Il tesoro nascosto nel campo

di Stefano Bataloni

Ci è dato di vivere, a noi italiani, a noi “occidentali”, a noi cittadini di un paese ricco e sviluppato, in un luogo e in un tempo in cui di figli se ne fanno pochi.
Le indagini statistiche ci raccontano di una situazione che di anno in anno va peggiorando sempre più. Addirittura, leggevo ieri, di un’isola della Grecia che molto presto non avrà più nuovi alunni nella sua scuola.

Non sono un demografo né un sociologo e quindi lascio ad altri l’individuazione delle causee di questo fenomeno, che però io mi sento di dover considerare molto triste.

Guardo alla mia storia, invece.

Ho potuto vivere, anche se per breve tempo rispetto a tanti altri, la difficoltà di concepire il primo figlio: Filippo si è fatto attendere per almeno un paio d’anni, tanto che verso la fine con Anna avevamo avviato la procedura per un’adozione.
Filippo poi arrivò e io ho ancora impresso nella mia mente il suo volto, quando lo tenevo in braccio, appena nato; ed è ancora viva in me la forza di quell’Amore che provavo per lui e che in un attimo mi rese capace di fare davvero qualsiasi cosa per lui, persino dare un braccio, un occhio, la mia vita.

Poi arrivò il momento di affrontare il rischio concreto di passare da due a zero figli nel giro di pochi giorni, quando Filippo era quasi sfinito per la sua leucemia e contemporaneamente Francesco, nato con il peso di un chilogrammo, respirava con un tubo in gola, esposto ad ogni possibile fatale complicazione.
Ricordo la disperazione di quei giorni, l’assurdità di essere di fronte ad un progetto buono, quello di essere famiglia, e di vederselo strappato dalle mani.

Le cose però andarono bene per Filippo e Francesco e in seguito, forse perché alla fine non ci arrendemmo alla morte, forse perché nel momento più buio decidemmo di reagire a quell’attacco alla vita con altra vita, certamente per Grazia concessaci dal Cielo, nacque Giovanni.
Vivere la famiglia con tre figli fu per me l’assaporare i momenti più dolci della vita; ancora oggi, i ricordi più belli che conservo sono legati a quei giorni in cui eravamo una famiglia con 100 dita, come ci ha insegnato a dire il nostro amico Vincenzo.

Arrivò pero la morte di Filippo e con essa mi venne da dire, tra le tante altre cose: beh, io ci ho provato a lasciare al mondo tre uomini nuovi, con la speranza di arricchire la società in cui viviamo, di far crescere questa umanità…ma un figlio l’ho perso: due eravamo, io e mia moglie, e solo due uomini lasceremo a questo mondo.

Mi venne anche da dire che nonostante le molte sofferenze vissute con la malattia e la morte di Filippo è stato certamente meglio aver avuto un figlio e averlo perso piuttosto che non averlo mai avuto. Ancora oggi, provo un gran dolore per gli amici e i conoscenti che non sono riusciti ad avere figli; per questo a Filippo abbiamo lasciato una intenzione di preghiera proprio per loro.

Dopo aver vissuto e meditato su tutto questo non ho alcun dubbio nel riconoscermi ora nelle parole di una cara amica che nel giorno del primo compleanno di suo figlio ha avuto modo di dire “non sono mai stata niente prima di te, e non sarei stata niente se tu non fossi nato.”

Nulla di ciò che ho fatto, e credo di poter dire anche nulla di ciò che farò, potrà mai avere più valore e importanza di aver messo al mondo i miei tre figli.
Anzi, in prospettiva, mi sembra di riconoscere che tutto ciò che ho fatto tra quanto mi ha aiutato ad essere padre, sia ciò che ha davvero dato un senso alla mia vita.
Al contrario, ciò che mi ha distratto dall’essere padre, è ciò che rimpiango.
Rimpiango il tempo perduto negli anni dell’università, tanto che se potessi tornare indietro, mi prenderei a schiaffi pur di affrettare la conclusione dei miei studi e di poter diventare padre con due o tre anni di anticipo.
Rimpiango il tempo che mi sono concesso, dopo il matrimonio, per “godermi” la vita da giovane sposo.
Rimpiango le energie che ho impiegato nel mio lavoro in questi anni, sottraendole ai miei figli, per soddisfare le mie manie di perfezionismo o le paure di non essere apprezzato dagli altri.

Rimpiango di aver spesso riempito le mie giornate di impegni, sottraendo tempo ai figli, unicamente per autocompiacermi.

Non ho mai pensato di mettere al mondo dei figli per trovare la mia realizzazione. L’ho fatto per amore, perché volevo donarmi a qualcuno. Nel fare questo ho avuto in cambio la mia realizzazione, come persona e come uomo.

Crescere un figlio non è sempre facile, lo so bene: alcune volte non mi diverto affatto a giocare o a parlare con loro; e intuisco pure che in futuro, quando sarò alle prese con l’adolescenza di Francesco e di Giovanni, le cose potranno farsi ancora più difficili.

Ma, essere padre o essere madre, è il tesoro nascosto nel campo, è ciò per cui vale la pena vendere tutti i propri averi per comprare quel campo. Non ho trovato altro di cui si può dire la stessa cosa.

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5 risposte a "Il tesoro nascosto nel campo"

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  1. È giusta la tua autocritica analisi sul tempo in cui hai rimandato il formare una famiglia e l’avere poi dei figli (quelli che Dio concede in ciò che dispone per chi si apre alla vita).

    Sono i motivi per cui tanti giovani e non più giovani rimandano ad un giorno che magari poi tarda a venire o giunge realmente tardi per nostra sola scelta.

    Giuste anche le parole che esaltano l’esser padre, la gioia di avere figli, ma come tu stesso hai sperimentato, per lo più se ne prende coscienza… dopo.
    Prima sembra tutto solo un gran impegno e una gran fatica (non che non lo sia…).
    Il problema è quindi fidarsi e affidarsi, cosa che quando si tratta di affidarsi a Dio, tutti sembra abbiamo relegato a vivere da “sempliciotti” non molto evoluti e forse anche un po’ superstizioso.

    Forse lasci “solo” due uomini a questo mondo, ma di certo nei hai (avete) portato uno verso e mi attento a dire – nella – Vita Eterna, che è l’unica vera nostra prospettiva perché la scena di questo mondo passa… e chi, cristiano, vorrebbe consegnare i propri figli – al – mondo?

    Così anche per i coniugi e anche i non sposati, come evidentemente per i consacrati esiste la gioia profonda della “figliolanza”, della paternità e della maternità, in una parola della fecondità…

    Non è forse Cristo il “single” più prolifico della storia dell’umanità?
    😉

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  2. Sono ammirato dalla testimonianza di Stefano.

    Non sono padre ma sperimento l’amore per i figli, per la vita, da 38 anni
    come insegnante di Scuola Media.

    Il senso piu’ profondo me lo ha rivelato Giovanni Paolo II che ha scritto: ” ABBIAMO BISOGNO DELLA VOGLIA DI VIVERE DEI GIOVANI. IN ESSI SI RIFLETTE QUALCOSA DELLA GIOIA ORIGINARIA CHE DIO EBBE CRENDO IL MONDO”.

    Piace a 1 persona

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