Storie di mamme

Qualche giorno fa mi ha scritto una mamma. Mi ha raccontato di essersi imbattuta per caso nel nostro blog e di aver conosciuto la storia di Filippo, e poi mi ha raccontato la sua.

Mi ha detto di aver scritto un libro che la racconta, e poiché è una storia di Fede, di conversione e di Grazia, le ho chiesto di scrivere qualcosa da pubblicare sul nostro blog.

Il libro che ha scritto non ha trovato una casa editrice che credesse in lui, ma io, che me lo sono fatto mandare e che l’ho letto tutto d’un fiato, l’ho trovato commovente, quindi ho deciso di dargli spazio almeno qui, nella nostra casetta virtuale, perché penso, come la sua autrice, che sia un libro che può dare speranza, e che, a parte i dettagli della difficoltà in cui si è trovata lei, e ci troviamo noi, giornalmente, racconta la storia di tutti noi, quando veniamo acchiappati con mano forte dal Signore che non permette che ci lasciamo andare, e ci dona speranza.

Quindi di seguito le cose che ha scritto Stella per Piovonomiracoli, e in fondo il suo indirizzo mail, perché generosamente e gratuitamente lei desidera mandare il suo libro a chiunque possa averne bisogno, e possa trovarvi un appiglio per ricominciare a vivere con una Luce nuova, con un cuore nuovo.

di Maria Stella Barone

Quante storie s’incontrano navigando sul web, ma in mezzo a questo grande guazzabuglio di vita, ogni tanto s’incontra qualcosa per cui vale la pena sospendere la propria ricerca e entrare, quasi in punta di piedi, per  leggere cio’che inizialmente ti colpisce solo per il nome.

“Piovono miracoli”… che strano titolo pensai, quando cercando tra i tanti blog mi imbattei proprio su questo, e un po’ perché credo nei miracoli, un po’ perché un miracolo l’ho avuto anch’io, questo titolo mi stuzzico’ al punto di entrarvi e leggere.

Lessi tutto d’un fiato la storia di un bimbo, Filippo, il bimbo a cui e’dedicato il blog, un bimbo che non si sa per quale misterioso disegno divino, doveva con la sua breve vita insegnare tanto non soltanto ai suoi genitori, ma a tutti quelli che hanno avuto la grazia di conoscerlo personalmente e a quelli che proprio attraverso il racconto della sua mamma e del suo papà avrebbero imparato a volergli bene.

Che bello, pensai, finalmente un blog che parla della vita, sì proprio così, perché Filippo esiste ancora e non solo nei ricordi di chi lo ama, ma vive in QUEL LUOGO meraviglioso, al riparo da ogni male e malattia, quel luogo dove tutti un giorno ritorneremo a vivere e ad incontrarci: Il Cuore di Dio.
E visto che questo blog parla di miracoli, di bimbi,di vita… ho voluto entrare e fermarmi per raccontare un po’ la mia storia che sa di bimbo, di vita, di miracoli.

Io sono solo una mamma, una mamma come tante, una mamma a cui però il Signore ha voluto dare una missione particolare: quella di affidargli un suo figlio speciale.

Otto anni fa infatti è nato il mio terzo bimbo ed è nato… con un cromosoma in più.

Io sono una persona molto credente e la mia fede è una fede molto profonda, ancorata non su passive tradizioni culturali ma sull’incontro vivo con UNA PERSONA, eppure quel cromosoma in più di mio figlio ebbe inizialmente la forza di lasciarmi attonita, sconvolta, travolta dal dolore più acerbo… non c’era disperazione in me, e questo grazie alla fede, ma la fede… non toglie il dolore, ed io l’ho sentito proprio tutto, il mio era un dolore forte, tagliente, quasi fisico che non mi faceva più vivere, mi aveva tolto la speranza, aveva spento in me i colori, nulla poteva essere ormai come prima per me, ormai ogni cosa era stata segnata per sempre da quel nove luglio, il giorno della nascita di Emanuele, il mio bimbo, ed io morivo ogni giorno di più…

A nulla valsero le parole confortanti di chi mi stava intorno e a cui io avevo confidato il mio dolore, a chi preso da una profonda pietas umana cercava, vedendo la mia profonda prostrazione, di alleggerire la mia pena con un sorriso, una parola di conforto, ma nessuno può capirti se non prova nel cuore ciò che provi tu… è come quando ti dicono che il fuoco brucia, è solo bruciandosi che si capisce l’intensità del suo calore… bruciandoti fai esperienza del fuoco…
Poi, esattamente 50 giorni dopo, 50 giorni di dolore, 50 giorni di morte, anch’io ebbi la mia Pentecoste.
Il Signore prese tra le Sue sante mani il mio povero cuore inaridito e lo risanò e piano piano e a poco a poco la linfa vitale iniziò a rifluire in esso facendolo tornare in vita e facendomi capire che io avrei dovuto amare quel bambino per ciò che era: semplicemente mio figlio.
Ecco, silenziosamente, così come accadono i più grandi miracoli della vita, era avvenuto un altro grande miracolo, quello della mia guarigione dell’anima.
Iniziai a guardarmi intorno, a prendermi cura del mio bambino, che fino allora avevo pure trascurato, tanto ero chiusa nel mio dolore, a capire che il Signore mi aveva fatto un grande dono: mi aveva donato Emanuele e con lui la missione di dire a tutte le mamme che come me soffrono ciò che soffrii io per 50 giorni che… se avessero detto il loro sì a LUI, così come anni addietro aveva detto si COLEI da cui è discesa la SALVEZZA, allora sarebbe stato proprio LUI a prendersi cura dei loro bimbi speciali, così come sta facendo con me, e siccome LUI fa nuove tutte le cose e riesce a trarre il bene dal male, riuscirà ad asciugare le lacrime dai nostri volti e a donarci un cuore capace di vedere “oltre”, di capire “oltre”, di darci quella capacità di uscire fuori da noi stesse per darsi agli altri, quegli altri che ancora non sono riusciti a superare il proprio dolore… Questo è un altro miracolo che solo LUI può fare…

E così, per aiutare gli altri, decisi di scrivere un libro, un libro che racconta la storia d’amore tra una mamma e il suo bambino, tra me ed Emanuele, un libro che serve a far capire che la sindrome non è una maledizione, ma forse è un’occasione in più che la Vita ci offre per capire ciò che veramente vale, e per far capire agli altri che la disabilità spesso è solo negli occhi ma sopratutto nel cuore di chi non riesce ad andare “oltre”…

LA GIOIA DI ESSERTI MADRE (Confessione d’amore di una mamma al suo bimbo “nato” down), ecco il titolo del mio libro e la parola “down” è proprio virgolettata per mettere in evidenza che Emy è solamente “nato” con la sindrome, ma che lui con la sua spontaneità, con i suoi limiti, con la sua capacità di dare un infinito amore è riuscito a sconfiggerla per sempre, facendomi sentire una donna e madre pienamente felice e realizzata in un mondo dove, a volte, si dà peso più all’apparenza che all’essenza…

Stella,
uncantodilode@gmail.com

Non dimenticare

Mi è stata donata questa Parola, oggi, e anche se non sono in grado di commentarla, la condivido.

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te.

Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo; perché il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame.
Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato.

Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti dò.
Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.
Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze.
Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri.
(Dt 8, 2-19)

Mi è stato suggerito di fare memoria di quello che è stato, con una delicatezza infinita mi è stato detto che per ogni giorno della mia vita dovrò fare i conti con quello che ho vissuto, e che in ogni momento bello che vivrò, quando i miei figli si sposeranno, quando terrò in braccio i nipoti, quel momento sarà inevitabilmente velato da quello che è successo.
Mi è stato detto però di non cancellarlo, di serbarlo con cura nel cuore, così come il Signore intima a Israele di ricordare il cammino attraverso il deserto.

Perché quel cammino significa ricordarci da dove veniamo, quel cammino significa ricordarci di come il Signore ci è stato vicino, e non ci ha lasciati soli, e ci ha fatto crescere attraverso la prova, e ci ha sostenuto col suo potente braccio, e ci ha dato la manna, affinché non morissimo.
Perché quel cammino ci ha resi quello che siamo, e attraverso le umiliazioni e la fame ci ha fatto scoprire che avevamo bisogno di Lui. E nella nostra debolezza, nella nostra fragilità, ci ha incontrato.

(Lo so che ho pianto, lì per lì, ma sono grata, davvero, di aver ricevuto queste parole).

Un po’ come -riflettevo da qualche tempo- Gesù incontra delle persone, e le incontra proprio perché sono fragili. La donna adultera, che salva dalla lapidazione alle porte di Gerusalemme, la peccatrice, che gli lava i piedi con le lacrime e glieli asciuga con i capelli, la donna affetta da emorragie, che si fa largo tra la folla e gli tocca il mantello.

E se quella donna non fosse stata adultera, se l’altra non fosse stata peccatrice, se l’ultima non fosse stata malata e disperata… non avrebbero incontrato il Signore, magari non si sarebbero nemmeno poste il problema di doverlo incontrare…
Ma in quell’incontro, nato dalle loro debolezze, Gesù cambia loro la vita.

“Neanche io ti condanno. Và, e d’ora in poi non peccare più” dice all’adultera.
“I suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato” dice della peccatrice a chi si stupisce della scena, e a lei: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.
E “chi mi ha toccato?” chiede quando l’emorroissa riesce a sfiorare il lembo del suo mantello, tanto che gli apostoli si stupiscono, ma come “chi mi ha toccato?”, qua spingono e strattonano tutti!
Ma Lui sente proprio lei, nella sua malattia e nella sua disperazione, e con quell’incontro la guarisce, e le cambia la vita.

Allora non dimenticare che il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire. 

Per farti felice nel tuo avvenire.

 

Dico a te, àlzati!

Link alle Letture della X domenica del tempo ordinario (Anno C)

1Re 17,17-24   Sal 29   Gal 1,11-19   Lc 7,11-17

Commento alle Letture della X domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Siamo davanti a due miracoli straordinari: quello della prima lettura e quello del Vangelo.

Due miracoli in cui due figli ritrovano la vita. Due figli morti. Una cosa terribile. Immagino che in questa assemblea si possa capire che cosa può essere la morte di un figlio.

E noi siamo davanti a questo enorme dolore che è lo stesso che ha vissuto anche Maria.
Il dolore che non si può neanche descrivere.

E qual è l’atteggiamento di Gesù in quel momento lì?

Prima di tutto Gesù si commuove.

Poi tocca e poi parla.

Guardare il gesto di Gesù significa guardare a quello che il Signore fa nella nostra vita.

Gesù si commuove, cioè Gesù vive fortemente quelle che sono le tue emozioni i tuoi sentimenti, i tuoi momenti difficili. Gesù è lì accanto a te, Gesù si commuove, Gesù viene toccato da quello che tu, miserabile creatura, stai vivendo.

Gesù ti sta accanto e vive proprio il tuo dolore che diventa il suo dolore.

Gesù si commuove.
Gesù piange con te.

Non è un Dio lontano il nostro Dio.
Il Dio dei cristiani è un Dio che si incarna, che entra nella tua vita, nel tuo momento bello e nel tuo momento difficile, Gesù è lì. E’ lì dove deve essere, è lì nelle tue paure, nella tua sofferenza, lì c’è Dio.

Gesù si commuove cioè Gesù soffre come soffri tu, Gesù piange come tu stai piangendo, Gesù sta lì, non sulla sua nuvoletta, sta lì accanto a te, e prende su di sé il dolore che tu porti.

Gesù tocca.
Tocca la bara, tocca il tuo cuore, tocca la tua vita.
Gesù non rimane indietro, Gesù non è silenzioso, Gesù è uno che si sporca le mani.

Il Papa chiede spesso ai sacerdoti di sporcarsi le mani, di metterci tutta la vita, di entrare nella vita delle persone, non di stare distanti.
Ma quello che il Papa dice ai preti, lo diciamo anche a tutti i cristiani, ognuno di noi è chiamato a sporcarsi le mani. Nella situazione di una persona io ci devo entrare, non basta commuovermi, io devo toccare la persona.
Ci devo mettere la faccia, ci devo essere in mezzo.

Gesù tocca.

Gesù parla.
La parola di Dio è una parola di vita.

Tu, ragazzo, a te, dico: alzati.

Gesù si commuove, Gesù tocca, Gesù parla.
Gesù chiama.

Gesù tira fuori quello che siamo, Gesù chiama ciascuno di noi.
A te dico alzati.
La stessa parola della resurrezione, il mettersi in piedi, l’alzarsi.
Non rimanere nel tuo peccato, non rimanere nella tua sofferenza, nel tuo dolore, alzati!
Vai verso la luce, vai verso la speranza, io ti chiamo.
Non rimanere nel tuo tunnel, nell’oscurità, io ti chiamo.

Gesù si commuove, Gesù tocca, Gesù chiama.

E noi possiamo rimanere così indifferenti a questo modo di fare di Gesù?

La seconda lettura, di San Paolo, ci racconta la sua conversione, quello che è successo nella sua vita. Ci dice: Io ero il peggiore, ero quello che uccideva i cristiani. Andavo e uccidevo i cristiani.
E poi la parola di Cristo mi ha cambiato, e ho iniziato a evangelizzare, non sono neanche tornato subito a Gerusalemme a incontrare Cefa, cioè Pietro, e gli altri discepoli, subito mi sono messo a evangelizzare, e poi, dopo un po’, sono andato a Gerusalemme e sono stato quindici giorni con Pietro e con Giacomo.

Perché c’è questa seconda lettura in mezzo a questi due miracoli?

Perché forse noi non viviamo un grande dolore, una grande sofferenza. Allora potremmo dire che non siamo toccati da questo messaggio.
Notate che ciascuno di noi porta qualche dolore, qualche ferita. Però potrebbe pure essere che in questo momento sono felice e non mi tocca niente. Allora questa parola che ci sta a fare? Se la chiesa ha messo in mezzo a queste due letture questa conversione di San Paolo è semplicemente per dirci che ci sono anche tante lotte spirituali.

Il figlio delle due letture potrebbe essere l’opera della Chiesa, che nasce ma poi muore. Quante volte noi possiamo avere anche la voglia di fare qualcosa, ma poi le cose muoiono, non andiamo oltre, non andiamo avanti nella nostra vita spirituale, non camminiamo, non diamo frutto.
Ci agitiamo tanto, ma poi, nel concreto, quali frutti spirituali abbiamo dato a questo mondo, a questa comunità, a questa nostra famiglia?

Quante volte il cristianesimo è un cristianesimo morto, addormentato, che non dà più vita, che non ha più vocazione, che non dà più niente?
Siamo sterili, le nostre opere muoiono, perché non ci facciamo toccare dal Signore, perché la sua parola non ci sconvolge, Cristo ci chiama e noi non lo sentiamo.

Lui deve rappresentare per noi la luce e la speranza.

Se Cristo non è al centro della nostra comunità se non è al centro della nostra vita, la vita della nostra famiglia, al lavoro, se Cristo non è al centro di tutte le attività che io faccio, la mia vita spirituale non va avanti, i frutti non ci sono.

Lasciamoci avvicinare da Cristo, toccare da Cristo, sentiamo la sua voce che ci chiama ad alzarci, a rinascere, a uscir fuori da quella tomba dove ci siamo rinchiusi noi cristiani.

Diamo sapore, siamo il sale della terra, il lievito della pasta, diamo vita!
Lasciamoci toccare da Cristo che ci chiama: alzati!

Amen

 

Hai mutato il mio lamento in danza

Qualche sera fa avevo scritto, ma non ancora pubblicato, il mio ultimo post, pregando Dio che mi mostrasse che il mio dolore ha un senso, e devo dire, come sicuramente è chiaro, che questo è un periodo un po’ difficile per me.

La mattina dopo mi è arrivata questa mail:

Salve sono Maria, una ex parrocchiana di Don Stefano.
Un anno fa ho letto la storia di Filippo, e mi ha molto toccato la sua intenzione di preghiera per i genitori che non riuscivano ad avere figli. Poco dopo ho scoperto di aspettare una bambina. Era la quinta gravidanza dopo quattro aborti.
Ho pregato Filippo fino al parto.
E per ringraziarlo della sua intercessione ci sarà un gioco per qualche bimbo del centro neuropsichiatrico di Via dei Sabelli.
Ci tenevo a condividere questa mia gratitudine.
Un abbraccio
Maria

Non potevo desiderare regalo di Natale migliore, non potevo ricevere risposta più chiara.

Ancora una volta il Signore mi ha mostrato la sua Misericordia, ancora una volta posso dire, con il salmo 30:

Signore Dio mio,
a te ho gridato e mi hai guarito.

Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi,
mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
rendete grazie al suo santo nome,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera sopraggiunge il pianto
e al mattino, ecco la gioia.

Nella mia prosperità ho detto:
«Nulla mi farà vacillare!».
Nella tua bontà, o Signore,
mi hai posto su un monte sicuro;
ma quando hai nascosto il tuo volto,
io sono stato turbato.
A te grido, Signore,
chiedo aiuto al mio Dio.

Quale vantaggio dalla mia morte,
dalla mia discesa nella tomba?
Ti potrà forse lodare la polvere
e proclamare la tua fedeltà?
Ascolta, Signore,
abbi misericordia,
Signore, vieni in mio aiuto.

Hai mutato il mio lamento in danza,
la mia veste di sacco in abito di gioia,
perché io possa cantare senza posa.

Signore, mio Dio, ti loderò per sempre.

Auguri per un Santo Natale a tutti,
di vero cuore.

Anna

Miracoli o segni?

di Anna Mazzitelli

Il mondo ha bisogno di segni.

Ne ha sempre avuto bisogno, non è una novità. Era ancora vivo Gesù e già venivano chiesti dei segni.

E non solo con secondi fini, come in Matteo 16,1:

I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo.

Anche gli amici di Gesù a più riprese gli chiedono dei segni:

Signore, mostraci il Padre e ci basta. (Gv 14,8)

chiede Filippo a Gesù.

Ma santa pace, dico io, l’hai seguito per tre anni, sei stato così intimo che eri nella cerchia dei 12 più vicini, l’hai visto sputare per terra e aprire gli occhi ai ciechi, l’hai visto tirare fuori dalla tomba il suo amico, dar da mangiare a 5000 uomini avendo solo 5 pani, scacciare demoni… E cosa chiedi?

Ma alla fine siamo tutti così, io per prima naturalmente, altrimenti non mi sarebbe nemmeno venuto in mente di scrivere questo post.

Vogliamo segni, segni comprensibili per noi e quindi segni percepibili con i nostri sensi, segni tangibili.

Non ci basta sapere che a Lourdes e a Medjugorie la gente si confessa, si converte, cambia vita, vogliamo la guarigione fisica.

Io per prima, quando abbiamo scelto le letture per il funerale di Filippo, ho voluto che fosse letto l’episodio del giovane ricco, fino alla fine, fino al punto in cui Gesù dice ai discepoli:

Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. (Mc 10,29-30)

Ero lì per riscuotere, e nella mia meschina piccolezza, volevo riscuotere qualcosa di fisico, di evidente, di “toccabile”.

Sì perché Lui lo dice chiaramente, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi. Più fisico di così!

E allora perché no?

E invece no, e dopo quasi 11 mesi a me è evidente che questo centuplo l’ho comunque ricevuto, anche se non si vede e non si tocca.

Ma mercoledì scorso, mentre operavano la piccola Laura per l’ennesima volta, e io a Messa pregavo perché la salvassero, a un certo punto ho pensato diversamente.

Sarà che era la festa della Madonna del Rosario, quindi i paramenti erano bianchi, e la riflessione sul “sì” di Maria e il suo magnifico cantico si conciliavano così bene con la pace e la felicità soprannaturale, ho pensato che era buffo che chiedessi la guarigione di una bambina, quando io stessa non vedo l’ora di andare in cielo, ho pensato che per chiunque sarebbe stato molto meglio volare subito tra le braccia di quella Madre Celeste, soprattutto per un’anima così pura come quella di una bambina che da quando è al mondo ne ha già passate così tante.

E poi ho pensato che invece chiediamo la guarigione perché sono i segni quelli di cui abbiamo bisogno, e in un certo senso ci accontentiamo dei segni invece di anelare ai veri miracoli.

Come quando si fa tanto chiasso attorno a una particola consacrata che diventa un pezzo di carne insanguinata, e che ci piace tanto perché la comprendiamo con i nostri sensi, senza fermarci a pensare che quella trasformazione l’ha resa niente più che una reliquia, mentre prima era il corpo di Cristo, prima era il vero miracolo!

Signore, quindi, se puoi, guarisci la piccola Laura. Se non puoi, accoglila nel tuo Regno dove sarà certamente felice e amata.

Ma soprattutto, Signore, continua a mandarci il tuo centuplo nel modo che sai, permettici di comprenderlo e di riconoscerlo come il vero miracolo della nostra vita e aiutaci a non desiderare quello che tu non vuoi per noi.

Miracoli e parcheggi

Questo post riguarda i miracoli che stanno piovendo. Perché il blog si chiama così, e io credo davvero che stiano avvenendo dei miracoli.

Raccontando il nostro modo di affrontare la nascita al Cielo di nostro figlio, e soprattutto da quando abbiamo iniziato a scrivere qui, ci hanno contattato tante persone. Fino a quando Filippo non è morto, non pensavo che fosse possibile affrontare in questo modo una perdita del genere. Purtroppo negli anni trascorsi frequentando gli ospedali abbiamo visto morire tanti, troppi bambini, Abbiamo assistito a Messe funebri, abbiamo ascoltato il dolore delle famiglie e degli amici. Ed è straziante.

Non voglio dire che noi siamo stati più bravi, anzi, forse proprio perché le nostre forze erano misere, evidentemente il Signore ha deciso di darci una mano. “Ok, Filippo me lo prendo io, ma vi lascio la forza per affrontarlo senza disperarvi”. Deve aver fatto un ragionamento del genere. E ha reso leggero il nostro giogo.

E questo è sicuramente il primo grande miracolo di cui sono testimone e prova vivente.

Oggi ho incontrato una persona che non vedevo da anni, che mi ha ricordato di quando ancora io e Stefano non avevamo figli, e con lei ci incontravamo alla Messa delle otto, nella nostra Parrocchia. Mi ha detto: “Filippo non apparteneva a questo mondo”. Forse è vero. E poi mi ha detto che più che con parole e con gesti particolari, con la mia stessa vita do (e devo dare) testimonianza dell’amore di Dio. E mi ha dato tanto coraggio e tanto desiderio di condividere quello che, senza meriti, ho ricevuto.

Un altro miracolo che trovo sia successo è che ci siamo resi conto che tantissime persone vivono situazioni simili alla nostra in una maniera simile alla nostra. Questo ci aiuta a capire che siamo veramente “vittime” di un miracolo e non di una transitoria follia, o di una superficialità devastante.

Abbiamo conosciuto, dicevo, persone che ci hanno raccontato le loro vicende, come ad esempio i genitori di Emanuele, che ci hanno ispirato per la festa del compleanno di Filippo. Loro hanno perso il loro ragazzo da un momento all’altro, inaspettatamente, eppure non si sono lasciati andare, non sono stati schiacciati dal peso della loro vicenda, ma accettando la Croce l’hanno trasformata in Grazia. Ogni anno, nel giorno della nascita al cielo di Emanuele, il 4 luglio, organizzano delle attività in cui coinvolgono i genitori di bambini e ragazzi saliti in cielo prematuramente, e raccolgono le testimonianze di chi, come loro, hanno saputo accogliere la croce come un dono. Quest’anno, se riusciremo, io e Stefano ci collegheremo con loro via skype e racconteremo la nostra storia.

Vedo poi miracoli ogni giorno sotto i miei occhi: sono i nostri figli, che crescono, che sono sereni, che parlano con tranquillità di Filippo (e ne raccontano a chiunque incontrino), che si fanno degli amici, che sono buoni.

E infine, per chiudere con un sorriso, Filippo sa che sono imbranatissima nella guida e soprattutto nei parcheggi. Allora ogni volta che prendo la macchina, arrivata a destinazione gli dico: “Filippotto, lo sai che non sono brava, fai trovare a mamma un parcheggio facile facile”… ed ecco che subito appare un posto vuoto, vicino, ampio e possibilmente a spina, così non devo nemmeno mettere la retromarcia!

Portatori sani di vita eterna

di Anna Mazzitelli

Dopo aver parlato in diretta in televisione, quella di oggi doveva essere più facile, invece il ritiro delle famiglie della Parrocchia, a San Tarcisio, è stato per me e Stefano un momento emozionante, importante e tutt’altro che scontato.

D’altra parte quando non ti prepari quello che devi dire, perché tanto sai che prima di te parleranno Don Fabio Rosini e Saverio Sgroi, e che quindi al massimo dovrai sorridere un po’ alla gente che ti guarda, succede che lasci parlare il Signore, e Lui davvero non sbaglia mira.

Insomma, alla fine don Fabio non è venuto, ma don Stefano ha pensato bene di non avvisarci, quindi ci siamo trovati a dover intrattenere un centinaio di persone con i nostri guai. E poiché don Stefano aveva intitolato l’incontro “Il cristiano, portatore sano di vita eterna”, abbiamo parlato di come ce la stiamo cavando dopo aver accompagnato un figlio a questo traguardo, e devo dire che più ci penso, e soprattutto più il tempo passa, più mi convinco che quello che stiamo vivendo sia un miracolo, il primo miracolo ottenuto per intercessione di Filippo. Noi siamo sereni, non piangiamo, non ci disperiamo.

Abbiamo fatto del nostro meglio per curare nostro figlio, abbiamo lottato con le unghie e con i denti ma nel frattempo lo abbiamo preparato alla possibilità che poteva non farcela; prima di tutto credendo noi nella vita eterna, affrontando la sua malattia come se una volta nati non si dovesse morire mai più e poi descrivendogli il paradiso, e ora possiamo dire di non avere né rimorsi né rimpianti, quello che potevamo fare l’abbiamo fatto e lui era sereno.

E ci sta ricambiando il favore.

Molte persone oggi ci hanno detto delle cose molto belle, ci hanno fatto dei grandi complimenti, ma quello che diciamo sempre – e non è solo una posa, ci crediamo veramente – è che non siamo affatto speciali, siamo persone normali attraverso le quali Dio sta manifestando la sua, non la nostra, grandezza.

Nemmeno noi ci rendiamo bene conto di come possa essere possibile, ma forse siamo la prova vivente che è vero che

Alla sera sopraggiunge il pianto
e al mattino, ecco la gioia.

Hai mutato il mio lamento in danza,
la mia veste di sacco in abito di gioia,
perché io possa cantare senza posa.
Signore, mio Dio, ti loderò per sempre.

(dal Sal 29).

Ci riempie di gioia sapere che ciò che testimoniamo può aiutare qualcuno, è per questo che continuiamo a scrivere qui e a parlare, e se ci inviteranno a farlo ancora saremo ben felici di accettare, perché abbiamo ricevuto tanto, una valanga di Grazia, e ci sembra quanto meno doveroso restituirne un po’, nel modo in cui ci viene chiesto. Inoltre così riusciamo a dare un senso a tutto quello che abbiamo vissuto. Così la sofferenza e la morte di Filippo acquistano un significato più ampio, sono messe a disposizione di tutti quelli che ne hanno bisogno, perché se è vero che siamo un’unica famiglia, condividere i doni che sono stati ricevuti è un modo per farli moltiplicare, e non lasciare che si spengano.

Ma stasera, nel tornare a casa, io e Stefano riflettevamo sul fatto che testimoniare va bene, e se il Signore vuole questo da noi ben venga (è pure facile, almeno per ora, forse ci sta dando un po’ di tregua!) ma che dobbiamo anche approfittare di tutta questa Grazia, di tutto questo Amore che abbiamo ricevuto e utilizzarlo innanzitutto per la nostra conversione personale.

Perché, come diceva oggi Saverio Sgroi, i nostri figli ci guardano, in continuazione, e Francesco e Giovanni sapranno che quello che diciamo è vero, solo se noi saremo i primi a viverlo sulla nostra pelle. Si fideranno, magari a un certo punto ci contesteranno e sbatteranno le porte (già lo fanno, per la verità, e a ogni colpo cadono pezzi di muro, forse quando saranno adolescenti non ci saranno più porte da poter sbattere…) ma se noi ci saremo convertiti, se avranno visto in noi la bellezza di un rapporto personale e vero con Gesù, sono certa che prima o poi ritorneranno, e allora i miracoli saranno stati due.