Prima decade

di Anna Mazzitelli

10 novembre 2017

Questo post sarà composto da più di una parte.

Quando si è davanti a un problema complesso, una strategia risolutiva è dividerlo in più parti. Sembrerà di avere più problemi, allora, ma in realtà si spera che siano problemi più semplici.

E’ quello che sto cercando di fare con il mese di novembre, che se è possibile quest’anno si sta presentando più duro dei due precedenti.

Allora ho deciso di dividere il mio novembre in decadi, così il traguardo è più breve, e di fermarmi, dopo ognuna, per fare il punto della situazione.

“Tutto quello che non è offerto, è sprecato”. Questa è la parola che ho ricevuto stamattina. E giuro che ce la sto mettendo tutta per offrire questo dolore che mi sta divorando.

E lo sa chi mi vede la mattina, quando perfino davanti ai miei alunni devo fare uno sforzo per trattenere le lacrime, e lo sa chi viene suo malgrado tartassato di messaggi (avrà ben da offrire qualcosa anche lui, lo sto aiutando, no?), lo sanno i libri che leggo, che sono più del solito pieni di sottolineature, e i paesaggi che guardo, perché una cosa che mi dà conforto è guardare lontano, le mie montagne in fondo in fondo, che in questi giorni sono anche coperte di neve, che regalo.

E siccome di regali ne sto ricevendo tanti, voglio ringraziare, che è il primo passo per guardare fuori dal mio dolore e concentrarmi su quello che ho anziché su quello che mi manca.

Allora via:

I miei figli. E i loro amici Santi.

Don Paolo: oggi è il suo compleanno. Non ci sono parole per descrivere quale dono sia. E, con una pazienza infinita, risponde a tutti i messaggini pieni di punti interrogativi, anche se per rispondere deve andarsi a ristudiare qualcosa. Buon compleanno!

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Donatella e Domenico.

Tutte le persone che mi mandano messaggini mattutini di buona giornata, o messaggini serali di buonanotte. Ne ho salvati solo due, ma sono tanti di più.

Tutti i miei alunni, che con le loro frenesie, i loro disegni, i capricci, le uscite geniali, le gentilezze, riempiono le mie giornate, a volte pure troppo… (sono tutti in fila contro il muro non perché prossimi alla fucilazione, ma per un lavoro di geometria!)

La luce dell’alba, la luce dell’autunno, i colori che vedo con queste favolose lenti a contatto, i contorni delle foglie che si stagliano nel cielo, il panorama dalle finestre della mia aula, la neve, laggiù in fondo. Perché l’autunno è la stagione che preferisco, e da qualche anno, allo stesso tempo, quella che più temo. E’ una promessa, una promessa di quello che ci sarà dopo, una promessa di nuova vita, un passaggio, contemporaneamente doloroso e bellissimo, ed è esattamente lo specchio di quello che si agita nel mio cuore.

Gesù. Vivo, presente. Se vogliamo, a volte pure “ingombrante”, perché ci sono volte in cui mi piacerebbe starmene a piangere ricurva sul mio dolore e crogiolarmi in esso, ma appena ci provo sento questo dolore che prende un sapore diverso, e si fa dolce. E allora fa ancora più male, perché non è più possibile dire che non vorrei averlo, e capisco che non lo scambierei con niente al mondo, ma sempre dolore resta, e a volte non so proprio cosa farci.IMG_2249

I libri che leggo, pieni di segni a matita, le storie che raccontano, il sollievo-non sollievo che danno. Perché dicono la verità.

Le persone che ho conosciuto e con cui ho condiviso e condivido un modo di sentire, che anche senza frequentazione assidua ritrovo immutate ogni volta che ci si rivede, perché se un rapporto è stato vero lo è sempre.

E le nuove conoscenze, lo stupore nel sentirsi invitata a condividere qualcosa di grande, come sarà domattina, un battesimo inaspettato, o una frase che sembra buttata là per caso e invece nasconde altro, Altro.

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Il mio personale quarto mistero della gioia, il privilegio che ho di capire cosa significano le parole che Simeone ha detto a Maria, quel giorno, nel Tempio, privilegio che pesa quanto tutto il mondo, e che cerco di offrire per le intenzioni di quanti me lo chiedono.

L’eccomi di Maria, che ha fatto sì che il mondo possa recitare il Padre Nostro. (Per una persona in particolare, che chissà se leggerà: ci sto provando, ma per adesso sono ferma a “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, perché è pur sempre novembre, e ho bisogno di ricevere).IMG_2269

Le persone che frequento per vari motivi, e che poi spariscono da un giorno all’altro, per le situazioni della vita, e che lasciano un vuoto, tanto grande quanto è grande l’affetto provato, e che ancora una volta confermano questo mio miscuglio di emozioni, gioia e dolore terribilmente uniti, su cui sto lavorando, ma che per adesso si trasforma solo in lacrime.

… continua…

 

 

 

 

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Affondare

Sai Anna, ci sono due tipi di esperienza che i discepoli possono fare: la prima è quella di camminare sulle acque (o trascorrere indenni il mese di novembre), la seconda è quella per cui vale la pena vivere il dramma del mese di novembre, ovvero il contatto con quella mano che ti tira sù dal mare in tempesta.

E’ il contatto con quella mano, e non invece il non affondare, ciò che fa la differenza.

Gesù ripete al tuo cuore: “Coraggio, sono io, non temere”.

La differenza non la farà settembre, ottobre o novembre, ma il fatto che Lui c’è nel Tuo novembre.

Tu vorresti non barcollare, e non sai che l’esperienza più bella è quella che puoi fare proprio barcollando: la mano di Gesù in persona che ti sorregge.

Ci sono persone sante, nella mia vita.
Persone che rispondono alle mie richieste di aiuto, persone che pregano per me.
Persone che misteriosamente non attaccano il telefono quando le chiamo, e che anche se sanno che la mia domanda non ha risposta, cercano parole da donarmi, che possano alleviare il mio dolore.
So di non meritarle, ma ricorro a loro nei momenti in cui mi sento affondare. E sono come la carezza di Dio sul mio volto.
E ci tengo a dire che questa carezza la sento forte e chiara.
Anche a novembre.

Grazie.

Venite alla festa

di Anna Mazzitelli

Prendo in prestito alcune delle parole dell’omelia di domenica 15 ottobre di Padre Maurizio Botta, che mi aiutino a sciogliere il nodo che mi si è formato in gola domenica, parlando con un’amica.

Mesi che non la incontravo e che non avevo sue notizie, la promessa che mi avrebbe chiamato, mai mantenuta, il sentore che ci fosse qualcosa di importante da dire, il tempo che corre come un pazzo e non lascia briciole a nessuno.

Domenica scorsa, di punto in bianco, l’incontro.

Dopo la Messa, dopo questa meravigliosa parabola delle nozze del figlio del re, che sembrava fatta apposta per questo incontro, per questa situazione.

Ecco lo stralcio dell’omelia, quindi:

(…) L’uomo misteriosamente è abitato da questo impulso a trascendersi, a superarsi. Dico misteriosamente perché non basta assolutamente la fragile teoria dell’evoluzione a spiegare questo strabordante di più dell’uomo. L’uomo come diceva Leopardi manifesta nella noia il segno della sua intima grandezza e non trovando una festa adeguata si accontenta di una dipendenza, di una fuga narcotica, alcolica, stupefacente, sessuale. In generale l’uomo si incatena da solo scegliendo la sua dipendenza e la sua tristezza. (…)

Un re, che fece una festa di nozze per suo figlio…

Dio invita alla festa, alla festa per eccellenza. Un invitatore seriale che non può non invitare. Con così tanta insistenza e larghezza da correre il rischio di invitare gente indegna.

Indegnità non è morale, ci viene specificato, infatti, che ad essere invitati sono buoni e cattivi.

Indegnità è il disprezzo per questo invito. Il disprezzo, inteso come prezzare poco, ha due espressioni: “Non ci vado perché credo ci sia di meglio” oppure “Ci vado senza dare il mio meglio”.

Lasciare Dio a dire: “Non è venuto!” oppure andarci in tuta, disprezzando l’intimità. L’abito nuziale è la gratitudine.

L’ingrato è l’uomo senza abito. Senza umiltà, senza il capo chino di chi stupito e confuso ringrazia per un onore immeritato ed esorbitante. Senza questo atteggiamento non possiamo goderci la Festa più piena ed esaltante a cui si possa sognare di essere invitati. (…)

di Padre Maurizio Botta C.O.

Amica mia, quanto ci costa liberarci delle dipendenze perché è difficile trovare una festa adeguata, e una volta capito qual è quella festa, quanto ci costa cercare di avere l’abito giusto!

E’ fatica, è dolore, ma nel nostro cuore il seme del desiderio di Alto e di Perfetto c’è, anche se è più facile tenerlo buono e non dargli retta.

Ma c’è.

E quando decidiamo di seguirlo, di coinvolgerci completamente per raggiungerlo, accidenti che male! Non è possibile arrivare alla domenica di Pasqua senza essere passati per il venerdì Santo. Però il nostro cuore lo sa che è lì che dobbiamo andare, a dispetto di quanto possa fare male il percorso.

E’ la festa più piena ed esaltante a cui si possa sognare di essere invitati.

Allora mi si stringe la gola e non trovo parole, davanti a te che hai deciso di stravolgere la tua vita per seguire il tuo desiderio, la tua sete di assoluto, di infinito, che hai deciso di non accontentarti, e di attraversare il calvario, nella speranza di vedere finalmente quel sepolcro aperto e vuoto.

Mi inginocchio davanti alla tua vita e davanti ai tuoi occhi che riflettono dolore, ma cercano la luce.

E ho l’intima certezza che è la scelta giusta, quella che hai fatto, anche se lo dico sottovoce, perché capisco la profondità del tuo dolore, ma conosco anche le carezze di un Padre che lenisce questo dolore perché sa che è offerto a Lui, e che non lascia soli.

Hai ricevuto l’invito alla Sua festa, troverai l’abito più bello, e sarà ora di festeggiare. Ne sono convinta. Così come sono convinta che se avessi tentato di partecipare alla festa con l’abito sbagliato, non sarebbe stato lo stesso. Ti saresti trascinata avanti, ma nel tuo cuore sarebbe rimasto un vuoto e un desiderio non esaudito. E questo non ti avrebbe resa felice.

Non mollare questa certezza, tieniti aggrappata a lei. So che festeggerai.

Io prego per te, e ti regalo questa preghiera, scritta da Antoine de Saint-Exupéry:

“Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi…”

Sembra scritta per te.

L’ultimo pezzetto

di Anna Mazzitelli

Da quando l’ho fatto la prima volta, a maggio del 2015, il pellegrinaggio notturno delle sette chiese è diventato un’abitudine. Credo che sia un po’ una droga e io ne sono dipendente.

Se ripenso a quanta paura avevo -la prima volta- di non farcela, mi viene da sorridere. Perché, in effetti, si fa.

E’ lungo, sicuramente faticoso. Ma qualcosa ti aiuta, e si fa.

E poi, da quella volta, ho sempre avuto con me mio cognato Pietro, in rappresentanza della sua famiglia, e questo fa un po’ la differenza, perché quando sai di non essere solo, è tutto più facile.

Comunque una delle cose che avevo sentito dire su quel pellegrinaggio è che alla fine, quando si arriva a Santa Maria Maggiore, alle sette del mattino, dopo aver camminato tutta la notte, si può entrare in Basilica, e andare a pregare davanti alle reliquie della culla di Gesù Bambino lì custodite.

Mia sorella, che l’ha fatto 12 anni fa con Don Fabio Rosini, mi raccontava che arrivati lì Don Fabio esortava i pellegrini a chiedere una grazia a Dio. Diceva loro di spararla grossa, di puntare in alto, perché dopo tutta la fatica del pellegrinaggio non si può non essere ascoltati. E concludeva così: “Chiedete, e poi vi accorgerete del perché la gente torna a farla, quest’ammazzata… tornerete anche voi”.

E così, affidandomi, ogni volta che ho fatto il pellegrinaggio ho portato con me un’intenzione speciale da deporre davanti alla culla di Gesù, il sabato mattina.
Cinque pellegrinaggi, cinque intenzioni.

Non ho ricevuto miracoli, non è quello che sto raccontando, mi dispiace deludere.

Anzi, direi che le cose sono andate sempre in modo abbastanza differente da come io le ho chieste e da come me le sarei immaginate. E questo è perfettamente normale, perché Dio esiste, ma per fortuna vede più lontano di me.

Quello che posso testimoniare è che la sua mano, in tutte le situazioni che gli ho affidato davanti alla mangiatoia, si è fatta presente, con l’originalità e la fantasia che la contraddistingue, e le grazie sono piovute con abbondanza.

Ora, a maggio scorso ho partecipato all’ultimo pellegrinaggio.
Ma stavolta ho sbagliato scarpe.
La soletta di entrambe era talmente consumata che si è logorata e rotta presto, lungo la strada. Già a San Bartolomeo, sull’isola Tiberina (una delle prime tappe) avevo male a entrambi i piedi, ma non mi ero resa conto della gravità della situazione, che poteva solo peggiorare.

Ho tenuto duro, l’orgoglio, la testardaggine, l’importanza della mia missione erano tali che niente mi avrebbe fatto desistere, figuriamoci un po’ di mal di piedi.

E poi mio cognato mi sosteneva, pregava con me, e mi faceva ridere, non ero sola.

Come sempre è stata un’esperienza meravigliosa, però a un certo punto, già albeggiava, la situazione è diventata insostenibile.

Arrivati a San Lorenzo al Verano praticamente zoppicavo, e da lì a Piazzale Aldo Moro non riuscivo più a tenermi in piedi: continuando a camminare tutta la notte avevo strusciato la pianta del piede sui buchi nelle solette delle scarpe, mi si erano formate delle vesciche che poi, alla fine, si erano anche bucate, provocando un forte dolore e l’impossibilità di poggiare il piede a terra, entrambi i piedi.

Mancava così poco!

Dalla Sapienza a Santa Maria Maggiore, una mezzora al massimo, e poi una parte bellissima del pellegrinaggio, in cui si cantano le litanie dei Santi tutti assieme, camminando nella luce del giorno che si fa sempre più chiara…

Ma non ce l’ho fatta, ho deciso di fermarmi.

Avevo nel cuore la mia intenzione, e mi sentivo in colpa, come se quell’ultima mezzora di pellegrinaggio non offerta potesse precludere la possibilità di chiedere, di domandare…

Accidenti che scema che sono, ora sorrido, ma quella mattina mi sentivo davvero male per aver lasciato…

Quanto orgoglio, quanta presunzione, eppure dovrei averlo capito che noi ci mettiamo pure tutta la buona volontà, ma…

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno. (Sal 126)

Se ho ricevuto il mio miracolo, se Dio ha accolto la mia supplica e ha deciso di donarmi la sua Grazia, se stavolta l’ha fatto come la chiedevo io, o se ha in mente qualcosa di diverso, lo saprò solo col tempo, con tanto tempo.

Ma una cosa l’ho già ricevuta: la certezza che da Piazzale Aldo Moro alla settima chiesa, Santa Maria Maggiore, non ho camminato io, che nel frattempo ho preso un taxi con mio cognato e sono tornata a casa, ha camminato Lui.

E’ sempre Lui che fa l’ultimo pezzetto. Noi facciamo quello che possiamo, con le nostre forze umane e limitate. Il resto lo fa Lui, aggiusta il nostro cammino, e raggiunge l’obiettivo giusto, cui invano puntavamo cercando di destreggiarci malamente con le nostre misere possibilità.

Nulla è impossibile a Dio. Questo è quello che ho ricevuto quella mattina. Sono certa che l’ultimo pezzetto del mio pellegrinaggio l’abbia fatto Lui.

 

PS: il prossimo pellegrinaggio delle Sette Chiese sarà Venerdì 11 maggio 2018… chi viene con me?

I miei sentieri di ritorno

“La vita è fatta a scale”, dice un ben noto detto popolare, “a volte si scende, a volte si sale”, e si sa, la cultura popolare conserva in sé una profonda sapienza.

In effetti a tutti succede di trascorrere momenti felici e sereni, convinti di avere il proprio mondo sotto controllo, con la sensazione che tutto vada in discesa; e avere momenti tristi e agitati, convinti che il proprio mondo stia cadendo sotto i nostri occhi, con la sensazione che tutto sia in salita.

Guardo alla mia vita oggi e di saliscendi ne vedo tanti: cose e fatti banali spesso, ma anche qualche evento importante.

Da ragazzo ho frequentato con una certa passione e un buon profitto la scuola per tanti anni, coltivando belle amicizie e godendo della stima di amici e parenti; ma poi, all’inizio del liceo, ho perso completamente la testa appresso a due amici scapestrati e mi sono ritrovato a prendere insufficienze in quasi tutte le materie, a subire lavate di capo perché non studiavo ed ero sempre in giro a far danni.

Da adolescente ho immaginato la mia famiglia unita per sempre: mamma, papà, io, mia sorella tutti sotto lo stesso tetto, forse non pienamente felici ma sereni; poi papà è andato a vivere altrove e io sono diventato l’uomo di casa che doveva raccogliere i cocci.

All’università ho iniziato con entusiasmo, assieme a tanti amici, la facoltà di ingegneria, sognando un lavoro importante e ben remunerato ma dopo due anni ho capito che la mia strada era un’altra.

È arrivato il momento di mettere su famiglia, ci sono riuscito e l’ho fatto così bene come mai avrei immaginato quando ero ragazzo. Ho sperato di poter andare a vivere vicino casa di mia madre ma mi sono ritrovato a chilometri e chilometri di distanza, senza che lei sapesse guidare l’auto, senza riuscire a starle vicino ogni volta che volevo.

Ho sperato di costruire un bel rapporto con mia sorella, di trascorrere i nostri anni essendo sostegno l’uno per l’altra, di vedere un giorno giocare serenamente i nostri figli tutti insieme, ma per lunghi periodi io e lei non ci siamo quasi parlati e ancora oggi non va molto meglio.

Ho desiderato con tutto il cuore un figlio, l’ho avuto, era meraviglioso, perfetto; l’ho coccolato, lavato, accudito, gli ho letto libri, ho giocato con lui e ho scoperto l’Amore più grande e più vero, l’Amore totale che non ti aspetti possa uscire dal tuo cuore. Con lui, malato, mi sono ritrovato solo in ospedale, in una notte in cui tutto sembrava perduto, con mia moglie ricoverata nel padiglione ospedaliero accanto, con una minaccia d’aborto. E poi sono tornato a casa con due bambini e una moglie meravigliosa e ho vissuto con loro i giorni più belli della mia vita.

Ho visto la vita di quel figlio malato lasciare il suo corpo mentre gli tenevo le mani; ho versato lacrime per giorni e poi ho ringraziato Dio per ogni singolo istante che mi aveva concesso accanto a quel mio figlio, sentendo di non poter dare senso alla mia vita senza anche uno solo di quegli istanti.

Ho lavorato tanti anni senza un posto fisso, per alcuni mesi sono anche rimasto senza impiego, con due figli da crescere, sentendomi incapace di dare loro l’esempio di un padre che manda avanti la famiglia, ma poi è arrivata la vittoria in un concorso pubblico e ora sono stimato e apprezzato per le mie capacità.

Ho creduto di non riuscire mai a superare la paura di salire su una montagna e ora non riesco a trovare un’attività che potrei fare con maggior passione.

Ho desiderato una casa ordinata, curata, elegante, ben arredata mentre vivo in una casa, seppur grande e bella, in cui non ci sono due mobili che si abbinano tra loro e il disordine, il più delle volte regna sovrano.

Ho acquistato ogni più sofisticato (e costoso) ritrovato di tecnologia, ogni gadget o arnese, gloriandomi della loro efficacia e potenza, scoprendo alla fine che non ne avevo davvero bisogno.

Quanti gradini scesi con euforia e quanti gradini saliti con fatica. Quanti voli pindarici con la fantasia e quante cadute sulla realtà concreta. Quanti premi per cui esultare e quanti rospi da ingoiare. Nulla di così straordinario, certo, una vita come quella di tanti altri.

Se da un lato mi riesce facile ringraziare Dio per tutte le grazie e i doni che mi concede, per tutte le occasioni in cui permette che la vita mi sorrida, dall’altro mi riesce altrettanto facile percepire la bruciante sconfitta di certi “no” che la vita mi riserva o soffrire per il mio orgoglio ferito.

Don Luigi, un bravo e giovane sacerdote, uno tra quelli che hanno celebrato i funerali dei loro ragazzi morti sotto i tetti crollati per il terremoto, uno che se ne intende quindi, con una bella espressione, chiama questi no dei “sentieri di ritorno: momenti in cui te ne torni a casa frustrato e con la coda tra le gambe.

Eppure, lui dice, questi sentieri aprono la strada al nostro io più profondo, al nostro essere più autentico, “esperienze di autenticità” li definisce. Ogni no e ogni delusione non fanno altro che strappar via da noi qualcosa di inutile e superficiale, che non serve, che non è davvero nostro, una vera e propria zavorra, portando alla luce le nostre vere ricchezze; tolte via le sovrastrutture che col tempo vi abbiamo depositato quello che resta di noi è oro puro.

Oggi, sento proprio su uno di quei sentieri di ritorno, sono alla ricerca del mio oro. Medito, allora, queste parole, citate proprio da Don Luigi e tratte da “Diario di un Dolore” di Clive Staple Lewis:

Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. E’ piuttosto una chiamata in giudizio, dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici. Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù.

Comprendo che proprio in questi momenti opera grandemente l’Amore di Dio: attraverso di essi Egli compie quel lavoro paziente e misericordioso, fatto talvolta di picconate ben assestate e spesso di fini movimenti di cesello che ha l’unico scopo di portare alla luce la mia autenticità, la mia qualità. E allora ringrazio per tutti i sentieri di ritorno che ho percorso finora.

Lui il mio Salvatore

di Mario Barbieri

Stavo in quella notte
le braccia inchiodate di fatica
la mente trafitta da vuote parole
il cuore schiantato dal dolore

Un bimbo mi hai donato
perché lo potessi crescere
perché lo potessi ascoltare
perché lo potessi amare

Lui che già mi amò
con tutte le Sue forze
con tutta la Sua mente
con tutto il Suo cuore

Lui il mio Salvatore

Il cuore trafitto dalla gioia

L’ho appena letto su facebook, lei lo ha appena pubblicato, e io lo condivido qui per non perderlo, perché lei pubblica in continuazione, e poi le cose non si trovano più, nei meandri delle bacheche. 
Lo condivido perché parla di noi, perché in mezzo pomeriggio lei ci ha guardati, ci ha capiti, e poi ci ha stregati.
Lo condivido perché quando ieri, durante l’incontro-dialogo che c’è stato, lei ha detto che la festa delle mamme e i papà che hanno perso il loro bambino dovrebbe essere il 2 febbraio, non potevo credere alle mie orecchie, perché il 2 febbraio è il giorno in cui io e Stefano ci siamo sposati.
Lo condivido perché ne condivido ogni virgola.

Anna

di Silvana De Mari

Io dico ai ragazzi: sposatevi, amatevi, sostenetevi e abbiate dei figli non solo per evitare la scomparsa della civiltà cui appartengo e che amo, ma perché è bello.
L’armonia familiare è il paradiso in terra.
L’amore coniugale è basato sul perdono e sull’accoglienza, un perdono continuo quel giorno che era nervoso e forse è stato svalutante, quel giorno in cui gli ho distrutto la macchina e non ha fiatato.

E poi l’amore coniugale, quando funziona, diventa un amore totale.

Io e Claudio siamo altrimenti giovani, diversamente magri e altrimenti prestanti, ma noi ci amiamo così.
Finalmente ho realizzato il sogno di ogni essere umano, essere amata per quello che sono. Posso avere le occhiaie, oggi sto vomitando (influenza, capita anche ai migliori) ma lui è qui vicino a me, che spreme arance.

Mio Dio l’amore coniugale, che dono.

Sposate un uomo perbene, un uomo che per voi sia disposto a morire, che faccia il Sahara a piedi per portarvi mezzo bicchier d’acqua e tenetevelo stretto, anche se ha un carattere burbero, spesso gli uomini perbene ce l’hanno, non mollate, un matrimonio è come un giardino, da potare, dare acqua e levare le erbacce.

Noi siamo le fondamenta.

Ieri a Roma ho visto delle famiglie meravigliose, colpite dalla folgore.
Dove c’è il dolore, là il terreno è sacro.

L’80% delle famiglie dove un figlio ha un cancro si sfascia, ma questo non succede se l’amore è talmente forte che la disperazione di averlo perso è più piccola della gratitudine a Dio di averlo avuto.

Mio Dio, che famiglie, i fratellini che hanno perso i fratellini, le madri che hanno perso il bimbo, il padre rimasto orfano di suo figlio.

La festa (è una festa, certo, ieri abbiamo riso come dei matti , grazie anche ai comici camici, abbiamo riso perché la vita è magnifica) delle mamme che hanno perso il loro bambino, di padri che ne sono rimasti orfani dovrebbe essere il due febbraio, Candelora, quando tutte le candele sono accese e si ricorda la presentazione di Gesù al Tempio, quando viene detto alla Madonna “una spada ti trafiggerà il cuore”.

Ieri ho visto madri e padri con il cuore trafitto dalla gioia.