Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.

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Solo sfiga o addirittura Grazia?

di Anna Mazzitelli

C’è questa giovane donna, ha 25 anni (sembra incredibile, la conosco da quando ne aveva due), e per Natale si è tagliata i capelli. Se li è tagliati a zero, perché le stavano cadendo per via della chemio, che ha iniziato da poco. (A proposito, pregate per lei).

Poi c’è questa signora, non so praticamente niente di lei, me ne hanno parlato come una persona forte e gentile. Insomma, è piena di metastasi (pregate anche per lei, grazie).

Poi c’è mio figlio, che è morto a causa di una malattia per la quale ha anche provato tanto dolore, e c’è Aurora, morta quattro anni prima di lui, e c’è la mamma di Aurora, che ogni volta che ci sentiamo mi dice che sta male.
E ci sono una sfilza di bambini che non voglio nominare, che hanno lottato, sofferto, e alla fine non ce l’hanno fatta.

E poi c’è il mondo dei più, dei grandi numeri, di quelli che stanno bene, per fortuna, e che conoscono certe cose solo per sentito dire, e forse per questo le vedono da una prospettiva che a me sembra quantomeno strana.

E tra questi ci sono i miei alunni, che al concerto pre-natalizio, che però si intitolava “Cantiamo la pace” perché nella scuola pubblica non si può nominare il Natale per non rischiare di offendere qualcuno, (tanto canzoni di Natale non ne hanno fatte, quindi a che scopo chiamarlo “concerto di Natale”?) cantano cose del tipo:

Quest’anno non mi va, caro Babbo Natale,
di scriverti una lettera che è sempre uguale,
di chieder figurine, giochi, play e costruzioni
e in cambio io mi impegno e studio, buone intenzioni…

e allora chiedono a Babbo Natale: vorrei sentire che…

…gli uomini cattivi con la guerra nei calzoni
hanno fatto un giuramento, venderanno panettoni,

e grazie alle ricerche degli scienziati
i mali incurabili son tutti debellati!

e ancora:

Io so che chiedo troppo e forse è tutta un’utopia
ma se non puoi far niente porta almeno l’allegria
se quando un bimbo piange, la gente resta zitta
ti prego porta un sacco di risate sulla slitta!

Ora, sinceramente, non è mia intenzione essere polemica. Sono stata al concerto, i bambini sono stati bravissimi e commoventi, si sono divertiti, e a me è piaciuto.

Ma non posso essere d’accordo sulle parole della canzone.
Malattia significa sofferenza, sofferenza fisica per chi è malato, sofferenza del cuore per chi gli sta accanto.
Far cantare a un bambino che desideriamo che Babbo Natale faccia scomparire le malattie potrebbe portarlo a pensare che la sofferenza è inutile, che chi soffre è solo uno sfigato, che la malattia è solo una cosa da evitare, che la morte, ah! La morte! Meglio non nominare certe parole!

Certamente il dolore e la malattia non vanno cercate, la ricerca scientifica deve progredire, molti passi dovranno essere ancora fatti per aiutare chi sta soffrendo. Ma la verità è che non tutto può essere fatto, non dall’uomo per lo meno. La verità è che malattie e dolore resteranno.

E allora abbiamo bisogno di dargli un senso.

Io ho combattuto per sei anni per salvare la vita di mio figlio, permettendo che venisse sottoposto a torture dolorose, non gli ho certo risparmiato la sofferenza, pur di cercare di risparmiargli la morte.

E non sono riuscita neppure a risparmiargli la morte.

Ho fallito su tutta la linea?

A stare alla canzone dei miei alunni, sì, sono la peggior sfigata, più sfigato di me c’è solo mio figlio, che, appunto, è pure morto.

Ma se invece non fosse tutto inutile? Non fosse solo sfiga? non fosse solo qualcosa da evitare a tutti i costi?

Se la giovane donna che si è tagliata i capelli a zero, e la signora piena di metastasi stessero soffrendo per una ragione?

Si dice che chi mette al mondo dei figli partecipa all’opera di creazione di Dio.
Allora, visto che Gesù Cristo ha scelto il dolore come mezzo per redimere il mondo, le persone che soffrono, soprattutto chi soffre di un dolore innocente, come quello di un bambino, non stanno forse partecipando all’opera di redenzione di Dio?

E allora si può considerare tutto questo inutile?

Io ho scommesso tutta la mia vita su questo, credo che il dolore che ha segnato le nostre vite abbia un senso, e che Filippo non abbia sofferto invano e non sia morto per sfiga, o perché Babbo Natale non aveva ancora fatto scoprire agli scienziati tutte le cure per tutte le malattie.

E anche noi, che ora soffriamo la sua mancanza, servirà a qualcosa tutto questo vuoto, tutto questo dolore?

E pensare che se un bimbo piange Babbo Natale deve portare un sacco di risate… quando mio figlio piangeva e, a un soffio dall’andarsene, mi chiedeva “mamma, quando mi passa tutto questo dolore?” le risate erano l’ultima cosa di cui avevamo bisogno entrambi.

L’unica cosa di cui ho bisogno è che qualcuno mi prenda per mano, mi guardi negli occhi e mi convinca che tutte quelle lacrime non sono state versate invano, che verranno raccolte, e che sono preziose, e che servono a qualcosa.

Gesù mio, è quasi Natale. Prenditi questo dolore, lo do a te, fanne qualcosa, fa che non sia inutile, ti prego! Trasformalo in Grazia.

 

 

Siete pietre vive

Paure, afflizioni, malattie. Chi di noi non è alla continua ricerca di sollievo da queste cose? Chi di noi non ha sperimentato la tentazione di vedere in esse solo una mala sorte che si accanisce contro di noi?
Queste cose sembrano voler ostacolare la “strada” verso la nostra felicità. Invece, per chi sceglie di affidarsi, paure, afflizioni e malattie, fanno parte di quella strada, sono quella strada. Perché la nostra felicità è un “progetto” grande, disegnato e realizzato da Colui che ci ama davvero.

Il nostro amico Mario ci segnala in proposito questa lettura.

Dalle lettere di san Pio da Pietrelcina, sacerdote
(Edizione 1994: II, 87-90, n. 8)

Pietre dell’eterno edificio

Con ripetuti colpi di salutare scalpello e con diligente ripulitura l’Artista divino vuole preparare le pietre con le quali costruire l’edificio eterno. Così canta la nostra tenerissima madre, la santa Chiesa Cattolica, nell’inno dell’ufficio della dedicazione della chiesa. E così è veramente.

Molto giustamente si può affermare che ogni anima destinata alla gloria eterna è costituita per innalzare l’edificio eterno. Un muratore che vuole edificare una casa innanzi tutto deve ben ripulire le pietre che vuole usare per la costruzione. Cosa che ottiene a colpi di martello e scalpello. Allo stesso modo si comporta il Padre celeste con le anime elette, che la somma sapienza e provvidenza fin dall’eternità ha destinate ad innalzare l’edificio eterno.

Dunque, l’anima destinata a regnare con Gesù Cristo nella gloria eterna deve essere ripulita a colpi di martello e di scalpello, di cui l’Artista divino si serve per preparare le pietre, cioè le anime elette. Ma quali sono questi colpi di martello e di scalpello? Sorella mia, sono le ombre, i timori, le tentazioni, le afflizioni di spirito e i tremori spirituali con qualche aroma di desolazione e anche il malessere fisico.

Ringraziate, quindi, l’infinita pietà dell’eterno Padre che tratta così la vostra anima perché destinata alla salvezza. Perché non gloriarsi di questo trattamento amoroso del più buono di tutti i padri? Aprite il cuore a questo celeste medico delle anime e abbandonatevi con piena fiducia tra le sue santissime braccia. Egli vi tratta come gli eletti, affinché seguiate Gesù da vicino sull’erta del Calvario. Io vedo con gioia e con vivissima commozione dell’animo come la grazia ha operato in voi.

Siate certi che tutto quello che ha sperimentato la vostra anima è stato disposto dal Signore. Non abbiate perciò timore di incorrere nel male e nell’offesa di Dio. Vi basti sapere che in tutto questo mai avete offeso il Signore, anzi che lui ne è rimasto ancor più glorificato.

Se questo tenerissimo Sposo si nasconde alla vostra anima non è perché, come pensate, voglia vendicarsi della vostra infedeltà, ma perché mette sempre più alla prova la vostra fedeltà e costanza e inoltre vi purifica da alcuni difetti, che non appaiono tali agli occhi carnali, cioè quei difetti e quelle colpe, dai quali neppure il giusto è esente. Nelle sacre pagine è infatti scritto: «Il giusto cade sette volte» (Pr 24, 16).

E credetemi che se non vi sapessi così afflitti, sarei meno contento, perché vedrei che il Signore vi dona meno gemme preziose… Scacciate come tentazioni i dubbi contrari… Scacciate anche i dubbi che riguardano il modo di essere della vostra vita, cioè che non ascoltate le ispirazioni divine e che resistete ai dolci inviti dello Sposo. Tutto questo non proviene da spirito buono, ma da spirito cattivo. Si tratta di arti diaboliche, che cercano di allontanarvi dalla perfezione o almeno di ritardare il vostro cammino verso di essa. Non vi perdete di coraggio!

Se Gesù si manifesta, ringraziatelo; se si nasconde, ringraziatelo ancora: sono scherzi di amore. Mi auguro che arriviate a spirare con Gesù sulla croce ed esclamare con Gesù: «Consummatum est» (Gv 19, 30).

Sguardo d’amore

INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
CON ALCUNI BAMBINI MALATI E I LORO FAMILIARI 

Cappella della Domus Sanctae Marthae
Venerdì, 29 maggio 2015

Buonasera a tutti.

Accomodatevi, accomodatevi.

Cominciamo con una preghiera al Signore (recita del Padre Nostro).

Quando, nella catechesi, ci hanno insegnato la Santissima Trinità, ci hanno detto che era un mistero: che sì, c’è il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, ma che capirlo tutto non si poteva. E’ vero, abbiamo le prove che è vero, ma capirlo è un’altra cosa. Le prove le abbiamo. Anche qui, se guardiamo Gesù, l’Eucaristia, in quel pezzo di pane c’è Gesù, è vero. Ma come è così? Non capiamo come possa… ma è vero, è Lui. E’ un mistero, diciamo. E così, se facciamo alcune altre domande della catechesi, non si possono spiegare profondamente, ma abbiamo le prove.

C’è anche una domanda la cui spiegazione non si impara nelle catechesi. E’ la domanda che tante volte io mi faccio, e tanti di voi, tanta gente si fa: “Perché soffrono i bambini?”. E non ci sono spiegazioni. Anche questo è un mistero. Soltanto guardo Dio e domando: “Ma perché?”. E guardando la Croce: “Perché Tuo figlio è lì? Perché?”. E’ il mistero della Croce.

Tante volte io penso alla Madonna, quando le hanno dato il corpo morto di suo Figlio, tutto ferito, sputato, insanguinato, sporco. E cosa ha fatto la Madonna? “Portatelo via?”. No, lo ha abbracciato, lo ha accarezzato. Anche la Madonna non capiva. Perché lei, in quel momento, ha ricordato quello che l’Angelo le aveva detto: “Egli sarà Re, sarà grande, sarà profeta…”; e dentro di sé, sicuramente, con quel corpo così ferito tra le braccia, con tanta sofferenza prima di morire, dentro di sé sicuramente avrebbe avuto voglia di dire all’Angelo: “Bugiardo! Io sono stata ingannata”. Anche lei non aveva risposte.

Quando i bambini crescono, arrivano a una certa età in cui non capiscono bene com’è il mondo, verso i due anni, più o meno. E cominciano a fare domande: “Papà, perché? Mamma, perché? Perché?”. E quando il papà o la mamma comincia a spiegare, non sentono. Hanno un altro “perché?”. “E perché quello?”. E loro non vogliono sentire la spiegazione. Soltanto, con questo “perché?”, attirano su di loro lo sguardo del papà e della mamma. Noi possiamo chiedere al Signore: “Ma Signore, perché? Perché i bambini soffrono? Perché questo bambino?”. Il Signore non ci dirà parole, ma sentiremo il Suo sguardo su di noi e questo ci darà forza.

Non abbiate paura di chiedere, anche di sfidare il Signore. “Perché?”. Forse non arriverà alcuna spiegazione, ma il Suo sguardo di Padre ti darà la forza per andare avanti. E ti darà anche quella cosa strana della quale ha parlato questo fratello nella sua doppia esperienza: un sentimento diverso, un sentimento strano [il Papa si riferisce alla testimonianza appena data dal papà di un bambino malato]. E forse questo sentimento di tenerezza verso il tuo bambino ammalato sarà la spiegazione, perché è lo sguardo del Padre. Non abbiate paura di chiedere a Dio: “Perché?”, sfidarlo: “Perché?”, sempre che siate con il cuore aperto a ricevere il Suo sguardo di Padre. L’unica spiegazione che potrà darti sarà: “Anche mio Figlio ha sofferto”. Ma quella è la spiegazione. La cosa più importante è lo sguardo. E la vostra forza è lì: lo sguardo amoroso del Padre.

“Ma Lei che è Vescovo – voi potete fare la domanda –, che ha studiato tanta teologia, non ha niente di più da dirci?”. No. La Trinità, l’Eucaristia, la grazia di Dio, la sofferenza dei bambini sono un mistero. E si può entrare nel mistero soltanto se il Padre ci guarda con amore. Io davvero non so cosa dirvi perché ho tanta ammirazione per la vostra fortezza, per il vostro coraggio. Tu hai detto che ti hanno consigliato l’aborto. Hai detto: “No, che venga, ha diritto a vivere”. Mai, mai si risolve un problema facendo fuori una persona. Mai. Questo è il regolamento dei mafiosi: “C’è un problema, facciamo fuori questo…”. Mai.

Io vi accompagno così come sono, come sento. E davvero io non sento una compassione momentanea, no. Io vi accompagno con il cuore in questa strada, che è una strada di coraggio, che è una strada di croce, ed anche una strada che a me fa bene, mi fa bene il vostro esempio. E vi ringrazio di essere così coraggiosi. Tante volte, nella mia vita, sono stato codardo, e il vostro esempio mi ha fatto bene, mi fa bene. Perché soffrono i bambini? E’ un mistero. Bisogna chiamare Dio come il bambino chiama il suo papà e dice: “Perché? Perché?”, attirare lo sguardo di Dio, che l’unica cosa che ci dirà è: “Guarda mio Figlio, anche Lui”.

Il fatto che in un mondo dove è tanto quotidiano vivere la cultura dello scarto, quello che non va bene si scarta, voi portate questa situazione così, mi permetto di dirlo – ma non voglio fare una lusinga, no, dal cuore lo dico – questo è eroicità. Voi siete dei piccoli eroi della vita. Io ho sentito tante volte la grande preoccupazione di papà e mamme come voi e sono sicuro che è la vostra: che [mio figlio] non rimanga solo nella vita, che [mia figlia] non rimanga sola nella vita. Forse è l’unica occasione nella quale i genitori chiedono al Signore di chiamare prima il figlio, perché non rimanga solo nella vita. E questo è amore.

Vi ringrazio del vostro esempio. Non so cosa dire di più, davvero, perché queste cose mi colpiscono tanto. Anche io non ho risposte. “Ma Lei è Papa, deve sapere tutto!”. No, su queste cose non ci sono risposte, soltanto lo sguardo del Padre. E poi, cosa faccio io? Prego, per voi, per questi bambini, per quel sentimento di gioia, di dolore, tutto mischiato, del quale ha parlato il nostro fratello. E il Signore sa consolare questo dolore in modo speciale. Che sia Lui a dare la consolazione giusta ad ognuno di voi, quella di cui avete bisogno.

Grazie della visita, grazie, grazie!

Il padre Joannis [Mons. Gaid, uno dei due segretari particolari del Papa, che ha accompagnato il gruppo], che è un po’ speciale, voi lo conoscete, m’ha dato un suggerimento, di raccontarvi una storia. Forse vi aiuterà a guardare il Signore. C’era un bambino che giocava. Il papà lo guardava dalla finestra del terzo piano e il bambino voleva muovere una pietra grande, ma non poteva, era molto pesante. Poi il bambino, intelligente, è andato a prendere uno strumento di ferro per muoverla e non poteva, poi ha chiamato i suoi compagni e voleva muoverla con i compagni, e non potevano perché era una pietra pesante. E loro volevano muoverla per giocare lì in quel posto e alla fine il papà che guardava dalla finestra è sceso, e con molta forza e con un attrezzo di ferro ha tirato via la pietra. E il bambino ha rimproverato il papà: “Ma papà, tu hai visto che io non ce la facevo?” – “Sì” – “E perché non sei venuto prima?” – “Perché non mi hai chiamato”.

Non dimenticare questo: chiamare il Signore. Lui saprà come verrà, quando verrà, e questa sarà la vostra consolazione. Pregate anche per me. Grazie.

Link originale del discorso.

Fonte foto: secoloditalia.it

Giacomo

di Anna Mazzitelli

Sabato e Domenica scorsi siamo stati con Giacomo e la sua famiglia.

Giacomo, il bimbo della prima preghiera di Filippo, il bimbo che a soli 7 mesi di vita si è ammalato di leucemia, che il 25 novembre scorso ha fatto il trapianto di midollo, che il 30 aprile ha compiuto 3 anni, e che purtroppo è di nuovo in recidiva, e i medici hanno detto alla sua famiglia che non c’è più niente da fare, se non accompagnarlo.

La sua mamma e il suo papà, che avevamo conosciuto a Monza durante il nostro “viaggio della speranza” nell’estate del 2013, volevano portarlo dal Papa, e tutte le strade sono state tentate per farglielo proprio incontrare, ma senza successo. Hanno però deciso lo stesso di venire a Roma, sabato scorso, e sono stati da noi.

Sono venuti in 5, lasciando a casa solo l’ultima nata, che ha 7 mesi, e hanno riempito la nostra casa e il nostro cuore di allegria.

Anche Francesco e Giovanni si sono subito trovati bene con loro, non ci sono state risse, pianti, litigi, ma solo tanto affetto e tanta familiarità, come se ci conoscessimo da una vita, e forse non è poi tanto strano.

Il fatto è che Giacomo, sarà il cortisone, sarà quello che ha passato, somiglia un sacco a Filippo, proprio fisicamente intendo, e la cosa più incredibile è che ha anche le stesse espressioni del viso, gli stessi atteggiamenti, fa le stesse smorfie. Mi sono ritrovata più volte, in quei giorni, a osservarlo e chiedermi cosa stesse pensando, perché quando se ne stava tranquillo sul suo passeggino immerso nei suoi pensieri era la copia esatta di mio figlio, sebbene con 5 anni di meno.

Giacomo, però, a differenza di Filippo, ti fa dei sorrisi che ti sciolgono il cuore, e gli si formano due fossette sulle guance che ti inducono a fare qualsiasi cosa per lui. Ed è furbo, il bimbo, sa di essere irresistibile, e usa questo potere senza vergogna.

Domenica mattina abbiamo fatto una visita a Filippo, e poi li abbiamo portati a Messa a Roma, nella nostra Parrocchia di adozione, dove molti pregano per lui senza nemmeno conoscerlo, eredità delle intenzioni di Filippo. Poi, dopo una bella colazione nelle salette dell’oratorio, siamo corsi a San Pietro per il Regina Coeli, e da lì abbiamo fatto una bellissima passeggiata al centro, abbiamo pranzato, camminato, preso il gelato, e quasi nessuno si è lamentato della fatica e del caldo.

Il momento dei saluti è stato un po’ triste, abbiamo passato due giorni come se fossimo fuori dal tempo e dalle preoccupazioni, ma poi è ricominciata la vita reale, e nessuno sa cosa succederà.

Ieri sera Chiara mi ha scritto questo messaggio, riferito ai giorni passati insieme:

Ho avvolto il pacchettino del catetere nel pezzo di pigiama di Filippo, l’ho fatto subito sabato sera quando me l’hai dato. Giacomo sabato era stanco. Domenica invece era tanto contento!

E in questi tre giorni a casa è davvero fiorito, è bellissimo, Anna, è sempre felice, è simpaticissimo!

Mia mamma è colpita da lui, ieri mi diceva: Roma l’ha fatto rinascere!

Oggi raccontavo tutto questo alla mia amica Stefi, e mi ha detto che anche lei lunedì sera (siamo usciti a mangiare una pizza con loro e altri amici: 6 adulti e 12 bambini!!) l’ha visto bellissimo, non ha smesso di giocare un minuto ed è stato tutto il tempo con i bambini mentre in genere si rabbuiva subito e iniziava a chiedere di andare a casa.

Io sono davvero contenta di essere venuta da voi, di essere venuta a trovare Filippo!

Chissà se ci sarà il miracolo della guarigione del midollo, intanto sono quattro giorni che il nostro bambino è come rinato e noi ce lo stiamo godendo come non mai!

Chiara, come me, crede fermamente nella possibilità di ricevere un miracolo, crede nella possibilità che suo figlio guarisca, e non smette un secondo di chiederlo.

Io sono con lei, l’ho fatto per Filippo, e ora lo sto facendo per Giacomo.

Ho bisogno di aiuto, di moltissime voci che si uniscano alla mia per smuovere il Cielo.

Filippo, lassù, vorrà pur fare qualcosa?

Per non lasciare nulla di intentato, domani sera andrò alla Visita alle Sette Chiese, il pellegrinaggio inventato da San Filippo Neri, portando con me l’intenzione per la guarigione di Giacomo. Chi ha scarpe buone e gambe allenate ci faccia un pensiero, più siamo a chiedere, meglio è.

Un sistema di riferimento cartesiano

di Stefano Bataloni

“Il bene può nascere anche dalle cose più oscure”.
Mi è successo di ascoltare questa battuta alcuni giorni fa in un telefilm di quelli fantasiosi, catastrofici, al limite dell’impossibile che sono in voga in questi anni; quel genere di telefilm che si vedono la sera per svagarsi un po’, per distrarsi, magari per dimenticare le fatiche e i patimenti del giorno. Eppure, anche in contesti alquanto irrealistici come quello di alcuni telefilm, certe cose riemergono, quelle che non puoi nascondere in nessun modo, e proprio nel bel mezzo di una sbornia di immagini e suoni improbabili ecco che arriva una frase del genere che ti riporta con i piedi per terra.

Perché è vero, anche dai momenti più oscuri nella nostra vita può nascerne qualcosa di positivo; dalle prove che ci capita di affrontare può scaturire un bene. Succede, che so, con un banale raffreddore che ti costringe a letto ma ti consente di leggere finalmente quel libro che attendeva da tempo sul tuo comodino; succede con una ruota dell’auto forata che ti fa andare a piedi in ufficio e magari ti da l’occasione di incontrare qualcuno che non vedevi da anni; succede con un esame all’università andato male che ti costringe a studiare e a comprendere meglio una materia. E può succedere anche con “prove” più grandi, come un licenziamento che magari ti fa scoprire quanto tempo per la famiglia sacrificavi a causa del tuo lavoro, o come un incidente stradale che ti costringe a rivalutare il senso e l’importanza della tua vita.

Probabilmente c’è anche un rapporto di proporzionalità tra la profondità del momento oscuro o della prova che viviamo e la grandezza del bene che può nascere da essi: più grande la prova, più grande il bene che se ne può ricevere. Ovviamente non è sempre facile o immediato comprendere quale bene ci riservano quei momenti, ma è possibile certamente.

La sensazione che ho avuto io poco dopo che Filippo aveva intrapreso la sua lotta contro la leucemia è stata quella di aver acquisito un “sistema di riferimento”, un punto sul quale appendere le mie valutazioni e i miei giudizi su me stesso, sulla mia vita e sulle cose che mi accadevano intorno. Prima di allora, la mia mente e il mio cuore erano come un piano completamente libero, in cui si muovevano in maniera caotica “entità” come il lavoro, l’amore, il valore del tempo, il ruolo delle persone intorno a me.

La malattia di Filippo, per usare un linguaggio “matematico”, ha tracciato su quel piano due assi cartesiani, un’ascissa e un’ordinata, un asse X e un asse Y e mi ha dato, finalmente, un sistema di riferimento. Attraverso di esso ho compreso rapidamente che sì, il lavoro è importante ma le sue coordinate individuano su quel piano un punto ben lontano dall’area di quelle cose per le quali sarei disposto a dare la vita; ho compreso che l’amore per un figlio non è nel quadrante dove pensavo che stesse, quello delle cose facili e immediate: ho compreso che l’amore vero per un figlio è nel quadrante delle cose che richiedono il sacrificio di se stessi, che richiedono la rinuncia a parte dei propri spazi e delle proprie aspettative per donare a lui anche un solo momento di felicità.

Grazie a quel sistema di riferimento cartesiano che la malattia di Filippo mi ha donato ho imparato a misurare la lunghezza delle giornate in ospedale e la brevità di quelle che si trascorrono al di fuori di lì, ma soprattutto mi ha dato modo di comprendere che è inutile rimuginare troppo sul passato, su quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto o fantasticare continuamente sul futuro, facendo programmi e progetti che solo Dio sa se potranno mai realizzarsi.

Su quel sistema di riferimento cartesiano ho potuto collocare molte cose: grazie a esso ho compreso anche che per alcuni bambini la vita è più semplice, più serena, più lunga rispetto a quella che è stata riservata a mio figlio ma anche che ci sono tanti bambini, tante famiglie che hanno avuto vicende ben peggiori della nostra; li abbiamo conosciuti questi bambini, esistono davvero quelli che ce la fanno a superare una malattia tremenda o che non la sperimenteranno mai (grazie a Dio) ma esistono anche quelli che si fermano molto prima. Esistono storie in cui la malattia ti da tempo di abituarti all’idea che tutto potrebbe finire male e altre storie in cui la malattia o un incidente ti privano di quel tempo così prezioso. Esistono famiglie che lasciano tutto e vengono nel nostro paese, anche da molto lontano, senza conoscere niente e nessuno, in cerca di cure e sono tornati a casa con una bara. Esistono bambini, in tutto il mondo, che non hanno alcuna possibilità di accesso alle cure che sono state riservate a Filippo, e muoiono lontano da qui, nel silenzio più assoluto.

Senza quei due assi di riferimento forse non avrei mai potuto apprezzare quante persone ci sono al mondo pronte a rimboccarsi le maniche per te che sei in difficoltà; mai avrei potuto apprezzare quell’inestimabile tesoro di carità e misericordia che alberga nelle persone: medici, assistenti, e sopratutto infermieri, che non solo fanno il loro lavoro ma dedicano una parte del loro cuore ai loro pazienti, alla loro lotta. Mai avrei apprezzato cosa significhi affidare senza remore, con assoluta fiducia, quanto c’è di più caro nella vita, il proprio figlio, nelle mani di qualcun altro.

A questo punto però ci si potrebbe domandare: ma servono davvero i momenti oscuri e le prove della vita per conoscere il Bene? Bisogna per forza attraversare qualche difficoltà per capirci qualcosa di noi stessi e della nostra vita? Cosa devo dirvi: secondo me sì. Certo, da soli, con le nostre uniche forze può essere molto più difficile; l’aiuto degli amici, di parenti, di una moglie o di un marito sono molto importanti, ma serve anche qualcos’altro, e comunque è pur sempre una fatica.

Per poter scoprire un bene più grande di fronte a un momento oscuro serve un aiuto dall’Alto, serve che Qualcun Altro ci dia quelle forze che da soli non troviamo. Poi serve che quel sistema di riferimento cartesiano, che in quei momenti ci viene improvvisamente donato, venga “appeso” ad un paletto robusto e ben piantato, sennò tutto si rimescola, tutto si sposta e non si capisce più dove sta il bene o dove il male. E a questo proposito, non so voi, ma io di paletti robusti e ben piantati migliori di Gesù Cristo non ne ho trovati.

Il mio orto degli ulivi

di Stefano Bataloni

Credo che prima o poi nella vita capiti a tutti di  entrare in un “orto degli ulivi”: in una situazione, in un luogo o in un tempo in cui si comincia a penare, si ha paura, si prova angoscia perché si sa che alla fine si andrà incontro ad un dolore o una sofferenza. Quasi mai capita di farlo di buon grado, anzi molto spesso ci si gira a largo; talvolta non si ha scelta.

Duemila anni fa però è accaduto che un Uomo vi sia entrato volontariamente, e da allora nulla è più stato come prima.

Io sono entrato nel mio orto degli ulivi la sera dell’11 agosto 2008.

La settimana che precedette quel giorno, Filippo non era stato bene: aveva avuto febbre, era sempre molto pallido, dormiva a lungo, mangiava pochissimo. Il 10 agosto eravamo stati, io e lui da soli, alla festa di San Lorenzo in una paese sulle rive del Lago di Bolsena ma lui era molto abbattuto, stava sul suo passeggino tenendo in mano un palloncino a forma di dinosauro e guardava con molto poco trasporto le persone del paese che andavano in processione dietro la statua del santo.
Il pomeriggio successivo, rientrato a Roma, accompagnato da mia madre, portai subito Filippo dalla pediatra la quale ci spedì subito al pronto soccorso. Le cose andarono così in fretta che non ci fu il tempo di portare con noi cibo e vestiti di ricambio come si fa normalmente con i bambini piccoli; Filippo arrivò in ospedale a piedi nudi.
L’attesa al pronto soccorso fu lunga e nel frattempo si fece notte; alla fine Filippo fu visitato e gli furono fatti dei prelievi di sangue. Il momento del prelievo fu drammatico e mi catapultò in un mondo che mai avrei pensato di conoscere fino ad allora: era ancora un bimbo piccolo, con piccole vene, il suo sangue era evidentemente troppo denso; per lo sforzo e per il pianto in breve le sue braccia e il suo volto si riempirono di petecchie.
Dopo alcune ore fui chiamato dalla dottoressa di turno, la quale si fece trovare accompagnata da altri medici (imparai col tempo che quello non è mai un buon segno) e mi parlò degli esiti degli esami. Mi disse che Filippo aveva una “leucosi”; pur avendo studiato un bel po’ di biologia lì per lì non capii proprio cosa volesse dire. La dottoressa poi mi spiegò che Filippo aveva troppi globuli bianchi nel sangue, quasi certamente si trattava di leucemia. Allora capii. Fu quello l’attimo in cui entrai nel mio orto degli ulivi.

Come si affronta una cosa così?
In quei momenti, quella sera, devo dire che il ricordo di Colui che per primo entrò volontariamente in quell’orto era piuttosto vago.

Ricordo però che dopo un po’ che avevo parlato con i medici, mentre ancora cercavo di prendere confidenza con quanto stava accadendo, mi ritrovai in una stanzetta del pronto soccorso in attesa di essere ricoverato in reparto, Filippo dormiva su un lettino, nella penombra; piangevo accanto a lui ma mi venne spontaneo dire: “Guardalo Signore, hai fatto un capolavoro. Sono stati 2 anni meravigliosi. Grazie.” Forse solo con la mente, non so dire se anche con il cuore, avevo già fatto mio quel “Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” che fu pronunciato duemila anni fa nel vero Orto degli Ulivi.

Dopo di quella sera la paura e l’angoscia per il dolore a cui pensavo sarei potuto andare incontro, con alti e bassi, non mi lasciarono più ma poi ci furono altri momenti importanti, altri passi verso la comprensione di come poter affrontare una prova così grande.

Eravamo tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, Filippo aveva già avuto una prima recidiva di malattia ed era andato incontro anche a un primo trapianto di midollo osseo. A novembre, la malattia era tornata di nuovo. Se le speranze di guarigione dopo il primo trapianto potevano ancora essere incoraggianti, dopo una seconda recidiva erano ridotte a veramente poca cosa. Io e Anna cademmo in uno sconforto che difficilmente può essere raccontato a parole, eravamo praticamente certi che Filippo non avrebbe avuto molte probabilità di vivere ancora a lungo. Ci aggrappammo comunque alla possibilità di sottoporlo ad un secondo trapianto di midollo, ma ricordo benissimo che affrontammo quel periodo praticamente “spompati”. Non c’era quasi più traccia di quell’abbandono quasi totale alla volontà di Dio che sembrava tanto forte in me quel 11 agosto del 2008.

Poi accadde qualcosa, subito dopo il trapianto Filippo ebbe una polmonite terribile, il polmone sinistro praticamente non funzionava; Filippo aveva fatto il trapianto il 31 gennaio, poi era comparsa la febbre. Il 9 febbraio la TAC aveva mostrato la polmonite, e i medici avevano dichiarato la situazione critica: era in aplasia totale e non aveva armi per combattere l’infezione. Filippo soffriva molto, assumeva 3-4 antibiotici diversi al giorno, il primario definiva quella situazione “silenzio respiratorio”. Ci fu un momento in cui sia io sia Anna fummo autorizzati a stargli vicino nella stanza sterile: per alcuni giorni, contro tutte le regole del reparto, dormimmo entrambi insieme a Filippo.

In quei giorni si strinsero intorno a noi tantissime persone, in moltissimi pregarono per noi e per Filippo e ricordo bene che alcuni chiesero apertamente a Dio il miracolo, che facesse guarire il nostro bambino da quella polmonite. Io rimasi colpito di fronte a tanto calore: nonostante la situazione fosse davvero critica, una situazione che in cuor mio non aveva alcuna speranza di risolversi per il meglio, c’era comunque qualcuno che non si arrendeva affatto e senza alcuna esitazione non si limitava solo a quel “Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”, come sostanzialmente stavo facendo io, ma chiedeva con forza che la vita di Filippo fosse risparmiata.

Il miracolo (almeno noi così l’abbiamo vissuto) avvenne.

Il 12 febbraio, la domenica della nevicata a Roma, Costanza Miriano portò un’immaginetta di Giovanni Paolo II con una reliquia di un suo vestito ad Anna (la reliquia arrivava addirittura dal Giappone). Pochi giorni dopo, ancora una volta infrangendo ogni regola del reparto trapianti, riuscimmo a far entrare nella stanza di Filippo un sacerdote, con una reliquia del sangue di Giovanni Paolo II, e un’amica. Ci fu un momento di raccoglimento e di preghiera; anche le infermiere di turno presero parte a quel momento. Dopo alcuni giorni Filippo era fuori pericolo.

Ma il miracolo più grande, oggi me ne rendo conto, fu che io compresi in quel momento che non dovevo più pregare solo con quel “…non come voglio io, ma come vuoi tu!” ma anche e con un convinto “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!”, esattamente come fece Gesù nel suo Orto degli Ulivi.

Forse troppo ingenuamente o superficialmente c’era stato il mio abbandono iniziale alla volontà di Dio; pensavo davvero di essere in grado di abbandonarmi in maniera così totale a quella volontà quando Gesù stesso, Dio in persona, di fronte alla sofferenza aveva chiesto di poterne essere liberato?

Scioccamente e per lungo tempo, credo di non aver pregato con convinzione per la guarigione di Filippo. Avrei forse dovuto rendermi conto che sebbene la sofferenza accompagni imprescindibilmente la nostra esistenza terrena, non possiamo non esserne ripugnati, non possiamo non essere ripugnati dalla malattia di un bambino o dalla sua morte. Non possiamo non chiedere di essere risparmiati dal dover bere quel calice. Forse solo dopo aver chiesto questo, possiamo davvero abbandonarci alla volontà di Dio.

E allora, come si affrontano le prove più dure della nostra vita?
Non penso affatto di poter dare risposte dal valore universale: sono entrato nell’orto degli ulivi che ha accompagnato la malattia di mio figlio e ora ne sono uscito, nessuno forse si salverà per questo. Ho capito però che senza la venuta di Gesù, duemila anni fa, senza il suo essersi offerto volontariamente di entrare in quell’Orto che poi lo ha portato alla Croce, attraverso la quale tutti noi siamo stati salvati, io non avrei avuto alcun appiglio, io non avrei avuto alcun esempio a cui potermi rifare, sarei stato senza alcuna guida.

Senza di Lui, quel 11 agosto 2008 non sarei entrato nel mio piccolo orto degli ulivi ma sarei certamente caduto in un baratro.