La vita nascosta, il dolore innocente.

di Anna Mazzitelli

C’è una cosa che mi risuona in testa da qualche settimana, da quando io e Stefano abbiamo guardato assieme il film intitolato “La vita nascosta”.

Ambientato sulle alpi austriache (e già solo per questo vale la pena vederlo, è di una bellezza che toglie il fiato), racconta la storia realmente accaduta di un uomo, Franz, che, durante la seconda guerra mondiale, sebbene chiamato alle armi, mette in atto una sua personale obiezione di coscienza e si rifiuta di giurare fedeltà al regime nazista e di combattere. Verrà messo in prigione e alla fine… ok non spoilero, anche se la fine è facilmente intuibile.

Lui dalla galera dove subisce ogni sorta di vessazione, la moglie dalla loro fattoria sulle Alpi che non riesce a gestire da sola, e dove anche lei subisce ogni sorta di vessazione perché la presa di posizione di Franz non viene compresa, si scrivono delle lettere struggenti, che danno il passo al film e raccontano i moti dell’anima di questi due ragazzi, semplici e innamorati, che desideravano una vita di bene, di famiglia, di piccole gioie quotidiane, e si ritrovano invece in tutt’altro progetto.

Un avvocato cerca di persuadere Franz a firmare il suo patto di fedeltà al führer, dicendogli che sarebbe stato messo in un ospedale militare e non avrebbe dovuto combattere. Ma lui niente, non può rinnegare quello in cui crede, nemmeno per salvarsi dalla galera, nemmeno per salvarsi la vita.

La moglie, a casa, paga il prezzo di avere un marito che non si allinea con il pensiero dominante, che non scende a compromessi: qualcuno le ruba i prodotti della terra, nessuno la aiuta, subisce ogni sorta di sgarbi e di angherie dagli abitanti del suo paese, le stesse persone che fino a poco tempo prima le erano vicine e la aiutavano.

Nessuno dei due si ribella mai, continuano a pregare, sebbene nella difficoltà, talvolta nella disperazione.

“Credi che la tua disobbedienza cambierà le cose?” chiede l’avvocato a Franz, a un certo punto. E in effetti le cose, nel film, non cambiano, e sappiamo che nemmeno nella realtà, le cose sono cambiate.

Né per il protagonista, né per sua moglie, che subisce la scelta del marito e le sue conseguenze, e riesce tuttavia, alla fine del film, a dirgli: “Qualsiasi cosa farai, io sarò con te”.

Quando tutto è compiuto, prima dei titoli di coda, una frase di George Eliot:

La sana crescita del mondo dipende in parte da atti ignorati dalla storia;
e se a te e a me le cose non vanno così male come sarebbero potute andare,
lo dobbiamo anche a coloro che hanno vissuto con fede una vita nascosta,
e riposano in tombe dimenticate.

Il film, bellissimo, assolutamente da vedere, mi ha lasciato sentimenti contrastanti, ma la cosa che più mi ha scosso è stata la frase di Eliot, perché trovo che abbia molto a che fare con il dolore innocente.

Franz in un certo senso dà la propria vita per la sua fede, e io sono certa, nel modo più assoluto, che questo sacrificio non sia inutile.

Sono certa che i frutti di questo sacrificio, come di tutti quelli che si consumano in privato, nel nascondimento, lontano dalle telecamere e dai social, ci sono stati, o ci saranno. Sono certa che il dolore, soprattutto il dolore innocente, non sia inutile.

Così come il male si diffonde ed è pervasivo, così come noi paghiamo il prezzo del peccato originale, per cui continuiamo ad agitarci e a mancare il bersaglio e a fare sciocchezze che ci rendono sempre infelici, nel disperato tentativo di raggiungere la felicità del nostro cuore, sono certa che anche il bene sia pervasivo, e che un piccolo gesto di bene possa generare un’onda d’urto che ha riflessi altrove.

E se nella logica di Dio il tempo e lo spazio sono ben diversi che nella nostra logica, se ai suoi occhi “mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte” (Sal 90), è chiaro che come, dove e quando ci saranno questi frutti non spetta a noi dirlo, né pretenderlo, né, addirittura, chiedercelo.

Eppure non mi è affatto semplice restare serena davanti a tutta questa evidenza.
Perché un conto è sapere la teoria, un conto è vivere giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, la pratica. Sapere che l’offerta del tuo dolore, della tua vita, è servita o servirà a qualcosa non rende più facile l’offerta, anche se la riempie di senso, e non limita la sofferenza che procura, anche se la illumina, e la trasfigura.

E in questo inizio di novembre mi trovo a chiedere disperatamente a Dio che tutto questo sia vero, che sia sul serio così, perché ancor più di un dolore che ti trafigge l’anima, fa male un dolore che te la trafigge senza avere un senso.
E prego Dio di rendermi in grado di accettare che questo dolore sia gratis, di accettare di non avere una ricompensa, un tornaconto, un utile.
Di accettare che sia semplicemente un dolore.

8 risposte a "La vita nascosta, il dolore innocente."

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  1. Il dolore non è mai inutile, hai ragione. L’importante è viverlo con Cristo. Solo Lui permette di riuscire a sopportarlo e gli dona significato. Altrimenti nulla ha più un senso.
    Vi abbraccio!

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  2. Quanta profonditá e quanta luce in queste tue parole:
    “E prego Dio di rendermi in grado di accettare che questo dolore sia gratis, di accettare di non avere una ricompensa, un tornaconto, un utile.”
    Grazie, cara Anna!

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  3. “Il dolore non è mai inutile”…
    Ho conosciuto una ragazza (proclamata Venerabile dal Santo Padre nel 2017) che preferì rimanere sulla Croce nonostante Dio le avesse detto che gliela avrebbe tolta se solo l’avesse desiderato; ma lei: no! Non mi mischiato tra la folla. Sono consapevole che restare al centro dell’amore di Dio; condividere la Croce di Cristo, sia la maniera migliore per servire il Signore mio ed il prossimo. Un giorno, purificata, spicchero’ il volo da questo legno verso la felicità senza fine.
    Individuo ‘ la mia pesante Croce che attualmente porto (non ancora manifestatasi a quel tempo), e cerco di intervenire presso Dio affinché mi risparmiasse da quel giogo. Dopo qlc istante , con tono perentorio, mi disse: “No! Non te la toglie: devi portarla!
    Inutile aggiungere che la porto tutt’ora , anche se, obiettivamente, non sempre ho gradito questa “attenzione” del Padre verso di me.
    Ma mi fido: la strada verso l’eternità, la sceglie Lui.

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  4. Cara Anna, anch’io mi pongo sempre questa domanda, se davvero tanto dolore abbia una collocazione nel Disegno di Dio, soprattutto il dolore innocente dei bambini, di Filippo e di tutti i genitori che si ritrovano a vivere una situazione che nessun genitore dovrebbe mai provare. Credo che la fede sia questa cosa, avere fiducia nel progetto divino in cui nulla va perduto, ogni sofferenza ha un senso. Certo, in una visuale più ampia, millenaria, probabilmente sarebbe più facile… Abbiamo fede!

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  5. Io credo che la bellezza e l’amore siano eterni e che non finiscano di fronte al dolore deformante della malattia.
    Cristo crocifisso, col suo corpo brutto e sfigurato sembrò sconfitto a coloro che vissero (e che vivono) nella corporeità, ma con la Sua resurrezione ha reso l’offerta della vita bellissima, perché il dono del proprio corpo è solo un nuovo inizio.

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