Storia di un bambino che (non) è morto

La mia “amica di penna” mi ha mandato questo racconto, scritto da lei, che contiene le sue riflessioni sul significato della vita. E sulla paura della morte. Beh, eccolo qua. 

di Caterina Graziosi

Un giorno quel bambino morì. Non se ne accorse subito. La prima cosa di cui si accorse fu che il dolore improvvisamente smise di stringere il suo corpo. Pensò: meno male, non ne potevo più. 

Poi cambiò la prospettiva. Vide tutto dall’alto, vide se stesso e vide il suo corpo, ma non si sentì affatto triste. Il suo corpo era come un vestito, un vestito che aveva molto amato, e che amava ancora, gli faceva tenerezza come quel costume di spiderman che non gli andava più bene, ma che -ora se ne rendeva conto- gli era sempre stato stretto. 

Poi vide la mamma, il papà, i suoi fratelli, li vide da diverse angolazioni contemporaneamente, dall’alto e anche di fronte, guardandoli bene negli occhi, e sentì di volere loro molto bene e sentì anche il loro amore per lui, voleva quasi restare, ma dietro le sue spalle qualcosa lo costringeva a voltarsi. 

Il bambino li guardò, ma non come un addio. 

E pensò (o disse, ma non c’era differenza) -perché siete tristi, dovete essere felici, perché in effetti io mi sento benissimo, non sono mai stato meglio.- e poi dovette proprio girarsi, e vide una bella luce aperta. 

Cioè, era una luce, ma era anche un passaggio, in invito talmente allettante, e contemporaneamente molto, molto famigliare. Gli sembrava proprio di averla già fatta quella strada, più ci volava dentro, più gli pareva di tornare a casa. E poi, pensò, era fantastico volare in quel modo. 

Ed era tutto molto più vero. Più realistico, ripensando alla vita di prima, quella sì che sembrava sbiadita. Non brutta. Ma come se fosse stata meno viva. Mentre ci volava dentro vedeva che in fondo c’era una luce, ma che non faceva male agli occhi come quando guardava il sole, e poi c’era questo vento tiepido che accarezzava ogni parte di lui. Gli venne un dubbio. Si guardò le mani, le aveva ancora? Le mani c’erano, ma erano come una traccia di luminosità. Intanto quel vento lo portava verso la luce e infine si fermò. 

La luce splendeva nelle tenebre. Nonostante fosse la luce più potente e viva che avesse visto, intorno c’erano le tenebre. 

Il bambino era molto eletrizzato. In effetti non aveva mai pensato che fosse morto. Visto che non si era mai sentito più vivo di così. 

Cominciò a sentirsi molto curioso. Aveva una gran voglia di giocare e divertirsi. Appena si formò questo pensiero, che era quasi come una voce, la luce rispose. Quella luce era molto divertita pure lei. Era ironica. Era anche un po’ bambina. Sembrava aspettasse che il bambino si scatenasse e iniziasse a giocare. 

Il bambino sentì qualcosa di infinito che lo riempiva, come fosse stato un palloncino, e quella cosa non poteva essere che amore, ma neppure il giorno di compleanno si era sentito così amato e voluto. 

Così cominciò a volare, a fare le capriole nel vuoto, ma non era vuoto. Si accorse che era lo spazio infinito. Vide tutto. Le stelle, le nebulose, infiniti pianeti e soli, bastava pensarlo, e immediatamente vi penetrava dentro, li attraversava e si accorse che tutto era formato da una sola sostanza, e quella sostanza era l’amore, la stessa di cui era fatto lui, la differenza era che lui aveva una identità ed era amato “meglio”, e interamente, e si accorse che non avrebbe mai fatto una cosa abbastanza brutta perché quell’amore venisse a mancare. 

Pensa te, tutti questi scienziati che si scervellano per capirci qualcosa, ma è tutto così semplice.

 Gli apparve tutto molto ovvio, la creazione, il tempo, il mondo, l’uomo. Era come se vedesse le cose da un punto di vista diverso. 

Nonostante gli sembrasse che in un tempo lunghissimo e anche brevissimo avesse esplorato tutto l’universo, ovunque si girasse, la luce era sempre di fronte a lui. 

Il bambino in quel momento capì che la vita terrena per lui era finita. Lo capì senza tristezza. 

Lo capì come una cosa che doveva essere compiuta e quindi che lui stesso aveva raggiunto la pienezza.

Allora la luce gli chiese se voleva guardare, e il bambino disse sì. 

Era un sì che risuonò come un eco musicale in tutto il cosmo. 

E vide la sua vita. Vide ogni cosa, anche le cose brutte che aveva fatto, pure quella volta che aveva rotto apposta il regalo di compleanno di suo fratello perché era geloso, ma non glie l’aveva mai detto. Però vide che, come in un film, veniva messa in risalto esageratamente ogni piccolissima azione d’amore. Era come se la luce volesse fargli vedere che ogni atto d’amore valeva 1000 volte di più di ogni dispetto. Quel giorno in cui aveva aiutato suo fratello a scrivere. Quando gli aveva fatto bere l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Quando aveva apparecchiato la tavola senza che la mamma glie lo chiedesse. 

Il bambino si sentiva come il cocchino della maestra a cui si dà 10 anche se merita 7 e mezzo. Ma per la Luce, sembrava che fosse un successone. Il bambino non era scemo, era andato a catechismo, i suoi genitori glie ne avevano sempre parlato, e sapeva benissimo che quella luce era Dio. Si sentiva molto sicuro perché era talmente riempito di amore, che non aveva paura di niente. 

Era morto (sempre che questa parola abbia significato), e non aveva avuto paura un solo secondo.

E così volle fare delle domande. E appena si formavano nella sua testa, la risposta della luce si formava direttamente nella sua mente. Dio rispondeva sempre chiamandolo per nome, e ogni volta il bambino rabbrividiva di piacere a sentire pronunciato da Lui il suo nome.

Perché hai creato l’universo?

Perché l’amore non può che creare

E perché hai creato l’uomo?

Perché volevo una creatura che fosse come me, perché l’amore deve amare qualcuno

E perché l’hai fatto così, cattivo, egoista, vanitoso

No, io l’ho creato perfetto. Un’anima perfetta in un corpo perfetto.

Beh, e allora?…

E allora di angeli che mi lodavano e cantavano da mane a sera ne avevo già abbastanza. Volevo qualcuno che scegliesse di amarmi. E allora l’ho fatto libero.

E’ lì che è venuto fuori il disastro! Protestò il bambino.

Si, ma che valore ha l’amore, se non hai altra scelta? Vedi, così anche il più piccolo, minuscolo, atto d’amore, anche se non è perfetto, anche se inquinato da tanti sentimenti meno limpidi, diventa talmente prezioso…

…che ti salva. Concluse il bambino

Poi aggiunse un pensiero: Sì, ok, capisco tutte le cose brutte che fanno gli uomini che scelgono l’odio, ma le malattie? I terremoti? Il dolore?

Non è questa la domanda giusta. La domanda giusta è: perché ho fatto incarnare l’uomo che ho creato, l’ho fatto nascere nella carne e nel tempo, l’ho inchiodato alla materia, gli ho dato un corpo che si ammala, che si rompe, che ha freddo, in un creato che anche lui soffre e si dibatte?

Sì, è vero, è questa la domanda. Ammise il bambino. Le cose gli apparivano sempre più chiare e facili. Contemporaneamente si accorgeva che solo lì, davanti alla luce-Dio potevano apparire chiare e facili. Arrivò la risposta.

Perché il mio desiderio è riunirmi all’uomo che ho creato, ma solo dopo che lui ha imparato ad amare. Nella libertà. E quindi, nell’imperfezione. Ecco cos’è la vita. La vita è il luogo in cui l’uomo ha l’opportunità di imparare ad amare. E -non meno importante- a farsi amareL’amore ha quasi infinite sfaccettature. Come il mio. Si impara ad amare in un modo particolare da figli, i propri genitori. E’ l’amore che si affida. (come chi si affida a Me)  In un altro modo, un’altra forma di amore è quella per i fratelli. Poi c’è l’amore tra marito e moglie: un amore che sembra facile, perché ci si sceglie, ma è difficile perché si sceglie ogni giorno. Insegna l’amore fedele. Poi c’è l’amore per i propri figli: si impara ad amare donando la propria vita. C’è anche l’amore per lo sconosciuto. E’ l’amore che ha fede. C’è l’amore nella malattia, che vede oltre il dolore ed oltre l’imperfezione, la persona. E’ l’amore della speranza. L’amore che si sacrifica. C’è l’amore silenzioso e nascosto, per esempio quello delle tante persone che pregano per degli sconosciuti, le suore, i frati, persone qualunque. E’ l’amore gratuito che crede nel potere della preghiera. C’è l’amore per il creato, che ricerca la bellezza e l’armonia  i quali suscitano a loro volta amore. C’è l’amore che sfida l’odio, nonostante la guerra e la continua mancanza di giustizia. E’ l’amore senza paura….

Il bambino cominciò a vedere come una moltitudine di vite, illuminate anche solo a brevi tratti da piccoli o grandi barlumi di amore, che creavano qualcosa. 

Anzi, creavano la realtà. Plasmavano le anime, cambiavano il corso degli eventi, o illuminavano una intera esistenza, creavano una reazione a catena imprevedibile e lunghissima, nel tempo e nello spazio. Come un effetto domino. E vide un mondo, in tutti i tempi, illuminato infinitamente più dall’amore che dall’odio.

Accipicchia, pensò. Ma come è possibile che loro, gli uomini laggiù, non lo vedano? E’ così ovvio, così facile.

Vide anche che la sua vita non era monca, ma era completamente compiuta nonostante fosse morto bambino. 

In quel momento si ricordò della sua mamma, del suo papà e  dei suoi fratelli, e (non poteva sentirsi triste) li amò nel loro dolore, e nella loro condizione, perché loro non avevano visto e capito tutto quello che vedeva e capiva lui ora.

Prima che la preghiera si formasse in lui Dio si aprì. 

Il bambino entrò. 

Pensava di avere raggiunto la massima gioia, invece non era così. 

Dio non era uno, in effetti lo aveva pure studiato a catechismo, la trinità. 

Dio racchiudeva tutte le forme d’amore, e anche le più umane, sentì precisamente la presenza di un uomo. In effetti quella presenza era Gesù. Si stupì perché mica era serioso e un po’ noioso come se l’era immaginato. Era ironico, simpatico anche. E molto concreto. Lo vide davanti a sé con una espressione quasi divertita, e gli diceva di seguirlo. Inizio a parlare: 

Qui non ci si annoia. Sì è vero che c’è pace e c’è amore, ed eternità. Ma c’è un sacco lavoro da fare. Per esempio per la tua famiglia. Ci sono grandi progetti per loro, sai. Grandi progetti indipendentemente dalle scelte che faranno, perché noi abbiamo infiniti piani B per tutti. Beh, quasi, infiniti. In più c’è mia madre, sai, lei dà sempre una gran mano, perché ha un istinto tutto particolare per ispirare e consolare e tirare fuori dai pasticci le persone. Sapessi quante Grazie ha a disposizione, ancora inutilizzate: infinite! – (ovvio, che te lo dico a fare?) E giù che se la rideva.

Il bambino anche lui rideva, e così entrò in una moltitudine di persone, alcune delle quali conosceva, per esempio parenti morti prima che nascesse, i nonni, due zii. Tutti di davano un gran daffare,con le vite degli uomini sulla terra… ispirando infinite connessioni d’amore, opportunità di bene, a volte con la sola preghiera facevano sì che una situazione orrenda si trasformava in una splendida grazia. Era un lavoro davvero creativo.

Il bambino capì definitivamente che era tornato a casa, per sempre. E che la vita non si era fermata, ma iniziava. Per sempre. E che non si sarebbe di certo annoiato.

Cercate prima il regno di Dio

…per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?

E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?

E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.

Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?

Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?

Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.

Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

(Mt 6, 25-34)

Anna e Stefano, 2 febbraio 2002

Chiara e Francesco

di Anna Mazzitelli

Della storia di Chiara Corbella raccontata nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” ci sono tante cose che indicano il fatto che lei fosse davvero in sintonia col Padre.
Molte mi sono comprensibili, trovo per esempio che la scelta di non interrompere le gravidanze dei due figli che sapeva sarebbero morti subito dopo la nascita, sebbene difficile e faticosa, sia l’unica possibile.
Anche il racconto del suo fidanzamento con Enrico, dei loro litigi, della ricerca di questo amore perfetto che poi è reso perfetto solo nel momento in cui diventa sacramento, è dolcissimo e la rende così vicina e semplice che sembra una persona che si conosce da una vita.
Il modo in cui ha affrontato la sua malattia, invece, e la fiducia con cui si è abbandonata al Padre, hanno del soprannaturale, e il suo dire “Faccio spazio al Signore” ogni volta che le capita qualcosa (e, nel suo caso, “qualcosa” è sempre “QUALCOSA”) è così dirompente che non si può comprendere, bisogna solo fidarsi.

Ma la cosa che mi ha colpito di più di tutta la storia è la descrizione di quello che Chiara è riuscita a fare con suo figlio Francesco.

Quando Francesco nasce, Chiara sta male a causa del suo tumore, trascurato per poter portare a termine la gravidanza.
A un certo punto i medici si accorgono che quello progredisce inesorabilmente e che non c’è più niente da fare che possa salvarla.
E lei, lei, che ha partorito due figli e li ha visti morire entrambi tra le sue braccia nel giro di mezzora, lei che ha con forza cercato una nuova gravidanza, litigando con quelli che le dicevano che forse, dopo due episodi del genere, magari non era il caso, magari andavano fatti prima degli accertamenti medici, lei che ha lottato contro tutto e tutti pur di portare questa nuova gravidanza a termine, senza curarsi per non far del male al suo bambino, lei che ora, finalmente, ha un figlio sano e che vivrà, cosa fa?

Innanzitutto so cosa avrei fatto io: io mi sarei tenuta il più stretto possibile questo bambino, frutto di tanto amore, di tante fatiche, di tante rinunce, me lo sarei “goduto” più che potevo, sapendo che presto avrei dovuto separarmene. Avrei considerato mio figlio un dono per me, un risarcimento per aver tanto sofferto, un premio per tanta fiducia, quindi me lo sarei tenuto tra le braccia fino al mio ultimo respiro.

Questo io, che sono piccola e miserabile.

Chiara no.
Chiara sa che sta per lasciare suo figlio, e allora non lo prende in braccio, non lo coccola, non stringe con lui un legame che sa che si dovrà spezzare presto, non fa abituare il bambino a sé, affinché lui, nel momento in cui non avrà più la mamma, non senta troppo la sua mancanza.

Permette a Francesco di abituarsi a stare con altre persone, zie, amiche, persone che sostituiranno Chiara una volta che lei se ne sarà andata da questa terra, persone che si prenderanno cura di suo figlio. Lei lo dona a queste persone fin dal primo momento.

Accidenti.

Solo al pensiero sono io ad essere gelosa/invidiosa/meschina nei confronti di quelli che si prenderanno cura di Francesco, e lei, lei che è la sua mamma, non lo è.

Lei è libera.

Lei è talmente libera, e ha fatto talmente spazio al Signore nella sua vita, che Lui ha riempito completamente tutto questo spazio.
Lei sa che quello che conta è il suo rapporto con Dio.
Lei sa che Francesco non è suo, lei sa di non essere di Francesco. E questo non la turba, non la incattivisce, ma la rende talmente generosa nei confronti di suo figlio, che lui non patirà il distacco dalla sua mamma, ma saprà con certezza di avere una mamma santa.

Accidenti.

Grazie Chiara, perché con il tuo esempio, dopo aver capito quanto piccola e lontana e misera sono, mi hai dato anche una direzione verso la quale camminare. E non c’è dubbio che sia la direzione giusta.

Ah, Chiara, se tante volte dovessi aver voglia di coccolare un altro bambino, oltre a Maria Grazia Letizia e a Davide Giovanni (e a Giacomo, che la sua mamma ti ha affidato a settembre scorso, quello con le fossette sulle guance che ama i treni e cucina dolcetti), cerca il mio Filippo, lo riconosci di sicuro, ha spesso il broncio, ma è solo una posa, e porta la maglietta al contrario.

La Croce Gloriosa

La Croce Gloriosa del Signore risorto
è l’albero della mia salvezza –
di esso mi nutro, di esso mi diletto,
nelle sue radici cresco,
nei suoi rami mi distendo,
la sua brezza mi feconda,
alla sua ombra ho posto la mia tenda.
Nella fame l’alimento,
nella sete la fontana,
nella nudità il vestimento.
Angusto sentiero, mia strada stretta,
scala di Giacobbe, letto di amore
dove ci ha sposato il Signore.
Nel timore la difesa,
nell’inciampo il sostegno,
nella vittoria la corona,
nella lotta Tu sei il premio,
Albero di vita eterna,
pilastro dell’universo,
ossatura della terra, la tua cima tocca il cielo,
e nelle tue braccia aperte
brilla l’Amore di Dio.

(Omelia attribuita a Melitone)

La vanità è il peccato che preferisco

Alcune sere fa nella mia parrocchia “di paese” ho assistito alla proiezione del film “L’avvocato del diavolo”, con Al Pacino e Keanu Reeves. Aldilà delle considerazioni sulla bellezza o meno della pellicola, una delle battute finali mi ha molto colpito.

Nell’ultima scena, un navigato e ambiguo avvocato, capo di uno studio di New York, John Milton, straordinariamente interpretato da Al Pacino, si manifesta apertamente come il Demonio al giovane Kevin Lomax (Keanu Reaves), anch’egli avvocato ma più giovane e con un brillante curriculum.  Lomax è appena giunto al termine di un processo dai risvolti torbidi che è riuscito a far concludere a suo favore con l’assoluzione dell’imputato, chiaramente colpevole. Lungo lo svolgersi della vicenda processuale però, Lomax ha visto sconvolgersi completamente la sua vita, fino alla morte violenta della sua amata moglie.

Milton, in questa scena, ripercorre tutto l’accaduto mostrando come lui abbia semplicemente creato le condizioni per le scelte compiute da Lomax. Milton fa comprendere al giovane Lomax come sia sempre stato libero di scegliere in un modo o nell’altro, ma ha poi sempre scelto per il male, male soprattutto verso se stesso; e il motivo di tali scelte non è stato dettato altro che dalla sua sete di vanità. Milton-Satana, conclude il racconto con la battuta: “la vanità è il mio peccato preferito!”

Quella sera in parrocchia, al termine del film, ho ricollegato questa battuta con una cosa che mi era accaduta proprio due giorni prima. Questa volta ero nella mia parrocchia “di città” e avevo appena finito di ascoltare un bravissimo e molto noto sacerdote romano che aveva appena tenuto una catechesi sulla misericordia e sulla confessione. Da tempo conosco la fama di questo sacerdote  e da tempo seguo le sue catechesi: la sua capacità di mostrare la grandezza e l’amore di Dio per noi colpisce tanta gente e va diretta al cuore. Un incontro così profondo con tale grandezza e con tale bellezza diviene spesso la premessa per la conversione.

Alla fine del suo discorso mi sono avvicinato a lui con l’intento di stringergli la mano, ringraziarlo e magari dirgli due parole. Ero davvero rapito e risanato dalle sue parole ma il “contatto” fisico con lui, lì per lì, mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Mi ha stretto la mano, mi ha ringraziato a sua volta. Io, impacciato, ho cercato di articolare due parole del genere “sai, io sono amico di quel tizio che ti conosce”, sperando di ingaggiarlo in un discorso. Ma lui invece è stato piuttosto freddo, non scortese ma non mi ha proprio dato spago.

Certamente, questo sacerdote è persona molto impegnata, contornata da tantissime persone e di certo dovrà gestire con sapienza e parsimonia il suo tempo e le sue energie, ma io, alla luce di quella battuta ascoltata nel film, in quel contatto ci ho letto qualcos’altro.

Non mi ero accostato a lui solo per dirgli grazie, non era solo un voler rendere gli onori ad un bravo oratore e a un sacerdote santo. No, in fondo, nel mio cuore c’era soprattutto il desiderio di un rapporto privilegiato con lui, il desiderio di dirgli chi sono e che cosa ho fatto nella mia vita. Al centro di quel contatto non c’era lui, come pensavo, c’ero io. Io e la mia vanità.

E lui, che probabilmente ha profonda intimità con il Signore e ha imparato a guardare al cuore degli uomini, con la sua apparente freddezza ha solo voluto mettere un freno a quella mia vanità. Gli sono bastati solo poche parole e un mezzo sguardo e ha subito intercettato il mio cedere al peccato. In pochi minuti ha cercato, forse in maniera non meditata ma certamente efficace, tipica di un padre spirituale esperto, di indurmi ad abbandonare l’immagine fantasiosa che mi ero fatto di me e a riportare la mia attenzione su chi sono veramente: un figlio di Dio, voluto così, perfetto così, amato così, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

Come nel film è ben rappresentato, anche nella mia vita il Demonio è sempre dietro l’angolo, sempre accanto a me per solleticare la mia vanità, me ne rendo conto. Troppo spesso pongo me stesso al centro dei contatti o dei dialoghi con gli altri, con difficoltà mi apro all’ascolto e all’accoglienza di quanto chi mi è di fronte ha da darmi; sono troppo preso ad ascoltare me stesso e le mie storie.

Per grazia di Dio, però, so di essere amato con infinita passione e spero di riuscire a riconoscere sempre le occasioni e le persone che, magari anche con modi che possono sembrare bruschi, mi riconducono sulla via della salvezza.

 

Se non ritornerete come bambini

Erano trascorsi solo alcuni giorni da quando Filippo era stato ricoverato nel reparto trapianti di cellule staminali dell’ospedale San Camillo di Roma, all’esordio della sua leucemia, quando incontrai per la prima volta la Primaria del reparto di ematologia pediatrica che poi lo seguì per i successivi sei anni.

Avemmo un colloquio molto disteso e aperto, la dottoressa mi fece subito una buona impressione. Era una persona di grande esperienza, con modi decisi ma allo stesso tempo materni. Si percepiva che era mamma anche lei perché le sue frasi non erano freddi tecnicismi da medico ma era evidente che non fosse una persona che andava per il sottile. Tempo dopo compresi che quando il tuo lavoro ti porta a lottare contro il cancro dei bambini, non puoi concederti debolezze o indugi: la determinazione e il tempismo sono fondamentali, a volte è necessario anche correre il rischio di essere bruschi.

In quel colloquio la dottoressa mi disse molte cose, rispetto alla situazione che stavamo vivendo, rispetto ai passi futuri, i rischi, le statistiche. Fu anche abbastanza confortante. Ci fu però una cosa che mi disse, che mi colpì e che mi sono portato dietro fino ad oggi: “signor Bataloni, non deve temere per l’equilibrio psicologico di suo figlio, vedrà che reagirà bene. I bambini sanno riconoscere quando qualcosa li fa stare meglio e capiscono in fretta che anche se per un momento dovranno soffrire un po’, dopo staranno meglio. E poi si ricordi che i bambini, a differenza degli adulti, di fronte a malattie anche molto gravi non vivono l’angoscia per il futuro che rischiano di perdere; per loro, la vita è come se fosse infinita”.

Andò proprio così. Filippo fu costretto, per una serie di circostanze, non solo quelle dovute alla sua malattia, a soffrire moltissime volte a causa di pratiche dolorose e invasive: le temeva, naturalmente, ma non si lasciò condizionare da esse. Anche nei suoi ultimi giorni non sembrava affatto che temesse per la fine incombente della sua vita.

Per Filippo, il tempo non aveva un gran valore: il passato era per lo più pieno di ricordi positivi, il futuro praticamente non esisteva o aveva durata molto breve. Il presente era l’unico tempo a cui dava davvero importanza: per lui le ore sembravano durare all’infinito, in esse concentrava tutte le sue energie e le sue attenzioni.

Per me, invece, non è più così: luci e ombre del passato si equivalgono, devo fare un grande sforzo e chiedere continuamente aiuto a Dio per “benedire” la mia storia. Il presente è il tempo della fretta, sempre vissuto correndo da un impegno all’altro, tutto passa mentre il mio pensiero è distratto da altro. Al contrario di quello che fa un bambino, il tempo a cui dedico tante risorse è il futuro: la mia mente sembra sempre “tarata” su quello che dovrà venire. Programmare, immaginare, ipotizzare, fantasticare sono le attività che molto spesso rapiscono i miei pensieri.

I bambini ci sono maestri per quanto riguarda il vivere il tempo ma anche per molte altre cose.

Filippo, ad esempio, sembrava avere una fiducia totale in me: ricorreva a me, o ad Anna, in ogni momento mostando di sentirsi sicuro di poter attingere ad una fonte inesauribile di spiegazioni, di interpretazioni o di senso per tutto ciò che lo circondava e riempiva la sua vita. Sembrava convincersi ogni volta, quando con le mie banali parole o il mio incerto esempio tentavo di soddisfare la sua sete di conoscenza e di comprensione.

Filippo, inoltre, chiedeva continuamente aiuto e non solo per capire o imparare ma anche per cose molto concrete; chiedeva nel momento del bisogno e nel momento del gioco. Sembrava fosse innata in lui la consapevolezza che senza di me e Anna non avrebbe potuto fare nulla. Aveva un modo di chiedere aiuto e di esprimere i suoi desideri che non poteva lasciarmi indifferente: le parole, la voce, la passione che metteva nel rivolgersi a me erano quelle più efficaci e dirette per ottenere una risposta, per scatenare una reazione, erano capaci di farmi distogliere completamente dalle mie posizioni e dal mio procedere.

Ma non era solo questione di cose così importanti: Filippo era bravo anche nel gioco. Il gioco, per lui, era una cosa seria, a cui dedicare attenzione ed energie; il gioco era la sua palestra di vita e il momento in cui le paure venivano demolite. Al gioco ha dovuto dedicare molto tempo, a causa dei lunghi ricoveri e dei periodi di isolamento a casa. Lui si impegnava, con passione, ed era molto esigente nei nostri confronti; non era sufficiente per lui un gioco di puro svago, era alla continua ricerca di storie da costruire o di strutture e articolazioni nel gioco.

Tutti i bambini fanno così, probabilmente ma solo ora mi rendo conto di quante occasioni per imparare mi ha dato mio figlio.

Da lui imparo che non posso trovare da me tutte le spiegazioni, non posso trovare da me tutte le risposte come invece mi viene voglia di fare così spesso. Da lui imparo che sono figlio anche io, che ho un Padre anche io e che per di più vuole solo amarmi e colmare la mia ricerca di comprensione e di senso per quello che riempie la vita.

Da lui imparo a pregare. Io, che sono sempre così distratto nella preghiera, così timido e incerto; io che non mi arrabbio mai con Dio per le difficoltà che incontro e per i limiti che mi ritrovo.

Da lui imparo che devo chiedere aiuto, che da solo non posso proprio farcela. E invece sono così presuntuoso da pensare di poter essere il salvatore di tutto; io che proprio non riesco a farmi aiutare, io che ho così paura di chiedere sostegno; mi costa così fatica chiedere qualcosa a qualcuno che preferisco portare macigni sulle spalle pur di fare da me.

Da lui imparo che non tutto va preso così seriamente nella vita: amo lo scherzo e la battuta ma in fondo sono sempre troppo serio, non so giocare io. Giocare per me è tempo perso. Vivo il mio tempo sentendo di dover essere sempre produttivo, convinto di essere impegnato in imprese fondamentali e irrinunciabili. E quando poi per un motivo o per un altro il tempo libero si materializza nelle mie mani, allora l’unica cosa che sono capace di fare è fuggire dalla realtà e anestetizzarmi. Non sono più capace di impegnarmi in un gioco.

Forse sarà per questo che Gesù disse “Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro” e poi aggiunse che “…chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto”.

Solo ora mi rendo conto che attraverso mio figlio, Dio ha anche voluto mostrarmi concretamente a chi devo assomigliare. Con tutto me stesso oggi desidero “ritornare come un bambino”, per poter entrare nel Regno di Dio.

I miei occhi hanno visto la tua salvezza

di Stefano Bataloni

Martedì scorso, 2 febbraio, giorno in cui la Chiesa fa memoria della Presentazione al tempio di Gesù, io e Anna abbiamo festeggiato il nostro anniversario di matrimonio numero 14. Per chi come noi ama i numeri, 14, doppio di sette, non poteva che avere un significato speciale: la pienezza moltiplicata per due.
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