Prezioso ai miei occhi

di Anna Mazzitelli

Qualche mese fa ho raccontato “Storie di mamme“.

Parlavo di una ragazza che si chiama Stella, che ci aveva scritto una mail per raccontarci la sua storia. Stella ha avuto un bambino con la sindrome di down, Emanuele, e grazie a lui ha vissuto una meravigliosa storia di conversione e di scoperta di essere amata da Dio. E ha raccontato questa storia in un libro.

All’epoca della sua mail, Stella aveva provato a contattare diverse case editrici per far pubblicare il suo libro, ma aveva incontrato solo porte chiuse. “E’ una bella storia, ma non siamo interessati, grazie”, le rispondevano.

Lei mi chiedeva di pubblicare su queste pagine qualche estratto del libro, ma inizialmente ho pensato di farle scrivere qualcosa proprio per il blog, e lei l’ha fatto. Alla fine del suo post ha inserito il suo indirizzo mail promettendo alle persone che erano interessate di mandar loro il pdf del suo libro, perché sperava che potesse essere di auto e di speranza, e non aveva nessuna voglia di tenerselo nel cassetto.

Mi ha scritto nei giorni successivi alla pubblicazione del post, stupita di aver ricevuto tante mail e che molte persone le avessero chiesto di leggere il suo libro.

Forte di questo, ha recuperato l’entusiasmo per contattare alcune case editrici, e nel giro di pochi giorni ha trovato un editore! Ora il suo libro è una realtà, è nelle librerie, si intitola:

Prezioso ai miei occhi, confessioni d’amore di una mamma al suo bimbo “nato” down.

Da quando è uscito il libro Stella ha girato molto sia per presentarlo sia per fare delle testimonianze, ma soprattutto ha avviato nella sua parrocchia degli incontri per mamme di bambini speciali, alle quali fa un accompagnamento psicologico e spirituale, per guardare negli occhi mamme come lei e trovare insieme la forza di vivere nella Luce e di gioire di fronte a situazioni che agli occhi del mondo possono sembrare solo problematiche, ma che guardando con un cuore nuovo si scoprono meravigliose e ricche di Grazia.

Stella sarà nella nostra parrocchia, San Giovanni Battista de Rossi (via Cesare Baronio 127, Roma) per presentare il suo libro, domenica 25 febbraio alle ore 11:00, dopo la messa. Con Emanuele, naturalmente.

Vi aspettiamo!

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FAMIGLIA di FAMIGLIE (un Popolo diverso da tutte le Nazioni)

di Mario Barbieri

Oggi mia figlia più piccola (piccola per modo di dire, ha ormai diciott’anni) scherzava sul mio modo lento di “dire le preghiere”, rispetto un amico di famiglia e Fratello in Cristo, che le recita più velocemente, mentre accompagna mia figlia e una delle sue in macchina, al loro tirocinio.

Al di là della velocità del labiale, ho pensato quanto sia bello, che benedizione, sapere che i propri figli quando sono con altri, con altre famiglie o componenti di queste, con cui si condivide la Fede, trovino questa continuità di sante abitudini, ma anche di discorsi, di visione delle vita, di piccole testimonianze.

Sapere che se tu reciti le preghiere del mattino con i tuoi figli, se sono ospiti di altri, con loro reciteranno le preghiere del mattino, che se si troveranno a pranzo o a cena da queste Famiglie amiche, con loro benediranno il signore per il cibo ricevuto e per il dono della condivisione.
Se sarà di Domenica, con loro andranno a Messa, a celebrare la Pasqua che apre la nuova settimana.

Potranno ricevere una parola, un discernimento su un fatto, magari uno dei tanti terribili fatti di morte o di violenza che ogni giorno avviene sotto questo sole, ma che la diffusissima a più livelli rete di comunicazioni odierna, prepotentemente e inevitabilmente fa rimbalzare in casa tua.

Riceveranno una piccola o grande testimonianza… che un padre che scarrozzandoti con la macchina, mentre ti porta a destinazione, ti invita a pregare è già una testimonianza.

Sì, è una benedizione.
Perché i nostri figli, quale che sia la loro età, oltre ad una testimonianza, comprendano che loro non vivono in una “strana famiglia”, in una famiglia fatta di genitori un po’ “fuori dal mondo” (nel mondo ma non del mondo certo…), o di “bigotti”, tanto per andare giù pari… ma appartengono ad un Popolo, “un Popolo diverso da tutte le Nazioni”, destinato a essere segno, ma anche pietra d’inciampo, a ricevere grazie da Dio, ma anche persecuzioni.
Questo è tanto importante per loro, quanto per la loro vocazione e per la missione di noi tutti.

Per questo è un’ottima cosa, direi doverosa se leggiamo tanti passi dell’Antico Testamento, che anche umanamente, si coltivino amicizie, rapporti stretti, momenti di condivisione, con Famiglie che condividono con noi l’unica Fede in Gesù Cristo.
Perché si possa essere e diventare Famiglia di Famiglie, un Corpo, dove noi e i nostri figli possiamo crescere e fortificarci, essere protetti quando serve e stimolati a combattere quando serve.
Combattere contro il male del mondo, contro i suoi inganni, contro le nostre debolezze e i nostri peccati.

Resistere nella Croce, benedire nella gioia e nel pianto.

Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra,
nebbia fitta avvolge le nazioni;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
(Isaia 60,2)

Appunti di viaggio

di Massimo Ippolito

E mentre tutti vogliono venire in Italia, noi abbiamo portato le nostre figlie nel Terzo Mondo. Immaginate colonne di centinaia di migliaia di persone che vanno nella direzione opposta alla nostra e senti dire che vengono da guerre, carestie e dittature. E tu vai proprio lì, nelle terre da cui scappano. Si configura un ‘diversamente scemi’ oppure c’è dell’altro?

L’inizio è stato scintillante: prendere il primo aereo proprio la notte della vigilia di Natale. Poi il benvenuto ad Addis Abeba, i cibi super piccanti e le divertenti reazioni delle figlie quando cadevano nelle imboscate del fuoco amico: ”Prendi figlia, assolutamente non pizzica!”

Poi andiamo a Mojo a 70 km a sud di Addis Abeba e finalmente arrivano i bambini dell’asilo: tre classi che escono tutte insieme per la ricreazione e ci vengono incontro. Tre classi, quanti bambini saranno mai? 40-50 oppure, visto che siamo in Etiopia, duecentotre. Quindi quattrocentosei occhi che guardano tre bambine. “Babbo, mi sento osservata”. E ci credo. Allora inventati di fare il trenino per sciogliere il ghiaccio e dopo cinque minuti capisci che le figlie da grandi faranno le animatrici nei villaggi turistici.

Poi le messe in amarico, le più corte di un’ora e le più lunghe di 4 ore e venti. E tu prova a battere le mani per 4 ore e venti – durante i canti – che poi ne parliamo. Che già un Alleluja delle lampadine – di 4 minuti e 25 secondi – ti mette a dura prova, dilettanti.

Aggiungici i viaggi in macchina per visitare gli altri villaggi, altri occhi, altre storie. Come quella di Araguà che conobbi nel mio primo viaggio – 15 anni fa – aveva 8 anni, un papà che non l’ha riconosciuta, una mamma che ha cresciuto da sola tre bambini. Ora Yobda insegna all’università, il fratello fa il tecnico di laboratorio presso la clinica di Mojo e Araguà mi ha fatto la carrambata ed è venuta a trovarmi perché si era tanto affezionata e voleva dirmi grazie per il bene che le volevo. E giù le lacrime per un pomeriggio intero a parlarci, dopo 15 anni, e ora ho davanti una donna di 23 anni.

E di nuovo bambini, giochi, altri bambini e ancora le figlie in mezzo a giocare con loro. Prima a insegnare l’italiano, poi a imparare l’inglese e l’amarico. E poi le strade, piene di vita. La gente che si parla, che passeggia. Attento a quei cinque asini, che se ne metti sotto uno poi lo devi pagare. Poi si va al mercato col calesse e il cavallo che la fa in diretta nazionale mentre trotta e noi a due centimetri dal suo deretano a ridere come cinque deficienti. E poi quello che si vede al mercato e poi quello che si nasconde ai figli. Perché non tutto è per gli occhi delle figlie. Non quella giovane donna che, distesa per terra, abbracciata al suo bimbo di 6-10 mesi, in mezzo alla polvere, chiedeva l’elemosina. Chiedeva, perché quando io l’ho vista non parlava più ed era ferma, alle tre del pomeriggio sotto il sole, in mezzo a un crocevia, che dovevi scansarla per non calpestarla, e non chiedeva più neanche l’elemosina.

Insomma, un altro mondo. E non lo capisci subito. Quindici anni fa ci misi 4 giorni per orientarmi. Trovai solo una cosa in comune con loro in quei primi giorni, anche lì un pezzo di pane si trasformava in Eucarestia. Basta, il resto era diverso. Le mie figlie ci hanno messo due giorni per buttarsi nella mischia, sono tre amazzoni, semplicemente. Anche se ho trovato molto più faticoso questo viaggio con la famiglia di dieci giorni, che il mio primo viaggio da solo, di due mesi. Quanti pensieri in più. Non ultimo il vedere le camionette dei militari (in Etiopia c’è lo stato di emergenza da tre mesi) che armeggiavano con le loro mitragliatrici, e noi sul nostro fuoristrada con un sorriso non proprio spontaneo.

E in questi giorni, vai con le foto agli amici. 100, 200, che problema c’è. E si racconta, le figlie ridono e chi ascolta guarda, sorride, riflette. Forse un po’ come voi, ora.

Ma se scavi un po’ la superficie e ti fai qualche domanda, quanti nervi scoperti che affiorano, e ti chiedi: “Ma qui non hanno niente, ma che ti ridono, ma perché ridono?”.

Io penso che ridono perché sono vivi, perché la morte la conoscono, non è come da noi che viene nascosta. Lì, ne muoiono così tanti che è impossibile nasconderla. E chi è vivo, è contento di poterlo raccontare. Quante storie, quante vite e quanto dolore anche. E allora quando sento dire: “Ah, siete stati in Africa, che bell’esperienza dev’essere stata!”

“Eh sì, proprio una Bella esperienza” rispondo io. Rifinisco tutto con un bel sorriso empatico e avanti un altro.

Le risposte a “Come è andata in Africa?”, non sono risposte fatte di parole. Son risposte che vanno ascoltate col cuore. E’ come chiedere ad una mamma che ha appena appena partorito: “Come stai?”, dove si vede che chi chiede, vuole sentirsi dire: “Sto bene!”. E invece quella mamma non riesce a dissociare l’infinita riconoscenza che prova, dal dolore lancinante che ancora le sussulta dentro.

Pronto a morire un po’ dentro per far nascere una nuova consapevolezza, più completa? Vieni anche tu in Africa, o in Asia, o in Sud America. Tanto, che hai da fare per la prossima estate?

 

I regali del terzo tipo

Ospitiamo con gioia la riflessione di questo nostro caro amico, padre di una splendida famiglia con cui si accinge a vivere una Natale diverso da quelli a cui quasi tutti “occidentali”, “del nord” del mondo siamo abituati. Quest’anno si sono fatti un regalo particolare, un regalo che, ne siamo certi, farà piovere miracoli.

di Massimo Ippolito

Volevo scrivere un pezzo ammiccante, che strizzava l’occhio al teologo e al padre di famiglia, allo scanzonato disimpegnato adolescente e al bacchettone DOC. Ma il tempo è poco e il casino in casa è tanto, quindi accontentatevi – se potete – di un pezzo didascalico. Abbiate pazienza.

Conosco tre tipi di regalo.

Del primo tipo appartengono la maggior parte dei regali che ci facciamo. Sono quelle cose che regaliamo agli altri, le compriamo oppure le costruiamo e infine le regaliamo. Appartengono alla categoria anche i regali riciclati, gli scarti che ridoniamo con una faccia di bronzo da Oscar. Dei regali del primo tipo, conosciamo tutto o quasi. Sono i regali di Amazon o di e-Bay dove sappiamo il costo, quanti feedback positivi ha, in quanto tempo viene consegnato, a volte conosciamo anche la reazione che avrà su chi li riceverà. C’è poco altro da dire sui questi regali.

Poi ci sono i secondi. E qui tutti gli innamorati si riconosceranno, ancora di più i mariti e le mogli. Il regalo di secondo tipo sei tu, quando ti doni al tuo lui o alla tua lei. Quando, anche se l’altro lo prenderesti a schiaffi, gli fai un morbido sorriso d’amore. Quando la guardi negli occhi e ci caschi dentro, e capisci che è quella giusta. E un po’ ti preoccupi perché l’aspettavi e l’aspettavi ma ora è arrivata e non sei sicuro di fare bella figura, di non deluderla mai. Il regalo più grande che tu puoi fare: fare dono di te, donare la tua vita a qualcuno.

E poi ci sono i regali del terzo tipo. Non capita spesso di regalarli o forse sì, di sicuro sono regali che fanno tremare i polsi a chi li fa e la reazione di chi li riceve non è mai scontata. Sono quei regali dove nel pacchetto c’è qualcosa ancora più grande, di te che lo doni. Ricordo le tre mattine in cui nacquero le mie tre figlie, nel vederle mi tremarono i polsi. Saprò amarle? Saprò aiutarle a crescere? Potrò ancora passare qualche serata romantica con mia moglie senza che queste verranno a frantumarmi le palle? Son le domande che ogni padre si pone nel momento esatto in cui prende le forbici per tagliare il cordone ombelicale.

Una bella differenza dai regali del primo tipo. Almeno qui, i tempi della consegna non sono affatto certi. Fino all’ultimo. Per non parlare dei feed back positivi e negativi: ci vorrà una vita per raccoglierli tutti.

E la vita che si trasmette è uno di quei regali che si fanno ma che non possiamo controllare. Già abbiamo difficoltà a controllare i regali del secondo tipo, quelli del terzo ci surclassano alla grande. Uno è la vita, un altro è Dio. Vogliamo parlarne? No dico, di come presentiamo Dio ai nostri figli? E delle nostre attese? Oppure delle nostre ansie? I regali del terzo tipo lasciano senza fiato e non puoi neanche sederti per ripigliarti, devi correre in apnea.

Domani sera, la sera del Regalo per eccellenza, appoggeremo sul tavolo, con leggerezza, un pacchettino che ci farà tremare i polsi. A noi grandi, inteso. Le tre figlie (11, 10 e 5 anni) son tutte contente di prendere l’aereo – proprio la notte della Vigilia – e atterrare in Etiopia. Tutta la famiglia in missione per 10 giorni. Una bomba atomica incartata con la carta dei cioccolatini crì-crì.

Quando fai regali più grandi di te, hai paura perché non sai come va a finire. La tua volontà non basta, i tuoi desideri nemmeno. Dai a un figlio la vita e poi? Non puoi proteggerlo per sempre. A volte non puoi nemmeno salvarlo. Ma questo non ci toglie la voglia di dargli la vita.

Così per Dio. Lo fai conoscere ai tuoi figli (per come sai), e poi? Speri che il Signore faccia il resto.

Anche questo viaggio, fortemente voluto, quante mine anticarro nasconderà? E il rischio malaria, e lo stato d’emergenza dichiarato dall’Etiopia un paio di mesi fa e quello che vedranno le bambine e quello che rimarrà seminato nei loro cuori…. e ancora altri 100 e.

La coperta è sempre troppo corta, se vuoi dare una cosa grande ai tuoi figli, sei pronto a perderne altre? Certe volte l’iniziativa è di Dio, quando è Lui che ti dà una cosa grande e te ne toglie altre, devi sperare di capirlo così da vivere con pienezza quel dono.

Altre volte l’iniziativa è tua.

Mettiamo a rischio le nostre figlie, ma ne varrà la pena? Forse stiamo dando loro strumenti per capire, per vivere più pienamente? O forse le esponiamo a rischi inutili?

La risposta forse fra una settimana. O fra vent’anni.

Domande difficili

di Anna Mazzitelli

Cara Amica,

ti scrivo per rispondere alla richiesta che su facebook hai lanciato, forse come provocazione, forse come vera domanda di aiuto, qualche giorno fa sul profilo di Stefano. Io, come è noto, non ho profilo, e mi diverto troppo così per pensare di farmene uno tutto mio.

Parto un po’ da lontano, forse, perché è appena passata la festa di tutti i santi, preceduta da quella che ormai è diventata anche in Italia una tradizione, la notte di Halloween.

Parto da lì, dicevo, perché trovo che sia collegato con quello che mi chiedi, e cioè di aiutarti a parlare della morte a tuo figlio.

Innanzitutto diciamo che sono certa che tu, come tutte le mamme del mondo, saprai trovare le parole giuste per rispondere alle domande di tuo figlio, a qualsiasi domanda, anche senza esserti preparata prima, perché succede sempre così, le domande arrivano a bruciapelo ma per fortuna -evidentemente- nel DNA delle mamme ci sono i geni delle risposte (o risposte da geni, a volte).

In ogni caso io parlerei a mio figlio in questi termini:

Come genitore mi sento chiamata a mostrare ai miei figli (e ai miei alunni, visto che faccio la maestra, e ai miei ragazzi del catechismo, come catechista) il Bello. Non il bello, ma il Bello, con la B grande, il Bello, il Buono, il Vero. E questo vale per chi crede e per chi non crede, ossia, per me il Bello, il Buono e il Vero coincidono con il Padreterno, ma anche un non credente vuole mostrare al proprio figlio il bene e non il male, il bello e non il brutto, la verità e non la menzogna, non trovi?

Mi allaccio proprio qui alla tradizionale festa di Halloween, senza voler fare polemiche in merito alle presunte valenze sataniche delle manifestazioni, senza voler demonizzare le feste esterofile, senza voler per forza ricercare le origini, il vero significato, le successive storpiature… sinceramente non me ne importa niente.

Molte delle persone favorevoli alle feste di Halloween con i travestimenti da mostri, da zombie, da vampiri e via dicendo, sostengono che i bambini hanno bisogno di queste manifestazioni per esorcizzare le loro paure, quindi non ci vedono niente di male nel fare una festa a tema macabro, spaventoso, tetro e cupo.

Quali paure? Paura del dolore, paura del buio, del male, in definitiva paura della morte.

Io trovo che se uno ha paura del dentista farebbe meglio a starsene a casa (e magari lavarsi i denti spesso) piuttosto che andare tutti i giorni a farsi trapanare un dente, ma insomma, ognuno esorcizza le proprie paure come gli riesce.

Però se noi genitori puntiamo la nostra educazione sul Bello, sul Buono e sul Vero, credo che i nostri figli non avranno bisogno di vestirsi da mostro per non aver più paura dei mostri. Credo che ai nostri figli non servirà scherzare con il male (con cui è bene non scherzare affatto) per non temerlo. Sapranno invece che il male esiste, che il dolore, la morte, sono cose reali, ma li porranno nella giusta prospettiva. Sapranno che il Bene ha sconfitto il male, e continua a sconfiggerlo sempre. Sapranno che la morte non è un pensiero da allontanare o una cosa davanti alla quale fare gli scongiuri o scappare, ma è una parte della vita, e che, comunque, anche la morte è stata sconfitta, e non ha l’ultima parola.

Intendo “morte” non solo come la fine della vita terrena, ma in senso generale come il fallimento, la sofferenza, la malattia, l’insuccesso, l’inadeguatezza. Tutto questo fa parte della vita anche se la società tenta di nasconderlo e allontanarlo. Ma se i nostri figli sapranno riconoscere e inseguire la Verità, non avranno paura di queste cose, perché sapranno che esiste un bene più grande che si realizza comunque, anche attraverso di esse.

Parlare ai bambini della morte, quindi, secondo me, significa innanzi tutto educarli a riconoscere la loro sete di infinito, a coltivarla, a vivere all’altezza dei propri desideri e del Bene che hanno innato dentro. Così sapranno da soli, senza bisogno di tante spiegazioni, che il male e anche la morte non vanno temute, perché quel Bene a cui naturalmente tendono esiste eccome, e nessun male, nessuna morte, potrà sconfiggerlo.

Lo so che sono monotona, ma mi viene sempre in mente San Paolo ai Romani:

Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Anna

Il contrario dell’amore non è l’odio ma il possesso

Si dice spesso che tra le cose brutte che possano capitarti nella vita, la peggiore sia il sopravvivere ai propri figli. Questa cosa la si sente dire talvolta anche da chi genitore non è, o non lo è mai stato.

Poco dopo che divenni padre, ricordo che, un pomeriggio in chiesa, pregando, feci mente locale su quale sacrificio abbia fatto Dio, l’onnipotente, nel concedere la vita del suo unico figlio per noi. Rimasi atterrito dalla grandezza di quel gesto, consapevole che mai sarei stato all’altezza di così profondo amore; l’attaccamento per mio figlio era tale da farmi sentire del tutto incapace di poter gestire la sua eventuale perdita. Per non considerare il fatto che a noi umani può succedere di perdere un figlio, certo, ma credo che sia quasi impossibile per noi “donare” quel figlio, come ha fatto Dio con il suo, anche sapendo che il nostro gesto possa essere per un bene più grande.

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto nello sfogo di un ragazzo che affermava che il dolore della perdita di un figlio è equivalente al dolore di non poterne avere; peraltro si augurava che coloro che oggi manifestano pubblicamente per mettere in guardia dai rischi della ricerca di un figlio ad ogni costo, anche per chi naturalmente non può averne, si rendessero davvero conto di cosa stessero facendo.

Entrare nel dolore altrui per tentare di comprenderlo è cosa davvero impegnativa, forse impossibile, tanto più in un ambito così delicato come la paternità o la maternità.

In questi ultimi anni della mia vita ho incrociato le strade di coppie alle prese col problema della infertilità e, prima ancora, anche io e Anna avemmo difficoltà a concepire il nostro primo figlio. Mi sono trovato, durante la malattia di Filippo e soprattutto dopo la sua salita al cielo, a comparare il dolore della perdita di un figlio con quello di non poterne avere. In tutta onestà, sono giunto alla conclusione che Filippo, nonostante le tante difficoltà che la sua malattia ha portato nella mia vita, sia stato un dono splendido, sia stato qualcosa che ha lasciato un segno indelebile in me, sia stato qualcuno che avrei voluto comunque incontrare e poi amare. Per me è del tutto evidente che il dolore della sua perdita è assolutamente comparabile a quello che avrei provato se lui non fosse mai nato.

Ho però cominciato a “gestire” meglio il dolore della perdita di Filippo quando ho iniziato a prendere confidenza con almeno due aspetti importanti della vita umana, sui quali altri, ben più attenti di me, hanno gettato luce e che, per questo, mai finirò di ringraziare.

Il primo è che i nostri figli non sono di nostra proprietà. San Francesco diceva infatti che il contrario dell’amore non è l’odio, ma il possesso. Non possediamo i nostri figli al momento della nascita, quando hanno più bisogno di noi, ancor meno quando crescono, diventano ragazzi e poi uomini o donne che esercitano pienamente la loro libertà. E’ del tutto naturale desiderare un figlio, desiderare di vederlo crescere e diventare grande ma non lo si può desiderare come fosse un “oggetto” molto prezioso, da acquistare e da tenere finché si vuole. Io ho compreso invece che figli ci sono solo “affidati”, per di più in via temporanea, che appartengono a Qualcun altro e che anche se il nostro contributo alla loro generazione è importante, non è comunque l’unico. E’ chiaro quindi che, se noi siamo solo gli “affidatari” dei nostri figli, può succedere che il tempo che avremo da trascorrere accanto a loro possa essere limitato, anche ben oltre i nostri desideri; oppure che non ci venga proprio concesso di riceverne.

Il secondo aspetto è che le malattie o le disfunzioni, sia quelle che conducono al termine prematuro della vita dei nostri figli, sia quelle che ne impediscono il concepimento, sono limiti intrinseci della nostra esistenza. Nessuno di noi nasce perfetto, i difetti e i limiti di ogni genere – così come i nostri pregi e le nostre grandezze – sono parte di noi stessi: ho compreso che non accettare i nostri limiti significa non accettare noi stessi, così come non accettare la malattia di un figlio significa non accettare quel figlio.

Per mia esperienza ho capito pure che la scienza e la tecnica possono fare molto per alleviare le sofferenze che nascono da quei limiti, ma anche che molto probabilmente non riusciranno mai a eliminarli del tutto; e quand’anche la scienza riuscisse a superare uno di quei limiti, ne resteranno comunque altri ancora da affrontare. Senza considerare che la scienza e la tecnica stesse hanno i loro limiti, molto più evidenti dei nostri; senza considerare che alla scienza e alla tecnica non tutto può essere lecito perché l’alleviare le sofferenze di una persona non può raggiungersi provocando la sofferenza in altri.

Mi rendo ben conto che queste riflessioni non sono sufficienti ad alleviare il dolore di chi ha perso un figlio o non può o non riesce ad averne, anche perché non sempre sono sufficienti a me stesso. Se però è possibile, come è accaduto a me e ad Anna, di trarre frutto dal dolore per la perdita di nostro figlio, forse è anche possibile trarre frutto dalle situazioni in cui i figli pure desiderati non arrivano o non possono arrivare: è anche per questo che con Anna decidemmo di affidare a Filippo, durante i suoi ultimi giorni qui con noi, alcune intenzioni di preghiera particolari per coloro che soffrono di queste situazioni e in special modo per quelle coppie che non riescono ad avere figli, affinché non si lascino tentare dal desiderio di possesso ma si aprano all’amore.

Uno meno uno, uguale due

di Stefano Bataloni

Quando il tempo passa si prendono le distanze dagli eventi che segnano la nostra vita. Con il tempo affiorano cose che prima non vedevi bene, dettagli che non coglievi, cose che c’erano (era evidente ci fossero) ma erano offuscate, attenuate, mascherate.

Col tempo, trascorso da quell’evento così duro e profondo, cominci ad apprezzare momenti e occasioni della vita che prima pensavi ti fossero preclusi, cui potevi solo desiderare di avvicinarti. Col tempo scopri la bellezza di qualcuno che era sempre stato accanto a te ma dal quale eri costretto a distogliere lo sguardo.

Sei anni trascorsi a combattere contro il cancro di uno dei tuoi figli sono lunghi, ti assorbono le energie, le attenzioni. Anche nei lunghi periodi di benessere e di buona salute di quel figlio, la mente è sempre rapita dalla paura di ogni malessere, di ogni febbre, di ogni segno sulla sua pelle. In queste condizioni una ferita o una caduta di uno degli altri tuoi figli, e quasi di ogni altro bambino, non reggono il paragone con un banale colpo di tosse di quel tuo figlio malato.

La guerra contro il cancro è finita: Filippo è caduto e noi sopravvissuti abbiamo iniziato a guardarci in faccia, a fare i conti con ciò che è rimasto. Sembra paradossale ma alcuni giorni dopo la fine di questa guerra con Anna ci sentivamo non come se avessimo perso un figlio ma come se ne avessimo guadagnati due.

Per quasi 2 anni e mezzo abbiamo avuto 3 figli ma, inutile negarlo, in quel periodo la maggior parte dei nostri pensieri sono stati per Filippo; la cosa si è resa ancor più palpabile negli ultimi mesi della sua vita. Francesco e Giovanni sono sempre stati con noi ma non hanno potuto fare altro che subire le restrizioni che quella guerra imponeva. Quasi nei fatti, i nostri 3 figli, erano uno solo. Eppure, nato al cielo Filippo, è come se ce ne fossero nati qui, sulla terra, altri due.

Lo abbiamo apprezzato nel modo con cui Francesco, bimbo di 6 anni che a volte ancora si ciuccia il pollice, in questo ultimo mese si è preso cura di sé e del fratellino più piccolo, Giovanni, di come con insospettabile sicurezza lo ha rassicurato sulla morte del loro fratello più grande.

Lo abbiamo apprezzato in questi giorni di Natale in cui ci siamo potuti concedere molte libertà di orario, di alimentazione, di giochi, di frequentazioni. Ce ne siamo accorti nella messa della notte di Natale in cui Francesco ha finalmente preso coraggio, si è finalmente sentito pienamente al centro delle attenzioni di mamma e papà, si è staccato da noi e si è fatto accompagnare da persone a lui ancora non del tutto familiari a svolgere un servizio durante la liturgia.

E lo abbiamo apprezzato ancor di più in questi ultimi giorni, a casa di amici o degli zii, quando Francesco e Giovanni hanno mangiato e giocato con i loro amichetti o con i loro cuginetti in totale autonomia e sicurezza, esattamente come due bambini sani e “normali”.

Affiora alla mente un barlume di consapevolezza, seppur ammantata di un velo di tristezza, di come tutte queste cose probabilmente non sarebbero successe se Filippo fosse stato ancora qui con noi.

“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” è proprio il caso di dire.

Abbiamo ricevuto tanto nel corso degli ultimi 6 anni e stiamo ancora continuando a ricevere tanto; forse c’è ancora molto da ricevere. Devono ancora piovere miracoli.