Ritornato bellissimo

di Anna Mazzitelli

Questo post, scritto un po’ di fretta prima di uscire per andare alla Veglia Pasquale, è dedicato a Giovanna.

Non so nemmeno se lo leggerà, ma io devo scrivere queste parole, per lei e per me.

Qualcuno dirà che sono capocciona perché sono del segno del toro, qualcuno che sono orgogliosa, sicuramente ho un caratteraccio e mi segno tutto, soprattutto le risposte non date, ed è per questo che oggi voglio dare a Giovanna una risposta che ho nel cuore da due anni e mezzo, e che non le ho dato al momento giusto, ma che continua a venirmi in mente, e ieri, durante la liturgia della croce, con prepotenza si è stampata nella mia testa, come a voler significare che era venuto il momento di tirarla fuori.

Qualche anno fa morì una bambina che noi conoscevamo, e che era in cura con Filippo ed Emma al San Camillo. Giovanna era (è) amica della sua mamma, e si parlarono appena dopo l’accaduto. La mamma di questa piccolina le raccontava che avevano riportato a casa A. per pochi giorni, dopo il tentativo del trapianto di midollo, che però non era andato molto bene, e la malattia già imperversava. Quel tornare a casa era stato un dono, una vera Grazia, diceva la mamma di A., perché la piccola aveva potuto passare le sue ultime ore in famiglia.
Dopo essere morta, aggiungeva, era finalmente tornata bellissima. La malattia, le medicine, il cortisone, il trapianto, l’avevano sfigurata, ma una volta morta A. aveva ripreso le sue fattezze, era tornata la bambina stupenda che era stata.

Questo racconto mi colpì tanto, e credo che colpì anche Giovanna, la quale, la sera prima della morte di Filippo venne a trovarci e lo vide, agonizzante, nel letto.

Il giorno dopo, quando Filippo era morto, parlai al telefono con Giovanna, la quale, riferendosi a quanto le aveva raccontato la mamma di A., mi chiese: “Ma Filippo non è ritornato bellissimo?”.

Io capii cosa volesse dire, e le risposi di no.
Filippo era gonfio di cortisone, sofferente e rigido. Una delle ultime cose che disse in quella settimana, nella nostra settimana santa, fu: “Mi sono immobilizzato”. Non riusciva più a muoversi.
Inoltre Giovanna mi faceva quella domanda perché Emma aveva detto che voleva venire a casa a vedere Filippo, e quindi voleva capire cosa doveva aspettarsi e come avrebbe dovuto preparare sua figlia.

Mentre pronunciavo la mia risposta, però, un’altra frase saliva dal mio cuore, e mi dispiace di aver aspettato due anni e mezzo per tirarla fuori, ma è quello che ho pensato in quel momento ed è quello che penso ancora. Ed è quello che ho vissuto ieri sera, in chiesa, guardando il nostro crocifisso a grandezza naturale messo in mezzo alla navata per essere adorato.

Filippo non era mai stato più bello.

Questo è quello che avrei voluto dire a Giovanna.

E quel Cristo pieno di sangue, tumefatto, ansimante, in fin di vita, me lo conferma.
Anche Lui non era mai stato così bello.

Santa Pasqua, Giovanna.
Santa Pasqua a tutti.

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Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.

Segni di Gesù

Lo scorso fine settimana io, Anna e i bambini siamo tornati in quel di Treviglio, cittadina in provincia di Bergamo. L’occasione che ci ha portato lì è stata la dedicazione della scuola dell’infanzia dell’Istituto Maria Immacolata di Bergamo (IMIBERG) al piccolo Giacomo Campagna, il nostro Giacomo, il bimbo della prima intenzione di preghiera di Filippo.

Siamo arrivati lì venerdì sera, dopo un rapido viaggio in treno e grazie ad un “passaggio in auto” generosamente offertoci dalla zia di Giacomo. Sabato mattina ci siamo recati presso l’Istituto IMIBERG e abbiamo assistito ad uno spettacolo teatrale messo in scena dai bambini della scuola dell’infanzia dal titolo “Il Grande Viaggio”. E’ stata la rappresentazione di un viaggio a tappe percorso in “treno”, in ricordo di una della passioni più grandi di Giacomo.

Dopo lo spettacolino, è stata scoperta la fotografia di Giacomo che era stata posta all’ingresso della scuola dell’infanzia così che da domani, ogni bambino che entrerà in quelle classi potrà vederla, ricordarsi di essere sotto la protezione di un “giovane santo” e, c’è da augurarselo, fare tesoro delle parole che sotto di essa sono riportate “L’importante nella vita non è fare qualcosa ma nascere e lasciarsi amare”.

Intorno a Chiara e Luca, i genitori di Giacomo, in occasione di questo evento si sono strette moltissime persone. L’emozione è stata grande e qualche lacrima ha rigato i volti di diversi tra noi presenti.

Domenica mattina siamo poi andati a messa con la famiglia di Giacomo e i loro amici. Siamo tornati per la seconda volta nella Basilica cittadina dedicata a San Martino, dopo esserci entrati per la prima volta nel giorno dell’ultimo saluto al piccolo Giacomo. Ancora una volta sono stato colpito dalla “ricchezza” della basilica e dal crocifisso che pende sopra il suo altare maggiore.

Soprattutto però sono rimasto colpito dalle parole del vangelo di Giovanni nella liturgia domenicale e vi ho trovato una straordinaria sintonia con quello che eravamo lì venuti a vivere.

Gesù che da risorto torna dai discepoli per donare la Pace, la Sua pace, quella vera, quella che riempie il cuore, quella che viene dopo la Sua croce, dopo che sia stata illuminata dalla luce dalla Sua resurrezione. La stessa pace che Chiara e Luca, dopo la “loro” croce stanno vivendo, una pace che non poteva venire da loro stessi ma che hanno avuto la grazia di riuscire ad accogliere da Gesù stesso.

E poi, il racconto dell’incredulità di Tommaso, che è il racconto della nostra stessa incredulità; perché anche noi, troppo spesso, abbiamo bisogno di “toccare con mano” per credere. Ma noi, attraverso il piccolo Giacomo abbiamo toccato con mano, abbiamo messo le “mani nel fianco” ferito, abbiamo visto il “segno dei chiodi” e abbiamo avuto la grazia di credere.

Sabato mattina, in quell’istituto scolastico di Bergamo, ho avuto la netta sensazione che fossimo tutti ai piedi di una croce, ai piedi di un innocente che ha sofferto, che è stato trafitto e piagato ma che vive ancora. Ho avuto la sensazione che la sua immagine innalzata, l’immagine di un bimbo che sorride e rasserena il cuore, come rasserena la Pace di Cristo, l’immagine di un bimbo bello, come è bello l’amore totale di Cristo, fosse lì soprattutto per indurci a pronunciare quello stesso “Mio Signore e mio Dio” che fu di Tommaso.

Domenica, durante la messa, al termine delle parole di Giovanni ho pensato che Giacomo, così come lo è il nostro Filippo e tanti e tanti altri, non sono altro che “segni di Gesù”, segni che non sono stati scritti nel Vangelo ma che ugualmente sono tali affinché noi crediamo che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiamo la vita nel suo nome.

La Croce Gloriosa

La Croce Gloriosa del Signore risorto
è l’albero della mia salvezza –
di esso mi nutro, di esso mi diletto,
nelle sue radici cresco,
nei suoi rami mi distendo,
la sua brezza mi feconda,
alla sua ombra ho posto la mia tenda.
Nella fame l’alimento,
nella sete la fontana,
nella nudità il vestimento.
Angusto sentiero, mia strada stretta,
scala di Giacobbe, letto di amore
dove ci ha sposato il Signore.
Nel timore la difesa,
nell’inciampo il sostegno,
nella vittoria la corona,
nella lotta Tu sei il premio,
Albero di vita eterna,
pilastro dell’universo,
ossatura della terra, la tua cima tocca il cielo,
e nelle tue braccia aperte
brilla l’Amore di Dio.

(Omelia attribuita a Melitone)

Croci grandi, croci piccole

Ieri è stata la Domenica delle Palme e inizio della Settimana Santa. Era anche la fine dell’inverno e il giorno in cui erano trascorsi 16 mesi esatti dal giorno in cui Filippo ci ha lasciati.

Tempo ne è passato da quando ci accingevamo a trascorre la Pasqua in ospedale, o da quando stavamo per uscirne avendo elargito il permesso, da parte dei dottori, di dare a Filippo un po’ cioccolata.

Nella messa della Passione di Cristo, ho riascoltato le parole

Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà.

…e sono ritornato con la mente a quei giorni in ospedale, quando con la paura e l’angoscia nel cuore, per le sorti di mio figlio, le ho rivolte al Padre Celeste; o anche allo scorso anno, quando ugualmente le ho pronunciate in cerca di aiuto dal Cielo, per affrontare il dolore di vivere questo periodo dell’anno senza di lui.

In tanti ci hanno ammirato, e forse ci ammirano ancora, per la fede con cui abbiamo “bevuto” quel calice, per come ci siamo rimessi alla Sua volontà. È stata dura, certamente, non è stata una passeggiata ma ora che molti mesi sono trascorsi mi ritrovo ancora a rivolgere a Dio quelle parole, e non è solo perché si sente forte la mancanza di Filippo.

Si potrebbe pensare che ormai le prove più dure siano alle spalle che non ci sia più un calice da bere. È invece no, c’è sempre in ogni giorno un momento in cui mi ribello alla mia croce, chiedo che sia allontanata da me, e devo dire con sincerità che oggi, per me, è più difficile dire quel “tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

Non so bene perché ma quando lottavo e penavo per la malattia di Filippo sembrava che avessi molte più forze, molte più energie: in gioco c’era la vita di mio figlio. Oggi, invece, che in gioco sembra esserci molto meno, le forze e le energie sono affievolite. Sarà forse, come dice Anna, che il Signore manda i panni secondo il freddo.

Per questo mi ritrovo a pensare che nella vita cosiddetta “ordinaria”, in fondo, la croce che si porta non è meno gravosa di quella che si porta quando si affrontano i momenti straordinari.

Mi guardo intorno e vedo tante persone con storie diverse, storie che definiremmo “normali”: c’è la mamma che si impegna ogni giorno per tenere unita la sua famiglia, attenta all’educazione dei suoi figli e a prendersi cura di suo marito; c’è il figlio che ce la mette tutta per essere vicino a sua madre negli ultimi anni della sua esistenza. C’è il padre di famiglia che si ritrova senza lavoro; ci sono i ragazzi in cerca del loro primo impiego; ci sono le famiglie che stentano ad arrivare a fine mese con i pochi soldi che guadagnano.

Poi ci sono anche storie un po’ meno “ordinarie”: c’è la mamma che ha tanti figli ma di cui uno “speciale” che richiede molte attenzioni e per il quale vive domandandosi quale futuro avrà un domani quando non potrà più prendersene cura; c’è la moglie che è stata lasciata dal marito e ha i ragazzi da crescere; ci sono le coppie che non riescono ad avere figli; ci sono uomini costretti a convivere con malattie degenerative per tutta la vita.

Tante storie nelle quali non si fatica a intravvedere un “calice” che si chiede di allontanare. Patimenti che se durassero un solo giorno sembrerebbero molto lievi ma che invece si ripetono per una vita intera. Dolori e sofferenze che ad un occhio esterno paiono trascurabili e invece come un tarlo rodono giorno dopo giorno il nostro cuore e la nostra mente.

Guardo a queste persone che vivono storie “comuni” e che vanno avanti con decisione e coraggio, sfruttando ogni loro capacità e talento per affrontare la durezza della loro croce e io, che pensavo di essere stato bravo ad attraversare l’oceano, mi sento un bambino che ha appena iniziato a nuotare.

Croci che sembrano piccole ma che invece richiedono, oggi mi è ancora più chiaro, altrettanta forza, fede e perseveranza per essere portate, rispetto alle croci che sembrano grandi.

A me pare evidente quindi che non vi siano croci grandi e croci piccole ma vi sia un’unica croce, quella che siamo chiamati a portare. Nessuno può portarla al posto nostro, ci appartiene e noi a lei dobbiamo rivolgerci. Tutte però si rifanno alla croce più importante, quella che proprio in questa settimana ci accingiamo a rivivere. E in ragione di questo, tutte, quindi, possono essere la strada per far cessare il nostro errare, per distruggere il nostro peccato, per seppellire il nostro uomo vecchio e per far nascere in noi l’uomo nuovo.

L’augurio, per questi giorni, è che sia vera pasqua di resurrezione per tutti. Me per primo.

Testimone della verità

di Stefano Bataloni

Bisogna essere delle persone particolarmente preparate per dare testimonianza alla verità? E’ proprio necessario aver fatto chissà quali studi per testimoniare la verità? Per testimoniare la verità occorre vivere la nostra vita da risorti: ma che vuol dire? E chi vive o ha vissuto la sua vita da risorto? Chi ci è riuscito? Posso riuscirci anche io?

Sono le domande che mi sono posto alcune sere fa ascoltando una catechesi nella mia parrocchia.

Il primo esempio di uomo, diceva il sacerdote, che ha vissuto la sua vita da risorto, naturalmente, è Cristo: lui per primo ha vinto la morte ed è tornato a vivere, e da tutti veniva considerato solo il figlio di un falegname. Ma anche i santi hanno vissuto da risorti, e non tutti erano dei “dottori della Chiesa”: hanno amato a tal punto Cristo da riuscire ad imitarlo, a farsi sua immagine di fronte agli uomini in maniera particolarmente fedele. A me è venuto in mente Giovanni Paolo II, negli ultimi anni della sua vita, quand’era così debole da non riuscire a stare in piedi, con le sue mani tremanti…questo non gli ha impedito di vivere da risorto, cioè di vivere come qualcuno che sa già che la morte non avrà l’ultima parola su di lui. E di esempi ce ne sarebbero tanti altri.

E io? Posso riuscirci anche io?
Beh, io sono quello che vede difficoltà dappertutto: cosa penseranno di me se faccio quella cosa? Cosa diranno di me se pronuncio quelle parole? Cosa mi faranno se agisco in quella  maniera? Cosa perderò se rinuncio a quell’oggetto?
Non mi preoccupo sempre di quale sarà l’opinione degli altri su di me? Non do sempre un grande peso a come gli altri mi vedono? Non mi circondo forse di oggetti e strumenti, ultimi ritrovati della tecnologia, convinto di trovare in essi la mia sicurezza? Non sono forse quello che non resiste a programmare ogni cosa nei minimi dettagli, temendo anche il più piccolo imprevisto?

Per dirla con le parole dell’evangelista Luca: non ho forse paura di “quelli che uccidono il corpo” (Lc 12,4)? Non riesco proprio a confidare nel fatto che “quelli che uccidono il corpo”, dopo di questo “non possono fare più nulla”. Non riesco, invece, ad aver paura di “colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettarci nella Geènna” (Lc 12,5). E questa paura diventa insormontabile nei momenti di difficoltà e di sofferenza!

È evidente che così non riuscirò a dare testimonianza alla verità: in preda a queste paure e insicurezze non potrò vivere da risorto, ma da morto. È evidente pure che invece proprio a questo sono chiamato, se sono davvero “cristiano”, cioè “di Cristo”.

Mi dimentico che mi è stato detto “io vi darò lingua e sapienza” (Lc 21,15) e “nemmeno un capello del vostro capo perirà” (Lc 21,18) o “due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia” e “non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri” (Mc 10,29) ma anche “non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12,11-12).

Non riesco a confidare in tutto ciò e lo dimentico con grande facilità, ma in verità, so bene, che alla base di questi miei limiti non c’è altro che il mio credere di potercela fare da solo, di non aver bisogno di Dio, di pensare di poter essere come Lui. In verità, so bene, che l’unico modo per riuscire a dare testimonianza alla verità e vivere da risorto, come ha fatto Cristo, come hanno fatto i santi occorre “rinnegare se stesso” e “prendere la propria croce ogni giorno”.

Prendere la propria croce ogni giorno, e seguire Cristo: ma come si fa? Non è mica facile abbracciare la propria croce. Seguire Cristo, poi. Essere innalzati su quella croce come lui! Chi può farcela? Addirittura, come dice San Paolo, si può essere lieti delle sofferenze che si sopportano tanto da completare nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24)?

Eppure cosa ha cambiato negli uomini la salita di Cristo sulla sua croce! Cosa hanno cambiato, negli uomini, i santi quando sono andati incontro al loro martirio! Quella loro testimonianza di verità, quel loro vivere da risorti, quel loro vivere come se la morte non avesse l’ultima parola…ha convertito molti, allora come oggi, ha cambiato tutto per noi uomini.

Rifletto e mi rendo conto di aver già visto in prima persona qualcuno vivere da risorto, anche nella sofferenza. Chi altri era il mio Filippo quando nel suo letto di ospedale, perlopiù inabile e inerme, continuava a sorridere e a chiedermi di giocare se non colui che viveva da risorto? O nel suo lettuccio, quando negli ultimi giorni il suo respiro era faticoso e le forze ormai non c’erano più continuava ad ascoltarmi mentre gli leggevo le sue storie preferite. Non era forse quello un vivere da risorto? Non era forse lui un testimone della verità?

Si, fu testimone della verità, per me. Tanto che poi io stesso, una sera, dopo essere tornato a casa, quando per lui non era più possibile alzarsi, non potei che inginocchiarmi ai piedi di quel suo letto come fossi ai piedi di una croce, tanto era chiaro che lui stesse completando nella sua carne quello che manca ai patimenti di Cristo.

Si, fu così chiara quella testimonianza che dopo la sua morte, io stesso sperimentai la vita da risorto, la vita di colui che ha piena consapevolezza che la morte non ha l’ultima parola, e non ci fu più dolore ma rendimento di grazie.

Si, è possibile anche per me vivere da risorto, lo so. Quella vita è in me, mi è stata donata. E allora, con l’aiuto di Dio, con tutte le paure e le insicurezze, devo prendere la mia croce, seguire Cristo, lasciare che Lui operi in me perché… “vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero.” (Gv, 21,25)

Bere il calice

di Anna Mazzitelli

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?» (Mc 10, 35-38).

Non voglio fare io la predica, l’ha fatta su questo brano del Vangelo Don Stefano domenica scorsa, e sempre suo è il commento (link al video) che bere il calice significa perdere la propria vita per poi ritrovarla, versare il proprio sangue come l’ha versato Gesù. Gesù è uno che prende parte delle nostre debolezze e noi siamo chiamati a fare la stessa cosa con le debolezze degli altri, anche se questo, la maggior parte delle volte, costa fatica. La logica di Gesù non è quella di dominare ma è quella di servire.

Ognuno ha il proprio calice da bere, ognuno deve portare una sofferenza, ognuno si troverà a un certo punto della sua vita davanti alla stessa scelta di Gesù nell’orto degli ulivi: chiederemo a Dio di allontanare la nostra croce o gli diremo “Sia fatta la tua volontà”?

Sappiamo che, grazie alla decisione presa da Gesù in quell’orto, la croce è diventata l’icona dell’amore, del dono, non è più uno strumento di morte ma è diventata albero della vita.

Sappiamo anche, quindi, che se vogliamo accogliere il Signore nella nostra vita, allora dobbiamo accogliere anche la croce che può arrivare. Il cammino del cristiano è cammino di sequela di Cristo, e questo cammino di sequela passerà anche dalla croce.

Durante la Messa il sacerdote ripete le parole che pronunciò Gesù stesso mentre benediceva il calice: “Questo è il calice del mio sangue, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”… Dopo la consacrazione il calice contiene il vino transustanziato in sangue di Gesù.

Il calice è colmo del sangue di Gesù. Gesù dice a Giacomo e Giovanni (e se li era appena portati sul monte a vedere la Trasfigurazione, quindi sicuramente non doveva essere un rimprovero o una provocazione, questa risposta) che devono bere il suo calice, devono dare anche loro il sangue come sta per fare lui, devono accogliere la croce.

Sembra che il cristiano debba solo soffrire. Sembra che per il cristiano ci sia solo una strada, quella della croce, e che questa strada significhi donare il proprio sangue, quindi sofferenza e dolore.

Durante il funerale di Filippo, il 21 novembre scorso, il coro ha cantato “Perché tu sei con me”, e qualche settimana dopo leggendo il testo delle strofe sui foglietti dei canti sono rimasta colpita, quasi ossessionata, da una frase (che ho anche fotografato):

Siedo alla tua tavola che mi hai preparato,
ed il calice è colmo per me
di quella linfa di felicità
che per amore hai versato.

Ma insomma cosa c’è dentro questo calice? “E’ colmo per me di quella linfa di felicità che per amore hai versato”, dice la canzone.

Hai versato il Tuo sangue per me, per far sì che io potessi sedere alla Tua tavola (=accogliere la tua croce?), e, bevendolo, essere felice. Felice. FELICE.

Inoltre, il Tuo calice è colmo per me, ma Tu non mi costringi affatto a berlo, sono io che posso scegliere se farlo. E, quando mi decido ad assaggiarlo, mi accorgo che ha il sapore della felicità.

Per fortuna lo Spirito Santo sa bene dove soffiare, e ci ha regalato Giovanni Paolo II, che con le sue parole mi fa capire che non sto dicendo eresie: “Non abbiate paura della croce di Cristo, è sorgente di ogni gioia e di ogni pace, era l’unico modo per Gesù di arrivare alla resurrezione e al trionfo, è l’unico modo per noi di partecipare alla sua vita, ora e sempre” (Nuova Zelanda, 22 novembre 1986).

Beviamola questa linfa di felicità che ha versato per noi, il suo calice ne è colmo!