Siamo frutti del vostro albero

Alla comunità della Parrocchia di San Giovanni Battista De Rossi di Roma
nel giorno del secondo anniversario della nascita al Cielo di Filippo


di Stefano Bataloni

Cari amici,

siamo di nuovo qui, io e Anna, insieme a voi, a ricordare il nostro Filippo, che proprio in queste ore, due anni fa, ci ha lasciato per salire alla casa del Padre, per nascere in Cielo.

Perché facciamo questo?

Certamente perché vogliamo fare memoria di lui, vogliamo pregare per la sua anima; lo facciamo perché sappiamo che lui vive. Ma lo facciamo anche per ringraziare Dio della dolcezza e della serenità che abbiamo ricevuto e conosciuto dopo la sua morte, e per dare una piccola testimonianza di questo.

Come si fa a vivere con dolcezza e serenità una perdita così grande? Beh, devo dirvi, ancora oggi, pure noi, non lo abbiamo capito fino in fondo.

All’inizio è stato chiaro, evidente, che rifiutando la croce che avevamo di fronte saremmo sprofondati nel baratro, nell’inferno. E, credetemi, avendo frequentato gli ospedali per tanti anni, di mamme e di papà che erano caduti in quel baratro, perché non accettavano la malattia del loro figlio, perché non erano sostenuti dal dono della fede, forse perché lasciati soli…ne abbiamo visti tanti. Il dolore senza fine e senza speranza viveva nei loro occhi.

Poi, col tempo, piano piano, giorno dopo giorno, nonostante le nostre misere forze, è maturato in noi quel “Signore mio, eccomi! Sia fatto di me secondo la tua volontà”. Col tempo abbiamo compreso di essere inseriti all’interno di un progetto di Amore infinito, un progetto che includeva un figlio meraviglioso come Filippo, che includeva la sua malattia e poi la sua morte; un progetto in cui però l’Amore supera la morte, l’Amore annulla la morte.

Vorrei però che sapeste che questo progetto si è realizzato non solo grazie a me e Anna ma attraverso il lavoro e la preghiera di tanti: amici e conoscenti o anche sconosciuti che da ogni parte, costantemente in questi anni, ci sono stati accanto, non ci hanno lasciato soli. E tra questi, soprattutto, ci siete  voi, voi di questa comunità.

Insieme è come se avessimo costruito un edificio, una casa per ospitare la nostra fede e proteggere la nostra famiglia, per salvarci dal baratro.

Col sacerdote che ha sposato me e Anna abbiamo gettato le fondamenta. Qui, in questa parrocchia, abbiamo costruito le mura, grazie a Don Salvatore, Don Mario, Don Stefano e agli altri sacerdoti. Con voi abbiamo costruito il tetto: è venuta la pioggia e il temporale ma noi siamo rimasti al caldo e all’asciutto.

E ora, Don Paolo (ce n’è anche per te!), ora alla nostra casa c’è da mettere le porte e le finestre…perché anche in questi giorni, lontani da quel temporale, gli spifferi non mancano e a volte sentiamo freddo. Per questo contiamo sul tuo aiuto e la tua guida!

Ecco, io e Anna vorremmo che in occasioni come quella di oggi non ricordassimo solo Filippo ma ricordassimo anche quanto è bella e salda la casa che insieme abbiamo costruito. Vorrei che salisse al Cielo il nostro “grazie”, perché il Signore ama in maniera speciale la nostra comunità, perché questa parrocchia è come quell’albero che dà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; tutte le sue opere riusciranno.

Vi ringrazio, di tutto cuore, perché io, Anna, Filippo, Francesco e Giovanni siamo frutti del vostro albero.

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Mauro

Avrò ascoltato o letto decine di volte il primo capitolo del Vangelo di Matteo che descrive la genealogia di Gesù.

Un susseguirsi di nomi, di padri, di figli e di qualche madre. Nomi noti, alcuni, come Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone; molti nomi strani e praticamente insignificanti, almeno per me, come Esrom, Aminadàb, Naasòn, Booz, Racab, Roboamo, Abìa, Zorobabele, Eliachìm, Azor…fino poi a Giuseppe, Maria e Gesù.

Lo confesso, questo brano dei Vangeli non mi ha mai suggerito molto, se non il fatto che sia una storia che ha la radici in un tempo lontanissimo. Sono certo che Matteo abbia scelto di far iniziare il suo annuncio della Buona Novella con questa descrizione per un motivo importante; sono certo che esso racchiuda molto di più di quello che io riesco a comprendere. La cosa che ha sempre davvero contato per me era che al termine di quella catena di nomi vi fosse Gesù Cristo.

In questi ultimi giorni, però, a causa di un evento importante nella mia vita, sono riuscito ad apprezzare molto meglio come quel susseguirsi di nomi, il loro essere concatenati uno dopo l’altro, la simmetrica ripetizione del numero delle generazioni tra una fase e l’altra della storia di Israele non fosse altro che l’immagine del disegno di Dio su di noi tutti, e soprattutto fosse l’immagine di un disegno di salvezza.

Il rileggere la genealogia di Gesù Cristo, poi, mi ha rimandato ad un’altra storia.

Era l’estate del 1965. Un uomo alto e robusto, di appena 23 anni, è alla guida della sua Fiat 500 mentre percorre una delle strade principali di un paesino di poche anime sulle rive del lago di Bolsena. Accanto a lui è seduta la sua fidanzata, giovanissima, e sul sedile posteriore dell’auto si trova la sorella più grande di lei, appena ventenne. L’auto attraversa l’incrocio principale del paesino e subito dopo si ferma nei pressi di un bar. Seduto nello spazio esterno al bar, intento a contemplare lo sporadico passaggio di automobili lungo la strada, c’era un caro amico dell’uomo. L’uomo scende dalla sua 500, saluta l’amico, scambia con lui due chiacchiere e lo invita a unirsi alla sua compagnia. I quattro salgono in auto e ripartono.

Quel giorno, quell’amico e quella sorella si videro per la prima volta. I due non si piacquero affatto, nonostante fossero comunque due bei ragazzi; la differenza di carattere era grande. In seguito, però, ne nacque una storia e 4 anni dopo, era l’aprile del 1969, i due si sposarono. Due anni dopo, sempre in aprile, io venni alla luce.

Ripensando a questa storia, proprio pochi giorni fa, mi è saltato agli occhi come con ogni evidenza anche la mia vita è nel disegno di Dio; il concatenarsi degli eventi, che a prima vista sembrerebbero del tutto casuali ma che invece, guardandoli oggi, altro non erano che parti di un progetto ordinato, simmetrico, iniziato da lontano e condotto con pazienza, alla fine ha condotto alla mia esistenza.

Il realizzarsi di questo disegno, così come è accaduto per la storia di Gesù Cristo, si è compiuto attraverso piccoli e grandi momenti, attraverso persone deprecabili e persone ammirevoli.

Dio si è servito anche di quell’uomo per realizzare il Suo disegno su di me. Un uomo cresciuto nelle difficoltà, in tempi in cui mangiare ogni giorno non era affatto una certezza; un uomo che perse suo fratello all’età di 10 anni, che fu costretto a lavorare sin da giovane e che per non lasciare la scuola studiava tra le 3 e le 4 di notte, che superò malattie gravissime quando le medicine ancora non si compravano con facilità. Un uomo che ha avuto le sue cadute, che ha commesso i suoi errori come qualsiasi altro uomo che è passato e che passerà su questa terra; ma anche un uomo generoso, forte, determinato che è riuscito a costruire molto con il suo lavoro, che in una vita matrimoniale durata 50 anni è stato benedetto da figli e 5 nipoti. Un uomo “innamorato” di suo padre, quel padre che giunto all’ultima sua ora mori nella braccia della moglie mentre lui era lontano.

Senza di lui, probabilmente, i miei genitori non si sarebbero mai incontrati. Senza quell’uomo io forse non sarei mai nato; senza di lui probabilmente non ci sarebbe stato il mio matrimonio con Anna, non ci sarebbero stati i miei figli.

E così come Dio previde che a conclusione della storia di Israele nascesse Gesù il Salvatore, attraverso Filippo e la sua malattia e gli anni che abbiamo lottato e pregato accanto a lui, anche per me Dio ha previsto un cammino verso la salvezza.

In quest’ora, quando quell’uomo è ormai salito alla casa del Padre, da figlio non posso che innalzare a Dio il mio “grazie” per essersi servito anche di lui per darmi la vita e una via di salvezza.

 

I miei occhi hanno visto la tua salvezza

di Stefano Bataloni

Martedì scorso, 2 febbraio, giorno in cui la Chiesa fa memoria della Presentazione al tempio di Gesù, io e Anna abbiamo festeggiato il nostro anniversario di matrimonio numero 14. Per chi come noi ama i numeri, 14, doppio di sette, non poteva che avere un significato speciale: la pienezza moltiplicata per due.
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Conversione e Fede

Stavo scrivendo un post per questo blog, nei giorni scorsi, con l’intenzione di pubblicarlo stanotte.

Poi, stamattina, sono stata alla Messa di Don Stefano e l’omelia che ha fatto sembrava la perfetta cornice per quello che stavo scrivendo.

Mi ha dato la chiave per concluderlo, per dire qualcosa di vero (se lo ha detto lui deve per forza esserlo, se lo sarà pur preparato, e non saranno solo le mie farneticazioni notturne) e per mettere l’ultimo mattoncino, non solo sul blog, ma anche nella mia testa.

Per fortuna che registro.

Quindi oggi l’omelia, e nei prossimi giorni la mia interpretazione, nella speranza di non dire troppe eresie (se così fosse, sono tutte farina del mio sacco, in quelle Don Stefano non c’entra niente).

Link alle letture della III Domenica del tempo ordinario Anno B (Gio 3,1-5.10; Sal 24; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20)

Commento alle letture della III Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

di Don Stefano Cascio

Il tema della liturgia di oggi è la conversione.

Non la conversione di chi è ateo o di chi è credente in un’altra religione, la conversione di tutti noi.

Secondo il Vangelo la conversione non è tristezza, sforzo, rinuncia, ma libertà e gioia.

Nella prima lettura vediamo che prima di Gesù, nell’Antico Testamento, la conversione è tornare indietro, è invertire la rotta, è osservare di nuovo la legge e rientrare in quell’alleanza di Dio che si era persa.

Invece con Gesù tutto cambia: conversione non significa più tornare indietro all’alleanza, non significa più osservanza della legge, ma è entrare nel Regno, è afferrare la salvezza che sta passando, che è data a noi, ed è data gratuitamente

E’ come dire che la conversione e la salvezza hanno cambiato posto, non è più prima la conversione dell’uomo e quindi come premio c’è la salvezza (a Ninive, la grande città, Giona deve andare e convertire e, se gli abitanti si convertono, Dio non distruggerà la città, quindi come premio c’è la salvezza).

Nel Nuovo Testamento tutto cambia: con Gesù c’è prima la salvezza, che è un’offerta generosa partita dal Signore, e poi la conversione, che è la nostra risposta.

Quindi non è più “Convertitevi per essere salvi”, ma è “Convertitevi perché siete salvi”.

In poche parole Dio non aspetta che l’uomo faccia il primo passo, ed è questa la grande rivelazione del cristianesimo: è Dio che cerca l’uomo.

Poche settimane fa abbiamo festeggiato il Natale, e che cos’è il Natale se non Dio che viene a cercare l’uomo?

E se non capiamo questo non abbiamo capito niente di quello che Dio fa nella nostra vita.

Allora ecco la buona notizia, la buona notizia è: non prima la legge, ma prima la grazia, non prima il dovere, ma prima il dono.

Allora cerchiamo di capire bene quello che dice Gesù: “Convertitevi e credete”. Forse noi certe volte l’abbiamo letto come “Convertitevi, e dopo credete”, come se credere fosse una cosa successiva, invece è “Convertitevi, cioè credete” perché la prima e fondamentale conversione è proprio la fede.

Non è l’innocenza, non è l’obbedienza, non è la purezza. La prima cosa è la fede.

L’uomo creato da Dio, in quanto libero, in quanto intelligente, deve fare un atto di fede.

Devo dire: “Io ci credo, Dio si è fatto uomo per vivere per scelta proprio accanto a me, per cercare me, è venuto verso di me”.

Allora facciamoci una domanda: quali sono le nostre reti, le nostre barche, i nostri padri, che ci impediscono di seguire subito Gesù che ci chiama? (avete sentito, nel Vangelo di oggi, come Simone e Andrea e i figli di Zebedeo stavano lì a riparare le reti nella loro barca con i loro padri, e quando Gesù è passato e ha detto “Seguimi”, loro subito si sono alzati e l’hanno seguito).

Cos’è che impedisce a noi di seguire Gesù?

Concentriamoci su un gesto che facciamo durante la Messa, al momento dell’offertorio, quando si portano i doni al sacerdote per poi poter celebrare l’Eucarestia.

Oggi, durante il momento dell’offertorio, su quell’altare sacrifichiamo anche le cose che impediscono a noi di seguire Gesù, le nostre reti, barche, i nostri padri, quello che noi non riusciamo a lasciare. Diamolo, perché Gesù è morto per noi sulla croce, per i nostri peccati, per tutto quello che ci impedisce di camminare dietro di lui, che ci impedisce di dire che lo stiamo seguendo, che ci crediamo. Lasciamo tutto su quell’altare.

Adesso facciamo un momento di silenzio e abbandoniamo tutto quello che ci frena. Convertitevi non è una minaccia, ma una possibilità, un invito alla nostra libertà, alla gioia.

Lasciamoci toccare da questa bella notizia che il Signore ci da.

Rimaniamo in silenzio e offriamo su quell’altare quello che non ci permette di seguirlo.

2 febbraio 2002

Torniamo a parlare delle Nozze di Cana per pubblicare il testo dell’omelia tenuta da Don Carmine il giorno del nostro matrimonio. Da quel giorno…sono iniziati a piovere i miracoli.

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Gv 2, 1-11

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di Don Carmine

Vogliamo meditare sulla bellezza di questo primo miracolo di Gesù e comprenderne il significato utile e necessario per la nostra vita.

Ci sono alcune considerazioni che vogliamo fare su questo avvenimento. Innanzi tutto è il primo miracolo che ha fatto Gesù, poi lo ha fatto durante un banchetto di nozze, terzo punto ha fatto questo miracolo perché sua Madre, che è stata sposata e che ha avuto una famiglia, invita Gesù a fare il suo primo miracolo in questa occasione.

Gesù dà inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea proprio durante un matrimonio, come se la prima cosa che era venuto a fare fosse di benedire la famiglia, di benedire il matrimonio.

Le considerazioni bibliche da fare sarebbero tante, ma Gesù è venuto per salvare l’uomo e l’uomo non lo salva da sé, lo salva in quel vincolo che Dio stesso, Padre Creatore, ha creato. Quando Dio Padre creò l’uomo non lo creò da solo, ma lo creò affinché “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola (Mt 19,5)”.

Quindi la prima istituzione che Dio ha creato, creando l’uomo, è la famiglia stessa; e il matrimonio fu anche il primo a pagare le conseguenze a causa del peccato originale. Le prime conseguenze nefaste, i primi inconvenienti vennero proprio per il rapporto matrimoniale: per coloro che all’inizio erano stati creati uguali, simili, complementari, paritetici, dopo il peccato originale le cose cambiano, “con dolore partorirai figli, verso tuo marito sarà il tuo istinto ma egli ti dominerà (Gen 3,16)”, lei non è più “carne della mia carne e osso delle mie ossa (Gen 2,23)”. Per questo l’uomo si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola, una cosa sola. Dopo il peccato non è più l’amore a fondere queste due persone.

E quindi Gesù, essendo venuto a salvare l’uomo, per prima cosa doveva salvare la famiglia e il rapporto matrimoniale, doveva benedirlo, riscattarlo con il suo sangue.

E la Madonna glielo ricorda, glielo dice subito, è sempre il figlio che sente la madre, è la madre in tutti i sensi, e glielo comunica, e il figlio ubbidisce come si ubbidisce a una madre: “figlio mio, visto che devi cominciare a salvare l’uomo…” e Gesù le dice: “non è ancora giunta la mia ora (Gv 2,4)” e lei: “ no, no, qui ce n’è bisogno, non possiamo più aspettare, non hanno più vino, non c’è più amore, non c’è più grazia, non c’è più coesione, questo matrimonio si regge sulla convenzione, sulla tradizione, sulla legalità, sulla passione, ma non c’è il vero amore, non c’è la vera grazia, non c’è quella cosa che unisce i due per l’eternità! C’è bisogno che tu faccia questo miracolo!”. E allora Gesù fa il miracolo.

Come egli stesso poi dirà rispondendo ai farisei, secondo i quali l’uomo poteva prendere la moglie che voleva, ripudiarla quando voleva. Secondo loro il matrimonio non era fondato certamente sull’amore che unisce due persone per l’eternità. Ecco perché Gesù fa questo miracolo per primo, perché è fondamentale. E rispondendo ai farisei a proposito del matrimonio egli dirà: “per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così (Mt 19,8)”, e Gesù è venuto a ripristinare il progetto del Padre.

Ecco cosa rappresenta questo vino per noi. Se teniamo presente, poi, che il vino della Palestina è rosso, corposo, veramente quando uno lo beve ritrova la vita, è un vino di sostanza, e sta proprio a significare quella grazia che voi riceverete in questo vino, segno dell’amore, della forza, della grazia, della coesione, della potenza di Dio per farvi amare di un amore inesauribile.

Ma questo vino, naturalmente, che il Signore ci dà è solo il segno del vero miracolo. Quello è stato il segno che Gesù fece per manifestare la sua gloria, il miracolo fu abbastanza vistoso, infatti, dice l’evangelista, “i suoi discepoli credettero in lui (Gv 2,11)”. Ma era un segno. Il vero miracolo, quello grande, è questo: voi siete qui per ricevere questo vino di cui avete bisogno ma sapete anche che non ne avrete bisogno solo oggi.

Come il corpo ha bisogno di essere nutrito ogni giorno, così anche voi potete accedere a questo vino forte della grazia e dell’amore di Dio attraverso l’Eucaristia, attraverso la preghiera quotidiana, attraverso i Sacramenti che il Signore ci ha lasciato per riconciliarci con noi stessi e con Lui in modo da saper amare l’altro.

Che significa allora tutto questo per noi cristiani qui, che significato ha questo matrimonio che oggi celebrate? Ha il significato di un passaggio.

Ecco Gesù tramuta l’acqua in vino, l’acqua delle abluzioni in quelle sei giare, l’acqua della religiosità vetero-testamentaria che ormai era diventata un fatto solo esteriore, solo basato sulla legalità, non aveva le sue basi nella fede; il vecchio testamento era pieno di queste prescrizioni ma spesso non avevano corpo, non avevano anima.

La Madonna ribalta questo: questa religiosità è vuota, è apparente, è fatta di riti, si lavano le mani -dirà a Gesù- ma non si lavano il cuore, non si purificano il cuore.

Il passaggio è dall’Antico al Nuovo Testamento.

Voi celebrando questo matrimonio state facendo un passaggio simile.

Perchè è vero che voi adesso iniziate una vita nuova, senz’altro più bella e più interessante di prima, ma anche più impegnativa. Dovete saper amare più di prima. Ora Stefano non deve amare solo se stesso, deve amare anche Anna, e deve amare anche i figli che verranno. E così l’amore di Anna, la stessa cosa.

La fede di Anna e di Stefano non deve essere più quella di prima, perché tu non dipendi più solo da te, deve essere una fede che aiuti l’altro e deve essere un segno e una testimonianza per i figli che verranno.

Insomma dovete rinnovarvi.

Anche voi dovete vivere il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, perché la vostra fede e il vostro amore siano fondati sull’amore, non sulle convenzioni, sulle cose apparenti.

L’Antico Testamento è finito? Ma quando? Siamo pieni di Antico Testamento. La nostra fede è piena di convenzioni, di cose esteriori. Dobbiamo rinnovarci, ecco perché il Signore ci dà questo vino, perché impariamo ad amare di più, veramente, e amando di più Dio amiamo veramente anche la persona che Lui ci mette accanto.

Voi siete qui per fare questo passaggio dal Vecchio al Nuovo perché Gesù in un altro passo dice anche: “non si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa (Mt 9,17)” e questa grazia viene persa.

Se uno non si rinnova dentro, se non apre il suo cuore ad accogliere questi doni, non li comprende, li disperde.

L’occasione della vostra vita è il vostro matrimonio, è la vostra occasione per fare il passaggio secondo la nuova fede portata da Gesù, fondata sull’amore, fondata sul vino buono.

Rinnovatevi e vedrete che da oggi inizierà per voi una vita nuova non solo nell’amore ma anche nella grazia che Dio vi darà ogni giorno per essere realmente capaci di accogliere il vino buono che Gesù ha preparato per voi.

Don Carmine

Chiesa di Santa Maria in Domnica in Roma – 2 febbraio 2002