La distanza

di fra Pietro Luca Roccasalva

In questa distanza c’è la nostra salvezza: essere figli, ai piedi del Padre e dietro al Figlio.

Ognuno di noi ha fatto l’esperienza dell’essere FIGLIO, di una certa famigliarità col proprio padre, famigliarità e confidenza che spesso ci hanno portati a dire parole o compiere gesti che annullavano la distanza e i ruoli.

Sicuramente ci sarà capitato anche, ad un certo punto, che nostro PADRE, con fare deciso, ci abbia messo a tacere, abbia improvvisamente ristabilito le distanze.

Questo è un passaggio delicato che non viviamo mai bene, viviamo quel rimprovero come una “bocciatura” senza invece riflettere sul fatto che in quella distanza ristabilita sta il nostro essere ciò che siamo ed esserlo in pienezza… figli!!

Forse anche a voi genitori, è capitato di fare lo stesso con i vostri figli, e non per questo li amate meno!

Anche ai discepoli, a tutti, è accaduta la stessa cosa con Gesù, solo che Pietro è stato quello che direttamente ha fatto esperienza di una parola rivolta a lui: “Va’ dietro a me” (Mc 8,33).
Il tono è deciso perché la posta in gioco è alta!

Con Dio noi spesso ci parliamo come Mosè sul monte, faccia a faccia, gli chiediamo conto di tante cose, scelte, gli chiediamo spiegazioni, ecc… e forse all’improvviso ci accorgiamo che non siamo più figli ma MAESTRI…

C’è un rischio nell’eccessiva famigliarità con Gesù e con le “cose di Dio”: il rischio di perdere il posto dei figli, il rischio di credere che in qualche modo Dio debba darci le spiegazioni richieste.

Allora quelle parole forti, forti come l’amore, sono tali perché davanti a Gesù perdiamo il senso del cammino, della meta, CI PERDIAMO…allora il regalo più grande che possiamo ricevere da un padre, sono parole che, seppur dolorose, ci mettono nell’unica posizione possibile, quella dei figli e discepoli.

Avremmo tante domande da fare, tanti dubbi da risolvere, tante spiegazioni da chiedere, ma questo va fatto da figli, non va fatto con la pretesa che l’Altro debba darci delle spiegazioni.

C’è un Mistero, uno “spazio”, penso alla sofferenza, alla morte, che non possono essere colmati con una risposta ma con un cammino, forse lungo, forse doloroso, ma CAMMINANDO da FIGLI. Il nostro SAPERE deve essere un sapere “sapiente”, da figli e NON da MAESTRI.

L’unica certezza che accompagna il nostro cammino di figli in cerca di risposte – la prendo da un romanzo di Stefano Baldi, “Sia fatta la tua volontà” – è questa:  “Non avere paura, questo cammino lo facciamo insieme”.

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Libertà

di Anna Mazzitelli

E’ un bel po’ che penso di scrivere qualcosa riguardo il libero arbitrio, riguardo la libertà che noi uomini abbiamo, libertà alla quale Dio tiene tanto, da decidere di non rivelarsi in maniera troppo evidente, per non bruciarla.

Naturalmente non sono in grado di scrivere niente di illuminante, ma siccome ne parlavo qualche giorno fa con mia sorella, come spesso faccio provo a scrivere, anche per mettere ordine alle idee, perché capita di avere un’intuizione che resta lì, accoccolata in uno spazietto del cervello, ma poi quando cerchi di condividerla non riesci a farti capire, perché non l’hai coltivata abbastanza.

Dio ci ha creati liberi. E fin qui ci siamo.

In cosa consiste la nostra libertà?

Beh, se Dio ci ha creati perché ci ama, molto probabilmente desidera che anche noi amiamo Lui, se ci ha creati per renderci felici, ci ha dato questa benedetta libertà affinché possiamo essere felici veramente, fino in fondo, felici come Lui.

E proprio attraverso questa libertà ci lascia scegliere come fare per raggiungere la felicità.

E qui cominciano i problemi, perché a volte si sbaglia mira, si guarda altrove, ci si illude che qualcosa -e non Qualcuno- ci potrà regalare questa felicità, la cui ricerca travalica spazio e tempo ed è il denominatore comune a tutti gli uomini da Adamo in avanti.

E che noi vogliamo essere profondamente felici è un dato di fatto. Quest’anno, durante il primo incontro di catechismo con bambini di 9 anni, ho chiesto: “Come volete che sia la vostra vita, cosa desiderate di più?” e un bambino che fino a quel momento non aveva fatto che divincolarsi e dare fastidio ha risposto: “Io voglio una vita bellissima, cioè felicissima!”.

Non “voglio fare il calciatore”, non “voglio un sacco di soldi”, non “voglio guidare la Ferrari”…

Voglio una vita felicissima.

Questo desiderio di felicità ce l’ha messo Lui nel cuore, e solo Lui può colmarlo, ma allora perché non lo fa e basta, invece di lasciarci questa libertà a causa della quale la maggior parte delle volte andiamo a sbattere contro un muro, e ci facciamo anche male?

Non lo so.

Però credo che se Lui ci lascia liberi di dirgli di no, permettendoci di costruire delle torri di Babele che ci fanno credere di poter fare da soli, se ci permette di sbagliare mira, di prendere strade sbagliate che ci faranno solo girare attorno alla nostra solitudine, illudendoci di riempirla con qualcosa, e ci lasceranno invece sempre più soli, se è talmente discreto da non manifestarsi troppo evidentemente, perché allora saremmo costretti ad amarlo, e non saremmo quindi liberi…

…allora deve lasciarci anche liberi di dirgli di sì.

Perché la libertà di dirgli di no è chiara: il mondo offre continue distrazioni, occasioni, tentazioni, inganna con il male travestito da bene, con porte larghe e strade in discesa (mentre Gesù stesso definisce stretta la porta che conduce a Lui)…

Penso che il nostro libero arbitrio consista anche nella libertà di dirgli di sì, ma per poter esercitare questa libertà ci deve essere per tutti, ripeto, per tutti, almeno un momento della vita nel quale sia chiaro come il sole, sia “cristallino” (cit.) che Lui ci ama e ci vuole felici, e che solo in Lui la nostra gioia sarà piena (Gv 15,9-11).

Un momento nel quale non ci può essere confusione, un momento nel quale veniamo chiamati in modo piuttosto esplicito (almeno quelli un po’ duri, come me, richiedono pazienza e chiamate reiterate nel tempo, possibilmente a cadenza breve).

Un momento tipo la scena del crocifisso di San Damiano che chiede al giovane Francesco di riparare la sua casa.

Va bene, Francesco non comprende proprio correttamente il messaggio, ma credo che il Signore debba accertarsi che la sua richiesta ci porti troppo fuori strada. Insomma Francesco ripara le mura della chiesa e solo dopo capisce cosa intendesse veramente il Signore, però la sua interpretazione non poteva essere troppo distante da quello che il Signore voleva veramente. Voglio dire, credo che il Signore non gli avrebbe detto qualcosa che poteva essere interpretato come “Torna in guerra e ammazza più che puoi”, il messaggio doveva essere abbastanza chiaro.

Quello che intendo è che non tutti sentiamo crocifissi di legno che parlano (e per fortuna!), ma credo che a ognuno di noi, a un certo punto della vita, il Signore debba manifestare più o meno chiaramente il suo desiderio di renderci felici, debba farci un po’ spiare nei cieli e dare una sbirciatina al paradiso, perché solo intuendo un poco cosa ci aspetta possiamo decidere in piena libertà se aderire al suo disegno, o voltargli le spalle.

L’unico problema, forse, è se in quel momento siamo distratti, se stiamo mandando faccine  e pollici alzati su un gruppo whatsapp, se siamo impegnati a farci un’overdose di serie tv, se ci abbuffiamo di cioccolata fondente come se non esistesse un domani…

Davvero, credo che il Signore ci abbia fatti liberi, liberi di dire di no, ma anche liberi di dire di sì. Quindi forse dobbiamo avere la pazienza di aspettare il momento in cui Lui deciderà di mostrarsi a noi, oppure ripensare ai momenti della nostra vita in cui si è manifestato, in cui ci ha chiamati, in cui abbastanza palesemente ci ha fatto assaggiare il cibo di vita eterna che ha preparato per noi, perché non può essere vero che non l’ha mai fatto, almeno una volta, con ciascuno.

Non saremmo liberi di dirgli di sì.

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Una piccola nota per mia sorella, la quale a valle della nostra conversazione mi ha chiesto cosa abbia detto il Signore a me, in quale modo così evidente si sia manifestato. Ci ho pensato, alla risposta da darle, e credo che il Signore mi abbia detto più o meno questo:

“Se continui a ribellarti alla tua sofferenza, non te ne libererai mai, e soffrirai e basta.
Se invece la accogli, non te ne libererai lo stesso, ma questa sofferenza diventerà feconda.
Per te stessa, prima di tutto, e per la tua famiglia.
E poi, forse, se saprai farti strumento nelle Mie mani, anche per altri.
Prova.
Non ti toglierò la tua sofferenza ma ti farò scoprire che essa è abitata da Me, e tu sarai lieta”.

Non dimenticare

Mi è stata donata questa Parola, oggi, e anche se non sono in grado di commentarla, la condivido.

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te.

Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo; perché il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame.
Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato.

Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti dò.
Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.
Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze.
Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri.
(Dt 8, 2-19)

Mi è stato suggerito di fare memoria di quello che è stato, con una delicatezza infinita mi è stato detto che per ogni giorno della mia vita dovrò fare i conti con quello che ho vissuto, e che in ogni momento bello che vivrò, quando i miei figli si sposeranno, quando terrò in braccio i nipoti, quel momento sarà inevitabilmente velato da quello che è successo.
Mi è stato detto però di non cancellarlo, di serbarlo con cura nel cuore, così come il Signore intima a Israele di ricordare il cammino attraverso il deserto.

Perché quel cammino significa ricordarci da dove veniamo, quel cammino significa ricordarci di come il Signore ci è stato vicino, e non ci ha lasciati soli, e ci ha fatto crescere attraverso la prova, e ci ha sostenuto col suo potente braccio, e ci ha dato la manna, affinché non morissimo.
Perché quel cammino ci ha resi quello che siamo, e attraverso le umiliazioni e la fame ci ha fatto scoprire che avevamo bisogno di Lui. E nella nostra debolezza, nella nostra fragilità, ci ha incontrato.

(Lo so che ho pianto, lì per lì, ma sono grata, davvero, di aver ricevuto queste parole).

Un po’ come -riflettevo da qualche tempo- Gesù incontra delle persone, e le incontra proprio perché sono fragili. La donna adultera, che salva dalla lapidazione alle porte di Gerusalemme, la peccatrice, che gli lava i piedi con le lacrime e glieli asciuga con i capelli, la donna affetta da emorragie, che si fa largo tra la folla e gli tocca il mantello.

E se quella donna non fosse stata adultera, se l’altra non fosse stata peccatrice, se l’ultima non fosse stata malata e disperata… non avrebbero incontrato il Signore, magari non si sarebbero nemmeno poste il problema di doverlo incontrare…
Ma in quell’incontro, nato dalle loro debolezze, Gesù cambia loro la vita.

“Neanche io ti condanno. Và, e d’ora in poi non peccare più” dice all’adultera.
“I suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato” dice della peccatrice a chi si stupisce della scena, e a lei: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.
E “chi mi ha toccato?” chiede quando l’emorroissa riesce a sfiorare il lembo del suo mantello, tanto che gli apostoli si stupiscono, ma come “chi mi ha toccato?”, qua spingono e strattonano tutti!
Ma Lui sente proprio lei, nella sua malattia e nella sua disperazione, e con quell’incontro la guarisce, e le cambia la vita.

Allora non dimenticare che il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire. 

Per farti felice nel tuo avvenire.

 

sidera micant

di Anna Mazzitelli

Poco più di 5 anni fa, era novembre 2011, eravamo già in 5 ma ancora non lo sapevamo, io, Stefano, Filippo e Francesco siamo stati a Subiaco, a visitare il monastero di San Benedetto.

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Era un buon periodo, erano passati 8 mesi dal primo trapianto di Filippo e tutto sembrava andare per il verso giusto.

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Proprio all’ingresso del monastero, sotto l’arco che apre il corridoio che porta alla chiesa, c’è un’iscrizione in latino:

Lumina si quaeris, Benedicte, quid eligis antra?
Quaesiti servant luminis antra nihil.
Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem
nonnisi ab oscura sidera nocte micant

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Se cerchi la luce, Benedetto, perché scegli la grotta buia?
La grotta non offre la luce che cerchi.
Continua pure nelle tenebre a cercare la luce fulgente,
perché solo in una notte fonda brillano le stelle.

Mi ricordo che Filippo, aveva cinque anni e mezzo, rimase colpitissimo da questa frase, tanto che me la fece fotografare e rileggere moltissime volte anche nei giorni seguenti.

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Fu una giornata splendida, visitammo il sacro speco, facemmo tante foto, mangiammo in un agriturismo dalle parti di Jenne, ricordo che in macchina cantavamo una canzone di una lumaca, che è saggia perché sa aspettare e non vuole tutto e subito… ancora sento la felicità provata in quelle ore.

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La sera stessa, tornati a casa, feci un test di gravidanza, ed era positivo. Giovanni stava arrivando.

Due settimane dopo sapemmo della recidiva e ci avviammo al secondo trapianto.

Mi sono chiesta tante volte se Filippo, a cinque anni e mezzo, avesse compreso quella frase meglio di noi, se la sentisse sua, magari senza saperlo, forse incoscientemente, essendo già passato per momenti piuttosto bui, e con davanti a sé notti ben più scure, che quel giorno non potevamo certo immaginare.

Solo in una notte buia brillano le stelle.

Scrivo queste cose perché siamo all’inizio dell’anno, ed è quasi automatico fare dei buoni propositi.

Scrivo perché qualche giorno fa siamo tornati al monastero di San Benedetto, con Francesco e Giovanni, ma senza Filippo.
C’erano anche Chiara, Luca e i loro figli, ma anche loro senza Giacomo.
Anche questa volta è stata una giornata splendida, abbiamo di nuovo fatto foto, e mangiato nello stesso agriturismo di cinque anni fa.

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Scrivo perché oggi al supermercato, in fila davanti a noi c’era una coppia con tre figli maschi, più o meno coetanei dei nostri, e noi invece ne avevamo solo due con noi, e io non ho potuto fare a meno di piangere.

Scrivo per ammonire me stessa, per rimproverarmi di essere invidiosa, e di pensare sempre a quello che non ho più, invece di ringraziare per quello che ho ancora.

Scrivo perché non è per niente facile essere sempre coerenti e vivere all’altezza di quello in cui si crede, perché a volte è comodo abbattersi, lasciarsi sopraffare dalla nostalgia e cullarsi nel lamento e nella malinconia.

Scrivo perché un amico ha condiviso con me, il 30 dicembre, un versetto dell’inno delle lodi mattutine, che dice

O famiglia di Nazareth,
esperta del soffrire,
dona al mondo la pace

aggiungendo, con una delicatezza tutta sua, che forse, tutto sommato, essere “esperti nel soffrire” non è poi una cosa tanto brutta, se così viene definita la famiglia di Nazareth. E questo lo penso anche io, ma spesso il sasso che ho al posto del cuore mi impedisce di ricordarmene.

Scrivo per aiutarmi a tenere a mente che chiudermi in una grotta non mi farà trovare la luce che cerco, ma che se Lui è la mia luce, anche nelle tenebre vedrò brillare le stelle.

PS: dopo aver visitato il monastero, abbiamo chiesto ai monaci di far celebrare una messa per Filippo e per Giacomo. La diranno domattina presto (3 gennaio), verso le otto. Noi pregheremo con loro. Pregate con noi.

dalla tua bontà

di Anna Mazzitelli

In questi giorni duri, lunghi, lenti, di un novembre che ci è sempre stato nemico, e che adesso è ancor più ostile, sto cercando di trovare ragioni per sorridere, per essere grata, per poter dire ogni sera che qualcosa di buono c’è stato.
Non che non ci sia niente di buono, ma voglio fare uno sforzo in più per sottolinearlo, questo buono che c’è, perché in certi momenti è più facile dimenticarlo e crogiolarsi nella malinconia e nella tristezza.

Stasera, dopo una giornata piuttosto negativa, una persona alla quale avevo chiesto di pregare per me mi ha regalato una cosa, e voglio condividerla, perché lo so bene che non sono l’unica che sta male, che tutti, chi più chi meno, hanno le loro croci, e che per quanto a un osservatore esterno e disattento le croci degli altri possano sembrare leggere, ecco, credo che non lo siano mai.

Quindi quello che mi è stato regalato stasera, molto inaspettatamente e al tempo stesso molto efficacemente, lo dono a tutti quelli che in questo momento stanno tribolando.

“Immagino che siano giorni durissimi per te quelli che si avvicinano, e prego per te, e mentre prego mi viene in mente una cosa: San Francesco diceva di restituire tutto a Dio, perché tutto ciò che abbiamo lo abbiamo ricevuto, e tutto ha senso soltanto se è restituito.

Allora la mia richiesta è che mentre tu preghi, e durante l’Eucaristia, tu possa ricordarti di quelle parole che si dicono sulle offerte: <<dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane>>, che proseguono così: <<Lo presentiamo a Te perché diventi per noi…>>.
Allora prego che in questo tempo tu possa fare sempre tua questa preghiera, ci puoi metter dentro il nome che vuoi tu, tu sai qual è.

<<Dalla tua bontà abbiamo ricevuto… (tu lo sai), lo presentiamo a te…>> ed è il momento in cui tu ogni volta lo riconsegni nelle mani del Padre. Forse dovrai riconsegnarlo una volta per tutte, e poi saprai che si trova veramente nelle mani del Padre, e che tu lo potrai riavere, <<… lo presentiamo a te perché diventi per noi frutto di vita eterna>>.
Ti auguro questo in questo tempo”.

Grazie di cuore
(e continua a pregare, per favore, che ti viene particolarmente bene!)

Anna

Padre mio, io mi abbandono a Te

di Anna Mazzitelli

Padre mio, io mi abbandono a Te,
fa’ di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà
si compia in me
e in tutte le tue creature.
Non desidero niente altro, Dio mio;
rimetto l’anima mia nelle tue mani
te la dono, Dio mio,
con tutto l’amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore
il darmi,
il rimettermi nelle tue mani,
senza misura,
con una confidenza infinita,
poiché Tu sei il Padre mio.

(Charles de Foucald)

Questa è la preghiera che viene letta nella nostra parrocchia dopo la distribuzione dell’Eucaristia. Alla fine del canto un bambino, in genere una delle bambine ostiarie, si alza, va all’ambone, e la recita a memoria.

Devo dire che non mi è mai piaciuta in modo particolare, la trovo un po’ sdolcinata, soprattutto se letta da un bambino.

“Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me”

Insomma, parole che in bocca a un bambino mi lasciano quantomeno perplessa.

Oggi alla Messa in parrocchia c’era anche Gabriele, il figlio di Letizia e Gianluca, che assieme a Martina, la sorella maggiore, sono rimasti vittime del terremoto di Amatrice del 24 agosto.
Gabriele, nove anni la prossima settimana, è rimasto dalla sera alla mattina senza la sua famiglia, senza mamma, papà e sorella.

Ora Gabriele vive con sua zia, la sorella di Letizia, e la sua famiglia, e stamattina, assieme a lei e ai nonni, è venuto a Messa da noi.

Non ha servito la Messa con le vesti da chierichetto, come era solito fare, ma stava attento e buono al primo banco, lo osservavo, mi inteneriva, sembra uno scricciolo ma evidentemente è un leone.

Al momento della comunione sono solita portare in fila con me Francesco e Giovanni, che in genere rimediano una benedizione o almeno un colpetto sulla testa dal sacerdote, oggi invece loro sono andati con Stefano, quindi io ho cercato di attirare l’attenzione di Gabriele per farlo venire con me, ma senza successo.
Quando sono tornata a posto, poi, ho guardato per vedere se la sua zia/mamma l’avesse portato, e ho visto che a un certo punto, quando sono passate le bambine ostiarie, lui si è avvicinato e deve aver detto loro qualcosa. Poi è tornato a sedersi.

Insomma, dopo la comunione, finito il canto, Gabriele è salito sull’ambone e ha letto la preghiera di Charles de Foucald.

E, lette da lui, quelle parole, sono state più forti del terremoto che gli ha portato via la famiglia, più taglienti del dolore che si respirava in chiesa il giorno del funerale, più efficaci di qualsiasi sermone e di qualsiasi testimonianza.
Quelle parole, lette da lui, sono state un miracolo sotto i nostri occhi.

“Fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio”

Qualunque cosa…

Per alcuni “qualunque cosa” ha un significato ben diverso che per altri, e anche se credo che nessuno possa dirsi esente dalla difficoltà e dalla sofferenza, è pur vero che alcuni sono più provati di altri.

Ma la cosa che è successa oggi, ancora una volta mi ha confermato che il Signore non abbandona, non molla, sostiene, si prende cura dei suoi figli, li riempie di coraggio e di forza anche nei momenti più difficili, e fa fare loro cose che umanamente sembrano impossibili, dona speranza anche contro ogni speranza.

Testimone della verità

di Stefano Bataloni

Bisogna essere delle persone particolarmente preparate per dare testimonianza alla verità? E’ proprio necessario aver fatto chissà quali studi per testimoniare la verità? Per testimoniare la verità occorre vivere la nostra vita da risorti: ma che vuol dire? E chi vive o ha vissuto la sua vita da risorto? Chi ci è riuscito? Posso riuscirci anche io?

Sono le domande che mi sono posto alcune sere fa ascoltando una catechesi nella mia parrocchia.

Il primo esempio di uomo, diceva il sacerdote, che ha vissuto la sua vita da risorto, naturalmente, è Cristo: lui per primo ha vinto la morte ed è tornato a vivere, e da tutti veniva considerato solo il figlio di un falegname. Ma anche i santi hanno vissuto da risorti, e non tutti erano dei “dottori della Chiesa”: hanno amato a tal punto Cristo da riuscire ad imitarlo, a farsi sua immagine di fronte agli uomini in maniera particolarmente fedele. A me è venuto in mente Giovanni Paolo II, negli ultimi anni della sua vita, quand’era così debole da non riuscire a stare in piedi, con le sue mani tremanti…questo non gli ha impedito di vivere da risorto, cioè di vivere come qualcuno che sa già che la morte non avrà l’ultima parola su di lui. E di esempi ce ne sarebbero tanti altri.

E io? Posso riuscirci anche io?
Beh, io sono quello che vede difficoltà dappertutto: cosa penseranno di me se faccio quella cosa? Cosa diranno di me se pronuncio quelle parole? Cosa mi faranno se agisco in quella  maniera? Cosa perderò se rinuncio a quell’oggetto?
Non mi preoccupo sempre di quale sarà l’opinione degli altri su di me? Non do sempre un grande peso a come gli altri mi vedono? Non mi circondo forse di oggetti e strumenti, ultimi ritrovati della tecnologia, convinto di trovare in essi la mia sicurezza? Non sono forse quello che non resiste a programmare ogni cosa nei minimi dettagli, temendo anche il più piccolo imprevisto?

Per dirla con le parole dell’evangelista Luca: non ho forse paura di “quelli che uccidono il corpo” (Lc 12,4)? Non riesco proprio a confidare nel fatto che “quelli che uccidono il corpo”, dopo di questo “non possono fare più nulla”. Non riesco, invece, ad aver paura di “colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettarci nella Geènna” (Lc 12,5). E questa paura diventa insormontabile nei momenti di difficoltà e di sofferenza!

È evidente che così non riuscirò a dare testimonianza alla verità: in preda a queste paure e insicurezze non potrò vivere da risorto, ma da morto. È evidente pure che invece proprio a questo sono chiamato, se sono davvero “cristiano”, cioè “di Cristo”.

Mi dimentico che mi è stato detto “io vi darò lingua e sapienza” (Lc 21,15) e “nemmeno un capello del vostro capo perirà” (Lc 21,18) o “due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia” e “non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri” (Mc 10,29) ma anche “non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12,11-12).

Non riesco a confidare in tutto ciò e lo dimentico con grande facilità, ma in verità, so bene, che alla base di questi miei limiti non c’è altro che il mio credere di potercela fare da solo, di non aver bisogno di Dio, di pensare di poter essere come Lui. In verità, so bene, che l’unico modo per riuscire a dare testimonianza alla verità e vivere da risorto, come ha fatto Cristo, come hanno fatto i santi occorre “rinnegare se stesso” e “prendere la propria croce ogni giorno”.

Prendere la propria croce ogni giorno, e seguire Cristo: ma come si fa? Non è mica facile abbracciare la propria croce. Seguire Cristo, poi. Essere innalzati su quella croce come lui! Chi può farcela? Addirittura, come dice San Paolo, si può essere lieti delle sofferenze che si sopportano tanto da completare nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24)?

Eppure cosa ha cambiato negli uomini la salita di Cristo sulla sua croce! Cosa hanno cambiato, negli uomini, i santi quando sono andati incontro al loro martirio! Quella loro testimonianza di verità, quel loro vivere da risorti, quel loro vivere come se la morte non avesse l’ultima parola…ha convertito molti, allora come oggi, ha cambiato tutto per noi uomini.

Rifletto e mi rendo conto di aver già visto in prima persona qualcuno vivere da risorto, anche nella sofferenza. Chi altri era il mio Filippo quando nel suo letto di ospedale, perlopiù inabile e inerme, continuava a sorridere e a chiedermi di giocare se non colui che viveva da risorto? O nel suo lettuccio, quando negli ultimi giorni il suo respiro era faticoso e le forze ormai non c’erano più continuava ad ascoltarmi mentre gli leggevo le sue storie preferite. Non era forse quello un vivere da risorto? Non era forse lui un testimone della verità?

Si, fu testimone della verità, per me. Tanto che poi io stesso, una sera, dopo essere tornato a casa, quando per lui non era più possibile alzarsi, non potei che inginocchiarmi ai piedi di quel suo letto come fossi ai piedi di una croce, tanto era chiaro che lui stesse completando nella sua carne quello che manca ai patimenti di Cristo.

Si, fu così chiara quella testimonianza che dopo la sua morte, io stesso sperimentai la vita da risorto, la vita di colui che ha piena consapevolezza che la morte non ha l’ultima parola, e non ci fu più dolore ma rendimento di grazie.

Si, è possibile anche per me vivere da risorto, lo so. Quella vita è in me, mi è stata donata. E allora, con l’aiuto di Dio, con tutte le paure e le insicurezze, devo prendere la mia croce, seguire Cristo, lasciare che Lui operi in me perché… “vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero.” (Gv, 21,25)