La distanza

di fra Pietro Luca Roccasalva

In questa distanza c’è la nostra salvezza: essere figli, ai piedi del Padre e dietro al Figlio.

Ognuno di noi ha fatto l’esperienza dell’essere FIGLIO, di una certa famigliarità col proprio padre, famigliarità e confidenza che spesso ci hanno portati a dire parole o compiere gesti che annullavano la distanza e i ruoli.

Sicuramente ci sarà capitato anche, ad un certo punto, che nostro PADRE, con fare deciso, ci abbia messo a tacere, abbia improvvisamente ristabilito le distanze.

Questo è un passaggio delicato che non viviamo mai bene, viviamo quel rimprovero come una “bocciatura” senza invece riflettere sul fatto che in quella distanza ristabilita sta il nostro essere ciò che siamo ed esserlo in pienezza… figli!!

Forse anche a voi genitori, è capitato di fare lo stesso con i vostri figli, e non per questo li amate meno!

Anche ai discepoli, a tutti, è accaduta la stessa cosa con Gesù, solo che Pietro è stato quello che direttamente ha fatto esperienza di una parola rivolta a lui: “Va’ dietro a me” (Mc 8,33).
Il tono è deciso perché la posta in gioco è alta!

Con Dio noi spesso ci parliamo come Mosè sul monte, faccia a faccia, gli chiediamo conto di tante cose, scelte, gli chiediamo spiegazioni, ecc… e forse all’improvviso ci accorgiamo che non siamo più figli ma MAESTRI…

C’è un rischio nell’eccessiva famigliarità con Gesù e con le “cose di Dio”: il rischio di perdere il posto dei figli, il rischio di credere che in qualche modo Dio debba darci le spiegazioni richieste.

Allora quelle parole forti, forti come l’amore, sono tali perché davanti a Gesù perdiamo il senso del cammino, della meta, CI PERDIAMO…allora il regalo più grande che possiamo ricevere da un padre, sono parole che, seppur dolorose, ci mettono nell’unica posizione possibile, quella dei figli e discepoli.

Avremmo tante domande da fare, tanti dubbi da risolvere, tante spiegazioni da chiedere, ma questo va fatto da figli, non va fatto con la pretesa che l’Altro debba darci delle spiegazioni.

C’è un Mistero, uno “spazio”, penso alla sofferenza, alla morte, che non possono essere colmati con una risposta ma con un cammino, forse lungo, forse doloroso, ma CAMMINANDO da FIGLI. Il nostro SAPERE deve essere un sapere “sapiente”, da figli e NON da MAESTRI.

L’unica certezza che accompagna il nostro cammino di figli in cerca di risposte – la prendo da un romanzo di Stefano Baldi, “Sia fatta la tua volontà” – è questa:  “Non avere paura, questo cammino lo facciamo insieme”.

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Imparare ad amarsi

di Stefano Bataloni

Ieri mattina ho partecipato alla Santa Messa presso l’auditorium del Ministero dell’Ambiente. È da un po’ di anni che in Avvento e in Quaresima, presso quella sede istituzionale si celebra l’Eucarestia, è una forma di missione nei luoghi di lavoro.

Fortemente voluta, fino a pochi anni fa, da un drappello di dipendenti, oggi invece è caldamente “patrocinata” dai vertici del ministero stesso, in cui evidentemente la componente di cattolici non è trascurabile. L’iniziativa mi colpisce molto perché proprio in quello stesso auditorium, dove oggi sedevano accanto a me onorevoli, direttori generali e militari in alta uniforme, sempre più spesso di questi tempi si sente parlare dell’uomo come la fonte di ogni male per il pianeta Terra, ci si riferisce alla creatura umana come fosse un cancro da estirpare, una specie infestante da sterminare; eppure quello è lo stesso uomo per la cui salvezza Gesù Cristo è venuto al mondo e ha compiuto il più grande sacrificio donando la sua stessa vita, come abbiamo rivissuto nella Eucaristia!

Al di là di questo, però, a rendere speciale l’occasione era il celebrante: l’amico don Paolo A.
Il brano del Vangelo proclamato è stato il racconto dell’annuncio dell’Angelo a Maria. Don Paolo nella sua omelia ha spiegato bene come il Signore Dio si sia rivolto a Maria con rispetto, senza imposizioni e preservando la sua libertà. Maria, d’altra parte, era in un periodo di attesa, era presa dalla realizzazione del suo progetto di vita con Giuseppe, suo promesso sposo. Il progetto di Maria era buono, e giusto, piú che meritevole di essere portato a compimento.
Il Signore però – ha continuato don Paolo -le scombina i piani, le fa una proposta alternativa, le indica una strada diversa da quella che aveva in mente di percorrere, peraltro, una strada che avrebbe pure comportato qualche serio rischio per lei, dati i tempi che correvano.

Maria però, si affida al Signore, sa che il Suo disegno di salvezza può passare per vie che lei non comprende appieno in quel momento, vie che richiedono un po’ di fatica, vie che escono dai suoi schemi. L’affidamento di Maria genererà Gesù, il salvatore degli uomini.

Don Paolo ha concluso ricordando che anche ognuno di noi, affidandosi al Signore può generare Gesù, può generare la salvezza, propria e del suo prossimo.

Trascorrono pochi minuti dalla fine dell’omelia che io stesso mi trovo in una situazione del tutto analoga a quella di Maria: mi presento di fronte al sacerdote per ricevere l’ostia consacrata e prima di portarla alla mia bocca, don Paolo mi chiede se me la fossi sentita di aiutarlo nella distribuzione dell’Eucarestia.

Ero preso dai miei progetti ma mi era stata rivolta una proposta alternativa, venivo chiamato a percorrere un’altra strada.

D’altronde in sala c’erano non meno di duecento persone, era più che comprensibile quella proposta, per di più era una proposta formulata con dolcezza e rispetto della mia libertà, proprio come quella dell’Angelo a Maria.

Io ho rifiutato. 

In un istante mi è tornata alla mente un’occasione precedente in cui, ad una identica proposta, risposi positivamente ma fu per me un disastro. Non accadde nulla di grave ma tremai come una foglia per tutto il tempo, le mie mani non riuscivano a restare salde con in mano il corpo di Cristo, mi passai la pisside sulla mano destra tentando di trovare maggiore sicurezza nel distribuire le ostie con la sinistra ma non funzionò. Fu un momento di grande imbarazzo.

Presa l’ostia, quindi, me ne sono tornato a sedere al mio posto.

Alla fine della celebrazione sono andato a scusarmi con don Paolo per il mio comportamento, ma lui, da buon “padre”, mi ha accolto con un sorriso e un incoraggiamento.

Nel resto della giornata sono stato a rimuginare su quel mio rifiuto, sul mio non essermi affidato, ho passato in rassegna tutte le mie paure: quella di mostrarmi incerto e fragile di fronte agli altri, quella di non essere sempre all’altezza del compito assegnato o anche quella di essere messo in mostra. 

Attraverso questo piccolo episodio ho compreso perché Zaccaria, che come Maria era stato visitato da un Angelo del Signore, all’annuncio della nascita di Giovanni fu ridotto al silenzio: Zaccaria non si affidò, forse ebbe paura.

Mi sono sentito proprio come Zaccaria: muto, e triste. Ma ho fatto anche di peggio: mi sono condannato per quelle mie paure, mi sono rimproverato per aver perso l’occasione di fare qualcosa di buono, per me, per don Paolo e per gli altri. Ho assaporato la gioia che mi avrebbe dato se mi fossi affidato e avessi accettato la proposta che mi era stata rivolta e non mi sono perdonato per quella poca fede, per quel rifiuto.

Tornando a casa, però, mi è tornata alla mente una catechesi ascoltata pochi giorni fa. Il sacerdote diceva: non è possibile amare gli altri e amare Dio se non si impara ad amare se stessi.

Quale padre – aggiungeva – rimprovera suo figlio quando cade e si fa male? Quale madre non si precipita ad abbracciare suo figlio quando è malato o fragile o spaventato? Non è solo la voglia di consolare che muove un padre ed una madre di fronte alle difficoltà del figlio, in fondo c’è soprattutto la necessità di aiutarlo a rialzarsi, ad andare avanti, ad imparare dalle cadute o dalle sconfitte.

Ecco, forse, sono stato davvero troppo duro con me stesso. Come potevo seriamente dare per scontato che le mie paure fossero scomparse e le mie ferite fossero sanate? Come ho potuto convincermi di poter essere sempre perfettamente all’altezza della situazione?

No, sono umano, sono fragile, sono spaventato e inadeguato per costituzione, ma conosco l’amore che si prova per un figlio malato e impaurito, l’ho provato, quell’Amore vive in me: devo solo imparare a rivolgerlo anche verso me stesso.

Siamo in Avvento, siamo in attesa dell’arrivo del Re dei re, del Signore dei signori, che, per Amore, verrà tra noi nel modo meno regale e signorile possibile, a insegnarci che anche attraverso la fragilità e la debolezza si arriva alla salvezza.

Quale periodo migliore di questo per imparare ad amarsi? 

Affondare

Sai Anna, ci sono due tipi di esperienza che i discepoli possono fare: la prima è quella di camminare sulle acque (o trascorrere indenni il mese di novembre), la seconda è quella per cui vale la pena vivere il dramma del mese di novembre, ovvero il contatto con quella mano che ti tira sù dal mare in tempesta.

E’ il contatto con quella mano, e non invece il non affondare, ciò che fa la differenza.

Gesù ripete al tuo cuore: “Coraggio, sono io, non temere”.

La differenza non la farà settembre, ottobre o novembre, ma il fatto che Lui c’è nel Tuo novembre.

Tu vorresti non barcollare, e non sai che l’esperienza più bella è quella che puoi fare proprio barcollando: la mano di Gesù in persona che ti sorregge.

Ci sono persone sante, nella mia vita.
Persone che rispondono alle mie richieste di aiuto, persone che pregano per me.
Persone che misteriosamente non attaccano il telefono quando le chiamo, e che anche se sanno che la mia domanda non ha risposta, cercano parole da donarmi, che possano alleviare il mio dolore.
So di non meritarle, ma ricorro a loro nei momenti in cui mi sento affondare. E sono come la carezza di Dio sul mio volto.
E ci tengo a dire che questa carezza la sento forte e chiara.
Anche a novembre.

Grazie.

Natanaèle e io

di Anna Mazzitelli

Sono stata a messa, venerdì mattina, e ho ascoltato il vangelo di Giovanni (1,47-51) che racconta l’incontro tra Gesù e Natanaèle.

Lo riassumo perché almeno per me non era proprio uno dei passi più noti…

Gesù vede Natanaèle che gli viene incontro e dice di lui che è un uomo giusto.
Natanaèle si stupisce e gli chiede: “Come mi conosci?”
Gesù gli dice di averlo visto sotto il fico, poco prima.
A queste parole Natanaèle si lascia andare in una confessione di fede, dicendo: “Rabbì, tu sei il figlio di Dio!”
Gesù allora sembra prenderlo in giro, gli chiede se tale affermazione e la sua fede dipenda dal fatto che l’aveva visto sotto il fico. E gli dice, poi: “Vedrai cose maggiori di queste! Vedrai il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell’uomo!”

Eppure è così, per me come per Natanaèle.

Possiamo veder guarire i malati, ma se non sono i “nostri” malati, non ci tocca.
Possiamo vedere risuscitare i morti, ma se non sono i “nostri” morti, non ci cambia la vita.
Possiamo vedere gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell’uomo, e rimanere tali e quali.

Magari invece ci cambia la vita sapere di essere visti sotto un’albero.

Perché l’incontro con Gesù deve essere personale, deve interessare la mia vita, la mia banale esistenza, Gesù deve entrare nelle mie cose, nelle mie dinamiche, nei miei problemi.

Che Gesù risolva la fame nel mondo, o blocchi un conflitto, o salvi qualcuno dall’altra parte della terra può fare scalpore, ma non mi cambia il cuore.

Sentirlo dire invece: “Ti ho visto quando eri sotto il fico” significa che lui è interessato a me, proprio a me, alla mia vita che per lui non è banale, ma preziosa.
Significa capire che io sono importante per lui, che si guarda intorno per vedere se ci sono, che nel momento in cui mi avvicino mi nota, dice qualcosa di me.
Significa comprendere il Salmo 138 quando dice:

Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.

Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.

Posso conoscere la scrittura a memoria e comprendere tutto ciò che vi è dentro, ma solo questo incontro così intimo e personale mi salva la vita.

 

 

Storia di un bambino che (non) è morto

La mia “amica di penna” mi ha mandato questo racconto, scritto da lei, che contiene le sue riflessioni sul significato della vita. E sulla paura della morte. Beh, eccolo qua. 

di Caterina Graziosi

Un giorno quel bambino morì. Non se ne accorse subito. La prima cosa di cui si accorse fu che il dolore improvvisamente smise di stringere il suo corpo. Pensò: meno male, non ne potevo più. 

Poi cambiò la prospettiva. Vide tutto dall’alto, vide se stesso e vide il suo corpo, ma non si sentì affatto triste. Il suo corpo era come un vestito, un vestito che aveva molto amato, e che amava ancora, gli faceva tenerezza come quel costume di spiderman che non gli andava più bene, ma che -ora se ne rendeva conto- gli era sempre stato stretto. 

Poi vide la mamma, il papà, i suoi fratelli, li vide da diverse angolazioni contemporaneamente, dall’alto e anche di fronte, guardandoli bene negli occhi, e sentì di volere loro molto bene e sentì anche il loro amore per lui, voleva quasi restare, ma dietro le sue spalle qualcosa lo costringeva a voltarsi. 

Il bambino li guardò, ma non come un addio. 

E pensò (o disse, ma non c’era differenza) -perché siete tristi, dovete essere felici, perché in effetti io mi sento benissimo, non sono mai stato meglio.- e poi dovette proprio girarsi, e vide una bella luce aperta. 

Cioè, era una luce, ma era anche un passaggio, in invito talmente allettante, e contemporaneamente molto, molto famigliare. Gli sembrava proprio di averla già fatta quella strada, più ci volava dentro, più gli pareva di tornare a casa. E poi, pensò, era fantastico volare in quel modo. 

Ed era tutto molto più vero. Più realistico, ripensando alla vita di prima, quella sì che sembrava sbiadita. Non brutta. Ma come se fosse stata meno viva. Mentre ci volava dentro vedeva che in fondo c’era una luce, ma che non faceva male agli occhi come quando guardava il sole, e poi c’era questo vento tiepido che accarezzava ogni parte di lui. Gli venne un dubbio. Si guardò le mani, le aveva ancora? Le mani c’erano, ma erano come una traccia di luminosità. Intanto quel vento lo portava verso la luce e infine si fermò. 

La luce splendeva nelle tenebre. Nonostante fosse la luce più potente e viva che avesse visto, intorno c’erano le tenebre. 

Il bambino era molto eletrizzato. In effetti non aveva mai pensato che fosse morto. Visto che non si era mai sentito più vivo di così. 

Cominciò a sentirsi molto curioso. Aveva una gran voglia di giocare e divertirsi. Appena si formò questo pensiero, che era quasi come una voce, la luce rispose. Quella luce era molto divertita pure lei. Era ironica. Era anche un po’ bambina. Sembrava aspettasse che il bambino si scatenasse e iniziasse a giocare. 

Il bambino sentì qualcosa di infinito che lo riempiva, come fosse stato un palloncino, e quella cosa non poteva essere che amore, ma neppure il giorno di compleanno si era sentito così amato e voluto. 

Così cominciò a volare, a fare le capriole nel vuoto, ma non era vuoto. Si accorse che era lo spazio infinito. Vide tutto. Le stelle, le nebulose, infiniti pianeti e soli, bastava pensarlo, e immediatamente vi penetrava dentro, li attraversava e si accorse che tutto era formato da una sola sostanza, e quella sostanza era l’amore, la stessa di cui era fatto lui, la differenza era che lui aveva una identità ed era amato “meglio”, e interamente, e si accorse che non avrebbe mai fatto una cosa abbastanza brutta perché quell’amore venisse a mancare. 

Pensa te, tutti questi scienziati che si scervellano per capirci qualcosa, ma è tutto così semplice.

 Gli apparve tutto molto ovvio, la creazione, il tempo, il mondo, l’uomo. Era come se vedesse le cose da un punto di vista diverso. 

Nonostante gli sembrasse che in un tempo lunghissimo e anche brevissimo avesse esplorato tutto l’universo, ovunque si girasse, la luce era sempre di fronte a lui. 

Il bambino in quel momento capì che la vita terrena per lui era finita. Lo capì senza tristezza. 

Lo capì come una cosa che doveva essere compiuta e quindi che lui stesso aveva raggiunto la pienezza.

Allora la luce gli chiese se voleva guardare, e il bambino disse sì. 

Era un sì che risuonò come un eco musicale in tutto il cosmo. 

E vide la sua vita. Vide ogni cosa, anche le cose brutte che aveva fatto, pure quella volta che aveva rotto apposta il regalo di compleanno di suo fratello perché era geloso, ma non glie l’aveva mai detto. Però vide che, come in un film, veniva messa in risalto esageratamente ogni piccolissima azione d’amore. Era come se la luce volesse fargli vedere che ogni atto d’amore valeva 1000 volte di più di ogni dispetto. Quel giorno in cui aveva aiutato suo fratello a scrivere. Quando gli aveva fatto bere l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Quando aveva apparecchiato la tavola senza che la mamma glie lo chiedesse. 

Il bambino si sentiva come il cocchino della maestra a cui si dà 10 anche se merita 7 e mezzo. Ma per la Luce, sembrava che fosse un successone. Il bambino non era scemo, era andato a catechismo, i suoi genitori glie ne avevano sempre parlato, e sapeva benissimo che quella luce era Dio. Si sentiva molto sicuro perché era talmente riempito di amore, che non aveva paura di niente. 

Era morto (sempre che questa parola abbia significato), e non aveva avuto paura un solo secondo.

E così volle fare delle domande. E appena si formavano nella sua testa, la risposta della luce si formava direttamente nella sua mente. Dio rispondeva sempre chiamandolo per nome, e ogni volta il bambino rabbrividiva di piacere a sentire pronunciato da Lui il suo nome.

Perché hai creato l’universo?

Perché l’amore non può che creare

E perché hai creato l’uomo?

Perché volevo una creatura che fosse come me, perché l’amore deve amare qualcuno

E perché l’hai fatto così, cattivo, egoista, vanitoso

No, io l’ho creato perfetto. Un’anima perfetta in un corpo perfetto.

Beh, e allora?…

E allora di angeli che mi lodavano e cantavano da mane a sera ne avevo già abbastanza. Volevo qualcuno che scegliesse di amarmi. E allora l’ho fatto libero.

E’ lì che è venuto fuori il disastro! Protestò il bambino.

Si, ma che valore ha l’amore, se non hai altra scelta? Vedi, così anche il più piccolo, minuscolo, atto d’amore, anche se non è perfetto, anche se inquinato da tanti sentimenti meno limpidi, diventa talmente prezioso…

…che ti salva. Concluse il bambino

Poi aggiunse un pensiero: Sì, ok, capisco tutte le cose brutte che fanno gli uomini che scelgono l’odio, ma le malattie? I terremoti? Il dolore?

Non è questa la domanda giusta. La domanda giusta è: perché ho fatto incarnare l’uomo che ho creato, l’ho fatto nascere nella carne e nel tempo, l’ho inchiodato alla materia, gli ho dato un corpo che si ammala, che si rompe, che ha freddo, in un creato che anche lui soffre e si dibatte?

Sì, è vero, è questa la domanda. Ammise il bambino. Le cose gli apparivano sempre più chiare e facili. Contemporaneamente si accorgeva che solo lì, davanti alla luce-Dio potevano apparire chiare e facili. Arrivò la risposta.

Perché il mio desiderio è riunirmi all’uomo che ho creato, ma solo dopo che lui ha imparato ad amare. Nella libertà. E quindi, nell’imperfezione. Ecco cos’è la vita. La vita è il luogo in cui l’uomo ha l’opportunità di imparare ad amare. E -non meno importante- a farsi amareL’amore ha quasi infinite sfaccettature. Come il mio. Si impara ad amare in un modo particolare da figli, i propri genitori. E’ l’amore che si affida. (come chi si affida a Me)  In un altro modo, un’altra forma di amore è quella per i fratelli. Poi c’è l’amore tra marito e moglie: un amore che sembra facile, perché ci si sceglie, ma è difficile perché si sceglie ogni giorno. Insegna l’amore fedele. Poi c’è l’amore per i propri figli: si impara ad amare donando la propria vita. C’è anche l’amore per lo sconosciuto. E’ l’amore che ha fede. C’è l’amore nella malattia, che vede oltre il dolore ed oltre l’imperfezione, la persona. E’ l’amore della speranza. L’amore che si sacrifica. C’è l’amore silenzioso e nascosto, per esempio quello delle tante persone che pregano per degli sconosciuti, le suore, i frati, persone qualunque. E’ l’amore gratuito che crede nel potere della preghiera. C’è l’amore per il creato, che ricerca la bellezza e l’armonia  i quali suscitano a loro volta amore. C’è l’amore che sfida l’odio, nonostante la guerra e la continua mancanza di giustizia. E’ l’amore senza paura….

Il bambino cominciò a vedere come una moltitudine di vite, illuminate anche solo a brevi tratti da piccoli o grandi barlumi di amore, che creavano qualcosa. 

Anzi, creavano la realtà. Plasmavano le anime, cambiavano il corso degli eventi, o illuminavano una intera esistenza, creavano una reazione a catena imprevedibile e lunghissima, nel tempo e nello spazio. Come un effetto domino. E vide un mondo, in tutti i tempi, illuminato infinitamente più dall’amore che dall’odio.

Accipicchia, pensò. Ma come è possibile che loro, gli uomini laggiù, non lo vedano? E’ così ovvio, così facile.

Vide anche che la sua vita non era monca, ma era completamente compiuta nonostante fosse morto bambino. 

In quel momento si ricordò della sua mamma, del suo papà e  dei suoi fratelli, e (non poteva sentirsi triste) li amò nel loro dolore, e nella loro condizione, perché loro non avevano visto e capito tutto quello che vedeva e capiva lui ora.

Prima che la preghiera si formasse in lui Dio si aprì. 

Il bambino entrò. 

Pensava di avere raggiunto la massima gioia, invece non era così. 

Dio non era uno, in effetti lo aveva pure studiato a catechismo, la trinità. 

Dio racchiudeva tutte le forme d’amore, e anche le più umane, sentì precisamente la presenza di un uomo. In effetti quella presenza era Gesù. Si stupì perché mica era serioso e un po’ noioso come se l’era immaginato. Era ironico, simpatico anche. E molto concreto. Lo vide davanti a sé con una espressione quasi divertita, e gli diceva di seguirlo. Inizio a parlare: 

Qui non ci si annoia. Sì è vero che c’è pace e c’è amore, ed eternità. Ma c’è un sacco lavoro da fare. Per esempio per la tua famiglia. Ci sono grandi progetti per loro, sai. Grandi progetti indipendentemente dalle scelte che faranno, perché noi abbiamo infiniti piani B per tutti. Beh, quasi, infiniti. In più c’è mia madre, sai, lei dà sempre una gran mano, perché ha un istinto tutto particolare per ispirare e consolare e tirare fuori dai pasticci le persone. Sapessi quante Grazie ha a disposizione, ancora inutilizzate: infinite! – (ovvio, che te lo dico a fare?) E giù che se la rideva.

Il bambino anche lui rideva, e così entrò in una moltitudine di persone, alcune delle quali conosceva, per esempio parenti morti prima che nascesse, i nonni, due zii. Tutti di davano un gran daffare,con le vite degli uomini sulla terra… ispirando infinite connessioni d’amore, opportunità di bene, a volte con la sola preghiera facevano sì che una situazione orrenda si trasformava in una splendida grazia. Era un lavoro davvero creativo.

Il bambino capì definitivamente che era tornato a casa, per sempre. E che la vita non si era fermata, ma iniziava. Per sempre. E che non si sarebbe di certo annoiato.

Lui il mio Salvatore

di Mario Barbieri

Stavo in quella notte
le braccia inchiodate di fatica
la mente trafitta da vuote parole
il cuore schiantato dal dolore

Un bimbo mi hai donato
perché lo potessi crescere
perché lo potessi ascoltare
perché lo potessi amare

Lui che già mi amò
con tutte le Sue forze
con tutta la Sua mente
con tutto il Suo cuore

Lui il mio Salvatore

Mauro

Avrò ascoltato o letto decine di volte il primo capitolo del Vangelo di Matteo che descrive la genealogia di Gesù.

Un susseguirsi di nomi, di padri, di figli e di qualche madre. Nomi noti, alcuni, come Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone; molti nomi strani e praticamente insignificanti, almeno per me, come Esrom, Aminadàb, Naasòn, Booz, Racab, Roboamo, Abìa, Zorobabele, Eliachìm, Azor…fino poi a Giuseppe, Maria e Gesù.

Lo confesso, questo brano dei Vangeli non mi ha mai suggerito molto, se non il fatto che sia una storia che ha la radici in un tempo lontanissimo. Sono certo che Matteo abbia scelto di far iniziare il suo annuncio della Buona Novella con questa descrizione per un motivo importante; sono certo che esso racchiuda molto di più di quello che io riesco a comprendere. La cosa che ha sempre davvero contato per me era che al termine di quella catena di nomi vi fosse Gesù Cristo.

In questi ultimi giorni, però, a causa di un evento importante nella mia vita, sono riuscito ad apprezzare molto meglio come quel susseguirsi di nomi, il loro essere concatenati uno dopo l’altro, la simmetrica ripetizione del numero delle generazioni tra una fase e l’altra della storia di Israele non fosse altro che l’immagine del disegno di Dio su di noi tutti, e soprattutto fosse l’immagine di un disegno di salvezza.

Il rileggere la genealogia di Gesù Cristo, poi, mi ha rimandato ad un’altra storia.

Era l’estate del 1965. Un uomo alto e robusto, di appena 23 anni, è alla guida della sua Fiat 500 mentre percorre una delle strade principali di un paesino di poche anime sulle rive del lago di Bolsena. Accanto a lui è seduta la sua fidanzata, giovanissima, e sul sedile posteriore dell’auto si trova la sorella più grande di lei, appena ventenne. L’auto attraversa l’incrocio principale del paesino e subito dopo si ferma nei pressi di un bar. Seduto nello spazio esterno al bar, intento a contemplare lo sporadico passaggio di automobili lungo la strada, c’era un caro amico dell’uomo. L’uomo scende dalla sua 500, saluta l’amico, scambia con lui due chiacchiere e lo invita a unirsi alla sua compagnia. I quattro salgono in auto e ripartono.

Quel giorno, quell’amico e quella sorella si videro per la prima volta. I due non si piacquero affatto, nonostante fossero comunque due bei ragazzi; la differenza di carattere era grande. In seguito, però, ne nacque una storia e 4 anni dopo, era l’aprile del 1969, i due si sposarono. Due anni dopo, sempre in aprile, io venni alla luce.

Ripensando a questa storia, proprio pochi giorni fa, mi è saltato agli occhi come con ogni evidenza anche la mia vita è nel disegno di Dio; il concatenarsi degli eventi, che a prima vista sembrerebbero del tutto casuali ma che invece, guardandoli oggi, altro non erano che parti di un progetto ordinato, simmetrico, iniziato da lontano e condotto con pazienza, alla fine ha condotto alla mia esistenza.

Il realizzarsi di questo disegno, così come è accaduto per la storia di Gesù Cristo, si è compiuto attraverso piccoli e grandi momenti, attraverso persone deprecabili e persone ammirevoli.

Dio si è servito anche di quell’uomo per realizzare il Suo disegno su di me. Un uomo cresciuto nelle difficoltà, in tempi in cui mangiare ogni giorno non era affatto una certezza; un uomo che perse suo fratello all’età di 10 anni, che fu costretto a lavorare sin da giovane e che per non lasciare la scuola studiava tra le 3 e le 4 di notte, che superò malattie gravissime quando le medicine ancora non si compravano con facilità. Un uomo che ha avuto le sue cadute, che ha commesso i suoi errori come qualsiasi altro uomo che è passato e che passerà su questa terra; ma anche un uomo generoso, forte, determinato che è riuscito a costruire molto con il suo lavoro, che in una vita matrimoniale durata 50 anni è stato benedetto da figli e 5 nipoti. Un uomo “innamorato” di suo padre, quel padre che giunto all’ultima sua ora mori nella braccia della moglie mentre lui era lontano.

Senza di lui, probabilmente, i miei genitori non si sarebbero mai incontrati. Senza quell’uomo io forse non sarei mai nato; senza di lui probabilmente non ci sarebbe stato il mio matrimonio con Anna, non ci sarebbero stati i miei figli.

E così come Dio previde che a conclusione della storia di Israele nascesse Gesù il Salvatore, attraverso Filippo e la sua malattia e gli anni che abbiamo lottato e pregato accanto a lui, anche per me Dio ha previsto un cammino verso la salvezza.

In quest’ora, quando quell’uomo è ormai salito alla casa del Padre, da figlio non posso che innalzare a Dio il mio “grazie” per essersi servito anche di lui per darmi la vita e una via di salvezza.