Prova dell’amore di Dio

C’è un bambino speciale nella nostra parrocchia.

Sarebbe speciale anche se non fosse speciale perché lo è la sua mamma, e la genetica non mente.
Ma questo bambino è anche speciale, e proprio in virtù di questo ci regala delle emozioni pazzesche, malgrado la sua mamma pensi che ci scocci o dia fastidio.

In lui è così trasparente l’amore di Dio che qualcuno potrebbe prenderlo come prova della Sua esistenza.

Quando è felice non è solo felice, è euforico, e questo spesso capita durante la messa domenicale. La sua mamma si nasconde e si mimetizza con le colonne della chiesa, ma lui canta, esulta, grida, quando passa la processione con la croce non riesce a stare fermo, a contenersi.

Una volta ho visto il video di un’intervista che ha fatto Don Stefano a TV2000, parlava dei bambini disabili. L’intervistatrice (al min 14:50) gli chiedeva come si comportasse quando un bambino speciale si metteva in fila per fare la comunione, se ne valutasse la consapevolezza, se avesse mai avuto difficoltà o dubbi nel dare la comunione a qualcuno a cui poteva non essere pienamente chiaro quello che stava facendo.

La sua risposta mi colpì molto: non esitò nemmeno un secondo e disse di no.
Disse che mai si era fatto domande del genere, perché sono proprio persone così che ci portano la freschezza dell’incontro con il Signore, loro sono molto più naturali di noi e capiscono molto meglio di noi cosa significa accogliere il Signore nella propria vita. Proprio i bambini speciali sono i più sensibili a sentire l’amore che le persone hanno nei loro confronti, e nello stesso modo comprendono l’amore che Dio ha per loro.

Ecco, guardando il nostro bambino speciale capisco benissimo cosa volesse dire, perché non c’è dubbio alcuno che Dio ami quel bambino, e lo ami tanto, che lo trovi perfetto e insostituibile, che lo veda come l’ha sempre pensato e sia fiero di lui, sua meravigliosa creatura.

Ci hanno insegnato fin da piccoli che Dio ci ha creato, che Dio ci ama, che non c’è anzi nessuno che ci ami più di Lui.
E questa è la teoria, e la sappiamo tutta.
Poi però a volte succede che pensiamo di doverci in qualche modo meritare quell’amore. Pensiamo (a me capita) che dobbiamo essere in un certo modo per farci amare da Dio, che dobbiamo fare qualcosa di particolare, comportarci bene, seguire delle regole, portare dei frutti, affinché Lui ci ami.
Il nostro bambino speciale ci rivela che è esattamente il contrario: Lui ci ama a prescindere, Lui ci ama per primo, gratis, e malgrado tutto.
E da questo, semmai, poi, scaturisce tutto il resto.

E noi, che a volte pensiamo alla fatica che deve fare la sua mamma, e che immaginiamo che la sua vita potrebbe essere migliore se fosse un po’ più simile alla nostra, che lezione riceviamo quando veniamo travolti dal riflesso di quell’amore infinito, che senza nascondersi né provare vergogna esplode nelle sue grida e nel suo canto, nella luce che si vede negli occhi del nostro bambino, nelle sue mani che non riescono a fermarsi dall’emozione!
Lui non ha dubbi di essere amato, e ce lo mostra senza riserve.

Quanto dovremmo ringraziare continuamente per poter essere parte di un miracolo così bello, così plateale, così evidente.
Quanto dovremmo imparare da questa creatura che è lo specchio dell’amore di Dio!

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“Pregare non è servito a niente?”

 di Anna Mazzitelli

Cara Amica di Penna,

ho letto il tuo ultimo post con strazio di mamma che non vuole mentire ai suoi figli, ma che comprende che la verità da raccontare loro è a volte talmente dura che davvero non trova a che Santo votarsi per capire come fare.

Sono certa che per tutte le domande iniziali delle tue bambine troverai una risposta più che adeguata, è sull’ultima che voglio cercare di aiutarti, anche se hai ragione quando dici che per affrontarla l’unico aiuto veramente serio di cui avrai bisogno sarà quello di un Altro.

Ma allora pregare non è servito a niente?

Due cose ti voglio regalare, sottovoce, perché non vengono da me, naturalmente, e non credere che per me siano acquisite.
Ogni volta ci sbatto la testa, ma siccome io sono, come diceva Julia Roberts, “Quella gran culo di Cenerentola“, e inspiegabilmente e malgrado io ce la metta tutta per essere detestabile, il Padreterno deve avere davvero simpatia per me e nel corso degli anni è stato Lui a regalarmi delle boe alle quali ancorarmi per non andare a fondo.

La prima è una frase che mio marito ripete sempre: “Niente è più potente dell’uomo che prega” (S. Giovanni Crisostomo).
Sono certa che la preghiera può cambiare la storia. Lo diceva Giovanni Paolo II, la preghiera cambia le sorti del mondo.
In che modo non si sa, di sicuro diversamente da quelli che potrebbero essere i nostri piani.
Noi donne, poi, siamo così brave a suggerire al Padreterno come, quando, dove e perché far capitare una certa cosa invece che un’altra, che a volte ci sembra che la nostra preghiera non sia stata esaudita solo perché non combaciano i dettagli…

Ma di fronte all’evidenza che quello per cui abbiamo pregato non è successo, che abbiamo chiesto con insistenza e con il cuore ma poi le cose sono andate in modo diverso, di fronte a un bambino di 10 mesi che a dispetto dei suoi genitori, della moltitudine di gente che prega, dei rosari detti, delle candele accese, delle messe offerte, dei fioretti, magari alla fine sarà comunque lasciato morire, è davvero difficile vedere la potenza di quell’uomo che prega.

Allora ti lascio il testo di una canzone che ho ascoltato in una chiesa affollata e caldissima della Calabria di vent’anni fa, durante una messa di un sabato sera di fine luglio. Una canzone che ha scritto un ragazzo, un atleta, che a seguito di un incidente stradale è rimasto paralizzato e ha visto in un attimo la sua vita e le sue aspettative stravolte, i suoi desideri e i suoi sogni spazzati via.

Sono certa che la preghiera cambierà la storia, e se non dovesse cambiarla in maniera macroscopica ed evidente, almeno cambierà noi. E solo pregando cominceremo a pregare per le cose giuste, e riceveremo in regalo un cuore di carne che sostituirà il sasso che abbiamo nel petto, e la preghiera diventerà una nostra esigenza, pari al respirare (e, nel mio caso, al dormire e al mangiare cioccolata fondente).
E saremo lieti.

Ti ho chiesto

Ti ho chiesto, Signore, forza
per compiere grandi imprese,
ma Tu mi hai reso debole
perché divenissi umile.
Ti ho chiesto salute e felicità
per fare cose buone,
mi hai dato infermità
per fare cose migliori.

Ti ho chiesto ricchezza
per essere felice,
Ti ho chiesto potenza
per avere lode dagli uomini,
Ti ho chiesto le cose
tutte per godere la vita,
mi hai dato la vita
per godere tutte le cose,
mi hai dato povertà
perché diventassi saggio,
mi hai dato debolezza
perché tornassi a Te.

Niente di quanto Ti ho chiesto,
Signore, ho ricevuto,
ma ogni mio desiderio profondo
è stato esaudito.
Alle mie preghiere non dette
Tu hai dato risposta
ed è bastato solo il tuo amore
a render felice il mio cuore

Alle mie preghiere non dette
Tu hai dato risposta
Io Ti ringrazio, o mio Signore,
e Ti rendo il mio cuore.

Anna

Parole di speranza per una mamma che ha perso la sua bambina

Copio questo articolo dal sito di Aleteia, un articolo commovente e profondamente vero, scritto da una mamma per un’altra mamma, per tutte le mamme. Credo proprio che non abbia bisogno di commenti.

di Paola Belletti

Ho visitato il suo blog, implorando me stessa di non essere indelicata, nemmeno per un istante, nemmeno con lo sguardo né coi pensieri. Pregavo che non fossero sciatti, o leggeri; o troppo grevi. Magari giudicanti. Segretamente sollevati?

Volevo essere ridotta quasi a niente per poter leggere, col rispetto dovuto, inchinandomi in silenzio al dolore della mamma, queste pagine. Questi byte, che sono invece lettere d’amore scritti con le lacrime e il sangue. Ho cercato di entrare in ginocchio per contemplare e com-patire nel senso più etimologico e umile che mi è possibile. Ho cercato di posare gli occhi piano, su racconti e immagini. Ho saputo della morte, e a causa di quella, della vita di questa bimba, “la piccola aliena”, dal sito del Corriere della Sera.

Francesca è la nipotina di Laura Pausini. Ed è proprio la zia, (questo credo sia per lei ora il titolo che si vuole le venga riconosciuto)  ad annunciare sui social che Francesca è deceduta.

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La mamma Roberta ha un blog. Si chiama Pianeta1P36. Come la malattia rara che ha vinto la breve vita di sua figlia. E lì, su quelle pagine pulite e ben scritte, ha accettato che noi, gli altri, guardassimo come in uno specchio, il suo dolore innamorato. Il suo cuore spezzato e fortissimo che ama – continua a farlo – la figlia nata con una grave patologia genetica.

Il post del 16 aprile 2017 è il saluto straziato eppure composto alla sua bella creaturina. Sono dieci capoversi. Sembra una breve filastrocca, senza rime. E, in fondo, senza una vera fine.

Come capisco, intuisco e temo, nella mia stessa carne, cosa la strugga così tanto! Quanto le manchino già i profumi, i suoni, i piccoli gesti che sua figlia sapeva fare. Quanto le manchi la sua presenza. Così fragile e potente. Così totalizzante. Che ha cambiato così tanto e così tanti.

Come la capisco. E tremo al pensiero… Sì. Si può perdere un figlio. E tra i dolori e le sofferenze. I suoi. E il tuo, di dolore. Che è dover assistere, consolare, accarezzare il suo. E lasciarglielo vivere. Attraversare. Sì, si può attraversare una terra così aspra e desolata. Sì. Si può finire sotto un cielo fatto di piombo. Buio e freddo. È così. Da che mondo è mondo. Da che madre è madre.

Quello che resta a me, soprattutto, dell’esperienza di questa mamma è il viaggio. L’idea, che lei, con una mirabile, profondissima intuizione ha reso come una favola, che la bimba venisse da un altro posto e che lì sia ritornata.

Credo che questa sua immagine, coltivata, arricchita nei mesi, nei brevi anni di lei con loro, fatti di visite, controlli, consulenze, ricoveri, corse in ambulanza, valigie imperfette, progressi, regressi, momenti di pericolo acuto e di tremolante normalità, di gioia per la seduta spaziale appena arrivata (…ora te lo dico, cara Roberta. Anche mio figlio all’asilo usa l’Abbraccio, la stessa seduta, anzi scusa lo stesso sistema posturale su base da interni che aveva la tua Francesca. E i suoi compagni la chiamano, da subito, la “sedia spaziale”) sia la custodia, lo scrigno, meglio, di un diadema, di un tesoro dal valore inestimabile.

L’ultima riga del saluto a Francesca, staccata dal penultimo paragrafo, se ne sta lì a dire una cosa potente e decisiva.

Se ne sta lì come una speranza intuita. Come un seme piantato che già butta germogli. Ed inizia con una delle mie sillabe preferite. Inizia con una congiunzione. Avversativa. Sì, si pone in faccia al resto. Sembra una sconfitta ed una resa ed invece ha il rumore della pietra che rotola via dal sepolcro.

Ma da oggi, purtroppo,  la nostra avventura terrena si ferma qui.  

Dice terrena. Non terrestre. Chissà che non sia un caso. Chissà che nemmeno la data sia stata un caso: è morta proprio il giorno di Pasqua che è il giorno in cui “morte e vita si sono affrontate in prodigioso duello” e ha vinto il Signore della vita, come recita la Sequenza pasquale, ogni volta riempiendomi di gioia.

Le auguro, anzi prego, che possa scoprirlo, se ancora non è così. E piano piano questa notizia, la più buona che sia mai corsa di bocca in bocca, da quando l’uomo esiste, possa rendere la mestizia del non avere più la figlia vicina quasi dolce. Almeno più lieve, perché certa.

Sì. Certa che quella bambina è bambina di Dio, innocente e ora salva, al sicuro. Ora è davvero tornata al suo vero pianeta. Che è anche il nostro. Lei ci ha messo meno di 36 mesi. Ad altri ne toccheranno un migliaio? Non importa, cambia poco, in sostanza. Siamo anche noi bambini. Anche da vecchi. Da morenti stiamo quasi per nascere, finalmente!

Cristo è veramente Risorto. Voglio dirlo a questa mamma. Voglio dirlo come posso.

Mi piacerebbe tanto, adesso, essere il post it giallo sul frigo che glielo ricorda, in mezzo alle altre cose.

Soprattutto ora. Soprattutto adesso che ha il dolente privilegio di avere vissuto una prova del genere che renderà difficile, forse impossibile, distrarsi dall’essenziale. Renderà urgente come respirare chiedersi e sapere che fine facciamo.

Ci sono storie e storie. Favole che leggiamo e storie che leggono noi. La storia di Gesù Cristo è vera. Ed è la sola notizia che dobbiamo lasciar correre ancora e di nuovo di bocca in bocca. Che passi per il mondo, tra padri e figli, tra tutte le madri che stanno sotto nuove croci, che passi e ricordi a tutti, uno per volta, che siamo figli e che nostro Padre è vicino. E che le pietre rotoleranno via.

Credo la Chiesa

di Anna Mazzitelli

“Credo la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica”.

Così dico tutte le domeniche e nelle feste comandate.

Ed è vero.
E quando la Chiesa si manifesta in modi così sorprendenti come è successo in questi giorni, mi viene una grande voglia di sorridere, di gioire malgrado le difficoltà.

E’ successo che ho ricevuto la mail di una persona che mi raccontava di avere il figlio, 6 anni, malato di leucemia. Mi si è straziato il cuore, le ho dato il mio numero, ci siamo messaggiate un po’, poi ci siamo sentite per telefono e raccontate un po’ di noi.

Discorsi da “mamme di ospedale”, discorsi che non facevo da tempo, ricordi, sensazioni condivise, paure, speranze, preghiere… spero di aver dato a questa mamma un poco di aiuto, sicuramente le ho assicurato, e lo ribadisco adesso, se dovesse leggermi, la mia preghiera e la mia presenza per qualsiasi cosa possa fare per lei.

Poi ho pensato che c’è poco da fare di “pratico”, oltre starla a sentire se ha voglia di parlare, farla sfogare, ascoltare e accompagnarla in questo viaggio che è la terapia di suo figlio.

Ma pregare posso, e posso anche chiedere ad altri di farlo.

Così ho sentito, nel giro di due giorni, tre persone, alle quali ho affidato questo bambino, e sorprendentemente tutte e tre mi hanno detto che già conoscevano la sua situazione, perché già qualcun altro aveva chiesto loro di pregare per lui.

Una di queste persone è Chiara, la mamma di Giacomo, e assieme abbiamo deciso di dare il tormento ai nostri bambini in cielo per farli smuovere a stare vicino a questo bimbo in questo momento così difficile.

Un’altra richiesta l’ho fatta alla mia insegnante di novene, la mia digiunatrice preferita, alla quale ho chiesto, appunto, di digiunare per lui, e lei, che già lo faceva e conosceva la situazione, saprà bene a chi altro passare il testimone visto che è la madrina di una compagnia di oranti diffusi in mezzo mondo.

La Chiesa, che famiglia straordinaria, in cui non serve dare dettagli ma basta chiedere una preghiera e si scatena un’onda che risuona in Paradiso!

Tutte una più scalcinata dell’altra, io per prima, ma che differenza fa, non serve essere sante per chiedere alla nostra Mamma celeste di guardare uno dei suoi figli con un occhio di riguardo, così come non serve che i nostri figli si siano comportati in maniera angelica per dir di sì quando ci chiedono una coccola o un pezzo di cioccolata.

Questa appartenenza mi commuove, e mi rassicura, mi fa sentire in compagnia, mi testimonia che non siamo solo una somma di persone, ma c’è qualcosa di superiore e straordinario che emerge e che tesse trame, incrocia storie, dirige passi e azioni, indirizza incontri, risponde alla nostra sete di Bene.

Pregate, chi passa di qui e legge, preghi con noi.
Grazie.

Storia di un bambino che (non) è morto

La mia “amica di penna” mi ha mandato questo racconto, scritto da lei, che contiene le sue riflessioni sul significato della vita. E sulla paura della morte. Beh, eccolo qua. 

di Caterina Graziosi

Un giorno quel bambino morì. Non se ne accorse subito. La prima cosa di cui si accorse fu che il dolore improvvisamente smise di stringere il suo corpo. Pensò: meno male, non ne potevo più. 

Poi cambiò la prospettiva. Vide tutto dall’alto, vide se stesso e vide il suo corpo, ma non si sentì affatto triste. Il suo corpo era come un vestito, un vestito che aveva molto amato, e che amava ancora, gli faceva tenerezza come quel costume di spiderman che non gli andava più bene, ma che -ora se ne rendeva conto- gli era sempre stato stretto. 

Poi vide la mamma, il papà, i suoi fratelli, li vide da diverse angolazioni contemporaneamente, dall’alto e anche di fronte, guardandoli bene negli occhi, e sentì di volere loro molto bene e sentì anche il loro amore per lui, voleva quasi restare, ma dietro le sue spalle qualcosa lo costringeva a voltarsi. 

Il bambino li guardò, ma non come un addio. 

E pensò (o disse, ma non c’era differenza) -perché siete tristi, dovete essere felici, perché in effetti io mi sento benissimo, non sono mai stato meglio.- e poi dovette proprio girarsi, e vide una bella luce aperta. 

Cioè, era una luce, ma era anche un passaggio, in invito talmente allettante, e contemporaneamente molto, molto famigliare. Gli sembrava proprio di averla già fatta quella strada, più ci volava dentro, più gli pareva di tornare a casa. E poi, pensò, era fantastico volare in quel modo. 

Ed era tutto molto più vero. Più realistico, ripensando alla vita di prima, quella sì che sembrava sbiadita. Non brutta. Ma come se fosse stata meno viva. Mentre ci volava dentro vedeva che in fondo c’era una luce, ma che non faceva male agli occhi come quando guardava il sole, e poi c’era questo vento tiepido che accarezzava ogni parte di lui. Gli venne un dubbio. Si guardò le mani, le aveva ancora? Le mani c’erano, ma erano come una traccia di luminosità. Intanto quel vento lo portava verso la luce e infine si fermò. 

La luce splendeva nelle tenebre. Nonostante fosse la luce più potente e viva che avesse visto, intorno c’erano le tenebre. 

Il bambino era molto eletrizzato. In effetti non aveva mai pensato che fosse morto. Visto che non si era mai sentito più vivo di così. 

Cominciò a sentirsi molto curioso. Aveva una gran voglia di giocare e divertirsi. Appena si formò questo pensiero, che era quasi come una voce, la luce rispose. Quella luce era molto divertita pure lei. Era ironica. Era anche un po’ bambina. Sembrava aspettasse che il bambino si scatenasse e iniziasse a giocare. 

Il bambino sentì qualcosa di infinito che lo riempiva, come fosse stato un palloncino, e quella cosa non poteva essere che amore, ma neppure il giorno di compleanno si era sentito così amato e voluto. 

Così cominciò a volare, a fare le capriole nel vuoto, ma non era vuoto. Si accorse che era lo spazio infinito. Vide tutto. Le stelle, le nebulose, infiniti pianeti e soli, bastava pensarlo, e immediatamente vi penetrava dentro, li attraversava e si accorse che tutto era formato da una sola sostanza, e quella sostanza era l’amore, la stessa di cui era fatto lui, la differenza era che lui aveva una identità ed era amato “meglio”, e interamente, e si accorse che non avrebbe mai fatto una cosa abbastanza brutta perché quell’amore venisse a mancare. 

Pensa te, tutti questi scienziati che si scervellano per capirci qualcosa, ma è tutto così semplice.

 Gli apparve tutto molto ovvio, la creazione, il tempo, il mondo, l’uomo. Era come se vedesse le cose da un punto di vista diverso. 

Nonostante gli sembrasse che in un tempo lunghissimo e anche brevissimo avesse esplorato tutto l’universo, ovunque si girasse, la luce era sempre di fronte a lui. 

Il bambino in quel momento capì che la vita terrena per lui era finita. Lo capì senza tristezza. 

Lo capì come una cosa che doveva essere compiuta e quindi che lui stesso aveva raggiunto la pienezza.

Allora la luce gli chiese se voleva guardare, e il bambino disse sì. 

Era un sì che risuonò come un eco musicale in tutto il cosmo. 

E vide la sua vita. Vide ogni cosa, anche le cose brutte che aveva fatto, pure quella volta che aveva rotto apposta il regalo di compleanno di suo fratello perché era geloso, ma non glie l’aveva mai detto. Però vide che, come in un film, veniva messa in risalto esageratamente ogni piccolissima azione d’amore. Era come se la luce volesse fargli vedere che ogni atto d’amore valeva 1000 volte di più di ogni dispetto. Quel giorno in cui aveva aiutato suo fratello a scrivere. Quando gli aveva fatto bere l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Quando aveva apparecchiato la tavola senza che la mamma glie lo chiedesse. 

Il bambino si sentiva come il cocchino della maestra a cui si dà 10 anche se merita 7 e mezzo. Ma per la Luce, sembrava che fosse un successone. Il bambino non era scemo, era andato a catechismo, i suoi genitori glie ne avevano sempre parlato, e sapeva benissimo che quella luce era Dio. Si sentiva molto sicuro perché era talmente riempito di amore, che non aveva paura di niente. 

Era morto (sempre che questa parola abbia significato), e non aveva avuto paura un solo secondo.

E così volle fare delle domande. E appena si formavano nella sua testa, la risposta della luce si formava direttamente nella sua mente. Dio rispondeva sempre chiamandolo per nome, e ogni volta il bambino rabbrividiva di piacere a sentire pronunciato da Lui il suo nome.

Perché hai creato l’universo?

Perché l’amore non può che creare

E perché hai creato l’uomo?

Perché volevo una creatura che fosse come me, perché l’amore deve amare qualcuno

E perché l’hai fatto così, cattivo, egoista, vanitoso

No, io l’ho creato perfetto. Un’anima perfetta in un corpo perfetto.

Beh, e allora?…

E allora di angeli che mi lodavano e cantavano da mane a sera ne avevo già abbastanza. Volevo qualcuno che scegliesse di amarmi. E allora l’ho fatto libero.

E’ lì che è venuto fuori il disastro! Protestò il bambino.

Si, ma che valore ha l’amore, se non hai altra scelta? Vedi, così anche il più piccolo, minuscolo, atto d’amore, anche se non è perfetto, anche se inquinato da tanti sentimenti meno limpidi, diventa talmente prezioso…

…che ti salva. Concluse il bambino

Poi aggiunse un pensiero: Sì, ok, capisco tutte le cose brutte che fanno gli uomini che scelgono l’odio, ma le malattie? I terremoti? Il dolore?

Non è questa la domanda giusta. La domanda giusta è: perché ho fatto incarnare l’uomo che ho creato, l’ho fatto nascere nella carne e nel tempo, l’ho inchiodato alla materia, gli ho dato un corpo che si ammala, che si rompe, che ha freddo, in un creato che anche lui soffre e si dibatte?

Sì, è vero, è questa la domanda. Ammise il bambino. Le cose gli apparivano sempre più chiare e facili. Contemporaneamente si accorgeva che solo lì, davanti alla luce-Dio potevano apparire chiare e facili. Arrivò la risposta.

Perché il mio desiderio è riunirmi all’uomo che ho creato, ma solo dopo che lui ha imparato ad amare. Nella libertà. E quindi, nell’imperfezione. Ecco cos’è la vita. La vita è il luogo in cui l’uomo ha l’opportunità di imparare ad amare. E -non meno importante- a farsi amareL’amore ha quasi infinite sfaccettature. Come il mio. Si impara ad amare in un modo particolare da figli, i propri genitori. E’ l’amore che si affida. (come chi si affida a Me)  In un altro modo, un’altra forma di amore è quella per i fratelli. Poi c’è l’amore tra marito e moglie: un amore che sembra facile, perché ci si sceglie, ma è difficile perché si sceglie ogni giorno. Insegna l’amore fedele. Poi c’è l’amore per i propri figli: si impara ad amare donando la propria vita. C’è anche l’amore per lo sconosciuto. E’ l’amore che ha fede. C’è l’amore nella malattia, che vede oltre il dolore ed oltre l’imperfezione, la persona. E’ l’amore della speranza. L’amore che si sacrifica. C’è l’amore silenzioso e nascosto, per esempio quello delle tante persone che pregano per degli sconosciuti, le suore, i frati, persone qualunque. E’ l’amore gratuito che crede nel potere della preghiera. C’è l’amore per il creato, che ricerca la bellezza e l’armonia  i quali suscitano a loro volta amore. C’è l’amore che sfida l’odio, nonostante la guerra e la continua mancanza di giustizia. E’ l’amore senza paura….

Il bambino cominciò a vedere come una moltitudine di vite, illuminate anche solo a brevi tratti da piccoli o grandi barlumi di amore, che creavano qualcosa. 

Anzi, creavano la realtà. Plasmavano le anime, cambiavano il corso degli eventi, o illuminavano una intera esistenza, creavano una reazione a catena imprevedibile e lunghissima, nel tempo e nello spazio. Come un effetto domino. E vide un mondo, in tutti i tempi, illuminato infinitamente più dall’amore che dall’odio.

Accipicchia, pensò. Ma come è possibile che loro, gli uomini laggiù, non lo vedano? E’ così ovvio, così facile.

Vide anche che la sua vita non era monca, ma era completamente compiuta nonostante fosse morto bambino. 

In quel momento si ricordò della sua mamma, del suo papà e  dei suoi fratelli, e (non poteva sentirsi triste) li amò nel loro dolore, e nella loro condizione, perché loro non avevano visto e capito tutto quello che vedeva e capiva lui ora.

Prima che la preghiera si formasse in lui Dio si aprì. 

Il bambino entrò. 

Pensava di avere raggiunto la massima gioia, invece non era così. 

Dio non era uno, in effetti lo aveva pure studiato a catechismo, la trinità. 

Dio racchiudeva tutte le forme d’amore, e anche le più umane, sentì precisamente la presenza di un uomo. In effetti quella presenza era Gesù. Si stupì perché mica era serioso e un po’ noioso come se l’era immaginato. Era ironico, simpatico anche. E molto concreto. Lo vide davanti a sé con una espressione quasi divertita, e gli diceva di seguirlo. Inizio a parlare: 

Qui non ci si annoia. Sì è vero che c’è pace e c’è amore, ed eternità. Ma c’è un sacco lavoro da fare. Per esempio per la tua famiglia. Ci sono grandi progetti per loro, sai. Grandi progetti indipendentemente dalle scelte che faranno, perché noi abbiamo infiniti piani B per tutti. Beh, quasi, infiniti. In più c’è mia madre, sai, lei dà sempre una gran mano, perché ha un istinto tutto particolare per ispirare e consolare e tirare fuori dai pasticci le persone. Sapessi quante Grazie ha a disposizione, ancora inutilizzate: infinite! – (ovvio, che te lo dico a fare?) E giù che se la rideva.

Il bambino anche lui rideva, e così entrò in una moltitudine di persone, alcune delle quali conosceva, per esempio parenti morti prima che nascesse, i nonni, due zii. Tutti di davano un gran daffare,con le vite degli uomini sulla terra… ispirando infinite connessioni d’amore, opportunità di bene, a volte con la sola preghiera facevano sì che una situazione orrenda si trasformava in una splendida grazia. Era un lavoro davvero creativo.

Il bambino capì definitivamente che era tornato a casa, per sempre. E che la vita non si era fermata, ma iniziava. Per sempre. E che non si sarebbe di certo annoiato.

Appunti di viaggio

di Massimo Ippolito

E mentre tutti vogliono venire in Italia, noi abbiamo portato le nostre figlie nel Terzo Mondo. Immaginate colonne di centinaia di migliaia di persone che vanno nella direzione opposta alla nostra e senti dire che vengono da guerre, carestie e dittature. E tu vai proprio lì, nelle terre da cui scappano. Si configura un ‘diversamente scemi’ oppure c’è dell’altro?

L’inizio è stato scintillante: prendere il primo aereo proprio la notte della vigilia di Natale. Poi il benvenuto ad Addis Abeba, i cibi super piccanti e le divertenti reazioni delle figlie quando cadevano nelle imboscate del fuoco amico: ”Prendi figlia, assolutamente non pizzica!”

Poi andiamo a Mojo a 70 km a sud di Addis Abeba e finalmente arrivano i bambini dell’asilo: tre classi che escono tutte insieme per la ricreazione e ci vengono incontro. Tre classi, quanti bambini saranno mai? 40-50 oppure, visto che siamo in Etiopia, duecentotre. Quindi quattrocentosei occhi che guardano tre bambine. “Babbo, mi sento osservata”. E ci credo. Allora inventati di fare il trenino per sciogliere il ghiaccio e dopo cinque minuti capisci che le figlie da grandi faranno le animatrici nei villaggi turistici.

Poi le messe in amarico, le più corte di un’ora e le più lunghe di 4 ore e venti. E tu prova a battere le mani per 4 ore e venti – durante i canti – che poi ne parliamo. Che già un Alleluja delle lampadine – di 4 minuti e 25 secondi – ti mette a dura prova, dilettanti.

Aggiungici i viaggi in macchina per visitare gli altri villaggi, altri occhi, altre storie. Come quella di Araguà che conobbi nel mio primo viaggio – 15 anni fa – aveva 8 anni, un papà che non l’ha riconosciuta, una mamma che ha cresciuto da sola tre bambini. Ora Yobda insegna all’università, il fratello fa il tecnico di laboratorio presso la clinica di Mojo e Araguà mi ha fatto la carrambata ed è venuta a trovarmi perché si era tanto affezionata e voleva dirmi grazie per il bene che le volevo. E giù le lacrime per un pomeriggio intero a parlarci, dopo 15 anni, e ora ho davanti una donna di 23 anni.

E di nuovo bambini, giochi, altri bambini e ancora le figlie in mezzo a giocare con loro. Prima a insegnare l’italiano, poi a imparare l’inglese e l’amarico. E poi le strade, piene di vita. La gente che si parla, che passeggia. Attento a quei cinque asini, che se ne metti sotto uno poi lo devi pagare. Poi si va al mercato col calesse e il cavallo che la fa in diretta nazionale mentre trotta e noi a due centimetri dal suo deretano a ridere come cinque deficienti. E poi quello che si vede al mercato e poi quello che si nasconde ai figli. Perché non tutto è per gli occhi delle figlie. Non quella giovane donna che, distesa per terra, abbracciata al suo bimbo di 6-10 mesi, in mezzo alla polvere, chiedeva l’elemosina. Chiedeva, perché quando io l’ho vista non parlava più ed era ferma, alle tre del pomeriggio sotto il sole, in mezzo a un crocevia, che dovevi scansarla per non calpestarla, e non chiedeva più neanche l’elemosina.

Insomma, un altro mondo. E non lo capisci subito. Quindici anni fa ci misi 4 giorni per orientarmi. Trovai solo una cosa in comune con loro in quei primi giorni, anche lì un pezzo di pane si trasformava in Eucarestia. Basta, il resto era diverso. Le mie figlie ci hanno messo due giorni per buttarsi nella mischia, sono tre amazzoni, semplicemente. Anche se ho trovato molto più faticoso questo viaggio con la famiglia di dieci giorni, che il mio primo viaggio da solo, di due mesi. Quanti pensieri in più. Non ultimo il vedere le camionette dei militari (in Etiopia c’è lo stato di emergenza da tre mesi) che armeggiavano con le loro mitragliatrici, e noi sul nostro fuoristrada con un sorriso non proprio spontaneo.

E in questi giorni, vai con le foto agli amici. 100, 200, che problema c’è. E si racconta, le figlie ridono e chi ascolta guarda, sorride, riflette. Forse un po’ come voi, ora.

Ma se scavi un po’ la superficie e ti fai qualche domanda, quanti nervi scoperti che affiorano, e ti chiedi: “Ma qui non hanno niente, ma che ti ridono, ma perché ridono?”.

Io penso che ridono perché sono vivi, perché la morte la conoscono, non è come da noi che viene nascosta. Lì, ne muoiono così tanti che è impossibile nasconderla. E chi è vivo, è contento di poterlo raccontare. Quante storie, quante vite e quanto dolore anche. E allora quando sento dire: “Ah, siete stati in Africa, che bell’esperienza dev’essere stata!”

“Eh sì, proprio una Bella esperienza” rispondo io. Rifinisco tutto con un bel sorriso empatico e avanti un altro.

Le risposte a “Come è andata in Africa?”, non sono risposte fatte di parole. Son risposte che vanno ascoltate col cuore. E’ come chiedere ad una mamma che ha appena appena partorito: “Come stai?”, dove si vede che chi chiede, vuole sentirsi dire: “Sto bene!”. E invece quella mamma non riesce a dissociare l’infinita riconoscenza che prova, dal dolore lancinante che ancora le sussulta dentro.

Pronto a morire un po’ dentro per far nascere una nuova consapevolezza, più completa? Vieni anche tu in Africa, o in Asia, o in Sud America. Tanto, che hai da fare per la prossima estate?

 

Tutti i bambini tranne uno

L’ultimo anno di vita di Filippo iniziò che lui aveva passato da poco i fatidici 100 giorni dal suo terzo trapianto di midollo osseo, i giorni nei quali il nuovo sistema immunitario avrebbe potuto aggredire il suo corpo fino quasi a spazzarlo via come normalmente avrebbe fatto con un virus. Filippo, però non ebbe reazioni particolari e quei 12 mesi che seguirono furono certamente i più belli della nostra vita.

Dopo circa 9 mesi dall’inizio di quell’anno e trascorsi poco più di 2 mesi dal suo ottavo compleanno, i medici ci dissero che non c’era più niente da fare, anche l’ultima battaglia contro la sua leucemia era persa. Da quel momento il tempo di nostro figlio divenne contato: poteva sembrare che Filippo fosse destinato a non avere più un domani.

Gli ultimi 3 mesi della sua vita furono un dono, anche se il suo sangue progressivamente divenne incapace di coagulare, anche se la sua pelle fu trapassata da tanti aghi, per i prelievi di controllo e per le trasfusioni. Lui però era lì, con noi, ancora. I primi tempi di quegli ultimi 3 mesi, prima che ne iniziasse il declino, il suo corpo raggiunse forse il culmine della sua bellezza.

Erano le 10:05 di giovedì 20 novembre, quando Filippo esalò il suo ultimo respiro. Anna era seduta sul suo letto, io ero in ginocchio accanto a lui e gli tenevo le mani; erano con noi in casa anche la mamma di Anna, l’infermiera che ci aveva amorevolmente assistito in quegli ultimi 3 mesi e una nostra cara amica, madre di uno dei due grandi amici di Filippo.

Quel giorno la nostra casa si riempì di gente: vicini di casa, conoscenti, amici, parenti, sacerdoti. Persone che avevano lasciato il lavoro a metà giornata, persone venute da ogni dove per salutare Filippo. Bussarono alla nostra porta fino alle dieci di sera. Tutti lì, per noi, per Filippo. Ci furono abbracci e pianti, mentre il tavolo del salone si riempiva di dolci, di tanti dolci buonissimi.

A Francesco e Giovanni, fratellini di Filippo, non abbiamo nascosto nulla. Sono stati accanto al loro fratello maggiore fino alla fine, e anche dopo, in quelle ore che seguirono, andarono spesso a baciarlo. Piangemmo insieme.

Il giorno successivo, venerdì, nel primo pomeriggio, eravamo in chiesa: il corpo di Filippo, nella sua nuova casa, era lì al centro, sotto l’altare e intorno a lui, vicino a me e Anna, c’erano centinaia e centinaia di persone. La chiesa era in festa, i sacerdoti avevano i paramenti della festa, ci furono canti e musica. Molte lacrime vennero sparse ma i sorrisi non mancarono. E alla fine, tanti palloncini volarono in cielo.

Eravamo in chiesa, quel pomeriggio, per festeggiare una pasqua, per ricordare la comunione che c’è tra chi se ne è andato e chi vive pregando per lui. Abbiamo fatto festa perché per noi non era vero che Filippo non avesse più un domani, perché sapevamo per certo che la sua anima avrebbe continuato ad esistere per l’eternità, sapevamo che quando lo raggiungeremo, lui sarà lì per accoglierci e consolarci.

A 2 anni di distanza abbiamo ripercorso quei giorni grazie alle parole di Silvana De Mari, medico e scrittrice fantasy, e alla storia di Pauline, protagonista di “Tutti i bambini tranne uno”, di Philippe Forest.

Di questo e di altro parleremo insieme a lei, con l’aiuto di Massimiliano Coccia, giornalista, domenica 27 novembre 2016, ore 16:30, presso la Parrocchia San Giovanni Battista De Rossi di Roma.

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