FAMIGLIA di FAMIGLIE (un Popolo diverso da tutte le Nazioni)

di Mario Barbieri

Oggi mia figlia più piccola (piccola per modo di dire, ha ormai diciott’anni) scherzava sul mio modo lento di “dire le preghiere”, rispetto un amico di famiglia e Fratello in Cristo, che le recita più velocemente, mentre accompagna mia figlia e una delle sue in macchina, al loro tirocinio.

Al di là della velocità del labiale, ho pensato quanto sia bello, che benedizione, sapere che i propri figli quando sono con altri, con altre famiglie o componenti di queste, con cui si condivide la Fede, trovino questa continuità di sante abitudini, ma anche di discorsi, di visione delle vita, di piccole testimonianze.

Sapere che se tu reciti le preghiere del mattino con i tuoi figli, se sono ospiti di altri, con loro reciteranno le preghiere del mattino, che se si troveranno a pranzo o a cena da queste Famiglie amiche, con loro benediranno il signore per il cibo ricevuto e per il dono della condivisione.
Se sarà di Domenica, con loro andranno a Messa, a celebrare la Pasqua che apre la nuova settimana.

Potranno ricevere una parola, un discernimento su un fatto, magari uno dei tanti terribili fatti di morte o di violenza che ogni giorno avviene sotto questo sole, ma che la diffusissima a più livelli rete di comunicazioni odierna, prepotentemente e inevitabilmente fa rimbalzare in casa tua.

Riceveranno una piccola o grande testimonianza… che un padre che scarrozzandoti con la macchina, mentre ti porta a destinazione, ti invita a pregare è già una testimonianza.

Sì, è una benedizione.
Perché i nostri figli, quale che sia la loro età, oltre ad una testimonianza, comprendano che loro non vivono in una “strana famiglia”, in una famiglia fatta di genitori un po’ “fuori dal mondo” (nel mondo ma non del mondo certo…), o di “bigotti”, tanto per andare giù pari… ma appartengono ad un Popolo, “un Popolo diverso da tutte le Nazioni”, destinato a essere segno, ma anche pietra d’inciampo, a ricevere grazie da Dio, ma anche persecuzioni.
Questo è tanto importante per loro, quanto per la loro vocazione e per la missione di noi tutti.

Per questo è un’ottima cosa, direi doverosa se leggiamo tanti passi dell’Antico Testamento, che anche umanamente, si coltivino amicizie, rapporti stretti, momenti di condivisione, con Famiglie che condividono con noi l’unica Fede in Gesù Cristo.
Perché si possa essere e diventare Famiglia di Famiglie, un Corpo, dove noi e i nostri figli possiamo crescere e fortificarci, essere protetti quando serve e stimolati a combattere quando serve.
Combattere contro il male del mondo, contro i suoi inganni, contro le nostre debolezze e i nostri peccati.

Resistere nella Croce, benedire nella gioia e nel pianto.

Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra,
nebbia fitta avvolge le nazioni;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
(Isaia 60,2)

Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.

Isacco e la felicità

di Anna Mazzitelli

La felicità di Anna e Stefano?

Si chiede, e ci chiede, una persona che legge il nostro blog, e che ci ha spesso scritto.

Dopo gli ultimi post non ha più potuto tenere per sé questa domanda, e ce l’ha posta scrivendoci una lettera di getto e col cuore in mano, nella quale si percepisce appieno la sua angoscia nei nostri confronti (e nei suoi), nei confronti del nostro rapporto con la felicità.
Cita varie cose dette da noi nei post passati, e riconosce che ci può essere pace, affidamento, serenità e assenza di disperazione, pur in una situazione come la nostra.

Ma la felicità?

Un conto è accontentarsi, un conto è essere contenti.
Un conto è non essere disperati, un conto è essere gioiosi.

Io e Stefano abbiamo passato gli ultimi due giorni ad un ritiro spirituale assieme alle coppie della parrocchia, con le quali durante l’inverno abbiamo fatto un cammino, alcuni incontri formativi e di confronto.
Se il cammino è stato bello, il ritiro è stato fondamentale.

L’argomento era centrato su Abramo, al quale viene chiesto di lasciare la sua terra e tutto ciò che ha in vista di una promessa non meglio identificata, almeno all’inizio. Abramo si fida e parte.
Poi la promessa diventa la promessa di un figlio, di una discendenza. Ma Abramo è vecchio e sua moglie pure.
Malgrado Abramo si fidi, ne combina di tutti i colori, fino a farsi convincere dalla moglie a fare un figlio con un’altra.

Alla fine, però, Dio è fedele alla sua promessa, Sara rimane incinta e nasce Isacco.

Catechesi a non finire su Isacco e Ismaele, su come riconoscere il bene e il non-bene, messe, vespri, condivisioni, riflessioni, fino a stamattina, quando Don Emanuele, il sacerdote che ha accompagnato il nostro cammino, ci ha spiegato il brano del sacrificio di Isacco (Genesi 22).

Abramo finalmente è felice, si è finalmente compiuta la promessa di Dio, Abramo ha un figlio, la sua discendenza è possibile. Isacco per Abramo rappresenta tutto, è il Dono di Dio, tutto quello che Dio gli ha promesso si è realizzato in Isacco.
E Dio che fa? Gli chiede proprio quel figlio.

Ma cavolo, dai, non può essere vero!

Abramo viene messo alla prova là dove è la sua più grande paura: quella di perdere suo figlio. Don Emanuele ci ha spiegato che Dio ti mette alla prova sempre in questo modo, ti fa entrare nelle tue paure per darti la prova del modo in cui Lui tiene a te.

Per Abramo, Isacco rischia di diventare una prigione, Dio glielo chiede indietro per fargli scoprire il suo rapporto con Lui, per farlo camminare verso di Lui. Isacco non è per Abramo, è per far entrare Abramo in relazione con Dio.

Ok, bellissima catechesi, ora pensate ai vostri “Isacco”. Un’oretta di riflessione.

Va bene, Signore, tu mi hai dato il mio Isacco, poi me l’hai chiesto indietro, e io mi sono abbandonata alla tua volontà. Però la differenza è che Abramo ha sacrificato un ariete, io mio figlio l’ho visto morire veramente. Isacco è sceso dal monte con Abramo (benché non venga più nominato), io il mio bambino non ce l’ho più.

Però ho messo i pezzi al loro posto, pezzi che tentavo di incasellare da quando Filippo si è ammalato, e che a volte mi riusciva meglio, a volte per niente, e ho capito questo:

Da quando ero ragazzina la mia paura più grande è stata quella di perdere un figlio. Quando avevo 16 anni un mio amico ha avuto un incidente con la moto ed è morto sul colpo. Vedere sua madre straziata ha fatto sì che quella fosse la mia paura più grande, da sempre.

Poi, quando Filippo si è ammalato, perderlo sul serio era diventata una possibilità reale, con la quale fare i conti veramente, non solo durante incubi notturni o in trip depressivi legati a sbalzi ormonali.

Vedere in ospedale le mamme dei bambini, amici di Filippo, che non ce l’hanno fatta, è terribile, e questo ha sempre alimentato la mia paura di perdere mio figlio.

Quando, dopo l’ultima recidiva, ho capito che quella non era più solo un’eventualità ma era diventata la realtà, ho capito che la mia paura più grande non era perdere mio figlio, ma era perdere Dio, a causa della perdita di mio figlio.

E quel giorno, sul divano, quando in preda a dolori che non si riuscivano a gestire in nessun modo, Filippo mi ha chiesto: “Mamma, ma quando mi passano tutti questi dolori, tutte queste cose?”, io gli ho risposto: “Filippo, non so rispondere a questa domanda, non lo so quando ti passeranno tutte queste cose. Però se non ti passano, te ne vai subito in Paradiso, va bene?” e lui mi ha detto: “Va bene”, ho capito che in quel momento avevo consegnato il mio Isacco al Dio che me lo stava chiedendo, avevo preparato la legna, l’avevo posto sull’altare e stavo aspettando che se lo portasse via.

E la paura di lasciarlo andare, di perderlo, non c’era più, era stata sostituita dalla paura di perdere il mio rapporto con Dio.

Ma Dio, così come ha dato ad Abramo la sua discendenza, ha concesso a me di non disperarmi, di non allontanarmi da Lui, non mi ha lasciato andare, e quotidianamente sperimento il miracolo che Lui compie per me.

E questo non significa che non ci sia dolore, che non ci sia senso di vuoto, nostalgia, mancanza. Il dolore, il senso di vuoto, la nostalgia, la mancanza ci sono tutti, pieni, completi, tali e quali a quelli che ci sarebbero stati se non mi fossi fidata e affidata.

Ma accanto a tutto questo c’è anche la Sua consolazione, che non so spiegare, ma che mi permette, malgrado tutto, di essere felice, e di sorridere quando penso a mio figlio.

Quindi, caro Maurizio, la felicità è possibile, ti assicuro, la fiducia nel futuro, la speranza, la pace sono tutte cose possibili. E anche quando ci sembra irragionevole, anche quando ci sembra al di là delle nostre capacità, offrire il nostro “Isacco” a Lui è l’unica strada per raggiungerle.

Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo (Sal 125).

 

Croci grandi, croci piccole

Ieri è stata la Domenica delle Palme e inizio della Settimana Santa. Era anche la fine dell’inverno e il giorno in cui erano trascorsi 16 mesi esatti dal giorno in cui Filippo ci ha lasciati.

Tempo ne è passato da quando ci accingevamo a trascorre la Pasqua in ospedale, o da quando stavamo per uscirne avendo elargito il permesso, da parte dei dottori, di dare a Filippo un po’ cioccolata.

Nella messa della Passione di Cristo, ho riascoltato le parole

Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà.

…e sono ritornato con la mente a quei giorni in ospedale, quando con la paura e l’angoscia nel cuore, per le sorti di mio figlio, le ho rivolte al Padre Celeste; o anche allo scorso anno, quando ugualmente le ho pronunciate in cerca di aiuto dal Cielo, per affrontare il dolore di vivere questo periodo dell’anno senza di lui.

In tanti ci hanno ammirato, e forse ci ammirano ancora, per la fede con cui abbiamo “bevuto” quel calice, per come ci siamo rimessi alla Sua volontà. È stata dura, certamente, non è stata una passeggiata ma ora che molti mesi sono trascorsi mi ritrovo ancora a rivolgere a Dio quelle parole, e non è solo perché si sente forte la mancanza di Filippo.

Si potrebbe pensare che ormai le prove più dure siano alle spalle che non ci sia più un calice da bere. È invece no, c’è sempre in ogni giorno un momento in cui mi ribello alla mia croce, chiedo che sia allontanata da me, e devo dire con sincerità che oggi, per me, è più difficile dire quel “tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

Non so bene perché ma quando lottavo e penavo per la malattia di Filippo sembrava che avessi molte più forze, molte più energie: in gioco c’era la vita di mio figlio. Oggi, invece, che in gioco sembra esserci molto meno, le forze e le energie sono affievolite. Sarà forse, come dice Anna, che il Signore manda i panni secondo il freddo.

Per questo mi ritrovo a pensare che nella vita cosiddetta “ordinaria”, in fondo, la croce che si porta non è meno gravosa di quella che si porta quando si affrontano i momenti straordinari.

Mi guardo intorno e vedo tante persone con storie diverse, storie che definiremmo “normali”: c’è la mamma che si impegna ogni giorno per tenere unita la sua famiglia, attenta all’educazione dei suoi figli e a prendersi cura di suo marito; c’è il figlio che ce la mette tutta per essere vicino a sua madre negli ultimi anni della sua esistenza. C’è il padre di famiglia che si ritrova senza lavoro; ci sono i ragazzi in cerca del loro primo impiego; ci sono le famiglie che stentano ad arrivare a fine mese con i pochi soldi che guadagnano.

Poi ci sono anche storie un po’ meno “ordinarie”: c’è la mamma che ha tanti figli ma di cui uno “speciale” che richiede molte attenzioni e per il quale vive domandandosi quale futuro avrà un domani quando non potrà più prendersene cura; c’è la moglie che è stata lasciata dal marito e ha i ragazzi da crescere; ci sono le coppie che non riescono ad avere figli; ci sono uomini costretti a convivere con malattie degenerative per tutta la vita.

Tante storie nelle quali non si fatica a intravvedere un “calice” che si chiede di allontanare. Patimenti che se durassero un solo giorno sembrerebbero molto lievi ma che invece si ripetono per una vita intera. Dolori e sofferenze che ad un occhio esterno paiono trascurabili e invece come un tarlo rodono giorno dopo giorno il nostro cuore e la nostra mente.

Guardo a queste persone che vivono storie “comuni” e che vanno avanti con decisione e coraggio, sfruttando ogni loro capacità e talento per affrontare la durezza della loro croce e io, che pensavo di essere stato bravo ad attraversare l’oceano, mi sento un bambino che ha appena iniziato a nuotare.

Croci che sembrano piccole ma che invece richiedono, oggi mi è ancora più chiaro, altrettanta forza, fede e perseveranza per essere portate, rispetto alle croci che sembrano grandi.

A me pare evidente quindi che non vi siano croci grandi e croci piccole ma vi sia un’unica croce, quella che siamo chiamati a portare. Nessuno può portarla al posto nostro, ci appartiene e noi a lei dobbiamo rivolgerci. Tutte però si rifanno alla croce più importante, quella che proprio in questa settimana ci accingiamo a rivivere. E in ragione di questo, tutte, quindi, possono essere la strada per far cessare il nostro errare, per distruggere il nostro peccato, per seppellire il nostro uomo vecchio e per far nascere in noi l’uomo nuovo.

L’augurio, per questi giorni, è che sia vera pasqua di resurrezione per tutti. Me per primo.

I miei occhi hanno visto la tua salvezza

di Stefano Bataloni

Martedì scorso, 2 febbraio, giorno in cui la Chiesa fa memoria della Presentazione al tempio di Gesù, io e Anna abbiamo festeggiato il nostro anniversario di matrimonio numero 14. Per chi come noi ama i numeri, 14, doppio di sette, non poteva che avere un significato speciale: la pienezza moltiplicata per due.
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“Fate tutto quello che egli vi dirà”

Link alle Letture della II Domenica del tempo ordinario (Anno C)

Is 62,1-5      Sal 95      1Cor 12,4-11      Gv 2,1-11

Commento alle Letture della II Domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Siamo a delle nozze, a un matrimonio. Ma è un racconto un po’ strano, perché quando si fa un matrimonio, di chi si parla? Degli sposi. E’ la prima cosa che si dice quando si racconta di un matrimonio.
Ma qui non se ne parla, c’è solo un accenno allo sposo, a un certo punto, altrimenti non se ne parla.
Quindi quello che ci interessa non sono gli sposi, non è la storia del matrimonio tra queste due persone.

Oggi con questo Vangelo il Signore ci vuole dire certamente qualcos’altro.
Infatti siamo nel Vangelo di Giovanni, e noi sappiamo che Giovanni, quando scrive, ci vuole dire qualcosa di più profondo.
E se avete ascoltato bene, alla fine del Vangelo, Giovanni dice che questo è l’inizio dei segni che Gesù compirà.

Abbiamo festeggiato l’Epifania, cioè la manifestazione di Gesù nel mondo.
Domenica scorsa abbiamo festeggiato il battesimo di Gesù, che è l’inizio della sua vita pastorale, quando inizia a farsi conoscere al mondo dopo trent’anni di silenzio.
E adesso, con questo Vangelo, Gesù inizia con un primo segno.
Cerchiamo di capire cos’è questo segno.

Io un giorno vi ho dato un segreto: per capire cosa il Vangelo ci vuole dire, la Chiesa durante le Messe domenicali ci mette altre letture che si collegano al Vangelo per farci capire come leggerlo, perché un Vangelo si può leggere in tanti modi.

E cosa ci dice la prima lettura, che è tratta dal libro del profeta Isaia?

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata

come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.

Questo significa che non stiamo parlando del matrimonio tra un uomo e una donna, ma di Dio con il suo popolo, e questo è il senso di questo Vangelo.

Allora qual è la scena?
Gesù è a questo matrimonio, e ci sono le giare che sono per la purificazione. Che cos’è la purificazione?
Per Israele all’epoca c’erano delle leggi molto precise, prima di mangiare bisognava purificarsi.

Quelle giare sono vuote, come per dire che la legge antica non ha più senso.

Maria va da Gesù e gli dice: “Non hanno più vino”.

A cosa serve il vino nelle nostre feste? Il vino dà allegria, dà un’aria di festa.
Non c’è più vino, quindi è un problema per la festa.
Ma se questa storia del matrimonio non è la storia di un matrimonio ma è la storia della nostra vita?

Maria dice a Gesù: “Non hanno più vino”.
E’ un po’ come nella nostra vita, quando noi cerchiamo di seguire il Signore, ma la nostra fede diventa un po’ stanca, facciamo fatica a seguire il Signore. E’ un po’ come nella vita quando non c’è più vino, non c’è più gioia, facciamo fatica a vivere la nostra fede.

Maria non è solo la mamma di Gesù, è anche la prima discepola di Gesù, quella che lo segue per prima, quella che starà poi sotto la croce. Maria è la prima a seguire Gesù.

E gli dice, quindi: “Non hanno più vino”.
E lui le risponde: “Donna, non è la mia ora”.
Forse Gesù non ha capito bene, Maria gli dice “Non hanno più vino” e lui le risponde “Donna, non non è la mia ora”.

Non è una risposta logica, ma non è logica perché non stiamo parlando del matrimonio.

Qual è l’ora di Gesù? L’ora di Gesù è quando dà la vita sulla croce.

Quindi dobbiamo mettere insieme tutti gli elementi che abbiamo elencato finora:

Abbiamo le giare per la purificazione, e sono vuote, e abbiamo detto che queste sono la legge di Mosè, che ormai non ha più senso.
Poi abbiamo Maria che dice: “Non hanno più vino”, e abbiamo detto che il vino è la gioia, la fede.
E abbiamo la risposta di Gesù che dice: “Donna, non è la mia ora” ma sta parlando della croce.

Come possiamo mettere insieme tutti questi elementi?

Gesù è venuto a ridar vita a un popolo che non seguiva più il suo Dio, che si era perso nelle sue leggi e non trovava il senso della sua vita.

Gesù è il vino nuovo, con il suo sangue ci ridà vita. Gesù è il vino nuovo.

Noi cosa siamo chiamati a fare?

Maria va dai servi e dice loro: “Fate tutto quello che vi dirà”.
I servi siamo noi. E noi non abbiamo il vino, perché il vino è Gesù, ma noi abbiamo l’acqua, quel poco che abbiamo è quell’acqua che i servi mettono nelle giare.
E quando Gesù entra nella nostra vita trasforma quest’acqua, questo poco che siamo, lo trasforma in vino.

Allora noi siamo chiamati oggi da Maria a seguirlo. “Fate tutto quello che vi dirà”. Anche se non capite. I servi non sanno.

Lui dice”Riempite d’acqua le giare”. I servi non sanno perché lo stanno facendo, le riempiono fino all’orlo. Poi lo capiranno. Poi quell’acqua diventa vino, ed è migliore di tutti gli altri vini di prima. Gesù dà senso alla nostra vita.

Allora noi siamo chiamati solo a portare il poco che abbiamo, quest’acqua con cui riempire le giare. E siamo chiamati alla fedeltà cioè fare quello che Gesù ci dice.
Ma poi tutto si trasforma, il Signore trasforma questa poca acqua nelle giare in vino e ridà vita.

Allora chiediamo oggi al Signore di aiutarci a essere fedeli, e soprattutto di dare tutto quello che abbiamo, anche se è poco diamolo al Signore, perché lui può trasformare la nostra vita.

Vedete allora nel matrimonio di due sconosciuti l’evangelista Giovanni ci vuole far capire che solo Lui dà senso alla nostra vita, perché noi siamo come quelle giare, un po’ tristi, un po’ vuote, manca qualcosa. E questo qualcosa è Gesù che ce lo da.

Amen

La Porta Santa

di Mario Barbieri

Ieri nella mia città come in molte altre, è stata aperta la Porta Santa, segno visibile del Giubileo straordinario della Misericordia voluto da Papa Francesco. Segno visibile dopo l’apertura di quella Africana e quella di Roma.
Non un banale moltiplicarsi dei segni, ma dono per i fedeli di ogni Diocesi, che possono fisicamente attraversarla e partecipare a questo rito che li introduce in questo nuovo Anno Liturgico certamente ricco di benedizioni e che invita tutti ad aprire il proprio cuore, per ricevere e donare la misericordia che si riceve.
Ma ciò che più mi ha sorpreso (uomo di poca fede) è stata la grandissima partecipazione, resa ancor più evidente dalla felice scelta di iniziare il rito con una processione, che partendo da una delle tante chiese del centro, portasse al Duomo della città, attraversando la via principale.

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Così un centro affollatissimo di gente dedita al passeggio e soprattutto allo shopping, per via dei negozi aperti per le festività natalizie, ha visto il procedere di tutti i sacerdoti della Diocesi preceduti dal loro e nostro Pastore e di una folla di fedeli in lunga processione.
Io per scattare qualche foto stavo ai margini, così ho colto qualche commento qua e là… Dal semplice “Cos’è?… Ma, è per il Natale”, al “Quanti preti!” (molti a vederli tutti assieme, ma pochi per le reali esigenze della Diocesi), passando per altri non ripetibili, sino ad alcuni che ricordavano di aver sentito parlare della Porta Santa e del collegato Giubileo.

E’ stato quindi un bel segno, uno di quelli che aiuta una città a ricordarsi dei Doni dello Spirito da accogliere, donare e donarsi, per decidere magari di seguire quella lunga processione e accodarsi, per ricordare che il Natale e in particolare quello di quest’anno, non è solo questione di luci e vetrine, addobbi e regali, perché il regalo più grande è Cristo che viene con la sua Misericordia, nell’attesa che si ripresenti anche con la sua Giustizia.
Ma è stato vedere quanta, quanta gente era in processione e ancor più quanta era “stipata” nella Piazza Grande laterale rispetto l’ingresso principale. Stipata, radunata e compressa, non ordinata ma pazientemente in attesa, un piccolo passo alla volta, attendeva appunto di varcare la sogli della porta laterale del Duomo detta Porta dei Principi, per l’occasione Porta Santa appunto.

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Qualche minuto dopo l’apertura dei battenti della Porta spinti dal Vescovo, il Duomo, pur piuttosto grande, si è riempito “come un uovo” ed è iniziata la Celebrazione Eucaristica, ma fuori la gente era ancora tanta… io sono riuscito a entrare solo dopo l’omelia e il flusso è continuato, tanto che non potendo più il Duomo contenere fedeli, si è formato un piccolo “rigagnolo” di persone che, passata la soglia della Porta Santa, non potevano fare altro che tornare all’esterno da una della due entrate laterali minori della facciata.
Alle 18:40 a Celebrazione ormai ultimata da tempo, ancora una lunga fila, divenuta molto più ordinata, attendeva di poter varcare la simbolica soglia.

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Quante, quante persone hanno risposto a questo richiamo, a questo invito, a questa opportunità… poco importa fare sondaggi: “Perché lei è qui?”; “Cosa la spinge?”; “Lei è credente? E’ praticante?”.
Ciò che importa è che potevano stare al caldo delle loro case o immersi nel rutilante passeggio dello shopping, ma hanno scelto di fare questo “gesto”, di sfruttare questa opportunità. Forse alcuni con una piena consapevolezza, forse altri per una forma di religiosità naturale, ma una gran parte della Città si è mossa e poi fermata, ha sostato, ha atteso ed è passata oltre quella porta. Si è messa in cammino, come Abramo, come il Popolo d’Israele, verso una Promessa, verso una Speranza, per un percorso a tratti incerto, come incerto a tratti il cuore di chi lo percorreva, ma la certezza viene da chi il cammino ha aperto e da chi lo conduce: Cristo attraverso la Sua Chiesa.