Lasciar andare per continuare a camminare.

Ospitiamo con gioia una riflessione della nostra amica Erica, che abbiamo conosciuto fisicamente (anche se virtualmente ne avevamo già il contatto facebook, ma non è proprio la stessa cosa!) un paio di anni fa, quando era in uscita il suo primo libro che si intitola “La porta gialla, un libro che dà speranza” (vi metto il link, se avete voglia di acquistarlo su Amazon).

Cara Erica, ho scritto “primo libro” apposta, solo per farti stare un po’ sulle spine e farti sentire in dovere di scriverne un altro 😉

In poco tempo e poca frequentazione è nata con lei un’amicizia profonda e sincera, basata sulla evidente condivisione di tante cose, anche di lati del carattere, nonostante lei sembri molto più calma e pacata di me.

Questi legami che si creano con delle persone a volte mi stupiscono.

Stamattina ero in procinto di scrivere un post, perché dall’inizio di gennaio sono successe tante cose che hanno appesantito il mio cuore, e sebbene il Signore sia davvero tanto paziente con me, come sempre sentivo il bisogno di scrivere per ordinare le idee.

E invece mi è arrivata una sua mail, con il post già bello e confezionato, stesso argomento che stava a cuore a me, non posso dire stesse conclusioni, perché lei sta un bel pezzo più in alto di me, nella cordata che spero ci porterà in Cielo, e proprio per questo mi lascio tirare su da lei, stavolta.

di Erica Bassi

Pochi giorni fa sono stata informata della morte di un’altra suora francescana angelina, a me molto cara, che ho conosciuto negli anni del discernimento vocazionale ad Assisi. Era anziana, e negli ultimi tempi la malattia la stava portando lontana. Sono felice di averla abbracciata un’ultima volta a metà dicembre; in quell’occasione ha voluto alzarsi lei per abbracciarmi, ha rischiato di inciampare, si è scusata (si è scusata –capite?- per la sua fragilità), mi ha ricordato, se ce ne fosse stato bisogno, che mi ha sempre voluto bene e che ogni giorno pregava per me. Si è detta serena e accompagnata nella situazione che stava vivendo, perché Dio non abbandona mai.

E niente.

Sapere che anche lei non è più qui con noi, a pochi giorni dalla morte di suor Raffaella, mi rende umanamente molto triste. Mi rendo conto di quanta fatica mi provochi il distacco. Non solo quello della morte, ma anche quello più naturale, dovuto ai cambiamenti che la vita ci propone e a volte ci impone.

Lasciar andare è il lavoro di tutta una vita; è la vera strada verso la libertà; è voce del verbo fidarsi; è uno degli insegnamenti grandi di san Francesco, che tutto ha lasciato per amore di Cristo, perfino il suo essere figlio su questa terra.

Allora mi prendo qualche minuto per provare a riflettere su questo tema perché mi sono venuti dei pensieri a cascata…

Ho subito pensato a me (perché lasciare un po’ da parte me, sarà credo sempre la mia fatica più grande), alla mia storia degli ultimi anni, alle tante persone che mi sono state di conforto e di aiuto concreto durante la malattia. Ora mi guardo intorno e vedo grandi stravolgimenti: suor Raffaella è morta, il favoloso dott. G. ci ha invitati alla sua festa per la pensione, diverse persone importanti per noi si sono allontanate perché la vita le ha portate fisicamente in altri luoghi, la mia oncologa non c’è più… se da una parte queste “perdite” mi fanno male, dall’altra vedo come se le maglie si stessero allargando: “Cammina sulle tue gambe, non hai più bisogno di noi!”. Oltre un certo tempo, tutte queste vicinanza avevano iniziato a farmi da puntello e mi impedivano di riprendere stabilità ed equilibrio; erano certamente molto rassicuranti, ma rallentavano il mio passo e abbassavano lo sguardo alla punta delle mie scarpe.

Ma questo fatto del lasciar andare lo vedo e lo vivo in maniera molto più ampia.

Lascia andare la paura. E lascia andare le tue belle e simpatiche piccole sicurezze, quelle che ti fanno sentire sempre a posto. Paure e sicurezze, nella mia storia, vanno di pari passo. La malattia fa schifo e fa terrore, e chi dice o pensa cose del tipo “Ah, ma così si è più vicini al cielo!” dimentica che siamo fatti di ciccia ed emozioni e quelle pesano eccome nelle nostre storie! Dicevo che la malattia fa paurissima, e tenersi strette delle piccole sicurezze aiuta, tante volte, a sopravvivere. Un esempio su tutti? Il raccontarsi! Penso ai tanti momenti in cui ho condiviso, durante il percorso della malattia, tante piccole parti della nostra storia, man mano che la vivevo e la masticavo. È vero, io parlavo della mia esperienza, ma un conto è stato raccontare a voce piccoli pezzi di noi, scegliendo gli interlocutori: ero io che tenevo il controllo, ed era un parlare cuore a cuore, guardandosi negli occhi, sapendo di essere accompagnata e amata, e quindi capita. Ero padrona di quella situazione e la tenevo stretta a me.

Altro è stato scrivere e organizzare ricordi e pensieri di tutto un lungo periodo. E poi lasciare che chiunque vi si avvicinasse, con i suoi tempi, la propria storia e sensibilità. Quello è stato un momento glorioso e terribile, in cui la nostra storia è passata dall’essere un fatto personale a diventare qualcosa di pubblico, direi quasi universale (nel senso che in tanti ci si possono riconoscere e tutti possono farci dei loro pensieri sopra!). E infatti, quando mi è stato proposto di scrivere un libro, ho detto un “no” secco e deciso. Perché questa perdita di controllo e di vicinanza mi sbilanciava verso il lasciar andare e mi costringeva a cambiare prospettiva; non era più “la mia storia”, ma un’esperienza messa a disposizione di tutti. Nel tempo ho dovuto ricredermi, e la mia paura ora si sta trasformando in gratitudine. Perché un piccolo passo di fiducia sa parte mia, si è ingigantito e trasformato in tanta vita.

Lasciar andare.

Lasciar andare l’eterna, immutabile paura di essere di peso e pure quella di sbagliare. In questo sto diventando più brava, quasi esperta, direi! Ho dovuto imparare qualcosa di fondamentale: se hai bisogno, chiedi; se hai un’idea lanciala, se hai un pensiero (va beh, magari prima strutturalo e ragionalo!), esponilo. Non ridete, per favore, so che per molti questo è lapalissiano: per me, no! Ho passato tantissimi anni, oso dire la maggior parte della mia vita, a legarmi da sola catene pesantissime, costruite di queste paure!

E poi lascia andare il dubbio, non quello che ti mette in discussione, ma quello che ti riporta continuamente a tremare per scelte già fatte. Hai un marito? Amalo! Hai deciso con coscienza per i tuoi figli? Va bene! Hai scelto per la tua vita? Vivi la quotidianità.

Lascio per il finale la catena più subdola: la paura di essere felice e di dar conto della Speranza che è in noi. Lasciala andare! Siamo fatti per la gioia, ma sembra sia più facile vivere il mugugno (io sono campionessa olimpica di mugugno carpiato!). Le fatiche, i dolori, la paura, esistono, e sono reali. Ma allenarsi alla gioia, al sorriso e alla gratitudine diventa segno che il nostro cammino ha orizzonti lontani e bellissimi!

Devo davvero imparare a lasciar andare. Diventerò libera di guardare alla grandezza a cui sono chiamata. Sarò più leggera ed agile e potrò finalmente iniziare a salire verso il Cielo!

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Imparare ad amarsi

di Stefano Bataloni

Ieri mattina ho partecipato alla Santa Messa presso l’auditorium del Ministero dell’Ambiente. È da un po’ di anni che in Avvento e in Quaresima, presso quella sede istituzionale si celebra l’Eucarestia, è una forma di missione nei luoghi di lavoro.

Fortemente voluta, fino a pochi anni fa, da un drappello di dipendenti, oggi invece è caldamente “patrocinata” dai vertici del ministero stesso, in cui evidentemente la componente di cattolici non è trascurabile. L’iniziativa mi colpisce molto perché proprio in quello stesso auditorium, dove oggi sedevano accanto a me onorevoli, direttori generali e militari in alta uniforme, sempre più spesso di questi tempi si sente parlare dell’uomo come la fonte di ogni male per il pianeta Terra, ci si riferisce alla creatura umana come fosse un cancro da estirpare, una specie infestante da sterminare; eppure quello è lo stesso uomo per la cui salvezza Gesù Cristo è venuto al mondo e ha compiuto il più grande sacrificio donando la sua stessa vita, come abbiamo rivissuto nella Eucaristia!

Al di là di questo, però, a rendere speciale l’occasione era il celebrante: l’amico don Paolo A.
Il brano del Vangelo proclamato è stato il racconto dell’annuncio dell’Angelo a Maria. Don Paolo nella sua omelia ha spiegato bene come il Signore Dio si sia rivolto a Maria con rispetto, senza imposizioni e preservando la sua libertà. Maria, d’altra parte, era in un periodo di attesa, era presa dalla realizzazione del suo progetto di vita con Giuseppe, suo promesso sposo. Il progetto di Maria era buono, e giusto, piú che meritevole di essere portato a compimento.
Il Signore però – ha continuato don Paolo -le scombina i piani, le fa una proposta alternativa, le indica una strada diversa da quella che aveva in mente di percorrere, peraltro, una strada che avrebbe pure comportato qualche serio rischio per lei, dati i tempi che correvano.

Maria però, si affida al Signore, sa che il Suo disegno di salvezza può passare per vie che lei non comprende appieno in quel momento, vie che richiedono un po’ di fatica, vie che escono dai suoi schemi. L’affidamento di Maria genererà Gesù, il salvatore degli uomini.

Don Paolo ha concluso ricordando che anche ognuno di noi, affidandosi al Signore può generare Gesù, può generare la salvezza, propria e del suo prossimo.

Trascorrono pochi minuti dalla fine dell’omelia che io stesso mi trovo in una situazione del tutto analoga a quella di Maria: mi presento di fronte al sacerdote per ricevere l’ostia consacrata e prima di portarla alla mia bocca, don Paolo mi chiede se me la fossi sentita di aiutarlo nella distribuzione dell’Eucarestia.

Ero preso dai miei progetti ma mi era stata rivolta una proposta alternativa, venivo chiamato a percorrere un’altra strada.

D’altronde in sala c’erano non meno di duecento persone, era più che comprensibile quella proposta, per di più era una proposta formulata con dolcezza e rispetto della mia libertà, proprio come quella dell’Angelo a Maria.

Io ho rifiutato. 

In un istante mi è tornata alla mente un’occasione precedente in cui, ad una identica proposta, risposi positivamente ma fu per me un disastro. Non accadde nulla di grave ma tremai come una foglia per tutto il tempo, le mie mani non riuscivano a restare salde con in mano il corpo di Cristo, mi passai la pisside sulla mano destra tentando di trovare maggiore sicurezza nel distribuire le ostie con la sinistra ma non funzionò. Fu un momento di grande imbarazzo.

Presa l’ostia, quindi, me ne sono tornato a sedere al mio posto.

Alla fine della celebrazione sono andato a scusarmi con don Paolo per il mio comportamento, ma lui, da buon “padre”, mi ha accolto con un sorriso e un incoraggiamento.

Nel resto della giornata sono stato a rimuginare su quel mio rifiuto, sul mio non essermi affidato, ho passato in rassegna tutte le mie paure: quella di mostrarmi incerto e fragile di fronte agli altri, quella di non essere sempre all’altezza del compito assegnato o anche quella di essere messo in mostra. 

Attraverso questo piccolo episodio ho compreso perché Zaccaria, che come Maria era stato visitato da un Angelo del Signore, all’annuncio della nascita di Giovanni fu ridotto al silenzio: Zaccaria non si affidò, forse ebbe paura.

Mi sono sentito proprio come Zaccaria: muto, e triste. Ma ho fatto anche di peggio: mi sono condannato per quelle mie paure, mi sono rimproverato per aver perso l’occasione di fare qualcosa di buono, per me, per don Paolo e per gli altri. Ho assaporato la gioia che mi avrebbe dato se mi fossi affidato e avessi accettato la proposta che mi era stata rivolta e non mi sono perdonato per quella poca fede, per quel rifiuto.

Tornando a casa, però, mi è tornata alla mente una catechesi ascoltata pochi giorni fa. Il sacerdote diceva: non è possibile amare gli altri e amare Dio se non si impara ad amare se stessi.

Quale padre – aggiungeva – rimprovera suo figlio quando cade e si fa male? Quale madre non si precipita ad abbracciare suo figlio quando è malato o fragile o spaventato? Non è solo la voglia di consolare che muove un padre ed una madre di fronte alle difficoltà del figlio, in fondo c’è soprattutto la necessità di aiutarlo a rialzarsi, ad andare avanti, ad imparare dalle cadute o dalle sconfitte.

Ecco, forse, sono stato davvero troppo duro con me stesso. Come potevo seriamente dare per scontato che le mie paure fossero scomparse e le mie ferite fossero sanate? Come ho potuto convincermi di poter essere sempre perfettamente all’altezza della situazione?

No, sono umano, sono fragile, sono spaventato e inadeguato per costituzione, ma conosco l’amore che si prova per un figlio malato e impaurito, l’ho provato, quell’Amore vive in me: devo solo imparare a rivolgerlo anche verso me stesso.

Siamo in Avvento, siamo in attesa dell’arrivo del Re dei re, del Signore dei signori, che, per Amore, verrà tra noi nel modo meno regale e signorile possibile, a insegnarci che anche attraverso la fragilità e la debolezza si arriva alla salvezza.

Quale periodo migliore di questo per imparare ad amarsi? 

Affondare

Sai Anna, ci sono due tipi di esperienza che i discepoli possono fare: la prima è quella di camminare sulle acque (o trascorrere indenni il mese di novembre), la seconda è quella per cui vale la pena vivere il dramma del mese di novembre, ovvero il contatto con quella mano che ti tira sù dal mare in tempesta.

E’ il contatto con quella mano, e non invece il non affondare, ciò che fa la differenza.

Gesù ripete al tuo cuore: “Coraggio, sono io, non temere”.

La differenza non la farà settembre, ottobre o novembre, ma il fatto che Lui c’è nel Tuo novembre.

Tu vorresti non barcollare, e non sai che l’esperienza più bella è quella che puoi fare proprio barcollando: la mano di Gesù in persona che ti sorregge.

Ci sono persone sante, nella mia vita.
Persone che rispondono alle mie richieste di aiuto, persone che pregano per me.
Persone che misteriosamente non attaccano il telefono quando le chiamo, e che anche se sanno che la mia domanda non ha risposta, cercano parole da donarmi, che possano alleviare il mio dolore.
So di non meritarle, ma ricorro a loro nei momenti in cui mi sento affondare. E sono come la carezza di Dio sul mio volto.
E ci tengo a dire che questa carezza la sento forte e chiara.
Anche a novembre.

Grazie.

L’inganno

di Stefano Bataloni

Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Amico caro, che anche tu, hai una croce grande da portare nella tua vita, sono certo che avrai ascoltato o letto tante volte questo brano della Bibbia.

Ti starai domandando perché sono qui a riproportelo. Il motivo è che alcuni giorni fa, con l’aiuto di un bravo sacerdote, ho riflettuto a fondo su queste parole del libro della Genesi e ho capito che anche tu, come me, hai commesso lo stesso errore di Eva.

Lo so, quando tuo figlio si è ammalato ti sarai chiesto tante volte: perché non guarisce? Perché i medici hanno scelto quella terapia e non un’altra, e perché quei farmaci non stanno funzionando? Staremo facendo tutto il possibile? E’ un bambino, perché deve patire tutto quel dolore? Perché quel cancro doveva colpire proprio lui? Perché non può avere una vita come quella degli altri bambini?

E quando poi è salito al Cielo ti sarai chiesto: dove sarà lui ora? Come farò a vivere senza di lui? Lo rivedrò un giorno?

Domande che sono tornate spesso perché in fondo c’era la tua voglia di comprendere, il desiderio tutto umano di provare a far entrare nella testa il dramma della malattia e della morte di tuo figlio.

Il fatto è, ora l’ho capito, che tu, come Eva e come me, per soddisfare quel desiderio ti sei messo a discutere con “il più astuto di tutti gli animali selvatici” e non ti sei accorto che quelle domande, nella tua testa, le aveva pronunciate lui.

Ti sei sentito come messo in un angolo, come se ci fosse qualcuno che ha una risposta a quelle domande ma te la vuole tenere nascosta, come se fossi tu l’unico, il solo al mondo, a non sapere che si possa trovare una risposta logica a tutto. E allora hai provato a difenderti, come potevi. Hai cominciato a trovare una giustificazione razionale a quella tua voglia di capire, hai magari pensato di essere in grado di contenerla e di controllarla senza incorrere in chissà quali conseguenze. Non hai pensato a dove ti avrebbe condotto il cercare in tutti i modi di soddisfare quel desiderio.

Ti sei lasciato ingannare, hai creduto che cercare di darti delle risposte non ti avrebbe fatto morire. Non avrai hai trovato nessuno accanto a te che ti mettesse in guardia dal percorrere una strada pericolosa, che ti dicesse con amore che le conseguenze di quella ricerca ossessiva ti avrebbero distrutto.  Hai ceduto, ad un certo punto hai mangiato quel frutto: sarà stato un dettaglio della sua malattia che prima non conoscevi, la proposta di una terapia alternativa, un evento a cui ricondurre la causa di quel cancro…qualcosa che ad un tratto è diventato appetibile e desiderabile, qualcosa che sembrava potesse alleviare il tuo dolore, qualcosa che avrebbe fatto luce su ogni mistero. Sarà stato come se i tuoi occhi si fossero finalmente aperti. Ti sei sentito nudo e fragile, come se ti fosse sempre mancato qualcosa, fino ad ora, e hai cominciato ad arrovellarti, hai cominciato a costruire castelli di ragionamenti e a intrecciare pensieri con pensieri, solo con te stesso. Senza rendertene conto, mangiando quel frutto, hai perso il contatto con la realtà, ti sei appartato con te stesso: al centro della tua esistenza non c’era più la tua vita, quella di tuo figlio, la sua malattia; al centro della tua esistenza c’era solo la ricerca di risposte, l’ansia di comprendere tutto. Dalla voglia di comprendere sei passato alla pretesa di comprendere.

Ma cosa avresti potuto comprendere di quello che ti stava accadendo: cosa è bene e cosa è male? No, tu hai preteso di dover comprendere tutto, ogni singolo dettaglio. Forse ti sarai pure convinto che saresti riuscito a risolvere ogni problema con le tue sole forze, una volta compreso tutto.

Non ti sei fermato a domandarti: ma chi è in grado di comprendere tutto? Chi è in grado di vedere ogni situazione da ogni possibile punto di vista? Chi è in grado di provare ogni possibile sensazione di ogni persona coinvolta nella tua storia. Tu forse?

Sei stato in grado di vedere le cose dal punto di vista di un medico, per fare diversamente da lui? Sei stato in grado di sentire perfettamente il dolore che provava tuo figlio come fosse stato il tuo? Perfino per quanto riguarda te stesso, sei stato in grado di fare o dire sempre la cosa giusta in ogni momento?

Davvero credi che tutto sarebbe potuto essere sotto il tuo controllo, nella tua testa, così da poterlo studiare, analizzare e poter dire: “ho capito tutto, ora troverò pace”? Potrai forse aver trovato qualche piccola risposta qua e là, un barlume ogni tanto, ma sarà rimasto sempre e comunque il buio su gran parte del quadro.

E ogni volta che avrai udito una parola strana da parte di un medico o un infermiere o avrai letto il referto di un esame o avrai guardato a quella sua stanza vuota, ogni volta che la realtà si è ripresentata in tutta la sua durezza, ecco , ecco che la tua capacità di comprendere tutto svaniva nel nulla e tornava la paura.

Amico mio, guarda dove sei ora: hai mangiato “dell’albero del bene e del male”, vivi i tuoi giorni consumandoti nel pretendere una spiegazione alla malattia e alla morte di tuo figlio e ti sei completamente dimenticato dell’albero della vita che era stato posto proprio al centro del tuo giardino: dov’è la tua vita ora?

Non hai trovato risposta a tutte le tue domande. Inganni forse il tuo dolore con facili espedienti: una pianta nuova ogni settimana sulla sua tomba, pulisci e metti in ordine la sua cameretta o le sue cose ogni giorno…o magari hai trovato qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa di tutto. Ma in fondo hai solo smesso di vivere, hai smesso di nutrirti della vita.

Cosa c’è di male a vivere senza poter dare delle risposte al tuo dolore? Davvero credi sia impossibile vivere senza avere tutte le risposte? Quello, invece, è esattamente il confine che ti dice chi sei: sei un uomo, fatto per vivere ma non per capire ogni cosa. Quel confine non è posto lì per farti un dispetto, non è posto lì per farti sentire incompleto e incapace. Quel confine è posto lì per difenderti, perché quando vorrai a tutti i costi varcarlo, perderai la vita.

Non devi disprezzarti perché riconosci di avere questo limite: nessuna creatura è più grande del suo creatore e io e te siamo delle creature, Sue creature; a Sua immagine e somiglianza ma Sue creature. Alle tue domande non c’è risposta che tu possa comprendere. Solo Dio può comprendere, solo Lui può tenere tutto nel palmo della Sua mano.

Se non smetterai di rifiutare quel limite, se non abbandonerai la pretesa di trovare soddisfazione a tutte le tue domande camminerai sul ventre e mangerai polvere ogni giorno della tua vita, proprio come il più astuto tra tutti gli animali selvatici, i tuoi dolori si moltiplicheranno, mangerai spine e cardi fino a che non ritornerai polvere.

Torna a vivere, amico mio! L’albero della vita, al centro del tuo giardino, è carico di frutti. Ritrovati nudo e fragile, amico mio, ma senza paura, come un bambino, come in origine sei stato creato. Confida nel fatto che Qualcuno si prenderà cura di te.

Testimone della verità

di Stefano Bataloni

Bisogna essere delle persone particolarmente preparate per dare testimonianza alla verità? E’ proprio necessario aver fatto chissà quali studi per testimoniare la verità? Per testimoniare la verità occorre vivere la nostra vita da risorti: ma che vuol dire? E chi vive o ha vissuto la sua vita da risorto? Chi ci è riuscito? Posso riuscirci anche io?

Sono le domande che mi sono posto alcune sere fa ascoltando una catechesi nella mia parrocchia.

Il primo esempio di uomo, diceva il sacerdote, che ha vissuto la sua vita da risorto, naturalmente, è Cristo: lui per primo ha vinto la morte ed è tornato a vivere, e da tutti veniva considerato solo il figlio di un falegname. Ma anche i santi hanno vissuto da risorti, e non tutti erano dei “dottori della Chiesa”: hanno amato a tal punto Cristo da riuscire ad imitarlo, a farsi sua immagine di fronte agli uomini in maniera particolarmente fedele. A me è venuto in mente Giovanni Paolo II, negli ultimi anni della sua vita, quand’era così debole da non riuscire a stare in piedi, con le sue mani tremanti…questo non gli ha impedito di vivere da risorto, cioè di vivere come qualcuno che sa già che la morte non avrà l’ultima parola su di lui. E di esempi ce ne sarebbero tanti altri.

E io? Posso riuscirci anche io?
Beh, io sono quello che vede difficoltà dappertutto: cosa penseranno di me se faccio quella cosa? Cosa diranno di me se pronuncio quelle parole? Cosa mi faranno se agisco in quella  maniera? Cosa perderò se rinuncio a quell’oggetto?
Non mi preoccupo sempre di quale sarà l’opinione degli altri su di me? Non do sempre un grande peso a come gli altri mi vedono? Non mi circondo forse di oggetti e strumenti, ultimi ritrovati della tecnologia, convinto di trovare in essi la mia sicurezza? Non sono forse quello che non resiste a programmare ogni cosa nei minimi dettagli, temendo anche il più piccolo imprevisto?

Per dirla con le parole dell’evangelista Luca: non ho forse paura di “quelli che uccidono il corpo” (Lc 12,4)? Non riesco proprio a confidare nel fatto che “quelli che uccidono il corpo”, dopo di questo “non possono fare più nulla”. Non riesco, invece, ad aver paura di “colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettarci nella Geènna” (Lc 12,5). E questa paura diventa insormontabile nei momenti di difficoltà e di sofferenza!

È evidente che così non riuscirò a dare testimonianza alla verità: in preda a queste paure e insicurezze non potrò vivere da risorto, ma da morto. È evidente pure che invece proprio a questo sono chiamato, se sono davvero “cristiano”, cioè “di Cristo”.

Mi dimentico che mi è stato detto “io vi darò lingua e sapienza” (Lc 21,15) e “nemmeno un capello del vostro capo perirà” (Lc 21,18) o “due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia” e “non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri” (Mc 10,29) ma anche “non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12,11-12).

Non riesco a confidare in tutto ciò e lo dimentico con grande facilità, ma in verità, so bene, che alla base di questi miei limiti non c’è altro che il mio credere di potercela fare da solo, di non aver bisogno di Dio, di pensare di poter essere come Lui. In verità, so bene, che l’unico modo per riuscire a dare testimonianza alla verità e vivere da risorto, come ha fatto Cristo, come hanno fatto i santi occorre “rinnegare se stesso” e “prendere la propria croce ogni giorno”.

Prendere la propria croce ogni giorno, e seguire Cristo: ma come si fa? Non è mica facile abbracciare la propria croce. Seguire Cristo, poi. Essere innalzati su quella croce come lui! Chi può farcela? Addirittura, come dice San Paolo, si può essere lieti delle sofferenze che si sopportano tanto da completare nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24)?

Eppure cosa ha cambiato negli uomini la salita di Cristo sulla sua croce! Cosa hanno cambiato, negli uomini, i santi quando sono andati incontro al loro martirio! Quella loro testimonianza di verità, quel loro vivere da risorti, quel loro vivere come se la morte non avesse l’ultima parola…ha convertito molti, allora come oggi, ha cambiato tutto per noi uomini.

Rifletto e mi rendo conto di aver già visto in prima persona qualcuno vivere da risorto, anche nella sofferenza. Chi altri era il mio Filippo quando nel suo letto di ospedale, perlopiù inabile e inerme, continuava a sorridere e a chiedermi di giocare se non colui che viveva da risorto? O nel suo lettuccio, quando negli ultimi giorni il suo respiro era faticoso e le forze ormai non c’erano più continuava ad ascoltarmi mentre gli leggevo le sue storie preferite. Non era forse quello un vivere da risorto? Non era forse lui un testimone della verità?

Si, fu testimone della verità, per me. Tanto che poi io stesso, una sera, dopo essere tornato a casa, quando per lui non era più possibile alzarsi, non potei che inginocchiarmi ai piedi di quel suo letto come fossi ai piedi di una croce, tanto era chiaro che lui stesse completando nella sua carne quello che manca ai patimenti di Cristo.

Si, fu così chiara quella testimonianza che dopo la sua morte, io stesso sperimentai la vita da risorto, la vita di colui che ha piena consapevolezza che la morte non ha l’ultima parola, e non ci fu più dolore ma rendimento di grazie.

Si, è possibile anche per me vivere da risorto, lo so. Quella vita è in me, mi è stata donata. E allora, con l’aiuto di Dio, con tutte le paure e le insicurezze, devo prendere la mia croce, seguire Cristo, lasciare che Lui operi in me perché… “vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero.” (Gv, 21,25)

Un nuovo anno…da(di) paura?

di Stefano Bataloni

Eccoci qui, un nuovo anno è iniziato, con molte aspettative, molte speranze, molti desideri. Come sempre, forse proprio perché ce l’abbiamo nel cuore, miriamo molto in alto; anche quando non lo diamo a vedere, anche quando “mettiamo le mani avanti” ciò che vogliamo con tutte le nostre forze è che la nostra vita vada bene, i nostri progetti giungano a conclusione, il nostro corpo sia sano ed energico, il nostro intelletto comprenda ogni mistero.

Ci mancherebbe altro.

Poi ci scontriamo con la realtà, e presto o tardi accadrà anche quest’anno.

Ma l’ostacolo più grande che personalmente vedo al nostro raggiungere la pienezza e il compimento delle nostre aspettative è la paura.

Ormai è chiaro un po’ a tutti, abbiamo una paura folle nei confronti di ogni cosa: paura ad uscire di casa la mattina, paura di incontrare persone, paura di essere derubati sull’autobus. Diffidiamo di chiunque ci si avvicini, diffidiamo di chi vuole rivolgerci la parola, diffidiamo persino delle persone che cercano di venirci in aiuto in un momento di difficoltà. Abbiamo paura di quello che mangiamo e beviamo, dell’aria che respiriamo. In fondo, ci sentiamo quasi come passerotti sotto un temporale.

Non ci bastano le spiegazioni di chi è autorevole, di chi ha studiato, di chi ha esperienza: c’è sempre qualcosa che temiamo non ci venga detto, abbiamo sempre il sospetto che sotto sotto ci sia la fregatura, che ci sia qualcosa che ci venga intenzionalmente nascosto. Anche di fronte a verità note pure ai sassi, a certezze ormai consolidate, vogliamo guardare altrove, vogliamo non ascoltare, vogliamo pervertire ogni cosa, per la paura che le nostre aspettative non combacino con la realtà.

E poi ci sono le paure che proviamo per i nostri figli.

Io ricordo che da ragazzo, nel pomeriggio, giocavo spesso a pallone sul marciapiede antistante la casa del mio migliore amico, e immancabilmente si affacciava dalla finestra del primo piano l’anziano signore che ci urlava per i nostri schiamazzi e le nostre urla perché, giustamente, voleva riposare. Temo che nulla del genere potrà mai accadere ai miei figli.

Abbiamo una paura tremenda quando i nostri fogli non iniziano a parlare o a camminare all’età giusta; abbiamo paura che prendano freddo, che stiano sotto l’acqua e il vento, che non mangino abbastanza, che non dormano all’ora giusta, che non riempiano fino all’ultima scheda che gli è stata data come compito a casa, che non facciano sport o musica. Evitiamo come la peste che patiscano ogni sofferenza o dolore o difficoltà. Per non parlare del terrore che ci assale quando hanno la tosse, quando gli sale la febbre o compare qualche macchietta colorita sulla loro pelle.

Quanto tempo e quante energie dedichiamo a queste paure! E quante risorse investiamo per cercare (inutilmente) di acquietarle!

Prendiamo l’automobile invece del mezzo pubblico o di camminare (anche potendo) per avere il nostro spazio riservato mentre andiamo al lavoro; se siamo per strada, giriamo sempre alla larga dalle persone che ci sembrano strane, che sono mal vestite, sporche o maleodoranti. Ci sottoponiamo a ogni tipo di dieta, smettiamo di mangiare carne, pesce, uova e formaggi; smettiamo di bere latte, caffè e vino. Ci sottoponiamo a ogni genere di esame medico per controllare ogni minima variazione dei nostri parametri corporei; assumiamo decine di tipi di farmaci diversi o, talvolta, non ne prendiamo nessuno, al limite quelli “alternativi”. Passiamo ore a fare sport nelle palestre o a curarci nei centri benessere.

Internet è il nostro guru: se qualcosa c’è scritto lì, allora deve essere vero per forza. Non usciamo di casa senza il cellulare; non sia mai poi che il nostro “phone” non sia “smart” o non sia “connesso” perché altrimenti ci sentiamo fuori dal mondo.

I nostri figli devono preferibilmente giocare in uno spazio recintato, meglio se a casa, così sono sotto controllo. Devono mangiare solo cose sane: sono banditi hamburger, patatine fritte, coca cola, biscotti al cioccolato, zucchero e sale. Quando escono di casa, in inverno, devono invariabilmente indossare canottiera, maglietta, felpa, giacca a vento, berretto e guanti; guai a tenerli esposti a correnti d’aria o al freddo. Guai se non dormono almeno dieci ore per notte di filato; guai se, oltre la scuola, non praticano almeno un paio di sport e non studiano un qualche strumento, ché sennò crescono stupidi e con i movimenti scoordinati, magari bassi e gracili. Guai a parlar loro di malattie o di sofferenza, di violenza o di morte: non sia mai che ne restino turbati per sempre. Il numero del pediatra, poi, nell’elenco delle chiamate effettuate con il telefono, è sempre subito sotto quello di nostro/a marito/moglie e del/la nostro/a amica; e poi ci vuole lo specialista per ogni problema…e le maestre/professoresse devono per forza essere quelle giuste: non sia mai che crescano senza conoscere le poesie di Leopardi o la trigonometria.

Per carità, questo può sembrare un discorso molto retorico, già sentito tante volte, così come non nego affatto che il dubbio, la diffidenza e la paura hanno talvolta il loro risvolto positivo, a volte sono essenziali. La verità però è che molte di queste sono anche le mie paure, che io percepisco distintamente come il maggiore ostacolo alla mia realizzazione e al raggiungimento di quella pienezza a cui mi sento chiamato.

Nonostante io, come altri, abbia già affrontato la perdita di qualcosa di importante, di fondamentale, forse, nell’esistenza di un uomo come la vita del proprio figlio, di fronte al quale davvero tutto sembra avere molto meno valore…beh, nonostante questo, ho ancora in ogni istante la paura di perdere qualcosa di importante. E per superare queste paure mi rendo conto di impiegare molte mie risorse, di fare tanti tanti sforzi, che però vanno quasi tutti inevitabilmente nella direzione sbagliata.

Per questo, il mio unico auspicio, per questo anno nuovo è solo quello di non trascorrere un altro anno “di” paura ma un anno nuovo “da” paura. E l’unico modo che conosco, l’unico che davvero funziona è quello di fare dei passi avanti nella mia conversione, per non essere più incredulo ma credente; è quello di credere al Vangelo, credere in particolare a queste parole di Gesù (Lc 12, 1-8):

Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.

Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!

Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.

…tutto il resto, in progetti, in soddisfazioni e in salute…verrà.

Siete pietre vive

Paure, afflizioni, malattie. Chi di noi non è alla continua ricerca di sollievo da queste cose? Chi di noi non ha sperimentato la tentazione di vedere in esse solo una mala sorte che si accanisce contro di noi?
Queste cose sembrano voler ostacolare la “strada” verso la nostra felicità. Invece, per chi sceglie di affidarsi, paure, afflizioni e malattie, fanno parte di quella strada, sono quella strada. Perché la nostra felicità è un “progetto” grande, disegnato e realizzato da Colui che ci ama davvero.

Il nostro amico Mario ci segnala in proposito questa lettura.

Dalle lettere di san Pio da Pietrelcina, sacerdote
(Edizione 1994: II, 87-90, n. 8)

Pietre dell’eterno edificio

Con ripetuti colpi di salutare scalpello e con diligente ripulitura l’Artista divino vuole preparare le pietre con le quali costruire l’edificio eterno. Così canta la nostra tenerissima madre, la santa Chiesa Cattolica, nell’inno dell’ufficio della dedicazione della chiesa. E così è veramente.

Molto giustamente si può affermare che ogni anima destinata alla gloria eterna è costituita per innalzare l’edificio eterno. Un muratore che vuole edificare una casa innanzi tutto deve ben ripulire le pietre che vuole usare per la costruzione. Cosa che ottiene a colpi di martello e scalpello. Allo stesso modo si comporta il Padre celeste con le anime elette, che la somma sapienza e provvidenza fin dall’eternità ha destinate ad innalzare l’edificio eterno.

Dunque, l’anima destinata a regnare con Gesù Cristo nella gloria eterna deve essere ripulita a colpi di martello e di scalpello, di cui l’Artista divino si serve per preparare le pietre, cioè le anime elette. Ma quali sono questi colpi di martello e di scalpello? Sorella mia, sono le ombre, i timori, le tentazioni, le afflizioni di spirito e i tremori spirituali con qualche aroma di desolazione e anche il malessere fisico.

Ringraziate, quindi, l’infinita pietà dell’eterno Padre che tratta così la vostra anima perché destinata alla salvezza. Perché non gloriarsi di questo trattamento amoroso del più buono di tutti i padri? Aprite il cuore a questo celeste medico delle anime e abbandonatevi con piena fiducia tra le sue santissime braccia. Egli vi tratta come gli eletti, affinché seguiate Gesù da vicino sull’erta del Calvario. Io vedo con gioia e con vivissima commozione dell’animo come la grazia ha operato in voi.

Siate certi che tutto quello che ha sperimentato la vostra anima è stato disposto dal Signore. Non abbiate perciò timore di incorrere nel male e nell’offesa di Dio. Vi basti sapere che in tutto questo mai avete offeso il Signore, anzi che lui ne è rimasto ancor più glorificato.

Se questo tenerissimo Sposo si nasconde alla vostra anima non è perché, come pensate, voglia vendicarsi della vostra infedeltà, ma perché mette sempre più alla prova la vostra fedeltà e costanza e inoltre vi purifica da alcuni difetti, che non appaiono tali agli occhi carnali, cioè quei difetti e quelle colpe, dai quali neppure il giusto è esente. Nelle sacre pagine è infatti scritto: «Il giusto cade sette volte» (Pr 24, 16).

E credetemi che se non vi sapessi così afflitti, sarei meno contento, perché vedrei che il Signore vi dona meno gemme preziose… Scacciate come tentazioni i dubbi contrari… Scacciate anche i dubbi che riguardano il modo di essere della vostra vita, cioè che non ascoltate le ispirazioni divine e che resistete ai dolci inviti dello Sposo. Tutto questo non proviene da spirito buono, ma da spirito cattivo. Si tratta di arti diaboliche, che cercano di allontanarvi dalla perfezione o almeno di ritardare il vostro cammino verso di essa. Non vi perdete di coraggio!

Se Gesù si manifesta, ringraziatelo; se si nasconde, ringraziatelo ancora: sono scherzi di amore. Mi auguro che arriviate a spirare con Gesù sulla croce ed esclamare con Gesù: «Consummatum est» (Gv 19, 30).