Le nonne – seconda parte

di Anna Mazzitelli

Mi scuso con la mia mamma se questo post avrà un tono completamente diverso dal precedente. Non è la quantità di affetto a essere diversa, ma la qualità del rapporto.

Io e mia sorella abbiamo avuto due mamme, e la seconda è stata la nonna Rosa.

Se nonna Tina era seria e riservata, nonna Rosa era solare e affettuosa, pur essendo severa e rigida con noi bambine.

Ora che sono mamma anche io, mi chiedo come mia madre potesse non andare in paranoia -e forse un po’ ci andava- all’idea che noi, per un periodo della nostra vita, abbiamo chiamato “mamma” anche sua suocera.

1972

La nonna Rosa era la mamma dei fine settimana: il sabato pomeriggio i miei ci accompagnavano a casa sua, e dormivamo con lei. La domenica ci portava in giro per Roma, alla messa, in chiese sempre diverse, poi a spasso.

Ci portava a villa Celimontana e lasciava che ci arrampicassimo sugli alberi, e se le guardie la rimproveravano e ci intimavano di scendere subito, perché era pericoloso, lei si metteva a chiacchierare con loro, in modo che noi avessimo più tempo per restare lassù, appese ai rami.

Ci faceva correre e saltare sui ruderi delle colonne romane davanti al Teatro Marcello, e camminare in bilico sui muretti più alti, e bastava il suo sguardo a non farci avere paura di niente.

1982

Ci faceva visitare chiese e catacombe, fare la Scala Santa in ginocchio, ci insegnava il Pater, Ave e Gloria e anche l’Angelus in latino e ci faceva recitare il rosario, spiegandoci tutti i misteri.

Una volta ci ha portato nella cappella Paolina, a un colloquio privato con non so quale Monsignore, ci ha insegnato ad ascoltare l’eco nelle colonne delle navate laterali di San Giovanni in Laterano, e ci trascinava per tutta Roma a visitare i presepi, o in cima alla scalinata dell’Aracoeli a cantare “tu scendi dalle stelle” al Bambinello.

Ci portava a teatro a vedere le opere liriche, salivamo e scendevamo dagli autobus del centro, andavamo a trovare gli anziani del centro vicino casa, facevamo sciarpe ai ferri e ricamavamo a mezzo punto.

Ci leggeva le storie di don Bosco, e del suo donare il pane bianco ai compagni in cambio di un pane nero e duro, ma anche storie terribili su esorcismi e demòni, che non ci facevano dormire, e ci faceva leggere le sue agende, che teneva con cura, annotando ogni giorno quello che le succedeva e anche quello che facevamo assieme. Ora, quelle agende, le conserva il mio papà.

La nonna Rosa era più vanitosa della nonna Tina, non usciva di casa se non era perfettamente truccata e pettinata, e si arrabbiava con noi se, per la fretta di andar fuori, aprivamo la porta prima che lei avesse infilato entrambi i guanti.

 

Aveva gioielli bellissimi e molto preziosi, ma al collo portava sempre la stessa collana alla quale aveva attaccato i primi destini da latte che io e mia sorella abbiamo perso, dopo averli fatto incastonare in coroncine d’oro con incisi i nostri nomi.
Quando ero proprio piccola mi diede un anellino finto, e mi disse di portarlo per un anno intero: se avessi saputo prendermi cura di quell’anello di nessun valore, se non l’avessi perso, mi avrebbe regalato un anello vero, d’oro. Dopo un anno mi regalò un anello con un corallo rosso, l’ho portato tantissimo, e qualche giorno fa, quando per caso mi è capitato tra le mani, mi sono commossa. Assieme all’anello mi ha regalato la consapevolezza che “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto” (Lc 16,10).

Il suo compleanno era il 17 maggio, due giorni prima del mio. Il 18, poi, era il compleanno di Giovanni Paolo II. Così ogni anno, per tutta la durata del lungo pontificato, quando la chiamavo per farle gli auguri, lei recitava la stessa frase: “Oggi tocca a me, domani al Papa, dopodomani a te”.
Era innamorata di Giovanni Paolo II, aveva nella sua stanza delle foto in cui faceva la comunione con lui, ci portava in piazza san Pietro a sentire l’Angelus, certe domeniche, e ha trasmesso questo amore anche a me.

La nonna Rosa era rimasta vedova da giovanissima, quando mio papà aveva appena 4 anni, e sebbene fosse bellissima e avesse una schiera di corteggiatori, non ha mai voluto nessun altro al suo fianco. Con le sue cognate, le mogli dei fratelli del nonno, bisticciavano sempre su chi fosse il più bello tra i fratelli. Anche da vecchiette le ho sentite ripetere quel teatrino, in cui ognuna di loro sponsorizzava suo marito come il più affascinante.

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Nel suo ultimo anno di vita la nonna Rosa, un po’ rimbambita e un po’ bambina come ogni anziano che si rispetti, ormai non più autosufficiente, ha vissuto a casa nostra.
Mia mamma, tirando fuori una pazienza che nessuno si sarebbe aspettato, se ne è presa cura, sanando in pochi mesi una vita di litigi e dispetti, l’ha accudita, l’ha rimproverata, l’ha strapazzata e l’ha coccolata.

In quei mesi indubbiamente difficili e faticosi, ha fatto la pace con sua suocera -che era stata ingombrante e invadente, quale madre vedova di un figlio unico- e anche con la sua mamma, che invece era morta in un letto di ospedale.

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Entrambe le mie nonne, sia durante la loro vita, sia nel momento della loro morte, ci hanno insegnato delle cose importantissime sulla vita e sulla morte: la dedizione, la prudenza, il coraggio, la dignità, il rispetto, la pazienza, il saper distinguere tra i desideri e il Desiderio, il saper scegliere a chi e a Chi dedicare la propria vita.

In questi giorni di coronavirus, in questa guerra, che miete vittime tra gli anziani invece che tra i giovani, e che sacrifica gli anziani perché pensa di avere la possibilità di scegliere, mi chiedo cosa sarei stata e cosa sarei senza le mie nonne, senza quello che hanno significato per me, senza il loro ricordo, e senza di loro, adesso, che -chi mi conosce lo sa- continuano a prendersi cura di me in un modo tutto loro e tutto speciale, ma assolutamente reale e tangibile.

1962

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