Non dimenticare

Mi è stata donata questa Parola, oggi, e anche se non sono in grado di commentarla, la condivido.

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te.

Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo; perché il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame.
Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato.

Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti dò.
Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.
Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze.
Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri.
(Dt 8, 2-19)

Mi è stato suggerito di fare memoria di quello che è stato, con una delicatezza infinita mi è stato detto che per ogni giorno della mia vita dovrò fare i conti con quello che ho vissuto, e che in ogni momento bello che vivrò, quando i miei figli si sposeranno, quando terrò in braccio i nipoti, quel momento sarà inevitabilmente velato da quello che è successo.
Mi è stato detto però di non cancellarlo, di serbarlo con cura nel cuore, così come il Signore intima a Israele di ricordare il cammino attraverso il deserto.

Perché quel cammino significa ricordarci da dove veniamo, quel cammino significa ricordarci di come il Signore ci è stato vicino, e non ci ha lasciati soli, e ci ha fatto crescere attraverso la prova, e ci ha sostenuto col suo potente braccio, e ci ha dato la manna, affinché non morissimo.
Perché quel cammino ci ha resi quello che siamo, e attraverso le umiliazioni e la fame ci ha fatto scoprire che avevamo bisogno di Lui. E nella nostra debolezza, nella nostra fragilità, ci ha incontrato.

(Lo so che ho pianto, lì per lì, ma sono grata, davvero, di aver ricevuto queste parole).

Un po’ come -riflettevo da qualche tempo- Gesù incontra delle persone, e le incontra proprio perché sono fragili. La donna adultera, che salva dalla lapidazione alle porte di Gerusalemme, la peccatrice, che gli lava i piedi con le lacrime e glieli asciuga con i capelli, la donna affetta da emorragie, che si fa largo tra la folla e gli tocca il mantello.

E se quella donna non fosse stata adultera, se l’altra non fosse stata peccatrice, se l’ultima non fosse stata malata e disperata… non avrebbero incontrato il Signore, magari non si sarebbero nemmeno poste il problema di doverlo incontrare…
Ma in quell’incontro, nato dalle loro debolezze, Gesù cambia loro la vita.

“Neanche io ti condanno. Và, e d’ora in poi non peccare più” dice all’adultera.
“I suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato” dice della peccatrice a chi si stupisce della scena, e a lei: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.
E “chi mi ha toccato?” chiede quando l’emorroissa riesce a sfiorare il lembo del suo mantello, tanto che gli apostoli si stupiscono, ma come “chi mi ha toccato?”, qua spingono e strattonano tutti!
Ma Lui sente proprio lei, nella sua malattia e nella sua disperazione, e con quell’incontro la guarisce, e le cambia la vita.

Allora non dimenticare che il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire. 

Per farti felice nel tuo avvenire.

 

sidera micant

di Anna Mazzitelli

Poco più di 5 anni fa, era novembre 2011, eravamo già in 5 ma ancora non lo sapevamo, io, Stefano, Filippo e Francesco siamo stati a Subiaco, a visitare il monastero di San Benedetto.

img_0333

Era un buon periodo, erano passati 8 mesi dal primo trapianto di Filippo e tutto sembrava andare per il verso giusto.

img_0324

Proprio all’ingresso del monastero, sotto l’arco che apre il corridoio che porta alla chiesa, c’è un’iscrizione in latino:

Lumina si quaeris, Benedicte, quid eligis antra?
Quaesiti servant luminis antra nihil.
Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem
nonnisi ab oscura sidera nocte micant

img_0350

Se cerchi la luce, Benedetto, perché scegli la grotta buia?
La grotta non offre la luce che cerchi.
Continua pure nelle tenebre a cercare la luce fulgente,
perché solo in una notte fonda brillano le stelle.

Mi ricordo che Filippo, aveva cinque anni e mezzo, rimase colpitissimo da questa frase, tanto che me la fece fotografare e rileggere moltissime volte anche nei giorni seguenti.

img_0337

Fu una giornata splendida, visitammo il sacro speco, facemmo tante foto, mangiammo in un agriturismo dalle parti di Jenne, ricordo che in macchina cantavamo una canzone di una lumaca, che è saggia perché sa aspettare e non vuole tutto e subito… ancora sento la felicità provata in quelle ore.

img_0367

La sera stessa, tornati a casa, feci un test di gravidanza, ed era positivo. Giovanni stava arrivando.

Due settimane dopo sapemmo della recidiva e ci avviammo al secondo trapianto.

Mi sono chiesta tante volte se Filippo, a cinque anni e mezzo, avesse compreso quella frase meglio di noi, se la sentisse sua, magari senza saperlo, forse incoscientemente, essendo già passato per momenti piuttosto bui, e con davanti a sé notti ben più scure, che quel giorno non potevamo certo immaginare.

Solo in una notte buia brillano le stelle.

Scrivo queste cose perché siamo all’inizio dell’anno, ed è quasi automatico fare dei buoni propositi.

Scrivo perché qualche giorno fa siamo tornati al monastero di San Benedetto, con Francesco e Giovanni, ma senza Filippo.
C’erano anche Chiara, Luca e i loro figli, ma anche loro senza Giacomo.
Anche questa volta è stata una giornata splendida, abbiamo di nuovo fatto foto, e mangiato nello stesso agriturismo di cinque anni fa.

20161229_105502

Scrivo perché oggi al supermercato, in fila davanti a noi c’era una coppia con tre figli maschi, più o meno coetanei dei nostri, e noi invece ne avevamo solo due con noi, e io non ho potuto fare a meno di piangere.

Scrivo per ammonire me stessa, per rimproverarmi di essere invidiosa, e di pensare sempre a quello che non ho più, invece di ringraziare per quello che ho ancora.

Scrivo perché non è per niente facile essere sempre coerenti e vivere all’altezza di quello in cui si crede, perché a volte è comodo abbattersi, lasciarsi sopraffare dalla nostalgia e cullarsi nel lamento e nella malinconia.

Scrivo perché un amico ha condiviso con me, il 30 dicembre, un versetto dell’inno delle lodi mattutine, che dice

O famiglia di Nazareth,
esperta del soffrire,
dona al mondo la pace

aggiungendo, con una delicatezza tutta sua, che forse, tutto sommato, essere “esperti nel soffrire” non è poi una cosa tanto brutta, se così viene definita la famiglia di Nazareth. E questo lo penso anche io, ma spesso il sasso che ho al posto del cuore mi impedisce di ricordarmene.

Scrivo per aiutarmi a tenere a mente che chiudermi in una grotta non mi farà trovare la luce che cerco, ma che se Lui è la mia luce, anche nelle tenebre vedrò brillare le stelle.

PS: dopo aver visitato il monastero, abbiamo chiesto ai monaci di far celebrare una messa per Filippo e per Giacomo. La diranno domattina presto (3 gennaio), verso le otto. Noi pregheremo con loro. Pregate con noi.

dalla tua bontà

di Anna Mazzitelli

In questi giorni duri, lunghi, lenti, di un novembre che ci è sempre stato nemico, e che adesso è ancor più ostile, sto cercando di trovare ragioni per sorridere, per essere grata, per poter dire ogni sera che qualcosa di buono c’è stato.
Non che non ci sia niente di buono, ma voglio fare uno sforzo in più per sottolinearlo, questo buono che c’è, perché in certi momenti è più facile dimenticarlo e crogiolarsi nella malinconia e nella tristezza.

Stasera, dopo una giornata piuttosto negativa, una persona alla quale avevo chiesto di pregare per me mi ha regalato una cosa, e voglio condividerla, perché lo so bene che non sono l’unica che sta male, che tutti, chi più chi meno, hanno le loro croci, e che per quanto a un osservatore esterno e disattento le croci degli altri possano sembrare leggere, ecco, credo che non lo siano mai.

Quindi quello che mi è stato regalato stasera, molto inaspettatamente e al tempo stesso molto efficacemente, lo dono a tutti quelli che in questo momento stanno tribolando.

“Immagino che siano giorni durissimi per te quelli che si avvicinano, e prego per te, e mentre prego mi viene in mente una cosa: San Francesco diceva di restituire tutto a Dio, perché tutto ciò che abbiamo lo abbiamo ricevuto, e tutto ha senso soltanto se è restituito.

Allora la mia richiesta è che mentre tu preghi, e durante l’Eucaristia, tu possa ricordarti di quelle parole che si dicono sulle offerte: <<dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane>>, che proseguono così: <<Lo presentiamo a Te perché diventi per noi…>>.
Allora prego che in questo tempo tu possa fare sempre tua questa preghiera, ci puoi metter dentro il nome che vuoi tu, tu sai qual è.

<<Dalla tua bontà abbiamo ricevuto… (tu lo sai), lo presentiamo a te…>> ed è il momento in cui tu ogni volta lo riconsegni nelle mani del Padre. Forse dovrai riconsegnarlo una volta per tutte, e poi saprai che si trova veramente nelle mani del Padre, e che tu lo potrai riavere, <<… lo presentiamo a te perché diventi per noi frutto di vita eterna>>.
Ti auguro questo in questo tempo”.

Grazie di cuore
(e continua a pregare, per favore, che ti viene particolarmente bene!)

Anna

Padre mio, io mi abbandono a Te

di Anna Mazzitelli

Padre mio, io mi abbandono a Te,
fa’ di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà
si compia in me
e in tutte le tue creature.
Non desidero niente altro, Dio mio;
rimetto l’anima mia nelle tue mani
te la dono, Dio mio,
con tutto l’amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore
il darmi,
il rimettermi nelle tue mani,
senza misura,
con una confidenza infinita,
poiché Tu sei il Padre mio.

(Charles de Foucald)

Questa è la preghiera che viene letta nella nostra parrocchia dopo la distribuzione dell’Eucaristia. Alla fine del canto un bambino, in genere una delle bambine ostiarie, si alza, va all’ambone, e la recita a memoria.

Devo dire che non mi è mai piaciuta in modo particolare, la trovo un po’ sdolcinata, soprattutto se letta da un bambino.

“Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me”

Insomma, parole che in bocca a un bambino mi lasciano quantomeno perplessa.

Oggi alla Messa in parrocchia c’era anche Gabriele, il figlio di Letizia e Gianluca, che assieme a Martina, la sorella maggiore, sono rimasti vittime del terremoto di Amatrice del 24 agosto.
Gabriele, nove anni la prossima settimana, è rimasto dalla sera alla mattina senza la sua famiglia, senza mamma, papà e sorella.

Ora Gabriele vive con sua zia, la sorella di Letizia, e la sua famiglia, e stamattina, assieme a lei e ai nonni, è venuto a Messa da noi.

Non ha servito la Messa con le vesti da chierichetto, come era solito fare, ma stava attento e buono al primo banco, lo osservavo, mi inteneriva, sembra uno scricciolo ma evidentemente è un leone.

Al momento della comunione sono solita portare in fila con me Francesco e Giovanni, che in genere rimediano una benedizione o almeno un colpetto sulla testa dal sacerdote, oggi invece loro sono andati con Stefano, quindi io ho cercato di attirare l’attenzione di Gabriele per farlo venire con me, ma senza successo.
Quando sono tornata a posto, poi, ho guardato per vedere se la sua zia/mamma l’avesse portato, e ho visto che a un certo punto, quando sono passate le bambine ostiarie, lui si è avvicinato e deve aver detto loro qualcosa. Poi è tornato a sedersi.

Insomma, dopo la comunione, finito il canto, Gabriele è salito sull’ambone e ha letto la preghiera di Charles de Foucald.

E, lette da lui, quelle parole, sono state più forti del terremoto che gli ha portato via la famiglia, più taglienti del dolore che si respirava in chiesa il giorno del funerale, più efficaci di qualsiasi sermone e di qualsiasi testimonianza.
Quelle parole, lette da lui, sono state un miracolo sotto i nostri occhi.

“Fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio”

Qualunque cosa…

Per alcuni “qualunque cosa” ha un significato ben diverso che per altri, e anche se credo che nessuno possa dirsi esente dalla difficoltà e dalla sofferenza, è pur vero che alcuni sono più provati di altri.

Ma la cosa che è successa oggi, ancora una volta mi ha confermato che il Signore non abbandona, non molla, sostiene, si prende cura dei suoi figli, li riempie di coraggio e di forza anche nei momenti più difficili, e fa fare loro cose che umanamente sembrano impossibili, dona speranza anche contro ogni speranza.

Testimone della verità

di Stefano Bataloni

Bisogna essere delle persone particolarmente preparate per dare testimonianza alla verità? E’ proprio necessario aver fatto chissà quali studi per testimoniare la verità? Per testimoniare la verità occorre vivere la nostra vita da risorti: ma che vuol dire? E chi vive o ha vissuto la sua vita da risorto? Chi ci è riuscito? Posso riuscirci anche io?

Sono le domande che mi sono posto alcune sere fa ascoltando una catechesi nella mia parrocchia.

Il primo esempio di uomo, diceva il sacerdote, che ha vissuto la sua vita da risorto, naturalmente, è Cristo: lui per primo ha vinto la morte ed è tornato a vivere, e da tutti veniva considerato solo il figlio di un falegname. Ma anche i santi hanno vissuto da risorti, e non tutti erano dei “dottori della Chiesa”: hanno amato a tal punto Cristo da riuscire ad imitarlo, a farsi sua immagine di fronte agli uomini in maniera particolarmente fedele. A me è venuto in mente Giovanni Paolo II, negli ultimi anni della sua vita, quand’era così debole da non riuscire a stare in piedi, con le sue mani tremanti…questo non gli ha impedito di vivere da risorto, cioè di vivere come qualcuno che sa già che la morte non avrà l’ultima parola su di lui. E di esempi ce ne sarebbero tanti altri.

E io? Posso riuscirci anche io?
Beh, io sono quello che vede difficoltà dappertutto: cosa penseranno di me se faccio quella cosa? Cosa diranno di me se pronuncio quelle parole? Cosa mi faranno se agisco in quella  maniera? Cosa perderò se rinuncio a quell’oggetto?
Non mi preoccupo sempre di quale sarà l’opinione degli altri su di me? Non do sempre un grande peso a come gli altri mi vedono? Non mi circondo forse di oggetti e strumenti, ultimi ritrovati della tecnologia, convinto di trovare in essi la mia sicurezza? Non sono forse quello che non resiste a programmare ogni cosa nei minimi dettagli, temendo anche il più piccolo imprevisto?

Per dirla con le parole dell’evangelista Luca: non ho forse paura di “quelli che uccidono il corpo” (Lc 12,4)? Non riesco proprio a confidare nel fatto che “quelli che uccidono il corpo”, dopo di questo “non possono fare più nulla”. Non riesco, invece, ad aver paura di “colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettarci nella Geènna” (Lc 12,5). E questa paura diventa insormontabile nei momenti di difficoltà e di sofferenza!

È evidente che così non riuscirò a dare testimonianza alla verità: in preda a queste paure e insicurezze non potrò vivere da risorto, ma da morto. È evidente pure che invece proprio a questo sono chiamato, se sono davvero “cristiano”, cioè “di Cristo”.

Mi dimentico che mi è stato detto “io vi darò lingua e sapienza” (Lc 21,15) e “nemmeno un capello del vostro capo perirà” (Lc 21,18) o “due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia” e “non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri” (Mc 10,29) ma anche “non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12,11-12).

Non riesco a confidare in tutto ciò e lo dimentico con grande facilità, ma in verità, so bene, che alla base di questi miei limiti non c’è altro che il mio credere di potercela fare da solo, di non aver bisogno di Dio, di pensare di poter essere come Lui. In verità, so bene, che l’unico modo per riuscire a dare testimonianza alla verità e vivere da risorto, come ha fatto Cristo, come hanno fatto i santi occorre “rinnegare se stesso” e “prendere la propria croce ogni giorno”.

Prendere la propria croce ogni giorno, e seguire Cristo: ma come si fa? Non è mica facile abbracciare la propria croce. Seguire Cristo, poi. Essere innalzati su quella croce come lui! Chi può farcela? Addirittura, come dice San Paolo, si può essere lieti delle sofferenze che si sopportano tanto da completare nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24)?

Eppure cosa ha cambiato negli uomini la salita di Cristo sulla sua croce! Cosa hanno cambiato, negli uomini, i santi quando sono andati incontro al loro martirio! Quella loro testimonianza di verità, quel loro vivere da risorti, quel loro vivere come se la morte non avesse l’ultima parola…ha convertito molti, allora come oggi, ha cambiato tutto per noi uomini.

Rifletto e mi rendo conto di aver già visto in prima persona qualcuno vivere da risorto, anche nella sofferenza. Chi altri era il mio Filippo quando nel suo letto di ospedale, perlopiù inabile e inerme, continuava a sorridere e a chiedermi di giocare se non colui che viveva da risorto? O nel suo lettuccio, quando negli ultimi giorni il suo respiro era faticoso e le forze ormai non c’erano più continuava ad ascoltarmi mentre gli leggevo le sue storie preferite. Non era forse quello un vivere da risorto? Non era forse lui un testimone della verità?

Si, fu testimone della verità, per me. Tanto che poi io stesso, una sera, dopo essere tornato a casa, quando per lui non era più possibile alzarsi, non potei che inginocchiarmi ai piedi di quel suo letto come fossi ai piedi di una croce, tanto era chiaro che lui stesse completando nella sua carne quello che manca ai patimenti di Cristo.

Si, fu così chiara quella testimonianza che dopo la sua morte, io stesso sperimentai la vita da risorto, la vita di colui che ha piena consapevolezza che la morte non ha l’ultima parola, e non ci fu più dolore ma rendimento di grazie.

Si, è possibile anche per me vivere da risorto, lo so. Quella vita è in me, mi è stata donata. E allora, con l’aiuto di Dio, con tutte le paure e le insicurezze, devo prendere la mia croce, seguire Cristo, lasciare che Lui operi in me perché… “vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero.” (Gv, 21,25)

Solo sfiga o addirittura Grazia?

di Anna Mazzitelli

C’è questa giovane donna, ha 25 anni (sembra incredibile, la conosco da quando ne aveva due), e per Natale si è tagliata i capelli. Se li è tagliati a zero, perché le stavano cadendo per via della chemio, che ha iniziato da poco. (A proposito, pregate per lei).

Poi c’è questa signora, non so praticamente niente di lei, me ne hanno parlato come una persona forte e gentile. Insomma, è piena di metastasi (pregate anche per lei, grazie).

Poi c’è mio figlio, che è morto a causa di una malattia per la quale ha anche provato tanto dolore, e c’è Aurora, morta quattro anni prima di lui, e c’è la mamma di Aurora, che ogni volta che ci sentiamo mi dice che sta male.
E ci sono una sfilza di bambini che non voglio nominare, che hanno lottato, sofferto, e alla fine non ce l’hanno fatta.

E poi c’è il mondo dei più, dei grandi numeri, di quelli che stanno bene, per fortuna, e che conoscono certe cose solo per sentito dire, e forse per questo le vedono da una prospettiva che a me sembra quantomeno strana.

E tra questi ci sono i miei alunni, che al concerto pre-natalizio, che però si intitolava “Cantiamo la pace” perché nella scuola pubblica non si può nominare il Natale per non rischiare di offendere qualcuno, (tanto canzoni di Natale non ne hanno fatte, quindi a che scopo chiamarlo “concerto di Natale”?) cantano cose del tipo:

Quest’anno non mi va, caro Babbo Natale,
di scriverti una lettera che è sempre uguale,
di chieder figurine, giochi, play e costruzioni
e in cambio io mi impegno e studio, buone intenzioni…

e allora chiedono a Babbo Natale: vorrei sentire che…

…gli uomini cattivi con la guerra nei calzoni
hanno fatto un giuramento, venderanno panettoni,

e grazie alle ricerche degli scienziati
i mali incurabili son tutti debellati!

e ancora:

Io so che chiedo troppo e forse è tutta un’utopia
ma se non puoi far niente porta almeno l’allegria
se quando un bimbo piange, la gente resta zitta
ti prego porta un sacco di risate sulla slitta!

Ora, sinceramente, non è mia intenzione essere polemica. Sono stata al concerto, i bambini sono stati bravissimi e commoventi, si sono divertiti, e a me è piaciuto.

Ma non posso essere d’accordo sulle parole della canzone.
Malattia significa sofferenza, sofferenza fisica per chi è malato, sofferenza del cuore per chi gli sta accanto.
Far cantare a un bambino che desideriamo che Babbo Natale faccia scomparire le malattie potrebbe portarlo a pensare che la sofferenza è inutile, che chi soffre è solo uno sfigato, che la malattia è solo una cosa da evitare, che la morte, ah! La morte! Meglio non nominare certe parole!

Certamente il dolore e la malattia non vanno cercate, la ricerca scientifica deve progredire, molti passi dovranno essere ancora fatti per aiutare chi sta soffrendo. Ma la verità è che non tutto può essere fatto, non dall’uomo per lo meno. La verità è che malattie e dolore resteranno.

E allora abbiamo bisogno di dargli un senso.

Io ho combattuto per sei anni per salvare la vita di mio figlio, permettendo che venisse sottoposto a torture dolorose, non gli ho certo risparmiato la sofferenza, pur di cercare di risparmiargli la morte.

E non sono riuscita neppure a risparmiargli la morte.

Ho fallito su tutta la linea?

A stare alla canzone dei miei alunni, sì, sono la peggior sfigata, più sfigato di me c’è solo mio figlio, che, appunto, è pure morto.

Ma se invece non fosse tutto inutile? Non fosse solo sfiga? non fosse solo qualcosa da evitare a tutti i costi?

Se la giovane donna che si è tagliata i capelli a zero, e la signora piena di metastasi stessero soffrendo per una ragione?

Si dice che chi mette al mondo dei figli partecipa all’opera di creazione di Dio.
Allora, visto che Gesù Cristo ha scelto il dolore come mezzo per redimere il mondo, le persone che soffrono, soprattutto chi soffre di un dolore innocente, come quello di un bambino, non stanno forse partecipando all’opera di redenzione di Dio?

E allora si può considerare tutto questo inutile?

Io ho scommesso tutta la mia vita su questo, credo che il dolore che ha segnato le nostre vite abbia un senso, e che Filippo non abbia sofferto invano e non sia morto per sfiga, o perché Babbo Natale non aveva ancora fatto scoprire agli scienziati tutte le cure per tutte le malattie.

E anche noi, che ora soffriamo la sua mancanza, servirà a qualcosa tutto questo vuoto, tutto questo dolore?

E pensare che se un bimbo piange Babbo Natale deve portare un sacco di risate… quando mio figlio piangeva e, a un soffio dall’andarsene, mi chiedeva “mamma, quando mi passa tutto questo dolore?” le risate erano l’ultima cosa di cui avevamo bisogno entrambi.

L’unica cosa di cui ho bisogno è che qualcuno mi prenda per mano, mi guardi negli occhi e mi convinca che tutte quelle lacrime non sono state versate invano, che verranno raccolte, e che sono preziose, e che servono a qualcosa.

Gesù mio, è quasi Natale. Prenditi questo dolore, lo do a te, fanne qualcosa, fa che non sia inutile, ti prego! Trasformalo in Grazia.

 

 

Annunzia la parola in ogni occasione

di Stefano Bataloni

Avete presente quelle situazioni in cui vi capita di incontrare qualcuno, un conoscente, un collega, un amico o un parente, che sapete avere un problema, magari un grosso problema?
Siete a conoscenza del fatto che la vita di questa persona è stata attraversata da una malattia o un lutto, da difficoltà economiche o un licenziamento, dalla separazione o da un divorzio, o da qualcosa di ancora peggio: cosa siete capaci di fare in queste occasioni? Siete capaci di incrociare il loro sguardo? Siete capaci di mettere in fila due parole che vadano un po’ oltre il “Ciao, come va?” Siete capaci di dare un minimo di conforto alla sua sofferenza? Magari siete animati dalla più profonda compassione nei suoi confronti, intesa nel senso letterale della parola, ma in cosa si traduce questo vostro “patire con lui”?

Lo confesso senza troppi problemi, in queste situazioni io ho serie difficoltà ad aprire bocca, a dire qualcosa di sensato, a dimostrare il mio sentimento di vicinanza. Figurarsi a dare conforto!

Non sono mai stato un gran “compagnone”, un chiacchierone o qualcuno che è abituato a manifestare le proprie emozioni e i propri sentimenti. Se non sono chiamato a interagire su un tema che padroneggio ampiamente, a parole, ho serie difficoltà ad argomentare, a proporre, a indicare. A scrivere, mi viene un po’ meglio perché riesco a trovare il tempo di ragionare; la conversazione, evidentemente, si realizza in tempi non compatibili con le mie capacità di riflessione, tanto più quando si tratta di affrontare questioni “toccanti” o “sensibili”.

Eppure la mia vita è stata attraversata da problemi che usualmente si definirebbero “grandi”: ho conosciuto la sofferenza da vicino, l’ho affrontata, ne sono uscito senza troppe ossa rotte. Ma devo dire che sul piano delle mie capacità di essere di sostegno a chi sta soffrendo non mi sento di aver fatto grandi passi in avanti.

Mi capita di incontrare persone che soffrono, continuamente, e di scambiare con loro qualche parola. L’ultima è proprio di pochi giorni fa, un’amica, mamma di un bimbo di pochi anni e il cui marito è alle prese con il cancro; come il nostro Filippo, quest’uomo di soli 38 anni recentemente è andato incontro ad un trapianto di midollo osseo e posso facilmente intuire che la sua condizione sia molto difficile. Lo è anche per questa amica, naturalmente.

Ognuna di queste persone, però, ha una storia diversa dalla mia, una diversa sensibilità, un diverso modo di vivere la vita. Io per carattere sarei tentato di analizzare tutto, dai dettagli delle cause della loro sofferenza a ogni possibile soluzione tecnica e materiale per alleviarla. Ma sono anche tendenzialmente molto timido e impacciato e mi rimane difficile sia fare domande sia poi dire qualcosa di sensato, e quando riesco a trovare il coraggio di farlo, scopro che i miei tentativi di essere di conforto sono del tutto inadeguati, patetici a volte.

Come cristiano, “abbastanza” credente e praticante “non senza qualche incertezza” tuttavia mi sento chiamato a compiere le ben note Opere di Misericordia spirituale e tra queste, pur con tutti i miei limiti di cui sopra, il “consolare gli afflitti” è quella che (purtroppo) mi viene più spontanea.

Non ho ancora ben capito come riuscire a “consolare” in maniera efficace qualcuno ma sono giunto alla conclusione che d’ora in poi almeno qualche punto fermo lo voglio tenere.

Innanzitutto, ho capito che non bisogna aver timore di chiedere: le difficoltà e le sofferenze fanno parte della nostra vita, sono comuni a tutti noi, non c’è da vergognarsi di averle incontrate. L’indifferenza, al contrario, è qualcosa di disumano che non voglio mi sfiori. Poi, a volte non serve proprio parlare, ascoltare è molto più importante, spesso basta questo.
Se deciderò di parlare, non dovrò pretendere da me stesso di fare grandi discorsi, non cercherò di risolvere tutti i problemi, non penserò di dover fare necessariamente qualcosa e cambiare la vita di chi ho davanti.
E se proprio deciderò di affrontare un argomento di conversazione, ho capito che l’unico argomento buono in quei casi è la croce di Cristo, l’unico argomento che vale la pena di affrontare i quei casi è la vita del Figlio di Dio che si è fatto uomo come noi, che ha sofferto come noi, che ha dato la vita per noi, morendo su una croce e poi ha vinto la morte per noi; non ha eliminato del tutto la sofferenza dalla nostra esistenza ma ha gettato una luce su di essa, così che noi non soffrissimo più nel buio, nella paura. E, infine, pregherò per questa persona, con tutto il cuore e con piena fiducia.

Ho deciso che questi saranno i miei punti fermi non perché ho ricevuto una qualche rivelazione dall’alto ma perché io per primo, quando ero sofferente, ho incontrato qualcuno che non ha avuto timore di chiedermi come stavo, qualcuno che non si è stancato di ascoltarmi, qualcuno che si è offerto di parlarmi e, soprattutto, qualcuno che mi ha messo di fronte al Crocifisso e ha lasciato che la luce che attraversa la croce illuminasse la mia sofferenza, qualcuno che ha pregato per me affidandosi a Dio anche quando io non riuscivo ad affidarmi. Nient’altro è riuscito a consolarmi come tutto questo.

Prego affinché io abbia sempre il coraggio di rimanere saldo su questi miei propositi, prego affinché si compiano in me le parole di San Paolo a Timoteo:

…annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.