Prova dell’amore di Dio

C’è un bambino speciale nella nostra parrocchia.

Sarebbe speciale anche se non fosse speciale perché lo è la sua mamma, e la genetica non mente.
Ma questo bambino è anche speciale, e proprio in virtù di questo ci regala delle emozioni pazzesche, malgrado la sua mamma pensi che ci scocci o dia fastidio.

In lui è così trasparente l’amore di Dio che qualcuno potrebbe prenderlo come prova della Sua esistenza.

Quando è felice non è solo felice, è euforico, e questo spesso capita durante la messa domenicale. La sua mamma si nasconde e si mimetizza con le colonne della chiesa, ma lui canta, esulta, grida, quando passa la processione con la croce non riesce a stare fermo, a contenersi.

Una volta ho visto il video di un’intervista che ha fatto Don Stefano a TV2000, parlava dei bambini disabili. L’intervistatrice (al min 14:50) gli chiedeva come si comportasse quando un bambino speciale si metteva in fila per fare la comunione, se ne valutasse la consapevolezza, se avesse mai avuto difficoltà o dubbi nel dare la comunione a qualcuno a cui poteva non essere pienamente chiaro quello che stava facendo.

La sua risposta mi colpì molto: non esitò nemmeno un secondo e disse di no.
Disse che mai si era fatto domande del genere, perché sono proprio persone così che ci portano la freschezza dell’incontro con il Signore, loro sono molto più naturali di noi e capiscono molto meglio di noi cosa significa accogliere il Signore nella propria vita. Proprio i bambini speciali sono i più sensibili a sentire l’amore che le persone hanno nei loro confronti, e nello stesso modo comprendono l’amore che Dio ha per loro.

Ecco, guardando il nostro bambino speciale capisco benissimo cosa volesse dire, perché non c’è dubbio alcuno che Dio ami quel bambino, e lo ami tanto, che lo trovi perfetto e insostituibile, che lo veda come l’ha sempre pensato e sia fiero di lui, sua meravigliosa creatura.

Ci hanno insegnato fin da piccoli che Dio ci ha creato, che Dio ci ama, che non c’è anzi nessuno che ci ami più di Lui.
E questa è la teoria, e la sappiamo tutta.
Poi però a volte succede che pensiamo di doverci in qualche modo meritare quell’amore. Pensiamo (a me capita) che dobbiamo essere in un certo modo per farci amare da Dio, che dobbiamo fare qualcosa di particolare, comportarci bene, seguire delle regole, portare dei frutti, affinché Lui ci ami.
Il nostro bambino speciale ci rivela che è esattamente il contrario: Lui ci ama a prescindere, Lui ci ama per primo, gratis, e malgrado tutto.
E da questo, semmai, poi, scaturisce tutto il resto.

E noi, che a volte pensiamo alla fatica che deve fare la sua mamma, e che immaginiamo che la sua vita potrebbe essere migliore se fosse un po’ più simile alla nostra, che lezione riceviamo quando veniamo travolti dal riflesso di quell’amore infinito, che senza nascondersi né provare vergogna esplode nelle sue grida e nel suo canto, nella luce che si vede negli occhi del nostro bambino, nelle sue mani che non riescono a fermarsi dall’emozione!
Lui non ha dubbi di essere amato, e ce lo mostra senza riserve.

Quanto dovremmo ringraziare continuamente per poter essere parte di un miracolo così bello, così plateale, così evidente.
Quanto dovremmo imparare da questa creatura che è lo specchio dell’amore di Dio!

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Perché mi chiami maestro buono?

di Stefano Bataloni

Lo scorso venerdì sera Anna ha partecipato al Pellegrinaggio delle Sette Chiese nella notte qui a Roma. Vi aveva già partecipato a maggio restandone molto colpita e aveva concluso il suo cammino sperando di potervi partecipare nuovamente, questo settembre, per rendere grazie. Credo che alla fine sia stata costretta a cambiare le sue intenzioni di preghiera ma è stato per lei, ancora una volta, un momento davvero importante.

Naturalmente, la mattina dopo mi ha raccontato tutto con dovizie di particolari (se in genere le donne hanno una memoria migliore di noi uomini, devo dire che Anna è dotata di un registratore audio-video ad altissima fedeltà e senza limiti di capienza; questo si traduce in racconti che spesso non hanno il dono della sintesi, cosa ancor più evidente se l’esperienza raccontata è stata per lei particolarmente coinvolgente)

C’è stata una cosa in particolare che Anna mi ha riferito e che mi è rimasta impressa, un passaggio di una delle catechesi tenute da Padre Maurizio Botta in una delle tappe del pellegrinaggio (io che non sono dotato di un registratore audio-video come lei lo riporto come mi viene): “il perdono non è opera nostra, noi non siamo capaci di perdono; solo Dio perdona, il perdono è opera di Dio”.

Ora, vedete, da quando con Anna abbiamo deciso di raccontare pubblicamente le nostre vicissitudini legate alla malattia di nostro figlio Filippo, e ancor di più dopo la sua morte, abbiamo acquistato una certa notorietà. Niente di ché, attenzione, nulla per cui montarsi la testa, ammesso e non concesso che ci sia mai stata la possibilità di una simile eventualità.

Ma, ad esempio, giusto per dare qualche numero, il nostro blog ha ormai superato, in questi 10 mesi, le oltre 150mila visite, abbiamo centinaia di follower; la home page del blog viene visitata, mediamente, da 2-300 persone ogni giorno. Anche attraverso la condivisione della storia del piccolo Giacomo abbiamo raggiungo decine di migliaia di persone in pochissimo tempo. Piccoli numeri se confrontati con altre realtà ben più qualificate, come è giusto che sia, ma tutto ciò era del tutto inatteso per noi e, chiaramente, non programmato.

A onor del vero, una bella mano ce l’ha data la nostra amica Costanza: i suoi post su di noi ci hanno fatto conoscere a davvero moltissima gente e, cosa per cui non finiremo mai di ringraziarla, hanno fatto crescere in maniera esponenziale il numero di persone che pregavano per Filippo e per noi, facendoci sentire accolti e sostenuti da gigantesche e robuste braccia, soprattutto nei momenti più duri. E come lei, tante altre persone che hanno portato la nostra storia all’attenzione di ulteriori loro amici, parenti, di ogni luogo. Ci hanno raccontato che interi conventi di suore pregavano per noi (magari ancora lo fanno). Alla morte di Filippo abbiamo ricevuto messaggi di saluto da non so quanti paesi del mondo, da qualche parte in Israele hanno piantato un albero per lui. Ci hanno raccontato che anche Chiara Corbella abbia pregato per il nostro Filippo, e lei aveva certamente un talento straordinario per prendersi cura di bambini speciali.

E poi ci sono state le testimonianze pubbliche: quella a TV2000 che ha avuto un certo seguito, tanto da superare le oltre 5.800 visualizzazioni sul canale YouTube della rete. Quella all’ultimo ritiro delle famiglie della nostra parrocchia, quella rilasciata a Radio Mater e, pochi mesi fa, quella rilasciata in videochiamata per la parrocchia di nostri nuovi amici nella fede.

Ci capita, di tanto in tanto, che qualcuno ci fermi e ci chieda: “ma tu sei il papà (o la mamma) di Filippo?” Ci chiedono in continuazione di pregare per loro figli, parenti o amici in difficoltà o che soffrono. Capita che ci dicano che siamo un esempio per loro e per tanta altra gente. In tanti dicono di ammirarci sinceramente. Ci chiedono di non smettere di scrivere su questo blog, alcuni ci hanno confidato di aspettare ogni giorno con trepidante attesa la pubblicazione di un nuovo post.

Che dire? “Grazie” è una parola inadeguata per esprimere quello che provo quando incontro tutto questo calore: quelle braccia gigantesche e robuste oggi sono ancora più grandi e robuste e continuano a sostenermi.

Eppure, io non mi sento così “importante” come sembro apparire alle persone; e credo di poter parlare anche a nome di Anna. Io continuo a pensare di non essere poi un granché, di non fare grandi cose, di non dire cose così profonde.

Vorrei che un giorno veniste a casa nostra per osservare le nostre facce al mattino e il “macello” che regna nel nostro salone la sera. Vorrei farvi assistere ai momenti in cui perdiamo la pazienza con i nostri figli, le parole che escono dalle nostre bocche in quei momenti (e sì che un figlio lo abbiamo perso e un altro è vivo per miracolo!). Vorrei raccontarvi di quali bassezze, a volte, siamo capaci sul lavoro o di come siamo bravi a girare la testa dall’altra parte di fronte alle difficoltà o alle sofferenze degli altri e, invece, a salire sul piedistallo sentendoci vittime o giudici universali a seconda delle occasioni.

Mi torna in mente cosa disse Gesù a quel tale (Mc 10, 17-18) che chiamandolo “Maestro buono” gli chiese cosa dovesse fare per avere in eredità la vita eterna. Gesù per prima cosa gli domandò: “Perché mi chiami buono?” e poi aggiunse “Nessuno è buono, se non Dio solo”.

Ecco, come Padre Maurizio, ai pellegrini delle Sette Chiese nella Notte, pochi giorni fa ha ricordato che non siamo noi a perdonare ma il perdono viene da Dio, è opera di Dio, così anche io sento che non siamo noi i “maestri buoni”, non siamo noi ad operare, non siamo noi ad aver fatto e a fare tutto quello che suscita ammirazione nelle tante persone che ci seguono. Non saremmo mai potuti e non saremo mai all’altezza di simili opere da noi stessi.

Quello che tanto attrae delle nostre vicende non è che l’opera di Dio che si compie attraverso noi. E allora non bisogna guardare a noi, banali e inadeguati arnesi, ma bisogna guardare alle opere Sue.

Se finora siete riusciti a vedere le opere di Dio che si sono compiute attraverso di noi non è per chissà quali meriti abbiamo avuto ma solo perché siamo riusciti a dire un “sì”, solo perché, di fronte alla prova, siamo riusciti a dire: “Signore, noi da soli non ce la facciamo. Fai tu”.

Questo nostro “sì” può essere diventato “famoso”, l’opera di Dio può essere finita sotto i riflettori, ma il nostro “sì” non è stato più importante o difficile da pronunciare di tanti altri. Sono certo del fatto che tanti “sì”, piccoli e grandi, vengono pronunciati ogni giorno da tante persone e non diventano famosi; eppure è anche grazie a quelli che l’opera di Dio si compie.

Se invece guarderete a noi e vi succederà di non vedere quelle opere sarà perché forse starete guardando male o perché, facilmente, saremo stati noi a impedirvi di vedere l’opera di Dio, sarà perché avremo avuto paura di pronunciare quel “sì”. In quel caso, vi prego, arrabbiatevi, ammoniteci e tirateci le orecchie: di questo abbiamo bisogno.

Piovonomiracoli su TV2000

3 marzo 2015, ore 6.

Suona la sveglia, siamo nel pieno sonno. Ormai da mesi non ci capita più di svegliarci così presto, per poi doverci mettere in macchina e partire con un po’ di ansia nel corpo. L’ultima volta che è capitato era il 27 agosto dello scorso anno, il giorno dell’ultimo controllo in day hospital di Filippo. Questa volta però sappiamo che l’ansia è per una cosa nuova, per un evento buono.

E l’evento buono c’è stato. Ancora una volta, senza aver fatto chissà quali preparativi e in maniera molto inaspettata, così come fu per l’ultima festa di Filippo, ci è stato modo di dare testimonianza della speranza, della fiducia e della serenità che sono i noi, nonostante tutto.

Speranza, fiducia e serenità che non nascono dall’incoscienza, dalla superficialità, dall’aver anestetizzato i nostri sentimenti o di aver messo sotto il tappeto il dolore e la sofferenza per la mancanza di Filippo.

Il nostro stato d’animo nasce dall’aver avuto tante persone e tanti amici che ci hanno sostenuto, dalla loro costante e inarrestabile preghiera ma soprattutto dall’essere riusciti a toccare quasi con mano la vittoria di Cristo sulla morte.

Magari è anche lo stesso Filippo, che dopo averci fatto penare così a lungo quand’era in vita ora, con un piccolo miracolo, sta riempiendo di pace il nostro cuore.

Insomma, alla fine sono piovuti miracoli anche in TV.

Un grazie di tutto cuore a chi ha reso possibile questo evento, forse piccolo in sé ma importante per noi e per questo blog.

Un grazie a chi ci ha seguito e a chi ci ha manifestato la sua gioia per aver condiviso con noi questo evento.

Anna e Stefano

Clicca QUI per rivedere il video della storia di Filippo su TV2000