forse sarebbe riuscito a vedere i quadri.

Conosco la regola che dice che per fare la comunione bisogna aver preso parte all’intera messa. Mia nonna Rosa diceva che la messa “è presa” se arrivi che il sacerdote ancora non ha scoperto il calice (quindi prima dell’offertorio).
Qualcuno dice che bisogna arrivare almeno in tempo per ascoltare il Vangelo.
Il nostro Don sostiene che la messa va vissuta e partecipata per intero, perché liturgia della parola e liturgia eucaristica non possono essere separate e non si può prescindere da una delle due. È quello che cerchiamo di fare sempre.

Altro, però, è trovarsi in giro, entrare in una chiesa, magari solo per visitarla o per riposarsi un po’, e capitare proprio al momento della distribuzione della comunione.

Non ci sono andata con l’intenzione di arrivare tardi, non lo faccio per abitudine, cerco sempre di arrivare prima dell’inizio della messa, ma se entro in una chiesa e lì c’è Gesù, sull’altare, e so che posso riceverlo dentro di me, con tutto quello che comporta… beh, mi sentirei davvero ingrata a non farlo perché non ho partecipato alla liturgia della parola!

Mi viene in mente una ragazza che si prepara per uscire con il suo fidanzato, e in vista dell’appuntamento sceglie i vestiti, si profuma, si trucca e si lava i denti. Bene. Ma se il fidanzato in questione si presentasse sotto casa sua senza aver avvisato, per farle una sorpresa, magari con dei fiori (o, meglio, dei cioccolatini), mi chiedo, lei non lo abbraccerebbe, non lo bacerebbe, solo perché è stata presa alla sprovvista e non ha avuto il tempo di lavarsi i denti?

ChiaraCorbella

Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.

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Addomesticati da Cristo

Oggi Don Stefano ha celebrato la sua ultima Messa comunitaria come vice-parroco nella nostra parrocchia. Dal prossimo settembre sarà parroco in un’altra Chiesa di Roma.
Il suo intervento nella nostra vita ci ha letteralmente salvato la vita.
Stavamo per perdere nostro figlio e lui, che nemmeno ci conosceva, ci ha chiamati e ci ha detto che voleva incontrare Filippo e che voleva dargli la prima comunione.
E’ venuto a casa nostra a celebrare la messa nella sua stanza il giorno prima che nascesse al cielo. Gli ha dato l’unzione degli infermi e l’indulgenza plenaria, ha lasciato nella sua stanza il Santissimo esposto.
Filippo si è addormentato tra le braccia di Gesù, quasi fisicamente.
Don Stefano ci ha aiutati a far diventare la morte di nostro figlio una porta verso il Paradiso.
Per usare le sue parole di oggi, ci ha addomesticati ben bene, e per questo, in qualunque Chiesa di qualunque parte del mondo andrà a finire, sarà sempre un pezzo della nostra famiglia.   

Link alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

At 12,1-11   Sal 33   2Tm 4,6-8.17-18   Mt 16,13-19

Commento alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

di Don Stefano Cascio

Oggi festeggiamo la Solennità di San Pietro e San Paolo.

E’ strano che la festa di due santi così sia una solennità, un momento così importante come Natale, o Pasqua.
Soprattutto se conosciamo i due personaggi: Pietro era un uomo irruento, passionale, un povero pescatore, che dice le cose come le sente, moto generoso, ma poi, tante volte, poi… Ricordatevi quello che succederà durante la passione: rinnegherà Gesù e si metterà a piangere quando si renderà conto di quello che ha fatto.

Per non parlare di Paolo, che andava a uccidere i cristiani, era l’ISIS dell’epoca, andava in giro per uccidere quella che per lui era una setta, quella dei cristiani.

Però noi dopo 2000 anni ci troviamo qui a festeggiare questi due personaggi.
E perché?

Perché malgrado i loro difetti sono stati scelti dal Signore, anzi, Pietro è diventata la roccia su cui costruire la Chiesa, la comunità dei credenti, l’assemblea di Dio.
Perché questi due uomini hanno saputo rispondere a quella domanda che Cristo ha fatto e su cui abbiamo riflettuto già poco tempo fa, una domenica, quando abbiamo letto quel passaggio del Vangelo.
E oggi viene proposta, alla fine del nostro anno pastorale, ci viene proposta la stessa domanda da Gesù.
La prima domanda di Gesù: “Cosa dice la gente di me?” come un sondaggio.

E allora i discepoli rispondono, Pietro risponde, e Gesù dice: “Ma tu cosa dici di me? Cosa sono per te?”

E’ molto bello in modo in cui Gesù sta facendo questo, Gesù non da risposte, ma fa una domanda. Quando ci sono le risposte noi a volte chiudiamo il nostro cammino: ci sono le risposte, quindi basta.

La domanda è più interessante, ti fa camminare nella tua riflessione, Gesù fa domande, tu devi porti questa domanda: “Chi sono io per te?”

Pietro risponde: “Tu sei Cristo, il Messia, il mio salvatore”
Il cammino del cristiano è proprio questo. Certe volte abbiamo bisogno di essere rassicurati, quindi siamo contenti quando la Chiesa ci dà delle risposte certe, e noi siamo tranquilli, ci siamo creati il nostro piccolo nido, i nostri muri, e siamo tranquilli così.

Ma Gesù ti interroga personalmente, non ti da una risposta, chiede a te di rispondere al suo amore.
Cosa risponderò io a questa domanda?
Come l’incontro con Cristo mi ha cambiato?

Ha trasformato in un certo senso Pietro e Paolo, che sono diventati dei discepoli straordinari: Paolo ha evangelizzato il Mediterraneo, tutti e due hanno dato la vita per Cristo.

E io?

Questa mia fede addormentata, quando potrò risvegliarla?

La domanda di Gesù è un po’ la domanda di due innamorati.

Certe volte in una coppia uno dice all’altro “Ma quanto mi vuoi bene? Sono importante per te?”
E l’altro darà forse una risposta, speriamo…

Ecco, la relazione tra Cristo e gli uomini è la stessa cosa, è una relazione d’amore, e in quel dialogo d’amore Cristo ti chiede: “Ma quanto sono importante per te?”

E, dopo la risposta, Gesù a Pietro affida la Chiesa.
Tante volte sentiamo dire “Io credo in Cristo ma non nella Chiesa.

Ma la Chiesa è questa, è questa comunità di uomini che cercano di rispondere a questa domanda, e si aiutano a vicenda a camminare per rispondere a questa domanda. Non è un’istituzione, la Chiesa, è una comunità di credenti, è una grande famiglia che si aiuta, e che cerca insieme di rispondere a questa domanda.

Ed è quello che in questi cinque anni io ho cercato in un certo senso di dare.
San Paolo nella seconda lettura dice: “Il Signore però mi è stato vicino, e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Insieme, come famiglia, come comunità, cerchiamo di portare questo annuncia a tutti. Cerchiamo con la nostra vita di far porre le domande anche agli altri.
Tutte le volte che un cristiano non permette a un altro di interrogarsi su quello che sta vivendo, sulle domande fondamentali della vita, ma giudica solo, dà solo risposte, allora c’è qualcosa che non va.
Il cristiano deve essere per gli altri un punto interrogativo. Guardando un cristiano, uno che non lo è, si deve fare la domanda: “Da dove gli viene questa speranza nel futuro? Perché ha questa gioia profonda dentro il cuore? Perché vive in questo modo? Come fa a essere così?”

I primi cristiani era così che si ponevano, hanno evangelizzato in questo modo. I primi cristiani non hanno avuto bisogno di armi, anzi, erano martirizzati, però come una macchia d’olio andavano avanti, e il cristianesimo si è diffuso dall’esempio, non tanto dalle parole, ma dalla vita, dall’esperienza di Cristo vivo nella comunità.

Ecco quello di cui noi abbiamo bisogno, ecco quello che noi cerchiamo di portare avanti attraverso le nostre attività. Ma dobbiamo farlo insieme.

Ieri rileggevo il dialogo tra la volpe e il piccolo principe.
C’è questa parola che sembra una parola brutta, ma nel dialogo tra la volpe e il piccolo principe è molto chiara.
La volpe dice al piccolo principe: “Se tu mi addomestichi la mia vita sarà illuminata. Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”.

Ciascuno di noi è chiamato a essere addomesticato da Cristo. Ma siamo anche chiamati ad addomesticare gli altri, per poter vivere quello che è stato detto qui, sentirsi responsabili l’uno dell’altro. E soprattutto, responsabili per sempre.

E spero che in questo cinque anni sia stato anche così, vicendevolmente. Ormai voi siete responsabili per sempre del mio cammino, e io sarò responsabile per sempre del vostro.

Amen.

Quello che segue è il messaggio che i ragazzi dell’oratorio hanno letto per don Stefano alla fine della celebrazione di oggi.

Caro Don Stefano,
tradurre in parole quello che la tua presenza ha significato per noi in questi cinque anni è praticamente impossibile. Fin dal primo momento in cui hai messo piede nella nostra parrocchia avevamo già capito che c’era qualcosa di diverso in quel giovane prete francese con le All Star e il motorino: in poco tempo hai ridato vita al nostro oratorio, rivoluzionando ogni cosa con un impeto e una forza che dopo meno di un anno ti hanno fatto guadagnare il soprannome di “don Vulcano”. Bisogna ammettere che all’inizio era piuttosto difficile sopportarti… poi con il passare del tempo ci abbiamo proprio rinunciato. Eppure senza di te chi mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi a Ottobre vestito da tirolese a imparare balletti e servire montagne di panini? Chi mai si sarebbe ritrovato a fare giochi a tempo su Rai2 con solo un minuto per vincere? Chi mai avrebbe preso la sua bici pedalando fino al Divino Amore? Chi mai si sarebbe travestito da indiano immaginando di ritrovarsi per una sera a Bollywood? Chi mai avrebbe avuto la fortuna di passare una bellissima serata a mangiare e pregare insieme al suo papà? Chi mai avrebbe speso un mese delle proprie vacanze per svegliarsi alle sette e passare ogni giorno con 120 bambini (…che se non ti avessimo fermato sarebbero stati come minimo il doppio)? Ma tutti noi sappiamo bene che ciò che ci hai lasciato va anche oltre queste bellissime iniziative, va anche oltre i muri ridipinti e tutti i lavori di ristrutturazione che hanno abbellito e migliorato il nostro oratorio: perché nessuno di noi si scoderà mai del lungo filo bianco che ci hai presentato all’inizio di quest’anno, nessuno di noi dimenticherà l’ardore e il coraggio di un prete con l’aria da vip sempre in giro per il mondo con un’unica missione nella sua vita, quella di testimoniare la sua fede in Gesù Cristo. E anche se vorremmo tenerti tutto per noi, in fondo capiamo che è arrivato il momento che tutto quello che ci è stato donato dal Signore attraverso di te, lo possano ricevere tantissime altre persone. Per questo motivo ti salutiamo con affetto e ti ringraziamo con tutto il cuore, con la promessa di mantenere in vita tutto ciò che hai iniziato, perché è grazie a te che abbiamo imparato a non fermarci davanti a nulla e ad andare sempre Verso l’Alto.
Ti vogliamo tanto bene,
i tuoi ragazzi.

 

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Isacco e la felicità

di Anna Mazzitelli

La felicità di Anna e Stefano?

Si chiede, e ci chiede, una persona che legge il nostro blog, e che ci ha spesso scritto.

Dopo gli ultimi post non ha più potuto tenere per sé questa domanda, e ce l’ha posta scrivendoci una lettera di getto e col cuore in mano, nella quale si percepisce appieno la sua angoscia nei nostri confronti (e nei suoi), nei confronti del nostro rapporto con la felicità.
Cita varie cose dette da noi nei post passati, e riconosce che ci può essere pace, affidamento, serenità e assenza di disperazione, pur in una situazione come la nostra.

Ma la felicità?

Un conto è accontentarsi, un conto è essere contenti.
Un conto è non essere disperati, un conto è essere gioiosi.

Io e Stefano abbiamo passato gli ultimi due giorni ad un ritiro spirituale assieme alle coppie della parrocchia, con le quali durante l’inverno abbiamo fatto un cammino, alcuni incontri formativi e di confronto.
Se il cammino è stato bello, il ritiro è stato fondamentale.

L’argomento era centrato su Abramo, al quale viene chiesto di lasciare la sua terra e tutto ciò che ha in vista di una promessa non meglio identificata, almeno all’inizio. Abramo si fida e parte.
Poi la promessa diventa la promessa di un figlio, di una discendenza. Ma Abramo è vecchio e sua moglie pure.
Malgrado Abramo si fidi, ne combina di tutti i colori, fino a farsi convincere dalla moglie a fare un figlio con un’altra.

Alla fine, però, Dio è fedele alla sua promessa, Sara rimane incinta e nasce Isacco.

Catechesi a non finire su Isacco e Ismaele, su come riconoscere il bene e il non-bene, messe, vespri, condivisioni, riflessioni, fino a stamattina, quando Don Emanuele, il sacerdote che ha accompagnato il nostro cammino, ci ha spiegato il brano del sacrificio di Isacco (Genesi 22).

Abramo finalmente è felice, si è finalmente compiuta la promessa di Dio, Abramo ha un figlio, la sua discendenza è possibile. Isacco per Abramo rappresenta tutto, è il Dono di Dio, tutto quello che Dio gli ha promesso si è realizzato in Isacco.
E Dio che fa? Gli chiede proprio quel figlio.

Ma cavolo, dai, non può essere vero!

Abramo viene messo alla prova là dove è la sua più grande paura: quella di perdere suo figlio. Don Emanuele ci ha spiegato che Dio ti mette alla prova sempre in questo modo, ti fa entrare nelle tue paure per darti la prova del modo in cui Lui tiene a te.

Per Abramo, Isacco rischia di diventare una prigione, Dio glielo chiede indietro per fargli scoprire il suo rapporto con Lui, per farlo camminare verso di Lui. Isacco non è per Abramo, è per far entrare Abramo in relazione con Dio.

Ok, bellissima catechesi, ora pensate ai vostri “Isacco”. Un’oretta di riflessione.

Va bene, Signore, tu mi hai dato il mio Isacco, poi me l’hai chiesto indietro, e io mi sono abbandonata alla tua volontà. Però la differenza è che Abramo ha sacrificato un ariete, io mio figlio l’ho visto morire veramente. Isacco è sceso dal monte con Abramo (benché non venga più nominato), io il mio bambino non ce l’ho più.

Però ho messo i pezzi al loro posto, pezzi che tentavo di incasellare da quando Filippo si è ammalato, e che a volte mi riusciva meglio, a volte per niente, e ho capito questo:

Da quando ero ragazzina la mia paura più grande è stata quella di perdere un figlio. Quando avevo 16 anni un mio amico ha avuto un incidente con la moto ed è morto sul colpo. Vedere sua madre straziata ha fatto sì che quella fosse la mia paura più grande, da sempre.

Poi, quando Filippo si è ammalato, perderlo sul serio era diventata una possibilità reale, con la quale fare i conti veramente, non solo durante incubi notturni o in trip depressivi legati a sbalzi ormonali.

Vedere in ospedale le mamme dei bambini, amici di Filippo, che non ce l’hanno fatta, è terribile, e questo ha sempre alimentato la mia paura di perdere mio figlio.

Quando, dopo l’ultima recidiva, ho capito che quella non era più solo un’eventualità ma era diventata la realtà, ho capito che la mia paura più grande non era perdere mio figlio, ma era perdere Dio, a causa della perdita di mio figlio.

E quel giorno, sul divano, quando in preda a dolori che non si riuscivano a gestire in nessun modo, Filippo mi ha chiesto: “Mamma, ma quando mi passano tutti questi dolori, tutte queste cose?”, io gli ho risposto: “Filippo, non so rispondere a questa domanda, non lo so quando ti passeranno tutte queste cose. Però se non ti passano, te ne vai subito in Paradiso, va bene?” e lui mi ha detto: “Va bene”, ho capito che in quel momento avevo consegnato il mio Isacco al Dio che me lo stava chiedendo, avevo preparato la legna, l’avevo posto sull’altare e stavo aspettando che se lo portasse via.

E la paura di lasciarlo andare, di perderlo, non c’era più, era stata sostituita dalla paura di perdere il mio rapporto con Dio.

Ma Dio, così come ha dato ad Abramo la sua discendenza, ha concesso a me di non disperarmi, di non allontanarmi da Lui, non mi ha lasciato andare, e quotidianamente sperimento il miracolo che Lui compie per me.

E questo non significa che non ci sia dolore, che non ci sia senso di vuoto, nostalgia, mancanza. Il dolore, il senso di vuoto, la nostalgia, la mancanza ci sono tutti, pieni, completi, tali e quali a quelli che ci sarebbero stati se non mi fossi fidata e affidata.

Ma accanto a tutto questo c’è anche la Sua consolazione, che non so spiegare, ma che mi permette, malgrado tutto, di essere felice, e di sorridere quando penso a mio figlio.

Quindi, caro Maurizio, la felicità è possibile, ti assicuro, la fiducia nel futuro, la speranza, la pace sono tutte cose possibili. E anche quando ci sembra irragionevole, anche quando ci sembra al di là delle nostre capacità, offrire il nostro “Isacco” a Lui è l’unica strada per raggiungerle.

Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo (Sal 125).

 

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Dove sei papà?

di Stefano Bataloni

E’ trascorso tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui e tanti sono i motivi che mi hanno tenuto lontano. Cose di tutti giorni, cose di vita normale, cose che succedono a chiunque, cose importanti, non certo solo pigrizia.

Non è stata però una lontananza solo dallo scrivere, è stata una lontananza da qualcosa di più importante; e mi rendo conto che forse ha portato un po’ a perdermi.

Qui siamo partiti con il raccontare i miracoli che sono piovuti dal Cielo assieme alla malattia e alla morte di nostro figlio Filippo. Qui si è riflettuto sulla Parola di Dio, sulle cose della vita e sul senso che riusciamo a dargli.

In questi mesi invece, sono stato rapito da pensieri e impegni: lavoro, famiglia, amici, soldi, vacanze, scuola, progetti.

All’inizio la distanza dalle cose importanti era piccola, era ancora vivo il ricordo delle riflessioni sull’Amore di Dio per noi e del racconto delle esperienze di esso.

Poi, sono stato in ansia per la mia vita, per cosa mangiare o per cosa bere; in ansia per il mio corpo e di che vestire. La vita non è stata per me più del nutrimento, e il corpo non è stato più del vestito. Ho creduto che con la mia preoccupazione potessi aggiungere anche un’ora sola alla durata della mia vita. Ho dimenticato che il Padre celeste sa che ho bisogno di tutte queste cose. Non ho cercato prima il regno e la giustizia di Dio, con la consapevolezza che tutte queste cose mi sarebbero state date in più.

Invano ho faticato, invano ho vegliato. Invano mi sono alzato di buon mattino e tardi sono andato a riposare; ho mangiato pane di sudore.

Col tempo, quindi, la distanza da qui è aumentata e quell’Amore di Dio appariva solo come un ricordo, non più in grado di lasciare traccia in me.

In questo tempo, mi sono affaticato a scavare, tagliare e posare tante pietre, una dopo l’altra, una sopra l’altra, una accanto all’altra, per alzare pareti e costruire tetti.
Ma ho scartato la pietra d’angolo.

Lontano da qui, da questo blog ma anche lontano da Filippo. Lontano dal parlare con lui, dal pregare con lui, dal visitarlo, dal ricordarlo, dal fare tesoro delle cose che grazie a lui ho imparato. Ho scartato colui che più di tutti nella mia vita è stato simile alla “pietra d’angolo”.
Dove sono stato?

Poi, ieri mattina ho ricevuto questo messaggio da una amica:

Stanotte ho sognato Filippo
In piedi, davanti ad una libreria, con lo sguardo cupo mi chiedeva dove fosse il suo papà. Io rispondevo che non poteva essere lì e che se avesse voluto, avrei potuto leggere un libro con lui.
In mano aveva una copia del Piccolo Principe, in rosso e un piccolo libricino a forma di volpe.
Abbiamo letto e abbiamo riso.
E’ stato un bel sogno.

Un altro miracolo è piovuto.