Storia di un bambino che (non) è morto

La mia “amica di penna” mi ha mandato questo racconto, scritto da lei, che contiene le sue riflessioni sul significato della vita. E sulla paura della morte. Beh, eccolo qua. 

di Caterina Graziosi

Un giorno quel bambino morì. Non se ne accorse subito. La prima cosa di cui si accorse fu che il dolore improvvisamente smise di stringere il suo corpo. Pensò: meno male, non ne potevo più. 

Poi cambiò la prospettiva. Vide tutto dall’alto, vide se stesso e vide il suo corpo, ma non si sentì affatto triste. Il suo corpo era come un vestito, un vestito che aveva molto amato, e che amava ancora, gli faceva tenerezza come quel costume di spiderman che non gli andava più bene, ma che -ora se ne rendeva conto- gli era sempre stato stretto. 

Poi vide la mamma, il papà, i suoi fratelli, li vide da diverse angolazioni contemporaneamente, dall’alto e anche di fronte, guardandoli bene negli occhi, e sentì di volere loro molto bene e sentì anche il loro amore per lui, voleva quasi restare, ma dietro le sue spalle qualcosa lo costringeva a voltarsi. 

Il bambino li guardò, ma non come un addio. 

E pensò (o disse, ma non c’era differenza) -perché siete tristi, dovete essere felici, perché in effetti io mi sento benissimo, non sono mai stato meglio.- e poi dovette proprio girarsi, e vide una bella luce aperta. 

Cioè, era una luce, ma era anche un passaggio, in invito talmente allettante, e contemporaneamente molto, molto famigliare. Gli sembrava proprio di averla già fatta quella strada, più ci volava dentro, più gli pareva di tornare a casa. E poi, pensò, era fantastico volare in quel modo. 

Ed era tutto molto più vero. Più realistico, ripensando alla vita di prima, quella sì che sembrava sbiadita. Non brutta. Ma come se fosse stata meno viva. Mentre ci volava dentro vedeva che in fondo c’era una luce, ma che non faceva male agli occhi come quando guardava il sole, e poi c’era questo vento tiepido che accarezzava ogni parte di lui. Gli venne un dubbio. Si guardò le mani, le aveva ancora? Le mani c’erano, ma erano come una traccia di luminosità. Intanto quel vento lo portava verso la luce e infine si fermò. 

La luce splendeva nelle tenebre. Nonostante fosse la luce più potente e viva che avesse visto, intorno c’erano le tenebre. 

Il bambino era molto eletrizzato. In effetti non aveva mai pensato che fosse morto. Visto che non si era mai sentito più vivo di così. 

Cominciò a sentirsi molto curioso. Aveva una gran voglia di giocare e divertirsi. Appena si formò questo pensiero, che era quasi come una voce, la luce rispose. Quella luce era molto divertita pure lei. Era ironica. Era anche un po’ bambina. Sembrava aspettasse che il bambino si scatenasse e iniziasse a giocare. 

Il bambino sentì qualcosa di infinito che lo riempiva, come fosse stato un palloncino, e quella cosa non poteva essere che amore, ma neppure il giorno di compleanno si era sentito così amato e voluto. 

Così cominciò a volare, a fare le capriole nel vuoto, ma non era vuoto. Si accorse che era lo spazio infinito. Vide tutto. Le stelle, le nebulose, infiniti pianeti e soli, bastava pensarlo, e immediatamente vi penetrava dentro, li attraversava e si accorse che tutto era formato da una sola sostanza, e quella sostanza era l’amore, la stessa di cui era fatto lui, la differenza era che lui aveva una identità ed era amato “meglio”, e interamente, e si accorse che non avrebbe mai fatto una cosa abbastanza brutta perché quell’amore venisse a mancare. 

Pensa te, tutti questi scienziati che si scervellano per capirci qualcosa, ma è tutto così semplice.

 Gli apparve tutto molto ovvio, la creazione, il tempo, il mondo, l’uomo. Era come se vedesse le cose da un punto di vista diverso. 

Nonostante gli sembrasse che in un tempo lunghissimo e anche brevissimo avesse esplorato tutto l’universo, ovunque si girasse, la luce era sempre di fronte a lui. 

Il bambino in quel momento capì che la vita terrena per lui era finita. Lo capì senza tristezza. 

Lo capì come una cosa che doveva essere compiuta e quindi che lui stesso aveva raggiunto la pienezza.

Allora la luce gli chiese se voleva guardare, e il bambino disse sì. 

Era un sì che risuonò come un eco musicale in tutto il cosmo. 

E vide la sua vita. Vide ogni cosa, anche le cose brutte che aveva fatto, pure quella volta che aveva rotto apposta il regalo di compleanno di suo fratello perché era geloso, ma non glie l’aveva mai detto. Però vide che, come in un film, veniva messa in risalto esageratamente ogni piccolissima azione d’amore. Era come se la luce volesse fargli vedere che ogni atto d’amore valeva 1000 volte di più di ogni dispetto. Quel giorno in cui aveva aiutato suo fratello a scrivere. Quando gli aveva fatto bere l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Quando aveva apparecchiato la tavola senza che la mamma glie lo chiedesse. 

Il bambino si sentiva come il cocchino della maestra a cui si dà 10 anche se merita 7 e mezzo. Ma per la Luce, sembrava che fosse un successone. Il bambino non era scemo, era andato a catechismo, i suoi genitori glie ne avevano sempre parlato, e sapeva benissimo che quella luce era Dio. Si sentiva molto sicuro perché era talmente riempito di amore, che non aveva paura di niente. 

Era morto (sempre che questa parola abbia significato), e non aveva avuto paura un solo secondo.

E così volle fare delle domande. E appena si formavano nella sua testa, la risposta della luce si formava direttamente nella sua mente. Dio rispondeva sempre chiamandolo per nome, e ogni volta il bambino rabbrividiva di piacere a sentire pronunciato da Lui il suo nome.

Perché hai creato l’universo?

Perché l’amore non può che creare

E perché hai creato l’uomo?

Perché volevo una creatura che fosse come me, perché l’amore deve amare qualcuno

E perché l’hai fatto così, cattivo, egoista, vanitoso

No, io l’ho creato perfetto. Un’anima perfetta in un corpo perfetto.

Beh, e allora?…

E allora di angeli che mi lodavano e cantavano da mane a sera ne avevo già abbastanza. Volevo qualcuno che scegliesse di amarmi. E allora l’ho fatto libero.

E’ lì che è venuto fuori il disastro! Protestò il bambino.

Si, ma che valore ha l’amore, se non hai altra scelta? Vedi, così anche il più piccolo, minuscolo, atto d’amore, anche se non è perfetto, anche se inquinato da tanti sentimenti meno limpidi, diventa talmente prezioso…

…che ti salva. Concluse il bambino

Poi aggiunse un pensiero: Sì, ok, capisco tutte le cose brutte che fanno gli uomini che scelgono l’odio, ma le malattie? I terremoti? Il dolore?

Non è questa la domanda giusta. La domanda giusta è: perché ho fatto incarnare l’uomo che ho creato, l’ho fatto nascere nella carne e nel tempo, l’ho inchiodato alla materia, gli ho dato un corpo che si ammala, che si rompe, che ha freddo, in un creato che anche lui soffre e si dibatte?

Sì, è vero, è questa la domanda. Ammise il bambino. Le cose gli apparivano sempre più chiare e facili. Contemporaneamente si accorgeva che solo lì, davanti alla luce-Dio potevano apparire chiare e facili. Arrivò la risposta.

Perché il mio desiderio è riunirmi all’uomo che ho creato, ma solo dopo che lui ha imparato ad amare. Nella libertà. E quindi, nell’imperfezione. Ecco cos’è la vita. La vita è il luogo in cui l’uomo ha l’opportunità di imparare ad amare. E -non meno importante- a farsi amareL’amore ha quasi infinite sfaccettature. Come il mio. Si impara ad amare in un modo particolare da figli, i propri genitori. E’ l’amore che si affida. (come chi si affida a Me)  In un altro modo, un’altra forma di amore è quella per i fratelli. Poi c’è l’amore tra marito e moglie: un amore che sembra facile, perché ci si sceglie, ma è difficile perché si sceglie ogni giorno. Insegna l’amore fedele. Poi c’è l’amore per i propri figli: si impara ad amare donando la propria vita. C’è anche l’amore per lo sconosciuto. E’ l’amore che ha fede. C’è l’amore nella malattia, che vede oltre il dolore ed oltre l’imperfezione, la persona. E’ l’amore della speranza. L’amore che si sacrifica. C’è l’amore silenzioso e nascosto, per esempio quello delle tante persone che pregano per degli sconosciuti, le suore, i frati, persone qualunque. E’ l’amore gratuito che crede nel potere della preghiera. C’è l’amore per il creato, che ricerca la bellezza e l’armonia  i quali suscitano a loro volta amore. C’è l’amore che sfida l’odio, nonostante la guerra e la continua mancanza di giustizia. E’ l’amore senza paura….

Il bambino cominciò a vedere come una moltitudine di vite, illuminate anche solo a brevi tratti da piccoli o grandi barlumi di amore, che creavano qualcosa. 

Anzi, creavano la realtà. Plasmavano le anime, cambiavano il corso degli eventi, o illuminavano una intera esistenza, creavano una reazione a catena imprevedibile e lunghissima, nel tempo e nello spazio. Come un effetto domino. E vide un mondo, in tutti i tempi, illuminato infinitamente più dall’amore che dall’odio.

Accipicchia, pensò. Ma come è possibile che loro, gli uomini laggiù, non lo vedano? E’ così ovvio, così facile.

Vide anche che la sua vita non era monca, ma era completamente compiuta nonostante fosse morto bambino. 

In quel momento si ricordò della sua mamma, del suo papà e  dei suoi fratelli, e (non poteva sentirsi triste) li amò nel loro dolore, e nella loro condizione, perché loro non avevano visto e capito tutto quello che vedeva e capiva lui ora.

Prima che la preghiera si formasse in lui Dio si aprì. 

Il bambino entrò. 

Pensava di avere raggiunto la massima gioia, invece non era così. 

Dio non era uno, in effetti lo aveva pure studiato a catechismo, la trinità. 

Dio racchiudeva tutte le forme d’amore, e anche le più umane, sentì precisamente la presenza di un uomo. In effetti quella presenza era Gesù. Si stupì perché mica era serioso e un po’ noioso come se l’era immaginato. Era ironico, simpatico anche. E molto concreto. Lo vide davanti a sé con una espressione quasi divertita, e gli diceva di seguirlo. Inizio a parlare: 

Qui non ci si annoia. Sì è vero che c’è pace e c’è amore, ed eternità. Ma c’è un sacco lavoro da fare. Per esempio per la tua famiglia. Ci sono grandi progetti per loro, sai. Grandi progetti indipendentemente dalle scelte che faranno, perché noi abbiamo infiniti piani B per tutti. Beh, quasi, infiniti. In più c’è mia madre, sai, lei dà sempre una gran mano, perché ha un istinto tutto particolare per ispirare e consolare e tirare fuori dai pasticci le persone. Sapessi quante Grazie ha a disposizione, ancora inutilizzate: infinite! – (ovvio, che te lo dico a fare?) E giù che se la rideva.

Il bambino anche lui rideva, e così entrò in una moltitudine di persone, alcune delle quali conosceva, per esempio parenti morti prima che nascesse, i nonni, due zii. Tutti di davano un gran daffare,con le vite degli uomini sulla terra… ispirando infinite connessioni d’amore, opportunità di bene, a volte con la sola preghiera facevano sì che una situazione orrenda si trasformava in una splendida grazia. Era un lavoro davvero creativo.

Il bambino capì definitivamente che era tornato a casa, per sempre. E che la vita non si era fermata, ma iniziava. Per sempre. E che non si sarebbe di certo annoiato.

Lui il mio Salvatore

di Mario Barbieri

Stavo in quella notte
le braccia inchiodate di fatica
la mente trafitta da vuote parole
il cuore schiantato dal dolore

Un bimbo mi hai donato
perché lo potessi crescere
perché lo potessi ascoltare
perché lo potessi amare

Lui che già mi amò
con tutte le Sue forze
con tutta la Sua mente
con tutto il Suo cuore

Lui il mio Salvatore

Mauro

Avrò ascoltato o letto decine di volte il primo capitolo del Vangelo di Matteo che descrive la genealogia di Gesù.

Un susseguirsi di nomi, di padri, di figli e di qualche madre. Nomi noti, alcuni, come Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone; molti nomi strani e praticamente insignificanti, almeno per me, come Esrom, Aminadàb, Naasòn, Booz, Racab, Roboamo, Abìa, Zorobabele, Eliachìm, Azor…fino poi a Giuseppe, Maria e Gesù.

Lo confesso, questo brano dei Vangeli non mi ha mai suggerito molto, se non il fatto che sia una storia che ha la radici in un tempo lontanissimo. Sono certo che Matteo abbia scelto di far iniziare il suo annuncio della Buona Novella con questa descrizione per un motivo importante; sono certo che esso racchiuda molto di più di quello che io riesco a comprendere. La cosa che ha sempre davvero contato per me era che al termine di quella catena di nomi vi fosse Gesù Cristo.

In questi ultimi giorni, però, a causa di un evento importante nella mia vita, sono riuscito ad apprezzare molto meglio come quel susseguirsi di nomi, il loro essere concatenati uno dopo l’altro, la simmetrica ripetizione del numero delle generazioni tra una fase e l’altra della storia di Israele non fosse altro che l’immagine del disegno di Dio su di noi tutti, e soprattutto fosse l’immagine di un disegno di salvezza.

Il rileggere la genealogia di Gesù Cristo, poi, mi ha rimandato ad un’altra storia.

Era l’estate del 1965. Un uomo alto e robusto, di appena 23 anni, è alla guida della sua Fiat 500 mentre percorre una delle strade principali di un paesino di poche anime sulle rive del lago di Bolsena. Accanto a lui è seduta la sua fidanzata, giovanissima, e sul sedile posteriore dell’auto si trova la sorella più grande di lei, appena ventenne. L’auto attraversa l’incrocio principale del paesino e subito dopo si ferma nei pressi di un bar. Seduto nello spazio esterno al bar, intento a contemplare lo sporadico passaggio di automobili lungo la strada, c’era un caro amico dell’uomo. L’uomo scende dalla sua 500, saluta l’amico, scambia con lui due chiacchiere e lo invita a unirsi alla sua compagnia. I quattro salgono in auto e ripartono.

Quel giorno, quell’amico e quella sorella si videro per la prima volta. I due non si piacquero affatto, nonostante fossero comunque due bei ragazzi; la differenza di carattere era grande. In seguito, però, ne nacque una storia e 4 anni dopo, era l’aprile del 1969, i due si sposarono. Due anni dopo, sempre in aprile, io venni alla luce.

Ripensando a questa storia, proprio pochi giorni fa, mi è saltato agli occhi come con ogni evidenza anche la mia vita è nel disegno di Dio; il concatenarsi degli eventi, che a prima vista sembrerebbero del tutto casuali ma che invece, guardandoli oggi, altro non erano che parti di un progetto ordinato, simmetrico, iniziato da lontano e condotto con pazienza, alla fine ha condotto alla mia esistenza.

Il realizzarsi di questo disegno, così come è accaduto per la storia di Gesù Cristo, si è compiuto attraverso piccoli e grandi momenti, attraverso persone deprecabili e persone ammirevoli.

Dio si è servito anche di quell’uomo per realizzare il Suo disegno su di me. Un uomo cresciuto nelle difficoltà, in tempi in cui mangiare ogni giorno non era affatto una certezza; un uomo che perse suo fratello all’età di 10 anni, che fu costretto a lavorare sin da giovane e che per non lasciare la scuola studiava tra le 3 e le 4 di notte, che superò malattie gravissime quando le medicine ancora non si compravano con facilità. Un uomo che ha avuto le sue cadute, che ha commesso i suoi errori come qualsiasi altro uomo che è passato e che passerà su questa terra; ma anche un uomo generoso, forte, determinato che è riuscito a costruire molto con il suo lavoro, che in una vita matrimoniale durata 50 anni è stato benedetto da figli e 5 nipoti. Un uomo “innamorato” di suo padre, quel padre che giunto all’ultima sua ora mori nella braccia della moglie mentre lui era lontano.

Senza di lui, probabilmente, i miei genitori non si sarebbero mai incontrati. Senza quell’uomo io forse non sarei mai nato; senza di lui probabilmente non ci sarebbe stato il mio matrimonio con Anna, non ci sarebbero stati i miei figli.

E così come Dio previde che a conclusione della storia di Israele nascesse Gesù il Salvatore, attraverso Filippo e la sua malattia e gli anni che abbiamo lottato e pregato accanto a lui, anche per me Dio ha previsto un cammino verso la salvezza.

In quest’ora, quando quell’uomo è ormai salito alla casa del Padre, da figlio non posso che innalzare a Dio il mio “grazie” per essersi servito anche di lui per darmi la vita e una via di salvezza.

 

Quella linea tra la vita e la morte

di Stefano Bataloni 

È successo alcuni giorni fa che un padre e una madre abbiano fatto varcare al loro figlio (o figlia, non si sa), malato da tempo e minorenne, quella linea che separa la vita dalla morte. Lo hanno fatto di proposito, dicono col consenso del figlio stesso. Lo hanno fatto, per la prima volta, col consenso anche della legge.

Per buona parte della sua vita anche mio figlio ha camminato lungo quella linea. Lui non sapeva bene quanto importante fosse quella linea, cosa c’è da una parte e cosa c’era dall’altra. Io ne sapevo solo poco di più.

Nel corso di quegli anni mi sono domandato un’infinità di volte se non fosse meglio, di fronte alle sue sofferenze, che anche lui varcasse quella linea. Per un’altra infinità di volte, di fronte ai periodi buoni e fuori dall’ospedale ho desiderato di non vederlo mai varcarla.

Ho visto Filippo soffrire molto: ricordo il dolore dei prelievi di midollo o delle rachicentesi, i dolori per la polmonite. L’ho visto spento e frastornato a causa dei chemioterapici, l’ho visto arrabbiato per colpa del cortisone. L’ho visto vomitare senza sosta perché non gli avevano dato l’antiemetico. Lo ricordo sanguinante perché senza piastrine, inappetente e con la bocca piena di afte perché il suo organismo era così debole da non riuscire a proteggere e ricostruire le sue mucose.

In quegli anni avremmo potuto “gettare la spugna” diverse volte, tanto più che col passare del tempo la conoscenza sulla entità e la profondità della sofferenze a cui Filippo sarebbe andato incontro è cresciuta via via.

All’esordio della sua leucemia, aveva tante probabilità di sopravvivere, ci dissero circa l’80%. Era scontato dover procedere con la chemioterapia.

Poi andò incontro alla sua prima recidiva e a quel punto le probabilità di farcela si ridussero molto: sottoponendolo a un trapianto di midollo osseo, ci dissero, sarebbero state del 50%. Andammo avanti, il trapianto poteva essere l’occasione buona per ottenere una cura definitiva.

Filippo ebbe però altre due recidive e andò incontro ad altrettanti trapianti, con tutto il carico di terapie, controlli, fatiche, sofferenze e dolori che questi comportarono per il suo fisico e la sua mente.

Noi continuammo ad andare avanti nonostante sapevamo che il secondo trapianto avrebbe avuto solo residuali probabilità di portare alla guarigione e che il terzo sarebbe stato in pratica solo un tentativo disperato.

Fu accanimento nei confronti di nostro figlio? Perché non ci siamo fermati prima? Perché invece quella mamma e quel papà si sono arresi e hanno permesso che venisse tolta la vita al loro bambino?

È molto difficile rispondere a queste domande e sono certo che la mia storia non è come la storia di tante altre famiglie con figli malati. Cosa ne so io di una mamma che dovrà assistere per tutta la vita un figlio che prima di nascere ha avuto emorragie cerebrali e ha problemi agli occhi? O di quella mamma la cui bambina è nata con metà cervello pieno di sangue e deve essere continuamente sottoposta a interventi chirurgici da far tremare le ginocchia?

Io so solo che in tutti gli anni in cui Filippo è stato malato abbiamo sempre conservato la  consapevolezza profonda che la sua vita fosse il dono più grande della nostra vita: un solo giorno accanto a lui, anche l’ultimo respiro accanto lui sarebbe stato quel qualcosa che dava senso a tutta la nostra esistenza; eravamo stati concepiti, eravamo stati uniti e avevamo generato la vita proprio per quegli istanti.

Io so solo che in quegli anni, tra paure, angosce e sofferenze vedemmo Filippo crescere, lo vedemmo ridere felice mentre era attaccato a due o tre pompe per l’infusione dei farmaci, lo vedemmo costringerci a giocare con lui in una stanza d’ospedale mentre noi saremmo stati forse volentieri a piangerci addosso in un angoletto.

L’ultimo trapianto di midollo, quello più disperato, talmente disperato che si fece fatica a trovare abbastanza letteratura scientifica da poter stimare le probabilità di successo, ci ha regalato forse l’anno più bello che abbiamo vissuto vicino a Filippo.

Poi, dopo quell’anno meraviglioso, fummo portati di nuovo vicino a quella linea: ci fu la quarta recidiva di malattia. 

Avremmo potuto andare oltre, i medici ci offrirono pure dei trattamenti che sapevamo avrebbero potuto allungare ancora un po’ la vita di nostro figlio.

Arrivò il momento in cui dovemmo dare una risposta a quelle domande: dovemmo decidere se non fosse meglio per lui lasciare che varcasse quella linea. 

Scegliemmo di addentrarci in un terreno sconosciuto, di accompagnare Filippo a varcare quella linea, ignari di cosa questo avrebbe comportato per lui e di come questo avrebbe cambiato le nostre vite. Non sapevamo affatto se avremmo avuto le forze per affrontare quegli ultimi giorni con nostro figlio. 

Scegliemmo di affidarci.

Ecco, mi appare del tutto evidente oggi che gli anni vissuti con Filippo, solo per aver detto col cuore “Signore, io non ce la faccio, fai tu per me!”, mi hanno scaraventato ai piedi di una croce, la Croce di Gesù. Da lì ho assistito al Suo calvario, l’ho visto innalzato sulla croce; ero lì mentre riconsegnava a Dio Padre la sua anima. Ero lì, insieme a tanti, mentre festeggiavamo la Sua Pasqua di Resurrezione e sono qui, ora, che vivo in attesa di poterlo rivedere.

Con profonda tristezza, mi rendo conto che coloro che non hanno conosciuto quell’Uomo, figlio di Dio, o non gli hanno aperto la porta del loro cuore forse non hanno alcuna possibilità di dare un senso alla sofferenza del loro figlio malato e che oltre quella linea vedono solo il nulla. E allora si rende possibile anche ciò che va contro la natura umana, contro la nostra innata tendenza a difendere il più debole: si rende possibile che una madre tolga la vita al proprio figlio.

Addomesticati da Cristo

Oggi Don Stefano ha celebrato la sua ultima Messa comunitaria come vice-parroco nella nostra parrocchia. Dal prossimo settembre sarà parroco in un’altra Chiesa di Roma.
Il suo intervento nella nostra vita ci ha letteralmente salvato la vita.
Stavamo per perdere nostro figlio e lui, che nemmeno ci conosceva, ci ha chiamati e ci ha detto che voleva incontrare Filippo e che voleva dargli la prima comunione.
E’ venuto a casa nostra a celebrare la messa nella sua stanza il giorno prima che nascesse al cielo. Gli ha dato l’unzione degli infermi e l’indulgenza plenaria, ha lasciato nella sua stanza il Santissimo esposto.
Filippo si è addormentato tra le braccia di Gesù, quasi fisicamente.
Don Stefano ci ha aiutati a far diventare la morte di nostro figlio una porta verso il Paradiso.
Per usare le sue parole di oggi, ci ha addomesticati ben bene, e per questo, in qualunque Chiesa di qualunque parte del mondo andrà a finire, sarà sempre un pezzo della nostra famiglia.   

Link alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

At 12,1-11   Sal 33   2Tm 4,6-8.17-18   Mt 16,13-19

Commento alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

di Don Stefano Cascio

Oggi festeggiamo la Solennità di San Pietro e San Paolo.

E’ strano che la festa di due santi così sia una solennità, un momento così importante come Natale, o Pasqua.
Soprattutto se conosciamo i due personaggi: Pietro era un uomo irruento, passionale, un povero pescatore, che dice le cose come le sente, moto generoso, ma poi, tante volte, poi… Ricordatevi quello che succederà durante la passione: rinnegherà Gesù e si metterà a piangere quando si renderà conto di quello che ha fatto.

Per non parlare di Paolo, che andava a uccidere i cristiani, era l’ISIS dell’epoca, andava in giro per uccidere quella che per lui era una setta, quella dei cristiani.

Però noi dopo 2000 anni ci troviamo qui a festeggiare questi due personaggi.
E perché?

Perché malgrado i loro difetti sono stati scelti dal Signore, anzi, Pietro è diventata la roccia su cui costruire la Chiesa, la comunità dei credenti, l’assemblea di Dio.
Perché questi due uomini hanno saputo rispondere a quella domanda che Cristo ha fatto e su cui abbiamo riflettuto già poco tempo fa, una domenica, quando abbiamo letto quel passaggio del Vangelo.
E oggi viene proposta, alla fine del nostro anno pastorale, ci viene proposta la stessa domanda da Gesù.
La prima domanda di Gesù: “Cosa dice la gente di me?” come un sondaggio.

E allora i discepoli rispondono, Pietro risponde, e Gesù dice: “Ma tu cosa dici di me? Cosa sono per te?”

E’ molto bello in modo in cui Gesù sta facendo questo, Gesù non da risposte, ma fa una domanda. Quando ci sono le risposte noi a volte chiudiamo il nostro cammino: ci sono le risposte, quindi basta.

La domanda è più interessante, ti fa camminare nella tua riflessione, Gesù fa domande, tu devi porti questa domanda: “Chi sono io per te?”

Pietro risponde: “Tu sei Cristo, il Messia, il mio salvatore”
Il cammino del cristiano è proprio questo. Certe volte abbiamo bisogno di essere rassicurati, quindi siamo contenti quando la Chiesa ci dà delle risposte certe, e noi siamo tranquilli, ci siamo creati il nostro piccolo nido, i nostri muri, e siamo tranquilli così.

Ma Gesù ti interroga personalmente, non ti da una risposta, chiede a te di rispondere al suo amore.
Cosa risponderò io a questa domanda?
Come l’incontro con Cristo mi ha cambiato?

Ha trasformato in un certo senso Pietro e Paolo, che sono diventati dei discepoli straordinari: Paolo ha evangelizzato il Mediterraneo, tutti e due hanno dato la vita per Cristo.

E io?

Questa mia fede addormentata, quando potrò risvegliarla?

La domanda di Gesù è un po’ la domanda di due innamorati.

Certe volte in una coppia uno dice all’altro “Ma quanto mi vuoi bene? Sono importante per te?”
E l’altro darà forse una risposta, speriamo…

Ecco, la relazione tra Cristo e gli uomini è la stessa cosa, è una relazione d’amore, e in quel dialogo d’amore Cristo ti chiede: “Ma quanto sono importante per te?”

E, dopo la risposta, Gesù a Pietro affida la Chiesa.
Tante volte sentiamo dire “Io credo in Cristo ma non nella Chiesa.

Ma la Chiesa è questa, è questa comunità di uomini che cercano di rispondere a questa domanda, e si aiutano a vicenda a camminare per rispondere a questa domanda. Non è un’istituzione, la Chiesa, è una comunità di credenti, è una grande famiglia che si aiuta, e che cerca insieme di rispondere a questa domanda.

Ed è quello che in questi cinque anni io ho cercato in un certo senso di dare.
San Paolo nella seconda lettura dice: “Il Signore però mi è stato vicino, e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Insieme, come famiglia, come comunità, cerchiamo di portare questo annuncia a tutti. Cerchiamo con la nostra vita di far porre le domande anche agli altri.
Tutte le volte che un cristiano non permette a un altro di interrogarsi su quello che sta vivendo, sulle domande fondamentali della vita, ma giudica solo, dà solo risposte, allora c’è qualcosa che non va.
Il cristiano deve essere per gli altri un punto interrogativo. Guardando un cristiano, uno che non lo è, si deve fare la domanda: “Da dove gli viene questa speranza nel futuro? Perché ha questa gioia profonda dentro il cuore? Perché vive in questo modo? Come fa a essere così?”

I primi cristiani era così che si ponevano, hanno evangelizzato in questo modo. I primi cristiani non hanno avuto bisogno di armi, anzi, erano martirizzati, però come una macchia d’olio andavano avanti, e il cristianesimo si è diffuso dall’esempio, non tanto dalle parole, ma dalla vita, dall’esperienza di Cristo vivo nella comunità.

Ecco quello di cui noi abbiamo bisogno, ecco quello che noi cerchiamo di portare avanti attraverso le nostre attività. Ma dobbiamo farlo insieme.

Ieri rileggevo il dialogo tra la volpe e il piccolo principe.
C’è questa parola che sembra una parola brutta, ma nel dialogo tra la volpe e il piccolo principe è molto chiara.
La volpe dice al piccolo principe: “Se tu mi addomestichi la mia vita sarà illuminata. Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”.

Ciascuno di noi è chiamato a essere addomesticato da Cristo. Ma siamo anche chiamati ad addomesticare gli altri, per poter vivere quello che è stato detto qui, sentirsi responsabili l’uno dell’altro. E soprattutto, responsabili per sempre.

E spero che in questo cinque anni sia stato anche così, vicendevolmente. Ormai voi siete responsabili per sempre del mio cammino, e io sarò responsabile per sempre del vostro.

Amen.

Quello che segue è il messaggio che i ragazzi dell’oratorio hanno letto per don Stefano alla fine della celebrazione di oggi.

Caro Don Stefano,
tradurre in parole quello che la tua presenza ha significato per noi in questi cinque anni è praticamente impossibile. Fin dal primo momento in cui hai messo piede nella nostra parrocchia avevamo già capito che c’era qualcosa di diverso in quel giovane prete francese con le All Star e il motorino: in poco tempo hai ridato vita al nostro oratorio, rivoluzionando ogni cosa con un impeto e una forza che dopo meno di un anno ti hanno fatto guadagnare il soprannome di “don Vulcano”. Bisogna ammettere che all’inizio era piuttosto difficile sopportarti… poi con il passare del tempo ci abbiamo proprio rinunciato. Eppure senza di te chi mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi a Ottobre vestito da tirolese a imparare balletti e servire montagne di panini? Chi mai si sarebbe ritrovato a fare giochi a tempo su Rai2 con solo un minuto per vincere? Chi mai avrebbe preso la sua bici pedalando fino al Divino Amore? Chi mai si sarebbe travestito da indiano immaginando di ritrovarsi per una sera a Bollywood? Chi mai avrebbe avuto la fortuna di passare una bellissima serata a mangiare e pregare insieme al suo papà? Chi mai avrebbe speso un mese delle proprie vacanze per svegliarsi alle sette e passare ogni giorno con 120 bambini (…che se non ti avessimo fermato sarebbero stati come minimo il doppio)? Ma tutti noi sappiamo bene che ciò che ci hai lasciato va anche oltre queste bellissime iniziative, va anche oltre i muri ridipinti e tutti i lavori di ristrutturazione che hanno abbellito e migliorato il nostro oratorio: perché nessuno di noi si scoderà mai del lungo filo bianco che ci hai presentato all’inizio di quest’anno, nessuno di noi dimenticherà l’ardore e il coraggio di un prete con l’aria da vip sempre in giro per il mondo con un’unica missione nella sua vita, quella di testimoniare la sua fede in Gesù Cristo. E anche se vorremmo tenerti tutto per noi, in fondo capiamo che è arrivato il momento che tutto quello che ci è stato donato dal Signore attraverso di te, lo possano ricevere tantissime altre persone. Per questo motivo ti salutiamo con affetto e ti ringraziamo con tutto il cuore, con la promessa di mantenere in vita tutto ciò che hai iniziato, perché è grazie a te che abbiamo imparato a non fermarci davanti a nulla e ad andare sempre Verso l’Alto.
Ti vogliamo tanto bene,
i tuoi ragazzi.

 

Dico a te, àlzati!

Link alle Letture della X domenica del tempo ordinario (Anno C)

1Re 17,17-24   Sal 29   Gal 1,11-19   Lc 7,11-17

Commento alle Letture della X domenica del tempo ordinario (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Siamo davanti a due miracoli straordinari: quello della prima lettura e quello del Vangelo.

Due miracoli in cui due figli ritrovano la vita. Due figli morti. Una cosa terribile. Immagino che in questa assemblea si possa capire che cosa può essere la morte di un figlio.

E noi siamo davanti a questo enorme dolore che è lo stesso che ha vissuto anche Maria.
Il dolore che non si può neanche descrivere.

E qual è l’atteggiamento di Gesù in quel momento lì?

Prima di tutto Gesù si commuove.

Poi tocca e poi parla.

Guardare il gesto di Gesù significa guardare a quello che il Signore fa nella nostra vita.

Gesù si commuove, cioè Gesù vive fortemente quelle che sono le tue emozioni i tuoi sentimenti, i tuoi momenti difficili. Gesù è lì accanto a te, Gesù si commuove, Gesù viene toccato da quello che tu, miserabile creatura, stai vivendo.

Gesù ti sta accanto e vive proprio il tuo dolore che diventa il suo dolore.

Gesù si commuove.
Gesù piange con te.

Non è un Dio lontano il nostro Dio.
Il Dio dei cristiani è un Dio che si incarna, che entra nella tua vita, nel tuo momento bello e nel tuo momento difficile, Gesù è lì. E’ lì dove deve essere, è lì nelle tue paure, nella tua sofferenza, lì c’è Dio.

Gesù si commuove cioè Gesù soffre come soffri tu, Gesù piange come tu stai piangendo, Gesù sta lì, non sulla sua nuvoletta, sta lì accanto a te, e prende su di sé il dolore che tu porti.

Gesù tocca.
Tocca la bara, tocca il tuo cuore, tocca la tua vita.
Gesù non rimane indietro, Gesù non è silenzioso, Gesù è uno che si sporca le mani.

Il Papa chiede spesso ai sacerdoti di sporcarsi le mani, di metterci tutta la vita, di entrare nella vita delle persone, non di stare distanti.
Ma quello che il Papa dice ai preti, lo diciamo anche a tutti i cristiani, ognuno di noi è chiamato a sporcarsi le mani. Nella situazione di una persona io ci devo entrare, non basta commuovermi, io devo toccare la persona.
Ci devo mettere la faccia, ci devo essere in mezzo.

Gesù tocca.

Gesù parla.
La parola di Dio è una parola di vita.

Tu, ragazzo, a te, dico: alzati.

Gesù si commuove, Gesù tocca, Gesù parla.
Gesù chiama.

Gesù tira fuori quello che siamo, Gesù chiama ciascuno di noi.
A te dico alzati.
La stessa parola della resurrezione, il mettersi in piedi, l’alzarsi.
Non rimanere nel tuo peccato, non rimanere nella tua sofferenza, nel tuo dolore, alzati!
Vai verso la luce, vai verso la speranza, io ti chiamo.
Non rimanere nel tuo tunnel, nell’oscurità, io ti chiamo.

Gesù si commuove, Gesù tocca, Gesù chiama.

E noi possiamo rimanere così indifferenti a questo modo di fare di Gesù?

La seconda lettura, di San Paolo, ci racconta la sua conversione, quello che è successo nella sua vita. Ci dice: Io ero il peggiore, ero quello che uccideva i cristiani. Andavo e uccidevo i cristiani.
E poi la parola di Cristo mi ha cambiato, e ho iniziato a evangelizzare, non sono neanche tornato subito a Gerusalemme a incontrare Cefa, cioè Pietro, e gli altri discepoli, subito mi sono messo a evangelizzare, e poi, dopo un po’, sono andato a Gerusalemme e sono stato quindici giorni con Pietro e con Giacomo.

Perché c’è questa seconda lettura in mezzo a questi due miracoli?

Perché forse noi non viviamo un grande dolore, una grande sofferenza. Allora potremmo dire che non siamo toccati da questo messaggio.
Notate che ciascuno di noi porta qualche dolore, qualche ferita. Però potrebbe pure essere che in questo momento sono felice e non mi tocca niente. Allora questa parola che ci sta a fare? Se la chiesa ha messo in mezzo a queste due letture questa conversione di San Paolo è semplicemente per dirci che ci sono anche tante lotte spirituali.

Il figlio delle due letture potrebbe essere l’opera della Chiesa, che nasce ma poi muore. Quante volte noi possiamo avere anche la voglia di fare qualcosa, ma poi le cose muoiono, non andiamo oltre, non andiamo avanti nella nostra vita spirituale, non camminiamo, non diamo frutto.
Ci agitiamo tanto, ma poi, nel concreto, quali frutti spirituali abbiamo dato a questo mondo, a questa comunità, a questa nostra famiglia?

Quante volte il cristianesimo è un cristianesimo morto, addormentato, che non dà più vita, che non ha più vocazione, che non dà più niente?
Siamo sterili, le nostre opere muoiono, perché non ci facciamo toccare dal Signore, perché la sua parola non ci sconvolge, Cristo ci chiama e noi non lo sentiamo.

Lui deve rappresentare per noi la luce e la speranza.

Se Cristo non è al centro della nostra comunità se non è al centro della nostra vita, la vita della nostra famiglia, al lavoro, se Cristo non è al centro di tutte le attività che io faccio, la mia vita spirituale non va avanti, i frutti non ci sono.

Lasciamoci avvicinare da Cristo, toccare da Cristo, sentiamo la sua voce che ci chiama ad alzarci, a rinascere, a uscir fuori da quella tomba dove ci siamo rinchiusi noi cristiani.

Diamo sapore, siamo il sale della terra, il lievito della pasta, diamo vita!
Lasciamoci toccare da Cristo che ci chiama: alzati!

Amen

 

Amore e libertà

Link alle Letture dell’Ascensione del Signore (Anno C)

At 1,1-11   Sal 46   Eb 9,24-28;10,19-23   Lc 24,46-53

Commento alle Letture dell’Ascensione del Signore (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Eccoci davanti a due visioni del cristianesimo diverse.

Se avete ascoltato bene, la prima lettura racconta la stessa cosa del Vangelo, cioè l’Ascensione di Gesù in Cielo.

Cosa avete visto? Da una parte c’erano dei ragazzi che camminavano con gli occhi bassi. Dall’altra delle ragazze con lo sguardo verso l’alto.

Questo è un po’ il problema che può succedere ai credenti: cosa succede alla fine, quando Gesù sta salendo in cielo? Gli apostoli che erano lì hanno tutti lo sguardo verso l’alto, guardano Gesù che sta salendo in cielo. E appaiono due uomini vestiti di bianco che dicono: “Ma che cosa state facendo?”

Leggiamola bene perché è bella questa frase:

Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo

Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?

Cosa dice questa frase a noi credenti?

Dice che certe volte ci sono visioni della fede in cui vivere da cristiani significa essere sempre rivolti verso il cielo. Ma c’è un rischio.
Il rischio è che io stando sempre così non mi rendo conto di quello che sta succedendo intorno a me. Ho l’impressione che siccome io credo in Dio, il resto non mi deve interessare; sono tutto preso dalla visione del cielo.

Ci sono altri che invece hanno una visione molto terra-terra, in cui tutto è orizzontale, e quindi la cosa importante è solo quello che può succedere qui. E hanno questa visione e basta.

Ma né l’uno né l’altro vanno bene.

La bellezza del cristianesimo è proprio che Dio si è fatto uomo.
Dio ha preso carne, è venuto in mezzo a noi.
E Cristo, con il suo corpo, è salito in cielo.
L’uomo viene in un certo senso divinizzato.
C’è questo rapporto straordinario tra l’uno e l’altro.

La ricchezza del cristianesimo è proprio questo equilibrio tra l’umanità e la divinità che si incontrano in Cristo Gesù.

Se noi siamo troppo presi dal cielo ma non diamo una mano alla terra, non va bene. Se noi pensiamo solo ai problemi terreni e ci dimentichiamo che Dio è venuto in mezzo a noi, non va bene.

Il cristiano deve vivere questo equilibrio, come abbiamo sempre detto: vivere qui, sapere che sono qui, e nello stesso tempo tutto orientato verso il cielo.

Allora il mio modo di vivere qui sarà forse diverso perché so dove vado, però è qui che devo vivere, è qui che devo investire, è sulla terra che il Signore mi chiede di essere testimone, l’avete sentito nel Vangelo: “Siate i miei testimoni”. Testimoni di libertà e di amore, questo il Signore ci insegna.

Andato via, benedice, cioè dà l’amore di Dio, ma si stacca, e quindi ci lascia la libertà.
Ci insegna anche a vivere i nostri rapporti interpersonali. Amore e libertà.
L’insegnamento di Gesù in questo momento dell’ascensione è grandissimo: ci insegna a vivere. Ci insegna a capire il senso della nostra vita e ci insegna a capire come vivere con gli altri.
Cristo non tiene tutto questo, Cristo si stacca, e ciascuno di noi deve imparare a fare la stessa cosa con chi ama: rendere testimonianza del tuo amore, ma lasciare libero.

Allora cerchiamo di pensare un po’ al nostro modo di vivere il cristianesimo, perché potremmo essere in un eccesso o in un altro.

Vivere da cristiano significa in famiglia, significa al lavoro, non significa solo qui.

Il cristianesimo, quello che abbiamo nel nostro cuore, tocca qualsiasi uomo e qualsiasi momento della nostra vita.

La settimana prossima festeggeremo la Pentecoste, abbiamo già iniziato la novena. Preghiamo lo Spirito Santo che ci possa accompagnare, e far sì che ciascuno di noi possa diventare testimone di Cristo in mezzo a questo mondo.

Amen.