I turpi monatti

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono piú forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete.” Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: “promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.”
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, piú per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: “addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri.” Poi voltatasi di nuovo al monatto, “voi,” disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.”
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina piú piccola, viva, ma coi segni della morte in volto.

Ho riletto questo meraviglioso brano tratto dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni senza riuscire a trattenere le lacrime ad ogni parola. E’ tornato alla mia attenzione proprio in questi giorni e mi rendo conto solo ora che, per mia colpa e ignoranza, per troppo tempo ha tardato ad essere riportato in questo blog, tanto accuratamente e vividamente descrive alcuni dei ricordi più cari dell’esperienza vissuta con mio figlio Filippo.

Erano trascorse poche ore da quando la sua anima aveva lasciato il suo corpo; era pomeriggio, bisognava cambiare la biancheria del letto e “ricomporre” quel corpo. I miei occhi portavano il segno delle tante lacrime versate la mattina; il dolore era profondo ma, in un modo che non so spiegare bene, era pacato. Ero “presente a sentirlo”, quel dolore: era lì, grande, ma non travolgente, non era un dolore fuori controllo.

Fu allora che presi in braccio quel mio bambino di quasi “nov’anni”, morto. Era pesantissimo, perché gonfio di acqua e di cortisone. Lo strinsi a me, lo baciai. Lo tenni stretto, sapendo che quella sarebbe stata l’ultima volta.

E poi lo riposi sul suo letto appena rifatto. Lo vestimmo, con la maglietta al contrario, come lui pretendeva di averla indosso perché non amava si vedessero le scritte e i disegni. Finalmente era vestito, pulito e “accomodato”, “adornato per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio”.

Ricordo soprattutto i tanti “monatti” che lo hanno curato, accudito e alla fine accompagnato. Il sentire comune li percepisce “turpi”, vedendoli nei loro abiti da lavoro e con i loro strumenti in mano che rimandano alla malattia e alla morte. Ma io ricordo la loro generosità, la loro premura, la loro sollecitudine, la loro determinazione, la loro competenza e, alla fine, il loro rispetto e il loro ossequio nei miei confronti.

Li ricordo soggiogati dal mio dolore e dalla sofferenza che viveva mio figlio. Non li ricordo affaccendati solo per la loro ricompensa. In mezzo a “tante miserie”, che si vedono ogni giorno, a cominciare dalle mie, in loro ho visto la pietà, non più “stracca” e “ammortita” ma viva. In quei “monatti” ho visto quella spinta che ci fa andare oltre noi stessi e il nostro spirito di autoconservazione, che inevitabilmente di fronte alla malattia grave, tanto più quella che colpisce un bambino, ci induce alla difesa. In loro, invece, c’era pietà, sostenuta da uno sguardo gettato oltre la morte e che non può essere generata se non dalla consapevolezza profonda che siamo tutti figli di un unico atto creativo. La più grande commozione e la più profonda gratitudine l’ho provata proprio in occasione di qualche loro semplice parola o di qualche loro ordinario gesto.

Come ha scritto l’amica che mi ha portato a rileggere queste parole del Manzoni, “vale la pena di credere negli uomini”, anche se sembrano turpi monatti. E sono certo che quando verso sera passeranno a prendermi, non mi leveranno un filo d’intorno, né lasceranno che altri ardiscano di farlo, e mi metteranno sotto terra così…

 

Parole di speranza per una mamma che ha perso la sua bambina

Copio questo articolo dal sito di Aleteia, un articolo commovente e profondamente vero, scritto da una mamma per un’altra mamma, per tutte le mamme. Credo proprio che non abbia bisogno di commenti.

di Paola Belletti

Ho visitato il suo blog, implorando me stessa di non essere indelicata, nemmeno per un istante, nemmeno con lo sguardo né coi pensieri. Pregavo che non fossero sciatti, o leggeri; o troppo grevi. Magari giudicanti. Segretamente sollevati?

Volevo essere ridotta quasi a niente per poter leggere, col rispetto dovuto, inchinandomi in silenzio al dolore della mamma, queste pagine. Questi byte, che sono invece lettere d’amore scritti con le lacrime e il sangue. Ho cercato di entrare in ginocchio per contemplare e com-patire nel senso più etimologico e umile che mi è possibile. Ho cercato di posare gli occhi piano, su racconti e immagini. Ho saputo della morte, e a causa di quella, della vita di questa bimba, “la piccola aliena”, dal sito del Corriere della Sera.

Francesca è la nipotina di Laura Pausini. Ed è proprio la zia, (questo credo sia per lei ora il titolo che si vuole le venga riconosciuto)  ad annunciare sui social che Francesca è deceduta.

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La mamma Roberta ha un blog. Si chiama Pianeta1P36. Come la malattia rara che ha vinto la breve vita di sua figlia. E lì, su quelle pagine pulite e ben scritte, ha accettato che noi, gli altri, guardassimo come in uno specchio, il suo dolore innamorato. Il suo cuore spezzato e fortissimo che ama – continua a farlo – la figlia nata con una grave patologia genetica.

Il post del 16 aprile 2017 è il saluto straziato eppure composto alla sua bella creaturina. Sono dieci capoversi. Sembra una breve filastrocca, senza rime. E, in fondo, senza una vera fine.

Come capisco, intuisco e temo, nella mia stessa carne, cosa la strugga così tanto! Quanto le manchino già i profumi, i suoni, i piccoli gesti che sua figlia sapeva fare. Quanto le manchi la sua presenza. Così fragile e potente. Così totalizzante. Che ha cambiato così tanto e così tanti.

Come la capisco. E tremo al pensiero… Sì. Si può perdere un figlio. E tra i dolori e le sofferenze. I suoi. E il tuo, di dolore. Che è dover assistere, consolare, accarezzare il suo. E lasciarglielo vivere. Attraversare. Sì, si può attraversare una terra così aspra e desolata. Sì. Si può finire sotto un cielo fatto di piombo. Buio e freddo. È così. Da che mondo è mondo. Da che madre è madre.

Quello che resta a me, soprattutto, dell’esperienza di questa mamma è il viaggio. L’idea, che lei, con una mirabile, profondissima intuizione ha reso come una favola, che la bimba venisse da un altro posto e che lì sia ritornata.

Credo che questa sua immagine, coltivata, arricchita nei mesi, nei brevi anni di lei con loro, fatti di visite, controlli, consulenze, ricoveri, corse in ambulanza, valigie imperfette, progressi, regressi, momenti di pericolo acuto e di tremolante normalità, di gioia per la seduta spaziale appena arrivata (…ora te lo dico, cara Roberta. Anche mio figlio all’asilo usa l’Abbraccio, la stessa seduta, anzi scusa lo stesso sistema posturale su base da interni che aveva la tua Francesca. E i suoi compagni la chiamano, da subito, la “sedia spaziale”) sia la custodia, lo scrigno, meglio, di un diadema, di un tesoro dal valore inestimabile.

L’ultima riga del saluto a Francesca, staccata dal penultimo paragrafo, se ne sta lì a dire una cosa potente e decisiva.

Se ne sta lì come una speranza intuita. Come un seme piantato che già butta germogli. Ed inizia con una delle mie sillabe preferite. Inizia con una congiunzione. Avversativa. Sì, si pone in faccia al resto. Sembra una sconfitta ed una resa ed invece ha il rumore della pietra che rotola via dal sepolcro.

Ma da oggi, purtroppo,  la nostra avventura terrena si ferma qui.  

Dice terrena. Non terrestre. Chissà che non sia un caso. Chissà che nemmeno la data sia stata un caso: è morta proprio il giorno di Pasqua che è il giorno in cui “morte e vita si sono affrontate in prodigioso duello” e ha vinto il Signore della vita, come recita la Sequenza pasquale, ogni volta riempiendomi di gioia.

Le auguro, anzi prego, che possa scoprirlo, se ancora non è così. E piano piano questa notizia, la più buona che sia mai corsa di bocca in bocca, da quando l’uomo esiste, possa rendere la mestizia del non avere più la figlia vicina quasi dolce. Almeno più lieve, perché certa.

Sì. Certa che quella bambina è bambina di Dio, innocente e ora salva, al sicuro. Ora è davvero tornata al suo vero pianeta. Che è anche il nostro. Lei ci ha messo meno di 36 mesi. Ad altri ne toccheranno un migliaio? Non importa, cambia poco, in sostanza. Siamo anche noi bambini. Anche da vecchi. Da morenti stiamo quasi per nascere, finalmente!

Cristo è veramente Risorto. Voglio dirlo a questa mamma. Voglio dirlo come posso.

Mi piacerebbe tanto, adesso, essere il post it giallo sul frigo che glielo ricorda, in mezzo alle altre cose.

Soprattutto ora. Soprattutto adesso che ha il dolente privilegio di avere vissuto una prova del genere che renderà difficile, forse impossibile, distrarsi dall’essenziale. Renderà urgente come respirare chiedersi e sapere che fine facciamo.

Ci sono storie e storie. Favole che leggiamo e storie che leggono noi. La storia di Gesù Cristo è vera. Ed è la sola notizia che dobbiamo lasciar correre ancora e di nuovo di bocca in bocca. Che passi per il mondo, tra padri e figli, tra tutte le madri che stanno sotto nuove croci, che passi e ricordi a tutti, uno per volta, che siamo figli e che nostro Padre è vicino. E che le pietre rotoleranno via.

Storia di un bambino che (non) è morto

La mia “amica di penna” mi ha mandato questo racconto, scritto da lei, che contiene le sue riflessioni sul significato della vita. E sulla paura della morte. Beh, eccolo qua. 

di Caterina Graziosi

Un giorno quel bambino morì. Non se ne accorse subito. La prima cosa di cui si accorse fu che il dolore improvvisamente smise di stringere il suo corpo. Pensò: meno male, non ne potevo più. 

Poi cambiò la prospettiva. Vide tutto dall’alto, vide se stesso e vide il suo corpo, ma non si sentì affatto triste. Il suo corpo era come un vestito, un vestito che aveva molto amato, e che amava ancora, gli faceva tenerezza come quel costume di spiderman che non gli andava più bene, ma che -ora se ne rendeva conto- gli era sempre stato stretto. 

Poi vide la mamma, il papà, i suoi fratelli, li vide da diverse angolazioni contemporaneamente, dall’alto e anche di fronte, guardandoli bene negli occhi, e sentì di volere loro molto bene e sentì anche il loro amore per lui, voleva quasi restare, ma dietro le sue spalle qualcosa lo costringeva a voltarsi. 

Il bambino li guardò, ma non come un addio. 

E pensò (o disse, ma non c’era differenza) -perché siete tristi, dovete essere felici, perché in effetti io mi sento benissimo, non sono mai stato meglio.- e poi dovette proprio girarsi, e vide una bella luce aperta. 

Cioè, era una luce, ma era anche un passaggio, in invito talmente allettante, e contemporaneamente molto, molto famigliare. Gli sembrava proprio di averla già fatta quella strada, più ci volava dentro, più gli pareva di tornare a casa. E poi, pensò, era fantastico volare in quel modo. 

Ed era tutto molto più vero. Più realistico, ripensando alla vita di prima, quella sì che sembrava sbiadita. Non brutta. Ma come se fosse stata meno viva. Mentre ci volava dentro vedeva che in fondo c’era una luce, ma che non faceva male agli occhi come quando guardava il sole, e poi c’era questo vento tiepido che accarezzava ogni parte di lui. Gli venne un dubbio. Si guardò le mani, le aveva ancora? Le mani c’erano, ma erano come una traccia di luminosità. Intanto quel vento lo portava verso la luce e infine si fermò. 

La luce splendeva nelle tenebre. Nonostante fosse la luce più potente e viva che avesse visto, intorno c’erano le tenebre. 

Il bambino era molto eletrizzato. In effetti non aveva mai pensato che fosse morto. Visto che non si era mai sentito più vivo di così. 

Cominciò a sentirsi molto curioso. Aveva una gran voglia di giocare e divertirsi. Appena si formò questo pensiero, che era quasi come una voce, la luce rispose. Quella luce era molto divertita pure lei. Era ironica. Era anche un po’ bambina. Sembrava aspettasse che il bambino si scatenasse e iniziasse a giocare. 

Il bambino sentì qualcosa di infinito che lo riempiva, come fosse stato un palloncino, e quella cosa non poteva essere che amore, ma neppure il giorno di compleanno si era sentito così amato e voluto. 

Così cominciò a volare, a fare le capriole nel vuoto, ma non era vuoto. Si accorse che era lo spazio infinito. Vide tutto. Le stelle, le nebulose, infiniti pianeti e soli, bastava pensarlo, e immediatamente vi penetrava dentro, li attraversava e si accorse che tutto era formato da una sola sostanza, e quella sostanza era l’amore, la stessa di cui era fatto lui, la differenza era che lui aveva una identità ed era amato “meglio”, e interamente, e si accorse che non avrebbe mai fatto una cosa abbastanza brutta perché quell’amore venisse a mancare. 

Pensa te, tutti questi scienziati che si scervellano per capirci qualcosa, ma è tutto così semplice.

 Gli apparve tutto molto ovvio, la creazione, il tempo, il mondo, l’uomo. Era come se vedesse le cose da un punto di vista diverso. 

Nonostante gli sembrasse che in un tempo lunghissimo e anche brevissimo avesse esplorato tutto l’universo, ovunque si girasse, la luce era sempre di fronte a lui. 

Il bambino in quel momento capì che la vita terrena per lui era finita. Lo capì senza tristezza. 

Lo capì come una cosa che doveva essere compiuta e quindi che lui stesso aveva raggiunto la pienezza.

Allora la luce gli chiese se voleva guardare, e il bambino disse sì. 

Era un sì che risuonò come un eco musicale in tutto il cosmo. 

E vide la sua vita. Vide ogni cosa, anche le cose brutte che aveva fatto, pure quella volta che aveva rotto apposta il regalo di compleanno di suo fratello perché era geloso, ma non glie l’aveva mai detto. Però vide che, come in un film, veniva messa in risalto esageratamente ogni piccolissima azione d’amore. Era come se la luce volesse fargli vedere che ogni atto d’amore valeva 1000 volte di più di ogni dispetto. Quel giorno in cui aveva aiutato suo fratello a scrivere. Quando gli aveva fatto bere l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Quando aveva apparecchiato la tavola senza che la mamma glie lo chiedesse. 

Il bambino si sentiva come il cocchino della maestra a cui si dà 10 anche se merita 7 e mezzo. Ma per la Luce, sembrava che fosse un successone. Il bambino non era scemo, era andato a catechismo, i suoi genitori glie ne avevano sempre parlato, e sapeva benissimo che quella luce era Dio. Si sentiva molto sicuro perché era talmente riempito di amore, che non aveva paura di niente. 

Era morto (sempre che questa parola abbia significato), e non aveva avuto paura un solo secondo.

E così volle fare delle domande. E appena si formavano nella sua testa, la risposta della luce si formava direttamente nella sua mente. Dio rispondeva sempre chiamandolo per nome, e ogni volta il bambino rabbrividiva di piacere a sentire pronunciato da Lui il suo nome.

Perché hai creato l’universo?

Perché l’amore non può che creare

E perché hai creato l’uomo?

Perché volevo una creatura che fosse come me, perché l’amore deve amare qualcuno

E perché l’hai fatto così, cattivo, egoista, vanitoso

No, io l’ho creato perfetto. Un’anima perfetta in un corpo perfetto.

Beh, e allora?…

E allora di angeli che mi lodavano e cantavano da mane a sera ne avevo già abbastanza. Volevo qualcuno che scegliesse di amarmi. E allora l’ho fatto libero.

E’ lì che è venuto fuori il disastro! Protestò il bambino.

Si, ma che valore ha l’amore, se non hai altra scelta? Vedi, così anche il più piccolo, minuscolo, atto d’amore, anche se non è perfetto, anche se inquinato da tanti sentimenti meno limpidi, diventa talmente prezioso…

…che ti salva. Concluse il bambino

Poi aggiunse un pensiero: Sì, ok, capisco tutte le cose brutte che fanno gli uomini che scelgono l’odio, ma le malattie? I terremoti? Il dolore?

Non è questa la domanda giusta. La domanda giusta è: perché ho fatto incarnare l’uomo che ho creato, l’ho fatto nascere nella carne e nel tempo, l’ho inchiodato alla materia, gli ho dato un corpo che si ammala, che si rompe, che ha freddo, in un creato che anche lui soffre e si dibatte?

Sì, è vero, è questa la domanda. Ammise il bambino. Le cose gli apparivano sempre più chiare e facili. Contemporaneamente si accorgeva che solo lì, davanti alla luce-Dio potevano apparire chiare e facili. Arrivò la risposta.

Perché il mio desiderio è riunirmi all’uomo che ho creato, ma solo dopo che lui ha imparato ad amare. Nella libertà. E quindi, nell’imperfezione. Ecco cos’è la vita. La vita è il luogo in cui l’uomo ha l’opportunità di imparare ad amare. E -non meno importante- a farsi amareL’amore ha quasi infinite sfaccettature. Come il mio. Si impara ad amare in un modo particolare da figli, i propri genitori. E’ l’amore che si affida. (come chi si affida a Me)  In un altro modo, un’altra forma di amore è quella per i fratelli. Poi c’è l’amore tra marito e moglie: un amore che sembra facile, perché ci si sceglie, ma è difficile perché si sceglie ogni giorno. Insegna l’amore fedele. Poi c’è l’amore per i propri figli: si impara ad amare donando la propria vita. C’è anche l’amore per lo sconosciuto. E’ l’amore che ha fede. C’è l’amore nella malattia, che vede oltre il dolore ed oltre l’imperfezione, la persona. E’ l’amore della speranza. L’amore che si sacrifica. C’è l’amore silenzioso e nascosto, per esempio quello delle tante persone che pregano per degli sconosciuti, le suore, i frati, persone qualunque. E’ l’amore gratuito che crede nel potere della preghiera. C’è l’amore per il creato, che ricerca la bellezza e l’armonia  i quali suscitano a loro volta amore. C’è l’amore che sfida l’odio, nonostante la guerra e la continua mancanza di giustizia. E’ l’amore senza paura….

Il bambino cominciò a vedere come una moltitudine di vite, illuminate anche solo a brevi tratti da piccoli o grandi barlumi di amore, che creavano qualcosa. 

Anzi, creavano la realtà. Plasmavano le anime, cambiavano il corso degli eventi, o illuminavano una intera esistenza, creavano una reazione a catena imprevedibile e lunghissima, nel tempo e nello spazio. Come un effetto domino. E vide un mondo, in tutti i tempi, illuminato infinitamente più dall’amore che dall’odio.

Accipicchia, pensò. Ma come è possibile che loro, gli uomini laggiù, non lo vedano? E’ così ovvio, così facile.

Vide anche che la sua vita non era monca, ma era completamente compiuta nonostante fosse morto bambino. 

In quel momento si ricordò della sua mamma, del suo papà e  dei suoi fratelli, e (non poteva sentirsi triste) li amò nel loro dolore, e nella loro condizione, perché loro non avevano visto e capito tutto quello che vedeva e capiva lui ora.

Prima che la preghiera si formasse in lui Dio si aprì. 

Il bambino entrò. 

Pensava di avere raggiunto la massima gioia, invece non era così. 

Dio non era uno, in effetti lo aveva pure studiato a catechismo, la trinità. 

Dio racchiudeva tutte le forme d’amore, e anche le più umane, sentì precisamente la presenza di un uomo. In effetti quella presenza era Gesù. Si stupì perché mica era serioso e un po’ noioso come se l’era immaginato. Era ironico, simpatico anche. E molto concreto. Lo vide davanti a sé con una espressione quasi divertita, e gli diceva di seguirlo. Inizio a parlare: 

Qui non ci si annoia. Sì è vero che c’è pace e c’è amore, ed eternità. Ma c’è un sacco lavoro da fare. Per esempio per la tua famiglia. Ci sono grandi progetti per loro, sai. Grandi progetti indipendentemente dalle scelte che faranno, perché noi abbiamo infiniti piani B per tutti. Beh, quasi, infiniti. In più c’è mia madre, sai, lei dà sempre una gran mano, perché ha un istinto tutto particolare per ispirare e consolare e tirare fuori dai pasticci le persone. Sapessi quante Grazie ha a disposizione, ancora inutilizzate: infinite! – (ovvio, che te lo dico a fare?) E giù che se la rideva.

Il bambino anche lui rideva, e così entrò in una moltitudine di persone, alcune delle quali conosceva, per esempio parenti morti prima che nascesse, i nonni, due zii. Tutti di davano un gran daffare,con le vite degli uomini sulla terra… ispirando infinite connessioni d’amore, opportunità di bene, a volte con la sola preghiera facevano sì che una situazione orrenda si trasformava in una splendida grazia. Era un lavoro davvero creativo.

Il bambino capì definitivamente che era tornato a casa, per sempre. E che la vita non si era fermata, ma iniziava. Per sempre. E che non si sarebbe di certo annoiato.

Mauro

Avrò ascoltato o letto decine di volte il primo capitolo del Vangelo di Matteo che descrive la genealogia di Gesù.

Un susseguirsi di nomi, di padri, di figli e di qualche madre. Nomi noti, alcuni, come Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone; molti nomi strani e praticamente insignificanti, almeno per me, come Esrom, Aminadàb, Naasòn, Booz, Racab, Roboamo, Abìa, Zorobabele, Eliachìm, Azor…fino poi a Giuseppe, Maria e Gesù.

Lo confesso, questo brano dei Vangeli non mi ha mai suggerito molto, se non il fatto che sia una storia che ha la radici in un tempo lontanissimo. Sono certo che Matteo abbia scelto di far iniziare il suo annuncio della Buona Novella con questa descrizione per un motivo importante; sono certo che esso racchiuda molto di più di quello che io riesco a comprendere. La cosa che ha sempre davvero contato per me era che al termine di quella catena di nomi vi fosse Gesù Cristo.

In questi ultimi giorni, però, a causa di un evento importante nella mia vita, sono riuscito ad apprezzare molto meglio come quel susseguirsi di nomi, il loro essere concatenati uno dopo l’altro, la simmetrica ripetizione del numero delle generazioni tra una fase e l’altra della storia di Israele non fosse altro che l’immagine del disegno di Dio su di noi tutti, e soprattutto fosse l’immagine di un disegno di salvezza.

Il rileggere la genealogia di Gesù Cristo, poi, mi ha rimandato ad un’altra storia.

Era l’estate del 1965. Un uomo alto e robusto, di appena 23 anni, è alla guida della sua Fiat 500 mentre percorre una delle strade principali di un paesino di poche anime sulle rive del lago di Bolsena. Accanto a lui è seduta la sua fidanzata, giovanissima, e sul sedile posteriore dell’auto si trova la sorella più grande di lei, appena ventenne. L’auto attraversa l’incrocio principale del paesino e subito dopo si ferma nei pressi di un bar. Seduto nello spazio esterno al bar, intento a contemplare lo sporadico passaggio di automobili lungo la strada, c’era un caro amico dell’uomo. L’uomo scende dalla sua 500, saluta l’amico, scambia con lui due chiacchiere e lo invita a unirsi alla sua compagnia. I quattro salgono in auto e ripartono.

Quel giorno, quell’amico e quella sorella si videro per la prima volta. I due non si piacquero affatto, nonostante fossero comunque due bei ragazzi; la differenza di carattere era grande. In seguito, però, ne nacque una storia e 4 anni dopo, era l’aprile del 1969, i due si sposarono. Due anni dopo, sempre in aprile, io venni alla luce.

Ripensando a questa storia, proprio pochi giorni fa, mi è saltato agli occhi come con ogni evidenza anche la mia vita è nel disegno di Dio; il concatenarsi degli eventi, che a prima vista sembrerebbero del tutto casuali ma che invece, guardandoli oggi, altro non erano che parti di un progetto ordinato, simmetrico, iniziato da lontano e condotto con pazienza, alla fine ha condotto alla mia esistenza.

Il realizzarsi di questo disegno, così come è accaduto per la storia di Gesù Cristo, si è compiuto attraverso piccoli e grandi momenti, attraverso persone deprecabili e persone ammirevoli.

Dio si è servito anche di quell’uomo per realizzare il Suo disegno su di me. Un uomo cresciuto nelle difficoltà, in tempi in cui mangiare ogni giorno non era affatto una certezza; un uomo che perse suo fratello all’età di 10 anni, che fu costretto a lavorare sin da giovane e che per non lasciare la scuola studiava tra le 3 e le 4 di notte, che superò malattie gravissime quando le medicine ancora non si compravano con facilità. Un uomo che ha avuto le sue cadute, che ha commesso i suoi errori come qualsiasi altro uomo che è passato e che passerà su questa terra; ma anche un uomo generoso, forte, determinato che è riuscito a costruire molto con il suo lavoro, che in una vita matrimoniale durata 50 anni è stato benedetto da figli e 5 nipoti. Un uomo “innamorato” di suo padre, quel padre che giunto all’ultima sua ora mori nella braccia della moglie mentre lui era lontano.

Senza di lui, probabilmente, i miei genitori non si sarebbero mai incontrati. Senza quell’uomo io forse non sarei mai nato; senza di lui probabilmente non ci sarebbe stato il mio matrimonio con Anna, non ci sarebbero stati i miei figli.

E così come Dio previde che a conclusione della storia di Israele nascesse Gesù il Salvatore, attraverso Filippo e la sua malattia e gli anni che abbiamo lottato e pregato accanto a lui, anche per me Dio ha previsto un cammino verso la salvezza.

In quest’ora, quando quell’uomo è ormai salito alla casa del Padre, da figlio non posso che innalzare a Dio il mio “grazie” per essersi servito anche di lui per darmi la vita e una via di salvezza.

 

Tutti i bambini tranne uno

L’ultimo anno di vita di Filippo iniziò che lui aveva passato da poco i fatidici 100 giorni dal suo terzo trapianto di midollo osseo, i giorni nei quali il nuovo sistema immunitario avrebbe potuto aggredire il suo corpo fino quasi a spazzarlo via come normalmente avrebbe fatto con un virus. Filippo, però non ebbe reazioni particolari e quei 12 mesi che seguirono furono certamente i più belli della nostra vita.

Dopo circa 9 mesi dall’inizio di quell’anno e trascorsi poco più di 2 mesi dal suo ottavo compleanno, i medici ci dissero che non c’era più niente da fare, anche l’ultima battaglia contro la sua leucemia era persa. Da quel momento il tempo di nostro figlio divenne contato: poteva sembrare che Filippo fosse destinato a non avere più un domani.

Gli ultimi 3 mesi della sua vita furono un dono, anche se il suo sangue progressivamente divenne incapace di coagulare, anche se la sua pelle fu trapassata da tanti aghi, per i prelievi di controllo e per le trasfusioni. Lui però era lì, con noi, ancora. I primi tempi di quegli ultimi 3 mesi, prima che ne iniziasse il declino, il suo corpo raggiunse forse il culmine della sua bellezza.

Erano le 10:05 di giovedì 20 novembre, quando Filippo esalò il suo ultimo respiro. Anna era seduta sul suo letto, io ero in ginocchio accanto a lui e gli tenevo le mani; erano con noi in casa anche la mamma di Anna, l’infermiera che ci aveva amorevolmente assistito in quegli ultimi 3 mesi e una nostra cara amica, madre di uno dei due grandi amici di Filippo.

Quel giorno la nostra casa si riempì di gente: vicini di casa, conoscenti, amici, parenti, sacerdoti. Persone che avevano lasciato il lavoro a metà giornata, persone venute da ogni dove per salutare Filippo. Bussarono alla nostra porta fino alle dieci di sera. Tutti lì, per noi, per Filippo. Ci furono abbracci e pianti, mentre il tavolo del salone si riempiva di dolci, di tanti dolci buonissimi.

A Francesco e Giovanni, fratellini di Filippo, non abbiamo nascosto nulla. Sono stati accanto al loro fratello maggiore fino alla fine, e anche dopo, in quelle ore che seguirono, andarono spesso a baciarlo. Piangemmo insieme.

Il giorno successivo, venerdì, nel primo pomeriggio, eravamo in chiesa: il corpo di Filippo, nella sua nuova casa, era lì al centro, sotto l’altare e intorno a lui, vicino a me e Anna, c’erano centinaia e centinaia di persone. La chiesa era in festa, i sacerdoti avevano i paramenti della festa, ci furono canti e musica. Molte lacrime vennero sparse ma i sorrisi non mancarono. E alla fine, tanti palloncini volarono in cielo.

Eravamo in chiesa, quel pomeriggio, per festeggiare una pasqua, per ricordare la comunione che c’è tra chi se ne è andato e chi vive pregando per lui. Abbiamo fatto festa perché per noi non era vero che Filippo non avesse più un domani, perché sapevamo per certo che la sua anima avrebbe continuato ad esistere per l’eternità, sapevamo che quando lo raggiungeremo, lui sarà lì per accoglierci e consolarci.

A 2 anni di distanza abbiamo ripercorso quei giorni grazie alle parole di Silvana De Mari, medico e scrittrice fantasy, e alla storia di Pauline, protagonista di “Tutti i bambini tranne uno”, di Philippe Forest.

Di questo e di altro parleremo insieme a lei, con l’aiuto di Massimiliano Coccia, giornalista, domenica 27 novembre 2016, ore 16:30, presso la Parrocchia San Giovanni Battista De Rossi di Roma.

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Il limone più aspro

La sera scorsa, con Anna, abbiamo iniziato a vedere una nuova Serie TV e ci siamo imbattuti in questo dialogo. Anche se le ultime parole del medico preannunciano un finale che ha poco a che vedere con la nostra storia, ci è sembrato bello lasciarne traccia qui.

Dr. K.: “I segni vitali di Rebecca sono a posto. Dormirà per un po’ ma sta bene, la teniamo sotto controllo.

Jack: “Ok.”

Dr. K.: “Abbiamo perso il terzo bambino, Jack. Mi dispiace davvero. La… seconda è una bambina. È molto forte. Il terzo era un maschietto, ma…il cordone ombelicale lo ha soffocato. Era… già morto. Non si poteva fare niente.

Jack: “ Mi scusi, non sto capendo niente. Mia moglie?”

Dr. K.: “Sta bene. E presto si sveglierà. Hai due bambini belli e sani, Jack. Un maschio e una femmina. Ma abbiamo perso il terzo bambino.

Jack: ”Devo andare da mia moglie.”

Dr. K.: ”Ci andrai. Ma ora ha bisogno di dormire. Più tardi. Ora siediti. Avanti. Siediti.

Dr. K.: “Ti va bene se ti tengo compagnia?”

Jack: “Sì.”

Dr. K.: “Ti va bene se…dico una cosa profonda?”

Jack: “Sì.”

Dr. K.: “Mia moglie è morta l’anno scorso. Cancro. È per questo che lavoro ancora alla mia età. Cerco di…far passare il tempo. Siamo stati sposati per 53 anni. Cinque figli, undici nipoti. Ma abbiamo perso il nostro primo figlio durante il parto. A dire il vero, è lui il motivo per cui ho scelto questo campo. Sono cinquant’anni che faccio nascere bambini, talmente tanti che ho perso il conto. Ma non c’è giorno che non pensi…al figlio che ho perso. E ora sono vecchio. Mi piace pensare che grazie al figlio che ho perso, grazie alla strada che…che mi ha fatto seguire, ho salvato tantissimi altri bambini.”

Jack: “Sì.”

Dr. K.: “Mi piace pensare che forse un giorno sarai un vecchio come me, e parlerai a un uomo più giovane, spiegandogli che…hai preso il limone più aspro che la vita potesse darti…e l’hai trasformato in qualcosa di simile a una limonata. Se ci riesci, tornerai comunque… a casa da quest’ospedale con tre bambini. Solo che…magari non sarà nel modo che pensavi.”

Quella linea tra la vita e la morte

di Stefano Bataloni 

È successo alcuni giorni fa che un padre e una madre abbiano fatto varcare al loro figlio (o figlia, non si sa), malato da tempo e minorenne, quella linea che separa la vita dalla morte. Lo hanno fatto di proposito, dicono col consenso del figlio stesso. Lo hanno fatto, per la prima volta, col consenso anche della legge.

Per buona parte della sua vita anche mio figlio ha camminato lungo quella linea. Lui non sapeva bene quanto importante fosse quella linea, cosa c’è da una parte e cosa c’era dall’altra. Io ne sapevo solo poco di più.

Nel corso di quegli anni mi sono domandato un’infinità di volte se non fosse meglio, di fronte alle sue sofferenze, che anche lui varcasse quella linea. Per un’altra infinità di volte, di fronte ai periodi buoni e fuori dall’ospedale ho desiderato di non vederlo mai varcarla.

Ho visto Filippo soffrire molto: ricordo il dolore dei prelievi di midollo o delle rachicentesi, i dolori per la polmonite. L’ho visto spento e frastornato a causa dei chemioterapici, l’ho visto arrabbiato per colpa del cortisone. L’ho visto vomitare senza sosta perché non gli avevano dato l’antiemetico. Lo ricordo sanguinante perché senza piastrine, inappetente e con la bocca piena di afte perché il suo organismo era così debole da non riuscire a proteggere e ricostruire le sue mucose.

In quegli anni avremmo potuto “gettare la spugna” diverse volte, tanto più che col passare del tempo la conoscenza sulla entità e la profondità della sofferenze a cui Filippo sarebbe andato incontro è cresciuta via via.

All’esordio della sua leucemia, aveva tante probabilità di sopravvivere, ci dissero circa l’80%. Era scontato dover procedere con la chemioterapia.

Poi andò incontro alla sua prima recidiva e a quel punto le probabilità di farcela si ridussero molto: sottoponendolo a un trapianto di midollo osseo, ci dissero, sarebbero state del 50%. Andammo avanti, il trapianto poteva essere l’occasione buona per ottenere una cura definitiva.

Filippo ebbe però altre due recidive e andò incontro ad altrettanti trapianti, con tutto il carico di terapie, controlli, fatiche, sofferenze e dolori che questi comportarono per il suo fisico e la sua mente.

Noi continuammo ad andare avanti nonostante sapevamo che il secondo trapianto avrebbe avuto solo residuali probabilità di portare alla guarigione e che il terzo sarebbe stato in pratica solo un tentativo disperato.

Fu accanimento nei confronti di nostro figlio? Perché non ci siamo fermati prima? Perché invece quella mamma e quel papà si sono arresi e hanno permesso che venisse tolta la vita al loro bambino?

È molto difficile rispondere a queste domande e sono certo che la mia storia non è come la storia di tante altre famiglie con figli malati. Cosa ne so io di una mamma che dovrà assistere per tutta la vita un figlio che prima di nascere ha avuto emorragie cerebrali e ha problemi agli occhi? O di quella mamma la cui bambina è nata con metà cervello pieno di sangue e deve essere continuamente sottoposta a interventi chirurgici da far tremare le ginocchia?

Io so solo che in tutti gli anni in cui Filippo è stato malato abbiamo sempre conservato la  consapevolezza profonda che la sua vita fosse il dono più grande della nostra vita: un solo giorno accanto a lui, anche l’ultimo respiro accanto lui sarebbe stato quel qualcosa che dava senso a tutta la nostra esistenza; eravamo stati concepiti, eravamo stati uniti e avevamo generato la vita proprio per quegli istanti.

Io so solo che in quegli anni, tra paure, angosce e sofferenze vedemmo Filippo crescere, lo vedemmo ridere felice mentre era attaccato a due o tre pompe per l’infusione dei farmaci, lo vedemmo costringerci a giocare con lui in una stanza d’ospedale mentre noi saremmo stati forse volentieri a piangerci addosso in un angoletto.

L’ultimo trapianto di midollo, quello più disperato, talmente disperato che si fece fatica a trovare abbastanza letteratura scientifica da poter stimare le probabilità di successo, ci ha regalato forse l’anno più bello che abbiamo vissuto vicino a Filippo.

Poi, dopo quell’anno meraviglioso, fummo portati di nuovo vicino a quella linea: ci fu la quarta recidiva di malattia. 

Avremmo potuto andare oltre, i medici ci offrirono pure dei trattamenti che sapevamo avrebbero potuto allungare ancora un po’ la vita di nostro figlio.

Arrivò il momento in cui dovemmo dare una risposta a quelle domande: dovemmo decidere se non fosse meglio per lui lasciare che varcasse quella linea. 

Scegliemmo di addentrarci in un terreno sconosciuto, di accompagnare Filippo a varcare quella linea, ignari di cosa questo avrebbe comportato per lui e di come questo avrebbe cambiato le nostre vite. Non sapevamo affatto se avremmo avuto le forze per affrontare quegli ultimi giorni con nostro figlio. 

Scegliemmo di affidarci.

Ecco, mi appare del tutto evidente oggi che gli anni vissuti con Filippo, solo per aver detto col cuore “Signore, io non ce la faccio, fai tu per me!”, mi hanno scaraventato ai piedi di una croce, la Croce di Gesù. Da lì ho assistito al Suo calvario, l’ho visto innalzato sulla croce; ero lì mentre riconsegnava a Dio Padre la sua anima. Ero lì, insieme a tanti, mentre festeggiavamo la Sua Pasqua di Resurrezione e sono qui, ora, che vivo in attesa di poterlo rivedere.

Con profonda tristezza, mi rendo conto che coloro che non hanno conosciuto quell’Uomo, figlio di Dio, o non gli hanno aperto la porta del loro cuore forse non hanno alcuna possibilità di dare un senso alla sofferenza del loro figlio malato e che oltre quella linea vedono solo il nulla. E allora si rende possibile anche ciò che va contro la natura umana, contro la nostra innata tendenza a difendere il più debole: si rende possibile che una madre tolga la vita al proprio figlio.