Geco celeste

di Anna Mazzitelli

L’ho visto.

L’ho visto qualche settimana fa, e non l’ho scritto subito perché volevo conservarlo gelosamente, come si conserva un tesoro prezioso.

Poi però, come è inevitabile che accada, ho smesso di pensarci, e l’ho accantonato nella mia testa.

Ma non voglio perderlo, quindi lo scrivo, anche se già so che non ne sarò capace, perché ci vorrebbe un’immagine per descrivere quello che ho visto, e non sono capace di produrre nemmeno quella, e le mie parole saranno riduttive e potranno esprimere solo una frazione infinitesima di quello che è stato vederlo, ma provo lo stesso, lo faccio per me.

Ho visto che cosa vuol dire la frase di San Paolo “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia” (1Cor 13,12), frase che sento tanto mia, e che era scritta dietro al ricordino funebre della mia nonna Rosa, e che è scritta anche dietro a quello di Filippo, e che è la prima frase che mi è venuta in mente quando abbiamo saputo dell’ultima recidiva, ad agosto 2014, quella che poi ce l’ha portato via.

Una mattina di qualche settimana fa mi sono svegliata quasi piangendo, commossa, sono corsa da Stefano e l’ho abbracciato dicendogli: “Io lo so com’è il Paradiso, si vede tutto!”

Avevo fatto un sogno.

C’era Filippo con me.
Era bello come mai, portava una maglietta blu, a mezze maniche, e, come sempre quando mi capita di sognarlo, lo stringevo fortissimo, lo riempivo di baci, per recuperare il tempo perduto, per fare nel sonno quello che non posso fare da sveglia, quello che mi manca più dell’aria che respiro.

Una volta il mio amico Frate mi ha detto di chiedere al Signore di mandarmi mio figlio in sogno, di poterlo stringere, coccolare, non come una cosa new age, una visione, o un contatto sovrannaturale tipo seduta spiritica, ma come un regalo, qualcosa che non posso avere qui ora ma che un giorno sarà, nei cieli nuovi e terra nuova che verranno. Poter avere un assaggio di Paradiso, per poi proseguire la mia vita senza di lui, per poi restituirlo a Dio come ho dovuto fare due anni e mezzo fa.

E qualche volta vengo esaudita.

In quel sogno, quindi, lo stringevo, ci guardavamo negli occhi, e poi siamo saliti in macchina. Ci siamo messi nei due posti “dietro-dietro”, così i miei figli chiamano i posti della nostra macchina che appaiono magicamente quando siamo più di cinque passeggeri.
Stefano guidava, e lì dietro c’eravamo io e lui, e guardavamo il cielo dal lunotto posteriore.

Era notte, e si vedevano le stelle.

E a un certo punto si sono viste le costellazioni, migliaia di stelle ammassate le une alle altre a costituire le forme di animali luminosissimi.
Ricordo in dettaglio una costellazione a forma di geco, un gigantesco geco fatto di stelle: non solo il contorno, non solo punti lontani tra loro che la fantasia di qualche sumero di tremila anni fa unisce a formare delle figure più o meno plausibili, ma un geco pieno zeppo di stelle, brillante, impressionante. E vicino al geco un altro animale, non so quale, ma anche lui pieno zeppo di stelle.
E intorno a queste forme luminosissime e dense, il cielo nero della notte, con altre stelle, tante stelle.

E’ stato come se per un momento avessi potuto vedere quello che è effettivamente, e che noi, da quaggiù, chiamiamo così perché lo immaginiamo, ma poi, in verità, è davvero, e, anzi, come spesso accade, è molto più maestoso e imponente delle nostre più fervide immaginazioni.

E’ stato come vedere quello che c’è dietro, quello che c’è dopo, quello a cui aspiriamo, ma non osiamo sperare tanto, è stato come vedere “la verità tutta intera”, quello che “ora conosciamo in modo imperfetto, ma allora conosceremo perfettamente”.
Mi sono sentita come se finalmente avessi chiaro perché gli uomini hanno chiamato così il cigno, il toro, il cane di Orione: qualcuno doveva aver visto il cigno, il toro, il cane così come io vedevo il geco.
E mi sono sentita come se la vicinanza di Filippo, in quel momento, avesse potuto svelarmi per un attimo una cosa che per adesso rimane nascosta, ma che un giorno vedrò nella sua pienezza, e non mi meraviglierò di trovarla così, perché la sensazione che ho avuto è che fosse chiaro che le cose stanno così, e, anzi, che sciocca a non averlo capito prima, ora si spiega tutto, ora finalmente si vede “a faccia a faccia”.


lacerta.pngAggiungo una cosa che non mi aspettavo, quando ho iniziato a scrivere.
Ho cercato su internet una foto per aprire il post, mettendo nel motore di ricerca delle immagini le parole “costellazione geco”.
Mai sentita una costellazione con questo nome, e la mia mamma e il mio papà sono astronomi, quindi ero certa che non ci fosse niente del genere e cercavo un’immagine “finta” che rendesse l’idea del mio racconto.
Invece trovo questa, la costellazione Lacerta, e nella figura la lucertola (o il geco) è nella posizione esatta nella quale l’ho vista io nel sogno.

Per chi volesse mettersi a cercare la mia costellazione, Wikipedia dice questo: è ben osservabile dall’emisfero boreale durante quasi tutte le notti dell’anno, ad eccezione di quelle di inizio primavera, quando sta sempre rasente l’orizzonte; il periodo più propizio per la sua osservazione va da luglio a dicembre, quando si trova alta nel cielo.

Insomma, bisogna aspettare.

Nel frattempo, che sia per tutti un Santo triduo Pasquale.

Storia di un bambino che (non) è morto

La mia “amica di penna” mi ha mandato questo racconto, scritto da lei, che contiene le sue riflessioni sul significato della vita. E sulla paura della morte. Beh, eccolo qua. 

di Caterina Graziosi

Un giorno quel bambino morì. Non se ne accorse subito. La prima cosa di cui si accorse fu che il dolore improvvisamente smise di stringere il suo corpo. Pensò: meno male, non ne potevo più. 

Poi cambiò la prospettiva. Vide tutto dall’alto, vide se stesso e vide il suo corpo, ma non si sentì affatto triste. Il suo corpo era come un vestito, un vestito che aveva molto amato, e che amava ancora, gli faceva tenerezza come quel costume di spiderman che non gli andava più bene, ma che -ora se ne rendeva conto- gli era sempre stato stretto. 

Poi vide la mamma, il papà, i suoi fratelli, li vide da diverse angolazioni contemporaneamente, dall’alto e anche di fronte, guardandoli bene negli occhi, e sentì di volere loro molto bene e sentì anche il loro amore per lui, voleva quasi restare, ma dietro le sue spalle qualcosa lo costringeva a voltarsi. 

Il bambino li guardò, ma non come un addio. 

E pensò (o disse, ma non c’era differenza) -perché siete tristi, dovete essere felici, perché in effetti io mi sento benissimo, non sono mai stato meglio.- e poi dovette proprio girarsi, e vide una bella luce aperta. 

Cioè, era una luce, ma era anche un passaggio, in invito talmente allettante, e contemporaneamente molto, molto famigliare. Gli sembrava proprio di averla già fatta quella strada, più ci volava dentro, più gli pareva di tornare a casa. E poi, pensò, era fantastico volare in quel modo. 

Ed era tutto molto più vero. Più realistico, ripensando alla vita di prima, quella sì che sembrava sbiadita. Non brutta. Ma come se fosse stata meno viva. Mentre ci volava dentro vedeva che in fondo c’era una luce, ma che non faceva male agli occhi come quando guardava il sole, e poi c’era questo vento tiepido che accarezzava ogni parte di lui. Gli venne un dubbio. Si guardò le mani, le aveva ancora? Le mani c’erano, ma erano come una traccia di luminosità. Intanto quel vento lo portava verso la luce e infine si fermò. 

La luce splendeva nelle tenebre. Nonostante fosse la luce più potente e viva che avesse visto, intorno c’erano le tenebre. 

Il bambino era molto eletrizzato. In effetti non aveva mai pensato che fosse morto. Visto che non si era mai sentito più vivo di così. 

Cominciò a sentirsi molto curioso. Aveva una gran voglia di giocare e divertirsi. Appena si formò questo pensiero, che era quasi come una voce, la luce rispose. Quella luce era molto divertita pure lei. Era ironica. Era anche un po’ bambina. Sembrava aspettasse che il bambino si scatenasse e iniziasse a giocare. 

Il bambino sentì qualcosa di infinito che lo riempiva, come fosse stato un palloncino, e quella cosa non poteva essere che amore, ma neppure il giorno di compleanno si era sentito così amato e voluto. 

Così cominciò a volare, a fare le capriole nel vuoto, ma non era vuoto. Si accorse che era lo spazio infinito. Vide tutto. Le stelle, le nebulose, infiniti pianeti e soli, bastava pensarlo, e immediatamente vi penetrava dentro, li attraversava e si accorse che tutto era formato da una sola sostanza, e quella sostanza era l’amore, la stessa di cui era fatto lui, la differenza era che lui aveva una identità ed era amato “meglio”, e interamente, e si accorse che non avrebbe mai fatto una cosa abbastanza brutta perché quell’amore venisse a mancare. 

Pensa te, tutti questi scienziati che si scervellano per capirci qualcosa, ma è tutto così semplice.

 Gli apparve tutto molto ovvio, la creazione, il tempo, il mondo, l’uomo. Era come se vedesse le cose da un punto di vista diverso. 

Nonostante gli sembrasse che in un tempo lunghissimo e anche brevissimo avesse esplorato tutto l’universo, ovunque si girasse, la luce era sempre di fronte a lui. 

Il bambino in quel momento capì che la vita terrena per lui era finita. Lo capì senza tristezza. 

Lo capì come una cosa che doveva essere compiuta e quindi che lui stesso aveva raggiunto la pienezza.

Allora la luce gli chiese se voleva guardare, e il bambino disse sì. 

Era un sì che risuonò come un eco musicale in tutto il cosmo. 

E vide la sua vita. Vide ogni cosa, anche le cose brutte che aveva fatto, pure quella volta che aveva rotto apposta il regalo di compleanno di suo fratello perché era geloso, ma non glie l’aveva mai detto. Però vide che, come in un film, veniva messa in risalto esageratamente ogni piccolissima azione d’amore. Era come se la luce volesse fargli vedere che ogni atto d’amore valeva 1000 volte di più di ogni dispetto. Quel giorno in cui aveva aiutato suo fratello a scrivere. Quando gli aveva fatto bere l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Quando aveva apparecchiato la tavola senza che la mamma glie lo chiedesse. 

Il bambino si sentiva come il cocchino della maestra a cui si dà 10 anche se merita 7 e mezzo. Ma per la Luce, sembrava che fosse un successone. Il bambino non era scemo, era andato a catechismo, i suoi genitori glie ne avevano sempre parlato, e sapeva benissimo che quella luce era Dio. Si sentiva molto sicuro perché era talmente riempito di amore, che non aveva paura di niente. 

Era morto (sempre che questa parola abbia significato), e non aveva avuto paura un solo secondo.

E così volle fare delle domande. E appena si formavano nella sua testa, la risposta della luce si formava direttamente nella sua mente. Dio rispondeva sempre chiamandolo per nome, e ogni volta il bambino rabbrividiva di piacere a sentire pronunciato da Lui il suo nome.

Perché hai creato l’universo?

Perché l’amore non può che creare

E perché hai creato l’uomo?

Perché volevo una creatura che fosse come me, perché l’amore deve amare qualcuno

E perché l’hai fatto così, cattivo, egoista, vanitoso

No, io l’ho creato perfetto. Un’anima perfetta in un corpo perfetto.

Beh, e allora?…

E allora di angeli che mi lodavano e cantavano da mane a sera ne avevo già abbastanza. Volevo qualcuno che scegliesse di amarmi. E allora l’ho fatto libero.

E’ lì che è venuto fuori il disastro! Protestò il bambino.

Si, ma che valore ha l’amore, se non hai altra scelta? Vedi, così anche il più piccolo, minuscolo, atto d’amore, anche se non è perfetto, anche se inquinato da tanti sentimenti meno limpidi, diventa talmente prezioso…

…che ti salva. Concluse il bambino

Poi aggiunse un pensiero: Sì, ok, capisco tutte le cose brutte che fanno gli uomini che scelgono l’odio, ma le malattie? I terremoti? Il dolore?

Non è questa la domanda giusta. La domanda giusta è: perché ho fatto incarnare l’uomo che ho creato, l’ho fatto nascere nella carne e nel tempo, l’ho inchiodato alla materia, gli ho dato un corpo che si ammala, che si rompe, che ha freddo, in un creato che anche lui soffre e si dibatte?

Sì, è vero, è questa la domanda. Ammise il bambino. Le cose gli apparivano sempre più chiare e facili. Contemporaneamente si accorgeva che solo lì, davanti alla luce-Dio potevano apparire chiare e facili. Arrivò la risposta.

Perché il mio desiderio è riunirmi all’uomo che ho creato, ma solo dopo che lui ha imparato ad amare. Nella libertà. E quindi, nell’imperfezione. Ecco cos’è la vita. La vita è il luogo in cui l’uomo ha l’opportunità di imparare ad amare. E -non meno importante- a farsi amareL’amore ha quasi infinite sfaccettature. Come il mio. Si impara ad amare in un modo particolare da figli, i propri genitori. E’ l’amore che si affida. (come chi si affida a Me)  In un altro modo, un’altra forma di amore è quella per i fratelli. Poi c’è l’amore tra marito e moglie: un amore che sembra facile, perché ci si sceglie, ma è difficile perché si sceglie ogni giorno. Insegna l’amore fedele. Poi c’è l’amore per i propri figli: si impara ad amare donando la propria vita. C’è anche l’amore per lo sconosciuto. E’ l’amore che ha fede. C’è l’amore nella malattia, che vede oltre il dolore ed oltre l’imperfezione, la persona. E’ l’amore della speranza. L’amore che si sacrifica. C’è l’amore silenzioso e nascosto, per esempio quello delle tante persone che pregano per degli sconosciuti, le suore, i frati, persone qualunque. E’ l’amore gratuito che crede nel potere della preghiera. C’è l’amore per il creato, che ricerca la bellezza e l’armonia  i quali suscitano a loro volta amore. C’è l’amore che sfida l’odio, nonostante la guerra e la continua mancanza di giustizia. E’ l’amore senza paura….

Il bambino cominciò a vedere come una moltitudine di vite, illuminate anche solo a brevi tratti da piccoli o grandi barlumi di amore, che creavano qualcosa. 

Anzi, creavano la realtà. Plasmavano le anime, cambiavano il corso degli eventi, o illuminavano una intera esistenza, creavano una reazione a catena imprevedibile e lunghissima, nel tempo e nello spazio. Come un effetto domino. E vide un mondo, in tutti i tempi, illuminato infinitamente più dall’amore che dall’odio.

Accipicchia, pensò. Ma come è possibile che loro, gli uomini laggiù, non lo vedano? E’ così ovvio, così facile.

Vide anche che la sua vita non era monca, ma era completamente compiuta nonostante fosse morto bambino. 

In quel momento si ricordò della sua mamma, del suo papà e  dei suoi fratelli, e (non poteva sentirsi triste) li amò nel loro dolore, e nella loro condizione, perché loro non avevano visto e capito tutto quello che vedeva e capiva lui ora.

Prima che la preghiera si formasse in lui Dio si aprì. 

Il bambino entrò. 

Pensava di avere raggiunto la massima gioia, invece non era così. 

Dio non era uno, in effetti lo aveva pure studiato a catechismo, la trinità. 

Dio racchiudeva tutte le forme d’amore, e anche le più umane, sentì precisamente la presenza di un uomo. In effetti quella presenza era Gesù. Si stupì perché mica era serioso e un po’ noioso come se l’era immaginato. Era ironico, simpatico anche. E molto concreto. Lo vide davanti a sé con una espressione quasi divertita, e gli diceva di seguirlo. Inizio a parlare: 

Qui non ci si annoia. Sì è vero che c’è pace e c’è amore, ed eternità. Ma c’è un sacco lavoro da fare. Per esempio per la tua famiglia. Ci sono grandi progetti per loro, sai. Grandi progetti indipendentemente dalle scelte che faranno, perché noi abbiamo infiniti piani B per tutti. Beh, quasi, infiniti. In più c’è mia madre, sai, lei dà sempre una gran mano, perché ha un istinto tutto particolare per ispirare e consolare e tirare fuori dai pasticci le persone. Sapessi quante Grazie ha a disposizione, ancora inutilizzate: infinite! – (ovvio, che te lo dico a fare?) E giù che se la rideva.

Il bambino anche lui rideva, e così entrò in una moltitudine di persone, alcune delle quali conosceva, per esempio parenti morti prima che nascesse, i nonni, due zii. Tutti di davano un gran daffare,con le vite degli uomini sulla terra… ispirando infinite connessioni d’amore, opportunità di bene, a volte con la sola preghiera facevano sì che una situazione orrenda si trasformava in una splendida grazia. Era un lavoro davvero creativo.

Il bambino capì definitivamente che era tornato a casa, per sempre. E che la vita non si era fermata, ma iniziava. Per sempre. E che non si sarebbe di certo annoiato.

Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.

E vide e credette

Uno dei frutti più belli che sono nati da quando abbiamo aperto questo blog è sicuramente la Comunione dei Santi che si è formata attorno a noi.
Ieri una persona mi ha scritto una mail, chiedendomi come mai fosse molto tempo che non scrivevo più. Mi ha confidato che si era preoccupata per me, sebbene comprendesse che le ragioni potevano essere le più svariate, e non per forza cose negative, e mi ha detto: “ti  ho pensata molto in questo periodo, pregando per te e chiedendo alla Madonna che ti doni la sua consolazione”.
Mi sono commossa.

Ed è proprio a questa straordinaria e misteriosa forza che mi appello in questo momento, per chiedere a tutti quelli che leggeranno una preghiera speciale, questa settimana.
Gesù è risorto veramente, sono certa che ci ascolterà.

Grazie
Anna

Link alle Letture della Pasqua di Risurrezione (Anno C)

At 10,34.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9

Commento alle Letture della Pasqua di Risurrezione (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Il nostro Vangelo, il Vangelo di questa mattina, si conclude con queste parole:

Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

E mi chiedo: quanti di noi hanno compreso le scritture?
Quanti di noi hanno capito cosa significa questo evento che stiamo celebrando?
Quanti?
Quanti preti, quante suore, quanti laici che ogni domenica vengono a Messa, forse anche tutti i giorni, hanno realmente compreso questo evento?

Perché, vedete, ci riallacciamo sempre alla stessa cosa, da un anno stiamo seguendo sempre lo stesso filo: se Cristo è risorto, il mio orizzonte è cambiato. La mia storia è cambiata, il mio modo di vivere è cambiato.

Se invece questo evento non mi tocca, se Cristo è risorto solo nel mio cervello, come dato storico, come qualcosa che mi è stato insegnato, ma non tocca per niente la mia vita, non tocca il mio cuore, non trasforma la mia vita, allora io vivo come qualsiasi altro pagano: c’è la mia storia che a un certo momento ha una fine, che si chiama morte, e io allora vivo in conseguenza di questa visione della vita. Se per me tutto è terra-terra e si conclude tutto con la morte, allora questo tempo che ho me lo devo godere, devo approfittare di questo momento, perché non tornerà più, perché poi non sarà più niente. Lo devo sfruttare questo momento, mi devo divertire in questo momento.
Tutto quello che è desiderio diventa diritto.
Questo è il momento, perché dovrei pensare agli altri, devo pensare a me stesso, perché ho poco tempo, non so neanche quanto durerà questa vita, ma è poco. Me lo devo godere questo momento.
Questa è la visione di chi si ferma alla morte, ed è logico, così dovrebbe essere, visto che finisce qua.

Ma se Cristo è risorto per me, la mia visione della vita, il mio orizzonte è cambiato.
Cristo ha vinto la morte, Cristo era morto sulla croce, l’avete visto, celebrato.
Cristo è morto in maniera orribile su una croce, è morto completamente, veramente morto. E l’abbiamo sepolto.
E le donne, abbiamo sentito questa mattina, Maria di Mandala la mattina trova il sepolcro aperto e vuoto.

E il senso della storia cambia.

Pietro e Giovanni corrono al sepolcro, solo per constatare che è vuoto. E Giovanni, dice la scrittura, “vide e credette. Infatti non avevano compreso le scritture”.

Allora io vi faccio la domanda: ma noi, le abbiamo comprese queste scritture? Questo Cristo che è risorto per me, l’ho capito?

Perché se l’ho capito, il mio orizzonte non è più la morte, è la vita eterna.
Il battesimo che ho ricevuto mi ha aperto la porta alla vita eterna.
Io sono nato e non morirò mai più. Così vive il cristiano.

E quando il mio orizzonte è il Paradiso, è la vita eterna, è lo stare con Dio, se questa è la visione della mia vita, se io così vivo, allora tante cose che succedono nella mia vita, anche cose dure e terribili, se dentro di me, dentro il mio cuore, c’è questa speranza, allora tutto cambia. Allora molte cose vengono quasi relativizzate perché è lì il mio obiettivo.
Ma non solo, anche tante cose che decido, hanno una direzione, io so dove sto andando. Allora la scelta dell’educazione dei miei figli la faccio con quell’orizzonte lì.
Il mio modo di educare, le scelte che faccio, concrete, come lavoro, come mi rapporto con le persone, tutto ha un obiettivo, e cioè andare in Paradiso.
Sapendo che io sono chiamato alla santità, e che questa santità la devo vivere ogni giorno, con gli altri, come Cristo mi ha insegnato, dando la vita per gli altri.

Quindi qui, questa mattina, ci è chiesto di fare una scelta.
O non crediamo, e ne abbiamo diritto, e allora viviamo come pagani, come tanti che si dicono cristiani, che si dicono cattolici, ma che poi sono i primi a sputare sull’altro, a criticarlo. E ha ragione chi è furi a dire: “Vedi questo, esce dalla Messa e già sta lì a criticare”. Hanno ragione, perché noi cristiani non stiamo testimoniando la nostra fede. Lo vediamo in tutte le scelte che facciamo.

Abbiamo un’altra scelta: quella di credere, di credere che questo evento è l’evento che deve trasformare la mia vita, è una realtà che mi prende completamente e mi trasforma.

Non è facile perché spesso l’uomo vecchio che è dentro di noi non vuole cedere, non vuole morire, non vuole lasciare spazio a Cristo.

Io sono chiamato a correre, come Pietro, come Giovanni, io sono chiamato a correre.
Anche io devo andare a vedere se il sepolcro è vuoto, perché tante volte, tante volte noi siamo così contenti di avere un sepolcro con Cristo dentro. Perché è più facile, Cristo è lì dentro, lo conosco, lo limito, è così il mio Cristo, sta bene, è tranquillo, è sereno, nella tomba, nel silenzio, non mi disturba Cristo morto.

Ma Cristo è risorto. Cristo ha trasformato te e me. Cristo ci invita a seguirlo.

E allora come Paolo, nella seconda lettura ci dice:

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.

Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!

Siamo morti se non seguiamo Cristo risorto. La nostra vita non avrà nessun valore se non crediamo che Cristo è risorto.

Amen

La Speranza

Proprio un anno fa si apriva Piovonomiracoli per raccontare come sia possibile non farsi schiacciare dalla sofferenza e dalle difficoltà, come sia possibile accettare, poi abbracciare e infine farsi portare da una croce.

Volevamo raccontare come sia possibile essere tristi per la perdita o, come preferiamo dire noi, la nascita al cielo, di un figlio ma al tempo stesso non disperare. Questo era anche il nostro intento nell’evento che abbiamo vissuto insieme nel pomeriggio di sabato 21 novembre scorso.

Dopo le letture proposte sul tema del dolore e della domanda, riportiamo qui le letture relative all’ultima parte dell’incontro: la speranza.

 

Dulcis Christe
M. Grancini (XVII secolo)
Dulcis Christe, o bone Deus
O amor meus, o vita mea,
o salus mea, o gloria mea.
Tu es Creator,
tu es Salvator mundi.
Te volo, te quaero,
te adoro, o dulcis amor,
te adoro, o care Jesu.

 

 

Dolce Cristo, o Dio buono,
mio amore, mia vita,
mia salvezza, mia gloria.
Tu sei il mio Creatore,
Tu sei il Salvatore del mondo.
Te io desidero, te cerco,
te adoro, o dolce amore,
te io adoro, o caro Gesù.

 

Da “Mio fiume anche tu”, di G. Ungaretti
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,

Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti

E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.


I nostri figli non nati (Marina Corradi – Tempi.it)
Una collega mi ha mandato un sms: ha perso il bambino che aspettava, al terzo mese di gravidanza. Ho capito perché me lo diceva in modo così sommesso, silenzioso, con un sms: perdere ai primi mesi un figlio, è un dolore segreto e non sempre compreso da chi ti è vicino. Ti dicono: coraggio, su, ne arriverà un altro. Ma tu sai che sì, forse ne verrà altro, ma non sarà più “quel” bambino. Quel bambino, che fra te già chiamavi per nome. Sono cose che raramente gli uomini capiscono fino in fondo. Sono viscerali dolori di donne.
Anche a me è successo, di perdere ai primi mesi un bambino. Mi è successo anzi due volte. La prima è stata una corsa all’ospedale, un evento traumatico che però almeno si vedeva, era comprensibile agli altri. Per l’altro, invece, è stato un andarsene silenzioso.
Ho di quel dolore un ricordo acuto. E, anche, il ricordo di una solitudine. Via, mi ripetevano tutti, sei giovane, presto ne verrà un altro. E in effetti, così è stato. Eppure se penso a quella notte, e anche all’altro perduto, ancora mi incupisco. Perché non erano un niente, quei figli grandi appena due millimetri. Anche i tre che ho avuto sono stati, un giorno, grandi due millimetri. E dunque già in quel microcosmo erano loro, i loro occhi, i loro capelli, il disegno già meticolosamente tracciato. («Quando ti intessevo nel seno di tua madre, Io ti conoscevo», recita un salmo). Erano unici, erano figli; e se ne sono andati. Non trovo altre parole per la mia collega, che quelle che da anni ripeto a me stessa. Non trovo altro che dirmi che li ritroverò, quel giorno, e li prenderò fra le braccia, e sarò di nuovo giovane, e loro bambini. Non c’è un altro paradiso che mi interessi. E se ce n’è un altro, non lo voglio. Se non è questo il paradiso, che me ne importa? Ma io in fondo so, con una certezza radicale e ostinata che mi meraviglia, che riabbraccerò quei due – che già chiamavo per nome.


La speranza, Alleluia dell’amore affamato
Giovanni Paolo I (Udienza Generale Mercoledì 20 settembre 1978)
Dice il salmista: «Signore, tu sei la mia roccia, il mio scudo, la mia fortezza, il mio rifugio, la mia lampada, il mio pastore, la mia salvezza. Anche se si accampasse contro di me un esercito, non temerà il mio cuore; e se si leva contro di me la battaglia, anche allora io sono fiducioso».
Direte: non è esageratamente entusiasta questo salmista? Possibile che, a lui, le cose siano sempre andate tutte diritte? No, non gli sono andate diritte sempre. Sa anche lui, e lo dice, che i cattivi spesso sono fortunati ed i buoni oppressi. Se ne è anche lamentato talvolta con il Signore; è arrivato a dire: «Perché dormi, Signore? Perché taci? Svegliati, ascoltami, Signore». Ma la sua speranza è rimasta: ferma, incrollabile. A lui e a tutti gli speranti si può applicare quello che ha detto S. Paolo di Abramo: «credette sperando contro ogni speranza». Direte ancora: come può avvenire questo? Avviene, perché ci si attacca a tre verità: Dio è onnipotente, Dio mi ama immensamente, Dio è fedele alle promesse.
Ed è Lui, il Dio della misericordia, che accende in me la fiducia; per cui io non mi sento né solo, né inutile, né abbandonato, ma coinvolto in un destino di salvezza, che sboccherà un giorno nel Paradiso. Ho accennato ai Salmi. La stessa sicura fiducia vibra nei libri dei Santi. Vorrei che leggeste un’omelia tenuta da S. Agostino nel giorno di Pasqua sull’Alleluia.
“Il vero Alleluia” dice S. Agostino “lo canteremo in Paradiso. Quello sarà l’Alleluia dell’amore pieno. Questo, di adesso, è l’Alleluia dell’amore affamato, cioè della speranza”.

 

Da “Lettere a Malcolm” di Clive Staple Lewis

Da tanti dei suoi discorsi risulta evidente che Gesù Cristo aveva previsto da tempo la propria morte.

Affinché non mancasse alcuna delle prove che incombono sull’umanità, furono riversati su di Lui all’ultimo momento i tormenti della speranza, dell’incertezza, dell’ansia; la remota possibilità che dopotutto Egli potesse, e potesse ragionevolmente, sfuggire a quel supremo orrore. C’erano dei precedenti: Isacco era stato risparmiato, anche lui, all’ultimo momento, anche lui contro ogni apparente probabilità. Non era del tutto impossibile… e senza dubbio Egli aveva visto altri uomini crocifissi, uno spettacolo molto diverso da quello raffigurato nella maggior parte dei quadri e delle immagini religiose che conosciamo.
Ma se non fosse stato per quell’ultima, e fallace, speranza contro ogni speranza, e per il conseguente tumulto dell’animo, e il sudore di sangue, forse Egli non sarebbe stato del tutto uomo. Vivere in un mondo del tutto prevedibile non significa essere un uomo.

Non è forse vero che ogni fase della passione contiene qualche elemento comune alle sofferenze dell’umanità? Primo, la preghiera dell’angoscia, che non viene esaudita. Poi Egli si rivolge ai suoi amici. Sono addormentati, come i nostri, o come anche noi, spesso, oppure affaccendati, o lontani, oppure occupati. Poi si rivolge alla chiesa, la chiesa stessa che Egli ha fondato, ed essa lo condanna. Anche questo è un elemento caratteristico. In ogni chiesa, in ogni istituzione, c’è qualcosa che prima o poi si rivolta contro lo scopo stesso per il quale è stata creata. Ma in apparenza esiste un’altra possibilità: c’è lo stato, in questo caso lo stato romano. Accampa pretese di gran lunga inferiori a quelle delle autorità religiose ebraiche, ma proprio per questo svincolate dal fanatismo locale; è uno stato che si proclama equo, sia pure a un livello rozzo, mondano. Sì, ma solo finché questa linea di condotta è compatibile con l’opportunità politica e la ragion di stato. Allora si diventa una pedina in un gioco complicato; ciò nonostante, non è tutto perduto. Si può ancora fare appello al popolo, ai poveri e ai semplici che Egli ha benedetto, che Egli ha risanato, sfamato e ammaestrato, ai quali Egli stesso appartiene. Ma nel giro di una notte – e anche questo non è affatto insolito – si sono trasformati in una marmaglia omicida che chiede a gran voce il suo sangue. Allora non resta altro che Dio. E le ultime parole che Dio rivolge a Dio sono: “Perché mi hai abbandonato?”
Vedi bene come tutto ciò è caratteristico ed emblematico: la situazione umana rappresentata in tutta la sua complessità. Ecco che cosa significa essere un uomo: ogni fune si spezza quando l’afferri, ogni porta si chiude con un tonfo appena la raggiungi; sentirsi come la volpe alla fine dell’inseguimento, braccata da ogni parte.

A volte mi domando se abbiamo cominciato a comprendere quello che comporta il concetto stesso di creazione. Se Dio crea, vuole che qualcosa sia, senza che sia Lui stesso. Essere creato significa in un certo senso essere espulso e separato. E’ possibile che, più perfetta è la creatura, più violenta debba essere questa separazione? Sono i santi, non la gente comune, a sperimentare “la notte oscura”.

Come vedi mi comporto come uno dei consolatori di Giobbe. Anziché rischiarare la valle oscura nella quale sei sprofondato, non faccio che renderla più cupa; e tu sai perché. La tua oscurità ha riportato a galla la mia. Comunque, ripensandoci, non mi pento di ciò che ho scritto. Sono convinto che quello che tu e io possiamo veramente condividere in questo momento sia soltanto l’oscurità; condividerla fra noi e, ciò che più conta, con il nostro Maestro. Non ci troviamo su un sentiero non ancora battuto, ma anzi, sulla strada principale.

Beati voi

Link alle Letture della festa di tutti i Santi (1 novembre 2015)

Ap 7,2-4.9-14 Sal 23 1Gv 3,1-3 Mt 5,1-12

Commento alle Letture della festa di tutti i Santi (1 novembre 2015)

di Don Stefano Cascio

C’è una parola che torna tante volte in questo Vangelo: Beati.

Cosa vuol dire “beati”?

Uno si alza la mattina e lo vedi sorridente, e dici: “Oggi è allegro”. Però il giorno prima forse era triste, un poco nervoso, oggi è allegro.

Se invece chiedo a una persona che ha avuto una buona notizia, mi dirà: “Sono contento, ho avuto una buona notizia”.

Se chiedo ai genitori che cosa vogliono per il futuro dei loro figli mi dicono: “La felicità, l’importante è la felicità”.

Ecco, pensate, essere beati vuol dire ancora di più, di più di felicità.

Abbiamo sentito: allegro, contento, felice, beato.

In poche parole Gesù ci sta presentando qualcosa di straordinario, la beatitudine. E’ qualcosa che tutti vogliamo. Se vado dai vostri genitori e chiedo loro: “Cosa volete per i vostri figli?” mi dicono: “La felicità”, e io dico loro: “Guardate che oggi Gesù ci dice che c’è ancora di più, ci propone la beatitudine”.

Gesù oggi apre una finestra nella nostra vita.

Vi ricordate come abbiamo iniziato l’anno del catechismo? Con una lunga corda. E la nostra vita terrena era la parte corta rossa, e poi il resto era tutto bianco, e abbiamo detto che la parte bianca è la vita eterna, ma spesso noi ci occupiamo della vita terrena e ci dimentichiamo di tutta la vita che è iniziata quando siamo nati, e ci dimentichiamo che non moriremo mai più. E ci dimentichiamo che il nostro obiettivo, avevo detto quel giorno, era il Paradiso.

Oggi Gesù apre una finestra e ci chiede: “Volete vedere cosa c’è dentro il Paradiso?”

E cosa vediamo attraverso questa finestra?

I santi. I santi sono questi beati, e ciascuno di noi è chiamato a diventare santo.

I santi non sono solo le statue che vediamo un po’ dappertutto, e non sono solo dei superuomini o superdonne. I santi sono stati uomini e donne come voi, bambini come voi, che però un giorno hanno capito qual era l’obiettivo della loro vita: il Paradiso.

E’ molto importante sapere dove stiamo andando.

In queste settimane l’abbiamo detto più volte a voi genitori: è importante sapere dove stiamo andando, è la base dell’educazione, io non educo una persona senza sapere dove la voglio portare. Io devo sapere dove vado e questo richiede coerenza, richiede di sapere qual è l’obiettivo.

Oggi Gesù ci dice: “Eccolo l’obiettivo. E’ una cosa bella. Volete essere felici? Ancora di più, vi propongo la beatitudine”.

Guardate questi santi. Ecco perché oggi festeggiamo tutti i santi. Perché la Chiesa oggi ci fa ricordare qual è l’obiettivo della nostra vita, dove vogliamo andare.

Don Stefano si fa portare da un chierichetto un piatto di spaghetti e li fa assaggiare ai bambini seduti nei primi banchi.

Ieri sera ero a un compleanno. Quando sono tornato ho fatto un bel piatto di pasta, eccolo qua. Qualcuno lo vuole assaggiare? Ecco, prendete un pezzo. E’ gustoso? Ditemi un po’ se è gustoso? (Non dite sì solo perché l’ho fatto io, eh, dovete dire la verità).

No, non è gustoso. E sapete perché non è gustosa questa pasta? Perché io non ho messo il sale nell’acqua. Sapete che quando mamma o papà fanno un piatto di pasta fanno bollire l’acqua e mettono il sale nell’acqua, prima di mettere la pasta. Io invece ho fatto bollire l’acqua, poi ho buttato gli spaghetti numero 5, ho letto sulla confezione che la cottura doveva essere di 8 minuti, ed ecco qua il risultato.

Però se l’assaggiate non ha gusto, perché non ho messo il sale. Se io adesso metto il sale è la stessa cosa? No. Il sale deve essere messo prima.

Nella nostra vita (e questo è rivolto soprattutto ai vostri genitori per voi) è la stessa cosa: il sale dà gusto a tutto. Il sapere la meta dà quel gusto a tutto quello che farò nella vita, tutti gli atti avranno il colore necessario perché sono salato. Se io non metto il sale nella pasta, la pasta non ha gusto. Se io non so qual è la mia meta, la mia vita non ha più gusto.

Il problema qual è? E’ che siamo nella società (Papa Benedetto lo diceva sempre) del relativismo: tutto è uguale, faccio questo, il giorno dopo faccio quest’altro. Vado in chiesa la domenica, e poi nel mio lavoro, nella mia famiglia, nella mai vita affettiva faccio tutto il contrario di quello che il Signore mi ha insegnato.

Tutte le opinioni si equivalgono, tutte le scelte si equivalgono e quindi non so più dove andare.

Allora se io invece ho aperto la finestra e riesco a capire dove sto andando, questo mi aiuta poi nell’educazione dei miei figli, e mi aiuta a fare degli atti che vanno sempre nella stessa direzione, e questo andare sempre nella stessa direzione mi permette di arrivare alla meta prefissata.

Se perdo la meta, se tutto è relativo, allora mi perdo. Ma non mi perdo solo io, porto anche a perdersi chi ho intorno, e questo è il dramma della nostra società, e abbiamo delle generazioni fragili che non sanno più dove attaccarsi perché hanno perso la meta.

Allora riflettiamo bene su qual è la nostra meta, su dove voglio portare mio figlio o mia figlia, su dove voglio andare io, perché io sono il primo testimone, perché il bambino guarda me, non guarda qualcun altro.

Così che saprò portare avanti la barca della mia vita, verso quella meta che il Signore mi ha preparato: la beatitudine.

Amen

Coraggio! Àlzati, ti chiama!

Link alle Letture della XXX Domenica del tempo ordinario (Anno B)

Ger 31,7-9   Sal 125   Eb 5,1-6   Mc 10,46-52

Commento alle Letture della XXX Domenica del tempo ordinario (Anno B)

di Don Stefano Cascio

Dopo aver proclamato il Vangelo il sacerdote cerca di spiegarlo. E’ un po’ come il brano del Vangelo in cui, dopo la resurrezione del Signore, due discepoli andavano via da Gerusalemme tristi, perché Gesù era morto, e Gesù risorto (ma loro non lo riconoscono) si mette accanto a loro e cammina, e dice: “Ma perché voi siete così tristi?”. E loro: “Ma tu sei proprio un forestiero, ma non hai sentito quello che è successo a Gerusalemme? Noi pensavamo che dovesse diventare re e invece l’hanno crocifisso, torturato, è morto!” e Gesù dice: “Ma voi non avete capito niente”, e si mette a spiegare tutto partendo dai profeti, tutto quello che è l’Antico Testamento, e spiega che tutto preparava a questa venuta di Gesù e poi anche alla sua fine.

Il sacerdote è chiamato, durante la Messa, a fare la stessa cosa, aiutarvi a leggere e capire questo Vangelo, partendo dall’Antico Testamento, e poi capire come questo Vangelo è importante per noi oggi. Perché qualcuno potrebbe dire: “Vabbè ma è stato scritto 2000 anni fa, cosa ci serve a noi adesso?”. Invece ci rendiamo conto ogni volta che per noi il Vangelo è un insegnamento.

Perché oggi questo Vangelo è un insegnamento per noi?

Gesù sta camminando dritto verso Gerusalemme. Il Vangelo di Marco ci sta raccontando questo viaggio di Gesù verso Gerusalemme. E’ un viaggio geografico, nel senso che dice dove sta andando, sta partendo da Gerico, quindi noi potremmo seguire su una cartina della Palestina dove sta andando Gesù. Ma è anche un viaggio simbolico, Gesù sta camminando verso Gerusalemme, lui sa dove sta andando e perché sta andando lì, sta andando verso la croce e lui sa cosa sarà la sua fine, e ci sta andando con forza, risoluto, lo sa che deve andare lì, sta andando a dare la vita per noi, e ci sta andando.

Dietro di lui, ci dice il Vangelo, lo segue la folla, lo seguono i discepoli.

Possiamo pensare che anche noi siamo un po’ così, anche noi stiamo camminando verso quell’orizzonte, l’abbiamo detto nella nostra prima omelia quando abbiamo aperto l’oratorio alcune settimane fa, qual è il nostro obiettivo: vi ricordate la corda? Il pezzo rosso era la nostra vita terrena e tutto il resto è la vita eterna.

Allora noi lo sappiamo qual è il nostro obiettivo, il nostro obiettivo è la Gerusalemme Celeste, il nostro obiettivo è la vita eterna, è quel Paradiso che aspetta ciascuno di noi, noi sappiamo dove stiamo andando, stiamo camminando in quella direzione come Gesù in questo Vangelo.

Noi siamo la folla che segue Gesù, ecco cosa siamo. E in mezzo a noi c’è chi è cieco, chi è zoppo. Nella prima lettura abbiamo sentito che ci sono anche le partorienti, e le donne incinte. Ci sono ciechi, zoppi, partorienti e donne incinte, perché vengono citate queste persone? Perché sono quelli che nell’Esodo hanno più difficoltà a camminare, fanno più fatica.
Ma nella nostra assemblea partendo da me, non è così? Non ci sono momenti in cui non vediamo la presenza di Dio nella nostra vita? Non ci sono momenti in cui il cammino verso la vita eterna, seguendo Gesù, è difficile? Non ci sono momenti in cui faccio fatica a camminare, a seguire questa via che Lui mi mostra?

Allora quando io faccio fatica sono zoppo, quando non vedo dove vado, non capisco qual è il senso della vita, sono cieco. Vedete come il Vangelo allora non è qualcosa di 2000 anni fa, ma sta raccontando la nostra vita, sta raccontando quello che noi stiamo vivendo.

Noi siamo chiamati oggi a ritrovare la vista.

E come fa Bartimeo, questo cieco, a ritrovare la vista?

Grida.

Urla: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.

E’ molto importante quello che dice questo cieco.
Il cieco, una persona che aveva l’oscurità dentro di sé, non vedeva niente, che veniva rigettato perché era mendicante, (avete sentito, quando comincia a gridare gli dicono: “zitto, zitto”, nessuno lo vuole sentire), continua a gridare ancora più forte: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.

Lo sapete che dice qualcosa di essenziale? Lui dice: “Figlio di Davide”. Perché dice Figlio di Davide, lo sapete?

Perché lo riconosce come il Messia, il Messia doveva essere un discendente di Davide.

Allora è importante quello che sta dicendo il cieco, sta dicendo: “Tu sei il Messia, io ti riconosco, Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Lo riconosce, lo riconosce, e Gesù lo chiama.
Allora che gli sta intorno gli dice: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”
Come fanno per voi i sacerdoti, i catechisti, forse la vostra mamma, i vostri nonni, che vi dicono: “Forza, coraggio, alzati, ti chiama, Gesù ti chiama!”.

Noi tutti siamo chiamati a riconoscere il Messia, cioè chi è l’inviato di Dio per salvare ciascuno di noi.

E quando l’abbiamo riconosciuto, quando l’abbiamo trovato ci si aprono gli occhi, non siamo più ciechi, il nostro cuore si apre alla salvezza, al senso della vita, all’amore, cambia tutto!

Se ciascuno di noi avesse incontrato il Signore questo quartiere sarebbe completamente diverso, questa comunità cristiana sarebbe diversa. All’interno delle Parrocchie ci sono conflitti, gelosie, cattiverie. Perché tutto questo? Perché non abbiamo riconosciuto il Signore. Anche qui, nella nostra casa, siamo ciechi, zoppi, e ancora non abbiamo visto.

Cari amici, questo è il nostro cammino, ed è bellissimo, e spero di poterlo fare con voi, tutti insieme, perché è bello che una comunità si aiuti a camminare, e se sei zoppo, “Coraggio! Alzati, ti chiama!”.

Domani e dopodomani riceverete il Vangelo (si rivolge ai bambini del catechismo della Prima Comunione), così potrete venire al catechismo con il Vangelo.

Il Vangelo è lampada sui nostri passi. La parola di Dio ci illumina come ci ha illuminato questa mattina, per aiutarci a trovare il senso della vita. Ma il Vangelo non lo dobbiamo lasciare da parte, lo dobbiamo leggere, lo dobbiamo scoprire, perché ci aiuta a camminare. Così ci sentiremo anche noi dire: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”

Amen