Vittorio e Tommaso

di Anna Mazzitelli

è passato un mese da un momento molto surreale che è successo all’inizio del nuovo anno: nel giro di 10 giorni sono morti due uomini, a distanza di 10 giorni una dall’altro: due miei amici hanno perso i loro padri.

Un normale giovedì mattina stavo andando a scuola. Ero, come spesso accade, non proprio in ritardo, ma quasi. Per andare a scuola, ogni giorno passo davanti a una abitazione, dove vivono i genitori di un mio amico. Spesso suo padre, Vittorio, sostava nel cortile antistante la casa, seduto su una sedia, a veder passare il tempo e le persone. Aveva una chiacchierata da fare con tutti quelli che passavano, una parola per ognuno, un ricordo da condividere, una storia. Quella mattina ero abbastanza di fretta, e gli ho rivolto un veloce saluto da dietro la mascherina, pensando che sarei ripassata più tardi, tornando a casa, e avrei avuto un po’ di tempo in più per chiacchierare con lui.

Ogni volta che avevo tempo (quasi mai, purtroppo), mi fermavo volentieri a parlare con lui. Mi raccontava episodi successi durante la sua vita, fatti di persone del suo passato, dettagli del suo lavoro. Si lamentava degli acciacchi (aveva quasi 86 anni) e della moglie, e si faceva tutto serio quando io gli dicevo che lei era la sua fortuna, che aveva sposato una santa.

Condivido con Vittorio una cosa importante: anche lui, come me, ha avuto tre figli maschi, anche lui, come me, è sopravvissuto alla morte di uno di loro. Ogni tanto questo argomento usciva, nei nostri discorsi, e svelava il dolore non risolto, la mancanza, la nostalgia, l’idea che una cosa così non dovrebbe mai succedere, a prescindere dall’età delle persone coinvolte.

Una volta Vittorio mi raccontò una cosa che mi ritorna in mente spesso: lavorava come collaboratore scolastico in una scuola (mi disse anche quale, ma non l’ho memorizzato), e conosceva un tale, un professore. Diventarono amici. Per uno strano volere del destino quest’uomo era il proprietario di un campo a Vermicino, in cui c’era un pozzo, il pozzo in cui finì Alfredino Rampi, a giugno del 1981.

Oggi sembra strano, ma nell’81 vivevamo senza Facebook, senza Instagram, senza internet, senza whatsapp… Oggi sembra preistoria, ma nell’81 i fatti privati, le disgrazie, le tragedie delle persone, non finivano sugli schermi degli smartphone, e nemmeno in televisione.

Il caso di Alfredino Rampi fu uno dei primi – se non il primo – caso di cronaca che approdò nelle case degli italiani, attraverso il telegiornale. Gli sforzi per salvare il bambino, la sua voce che arrivava dal fondo del pozzo in cui calavano un microfono per farlo parlare con la mamma, le riprese delle squadre di soccorso, i dettagli tecnici delle strategie di salvataggio, il dramma dei genitori: tutto fu trasmesso. Io, che allora avevo appena compiuto 7 anni, guardavo da una TV in bianco e nero, una TV con il tubo catodico e con l’antenna appoggiata sopra, che andava girata per migliorare la ricezione del segnale.

Sembra fantascienza.

Il bambino non si salvò.

A Vermicino posero un monumento in suo onore, nel cortile della chiesa. Ci passo davanti ogni volta che percorro la Tuscolana, e ogni volta ci penso. Penso ad Alfredino, alla sua mamma.

Vittorio mi ha raccontato, quella volta, che il professore, il suo amico, aveva vissuto la tragedia del bambino caduto nel pozzo sul terreno di sua proprietà, e aveva vissuto l’incubo di vedere quella tragedia diventare la tragedia di tutti. Quell’uomo non si dava pace, raccontava a Vittorio che non immaginava che un bambino potesse andare a giocare nel suo campo. Dall’epoca dell’incidente conviveva con un terribile senso di colpa. La sua vita era stata spezzata dalle circostanze, assieme alla vita di Alfredino e della sua famiglia.

Vittorio mi raccontò che il professore non si riprese mai da quel dolore. Andò in pensione, a un certo punto, e subito dopo venne a trovarlo. Parlarono del bambino, del pozzo, del campo. Il professore era l’ombra di un uomo, divorato da una cosa di cui non era responsabile, ma della quale, in ogni caso, non si perdonava.

Passò il primo mese, il professore andò alla posta a ritirare la prima pensione. Tornò a casa. Morì lo stesso giorno.

Quel giovedì all’inizio di gennaio Vittorio si è spento. Ha fatto colazione, un’abbondante colazione, ha chiesto alla sua santa moglie cosa avrebbe preparato per pranzo, si è messo su una poltroncina, e si è addormentato.

Mi restano di lui le chiacchierate, il rammarico di non essermi fermata con più attenzione, quel giovedì mattina, e la lezione che mi ha dato raccontandomi la storia del suo amico professore: c’era un altro (almeno un altro) punto di vista, rispetto alla storia raccontata dal telegiornale, quarant’anni fa. C’è sempre un altro (almeno un altro) punto di vista. Anche quando sembra che sappiamo esattamente quali sono le pedine in gioco, è bene non sferrare giudizi, perché ci può essere qualcuno che è rimasto in secondo piano, qualcuno che sta soffrendo anche se non è sotto i riflettori, qualcuno che non viene tenuto in considerazione, e che ha la sua storia, la sua particolarissima e unica storia, che si intreccia ad altre forse più in vista, ma delle quali non è meno importante. Tutta Italia conosce il nome di Alfredino Rampi, nessuno conosce il nome del professore che era il proprietario del campo. Ma lui è esistito, e ha sofferto. Questo mi ha insegnato Vittorio.

Dieci giorni dopo, come in un film surreale, la mia amica, la nuora di Vittorio, mi dice che suo papà non sta bene, che dal giorno del funerale di Vittorio non si è ripreso, sembra depresso, non vuole alzarsi dal letto, non mangia, non prende le medicine. Anche lui ultraottantenne e pieno di acciacchi, muore di domenica mattina, tra l’incredulità di tutti.

Non conoscevo bene Tommaso, così si chiamava il papà della mia amica, come conoscevo Vittorio, ma nelle poche volte in cui mi era capitato di incontrarlo mi aveva colpito per il suo amore per la compagnia. Tommaso invitava a pranzare a casa sua chiunque incontrasse, Tommaso voleva accanto a sé le persone care, i suoi figli, i nipoti, Tommaso amava un buon bicchiere di vino, soprattutto se accompagnato da un brindisi condiviso.

Penso alla mia amica, alla sua generosità, alla sua bontà d’animo, alla sua capacità di accogliere. Penso a come è in grado di farmi sentire a casa, quando sono da lei, a come prepara la merenda per sua figlia e aggiunge un biscotto per me, alla sua sensibilità che non è sfacciata e prorompente ma non per questo meno sollecita e attenta.

E penso che per fare questa riuscita, oltre ai geni della sua mamma, devono aver influito anche i geni del suo papà, Tommaso.

Immagino il Paradiso, dopo l’arrivo di questi due uomini, uno dietro l’altro. Immagino il banchetto delle nozze del figlio del re (così è descritto il Regno dei Cieli da Gesù in persona): Tommaso accanto al maestro di tavola, che dà consigli sulle pietanze e alza sorridente il suo calice, Vittorio, con gli occhi pieni di lacrime di commozione, per aver finalmente riabbracciato suo figlio.

5 risposte a "Vittorio e Tommaso"

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  1. Quante lezioni di vita ci dai cara Anna! Grazie di condividere le tue esperienze e un grandissimo grazie di come ci rappresenti la nostra “futura Patria”.
    cp

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  2. Oggi sono stato al funerale di un carissimo Fratello, che fu anche mio catechista nella mia conversione adulta.
    Più anziano di me, padre di un altrettanto caro Fratello più giovane di me.

    Un vero “Abramo”, così io l’ho sempre visto, uno stuolo di figli e uno ancora più numeroso di nipoti, tutti, dico tutti, innestati e cresciuti nella Fede.

    Un uomo che assieme alla moglie (che in Cielo lo ha preceduto), ha prestato concreto servizio alla Chiesa per l’Evangelizzazione. Un uomo, un Fratello dal carattere non facile, ma un mite di cuore nel senso biblico di colui che si lascia guidare dal Signore senza ribellarsi.

    La stessa Famiglia, meno di una mese fa, ha dovuto salutare sino al Tempo che il Signore stabilirà, la “consuocera” di questo Fratello, una Sorella ancora molto attiva, preziosa, devota, anche lei vedova.

    Due gravi lutti per la loro Famiglia in un tempo così breve… eppure, questa Famiglia, testimonia pur nell’umano dolore del distacco, del senso della Vita e del senso della Fede, del senso del Credo:
    la comunione dei santi,
    la remissione dei peccati,
    la risurrezione della carne,
    la vita eterna.
    Amen.

    Cos’altro chiedere al Signore soprattutto in un tempo come questo?
    Morire in Grazia.
    Morire in casa propria.
    Morire circondati da coloro che abbiamo e ci hanno amati.

    Confortati dalla Chiesa e dall’Amore dei Fratelli.
    Uniti alla morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, con l’animo desideroso di incontrare Lui e “riabbracciare” finalmente chi ci ha preceduti, lasciando a chi resta una preziosa eredità.

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  3. Sì, Vittorio e Tommaso staranno banchettando lautamente. Avranno riacquistato la loro miglior forma e gli acciacchi terreni saranno solo un lontano ricordo.😁

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