Addomesticati da Cristo

Oggi Don Stefano ha celebrato la sua ultima Messa comunitaria come vice-parroco nella nostra parrocchia. Dal prossimo settembre sarà parroco in un’altra Chiesa di Roma.
Il suo intervento nella nostra vita ci ha letteralmente salvato la vita.
Stavamo per perdere nostro figlio e lui, che nemmeno ci conosceva, ci ha chiamati e ci ha detto che voleva incontrare Filippo e che voleva dargli la prima comunione.
E’ venuto a casa nostra a celebrare la messa nella sua stanza il giorno prima che nascesse al cielo. Gli ha dato l’unzione degli infermi e l’indulgenza plenaria, ha lasciato nella sua stanza il Santissimo esposto.
Filippo si è addormentato tra le braccia di Gesù, quasi fisicamente.
Don Stefano ci ha aiutati a far diventare la morte di nostro figlio una porta verso il Paradiso.
Per usare le sue parole di oggi, ci ha addomesticati ben bene, e per questo, in qualunque Chiesa di qualunque parte del mondo andrà a finire, sarà sempre un pezzo della nostra famiglia.   

Link alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

At 12,1-11   Sal 33   2Tm 4,6-8.17-18   Mt 16,13-19

Commento alle Letture della Festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

di Don Stefano Cascio

Oggi festeggiamo la Solennità di San Pietro e San Paolo.

E’ strano che la festa di due santi così sia una solennità, un momento così importante come Natale, o Pasqua.
Soprattutto se conosciamo i due personaggi: Pietro era un uomo irruento, passionale, un povero pescatore, che dice le cose come le sente, moto generoso, ma poi, tante volte, poi… Ricordatevi quello che succederà durante la passione: rinnegherà Gesù e si metterà a piangere quando si renderà conto di quello che ha fatto.

Per non parlare di Paolo, che andava a uccidere i cristiani, era l’ISIS dell’epoca, andava in giro per uccidere quella che per lui era una setta, quella dei cristiani.

Però noi dopo 2000 anni ci troviamo qui a festeggiare questi due personaggi.
E perché?

Perché malgrado i loro difetti sono stati scelti dal Signore, anzi, Pietro è diventata la roccia su cui costruire la Chiesa, la comunità dei credenti, l’assemblea di Dio.
Perché questi due uomini hanno saputo rispondere a quella domanda che Cristo ha fatto e su cui abbiamo riflettuto già poco tempo fa, una domenica, quando abbiamo letto quel passaggio del Vangelo.
E oggi viene proposta, alla fine del nostro anno pastorale, ci viene proposta la stessa domanda da Gesù.
La prima domanda di Gesù: “Cosa dice la gente di me?” come un sondaggio.

E allora i discepoli rispondono, Pietro risponde, e Gesù dice: “Ma tu cosa dici di me? Cosa sono per te?”

E’ molto bello in modo in cui Gesù sta facendo questo, Gesù non da risposte, ma fa una domanda. Quando ci sono le risposte noi a volte chiudiamo il nostro cammino: ci sono le risposte, quindi basta.

La domanda è più interessante, ti fa camminare nella tua riflessione, Gesù fa domande, tu devi porti questa domanda: “Chi sono io per te?”

Pietro risponde: “Tu sei Cristo, il Messia, il mio salvatore”
Il cammino del cristiano è proprio questo. Certe volte abbiamo bisogno di essere rassicurati, quindi siamo contenti quando la Chiesa ci dà delle risposte certe, e noi siamo tranquilli, ci siamo creati il nostro piccolo nido, i nostri muri, e siamo tranquilli così.

Ma Gesù ti interroga personalmente, non ti da una risposta, chiede a te di rispondere al suo amore.
Cosa risponderò io a questa domanda?
Come l’incontro con Cristo mi ha cambiato?

Ha trasformato in un certo senso Pietro e Paolo, che sono diventati dei discepoli straordinari: Paolo ha evangelizzato il Mediterraneo, tutti e due hanno dato la vita per Cristo.

E io?

Questa mia fede addormentata, quando potrò risvegliarla?

La domanda di Gesù è un po’ la domanda di due innamorati.

Certe volte in una coppia uno dice all’altro “Ma quanto mi vuoi bene? Sono importante per te?”
E l’altro darà forse una risposta, speriamo…

Ecco, la relazione tra Cristo e gli uomini è la stessa cosa, è una relazione d’amore, e in quel dialogo d’amore Cristo ti chiede: “Ma quanto sono importante per te?”

E, dopo la risposta, Gesù a Pietro affida la Chiesa.
Tante volte sentiamo dire “Io credo in Cristo ma non nella Chiesa.

Ma la Chiesa è questa, è questa comunità di uomini che cercano di rispondere a questa domanda, e si aiutano a vicenda a camminare per rispondere a questa domanda. Non è un’istituzione, la Chiesa, è una comunità di credenti, è una grande famiglia che si aiuta, e che cerca insieme di rispondere a questa domanda.

Ed è quello che in questi cinque anni io ho cercato in un certo senso di dare.
San Paolo nella seconda lettura dice: “Il Signore però mi è stato vicino, e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Insieme, come famiglia, come comunità, cerchiamo di portare questo annuncia a tutti. Cerchiamo con la nostra vita di far porre le domande anche agli altri.
Tutte le volte che un cristiano non permette a un altro di interrogarsi su quello che sta vivendo, sulle domande fondamentali della vita, ma giudica solo, dà solo risposte, allora c’è qualcosa che non va.
Il cristiano deve essere per gli altri un punto interrogativo. Guardando un cristiano, uno che non lo è, si deve fare la domanda: “Da dove gli viene questa speranza nel futuro? Perché ha questa gioia profonda dentro il cuore? Perché vive in questo modo? Come fa a essere così?”

I primi cristiani era così che si ponevano, hanno evangelizzato in questo modo. I primi cristiani non hanno avuto bisogno di armi, anzi, erano martirizzati, però come una macchia d’olio andavano avanti, e il cristianesimo si è diffuso dall’esempio, non tanto dalle parole, ma dalla vita, dall’esperienza di Cristo vivo nella comunità.

Ecco quello di cui noi abbiamo bisogno, ecco quello che noi cerchiamo di portare avanti attraverso le nostre attività. Ma dobbiamo farlo insieme.

Ieri rileggevo il dialogo tra la volpe e il piccolo principe.
C’è questa parola che sembra una parola brutta, ma nel dialogo tra la volpe e il piccolo principe è molto chiara.
La volpe dice al piccolo principe: “Se tu mi addomestichi la mia vita sarà illuminata. Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”.

Ciascuno di noi è chiamato a essere addomesticato da Cristo. Ma siamo anche chiamati ad addomesticare gli altri, per poter vivere quello che è stato detto qui, sentirsi responsabili l’uno dell’altro. E soprattutto, responsabili per sempre.

E spero che in questo cinque anni sia stato anche così, vicendevolmente. Ormai voi siete responsabili per sempre del mio cammino, e io sarò responsabile per sempre del vostro.

Amen.

Quello che segue è il messaggio che i ragazzi dell’oratorio hanno letto per don Stefano alla fine della celebrazione di oggi.

Caro Don Stefano,
tradurre in parole quello che la tua presenza ha significato per noi in questi cinque anni è praticamente impossibile. Fin dal primo momento in cui hai messo piede nella nostra parrocchia avevamo già capito che c’era qualcosa di diverso in quel giovane prete francese con le All Star e il motorino: in poco tempo hai ridato vita al nostro oratorio, rivoluzionando ogni cosa con un impeto e una forza che dopo meno di un anno ti hanno fatto guadagnare il soprannome di “don Vulcano”. Bisogna ammettere che all’inizio era piuttosto difficile sopportarti… poi con il passare del tempo ci abbiamo proprio rinunciato. Eppure senza di te chi mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi a Ottobre vestito da tirolese a imparare balletti e servire montagne di panini? Chi mai si sarebbe ritrovato a fare giochi a tempo su Rai2 con solo un minuto per vincere? Chi mai avrebbe preso la sua bici pedalando fino al Divino Amore? Chi mai si sarebbe travestito da indiano immaginando di ritrovarsi per una sera a Bollywood? Chi mai avrebbe avuto la fortuna di passare una bellissima serata a mangiare e pregare insieme al suo papà? Chi mai avrebbe speso un mese delle proprie vacanze per svegliarsi alle sette e passare ogni giorno con 120 bambini (…che se non ti avessimo fermato sarebbero stati come minimo il doppio)? Ma tutti noi sappiamo bene che ciò che ci hai lasciato va anche oltre queste bellissime iniziative, va anche oltre i muri ridipinti e tutti i lavori di ristrutturazione che hanno abbellito e migliorato il nostro oratorio: perché nessuno di noi si scoderà mai del lungo filo bianco che ci hai presentato all’inizio di quest’anno, nessuno di noi dimenticherà l’ardore e il coraggio di un prete con l’aria da vip sempre in giro per il mondo con un’unica missione nella sua vita, quella di testimoniare la sua fede in Gesù Cristo. E anche se vorremmo tenerti tutto per noi, in fondo capiamo che è arrivato il momento che tutto quello che ci è stato donato dal Signore attraverso di te, lo possano ricevere tantissime altre persone. Per questo motivo ti salutiamo con affetto e ti ringraziamo con tutto il cuore, con la promessa di mantenere in vita tutto ciò che hai iniziato, perché è grazie a te che abbiamo imparato a non fermarci davanti a nulla e ad andare sempre Verso l’Alto.
Ti vogliamo tanto bene,
i tuoi ragazzi.

 

Corpus Domini con giubileo

Ricordo che giovedì 2 giugno alle 18:30 faremo dire una Messa per Filippo (e Aurora) nella parrocchia di San Giovanni battista de Rossi, Via Cesare Baronio 127, Roma. Dopo la messa ci sarà un momento di condivisione con uno scambio di libri. 

Link alle Letture del Corpus Domini (Anno C)

Gen 14,18-20   Sal 109   1Cor 11,23-26   Lc 9,11-17

Commento alle Letture del Corpus Domini (Anno C)

di Don Stefano Cascio

San Paolo nella II lettura ci dice:

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».

Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

Quello che da duemila anni i cristiani fanno è proprio questo: trasmettere quello che il Signore ci ha lasciato.
Ed è bella questa fedeltà lungo gli anni, lungo i dolori, le sofferenze, le difficoltà, lungo i momenti belli e brutti della vita: i cristiani continuano trasmetter quello che hanno ricevuto.

Se noi, a migliaia di chilometri da là dove è successo, stiamo qui a celebrare questa domenica, dobbiamo pensare che in tutto il mondo, dall’altra parte della terra, dei cristiani stanno facendo la stessa cosa, ed è bellissimo pensare che è così.
E dobbiamo ringraziare anche il Signore se noi qui lo possiamo fare con grande tranquillità. Ci sono altre parti del mondo in cui i cristiani danno la vita per fare quello che stiamo facendo ora.

E cosa stiamo facendo?

Stiamo celebrando il memoriale della passione, morte e resurrezione del Signore.

Che cos’è il memoriale? Cosa stiamo celebrando?
Non è un semplice ricordo, quello che stiamo facendo noi non è una sacra recita, non è teatro, non è un racconto e basta.

Stiamo celebrando, stiamo vivendo.

Ce lo dice il Signore stesso nel Vangelo, quando ci dice:

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

Questa è la prima cosa che Gesù fa: parlare del regno di Dio e curare.

Quando poi si siedono per pranzare insieme, i discepoli gli dicono: “Come facciamo? Dobbiamo rimandarli a casa, nei villaggi, per trovare cibo, perché qui non abbiamo abbastanza”.

Cosa dice Gesù?

Voi stessi date loro da mangiare

Io credo che in questa frase sia rinchiuso quello che significa il memoriale.

Il memoriale non significa, come ho detto prima, una sacra rappresentazione, ma è vivere quello che stiamo celebrando. Noi non stiamo solo ricordando ma stiamo vivendo quel momento.

Cosa significa questo?

Che il Signore, dando la sua vita, il suo corpo e il suo sangue, ci chiama a fare la stessa cosa.

Voi stessi date loro da mangiare.

Andate voi stessi a raccontare il regno di Dio, andate voi stessi a curare chi ha bisogno. Andate voi stessi a dare da mangiare, da bere a chi ha bisogno.
Il memoriale diCristo è questo.

Questa celebrazione non ha senso se noi non la viviamo in questa ottica.
Non servirebbe a niente andare in giro con il Santissimo Sacramento e fare una bella passeggiata, non ha bisogno di questo, Cristo.
Cristo ha bisogno di noi, ha bisogno che quello che celebriamo noi lo viviamo, quello che ascoltiamo noi lo viviamo!
Il cristiano vive, il cristiano è incarnato nella società.

La bellezza del cristianesimo è Dio che si incarna, che prende carne e viene in mezzo agli uomini, e i cristiani non possono mettersi da parte, i cristiani si devono immischiare, devono mettersi in mezzo a quella che è la nostra società, a quello che sono i bisogni della società, i bisogni dell’uomo attuale, i cristiani devono essere al centro.

Non ci dobbiamo rinchiudere nelle sagrestie come qualcuno ci invita a fare, è vero il contrario, dobbiamo essere in mezzo: ovunque c’è bisogno della parola di Cristo, noi dobbiamo esserci!
E la dobbiamo vivere in prima persona.
Perché io non sto andando in un luogo per fare morale, perché questo non è cristianesimo, questa è solo una visione del cristianesimo che ci vuole rinchiudere in un elenco di buona morale. Ci sono dei genitori che ci portano i figli a catechismo così insegniamo loro la morale. Bene il catechismo non è questo. Il cristianesimo non è questo.
Il cristianesimo è l’incontro con Cristo vivente, Cristo vivente che cambia la tua vita, e poiché cambia la tua vita, tu cambi vita, sei diverso!

E tutte le volte che torni a essere l’uomo vecchio, l’uomo di prima del tuo battesimo, tutte le volte che ti dimentichi che sei un uomo nuovo in Cristo, chiedi perdono, ricevi la misericordia di Dio e riparti.

E’ stato il senso anche del passaggio della Porta Santa, il passaggio è anche questo: voglio cambiare vita, voglio tornare a seguire il Signore, voglio seguire i suoi passi.

Tutti noi siamo chiamati a questo, tutti noi cadiamo, tutti noi siamo in difficoltà a seguirlo, per tutti noi è faticoso come è stato faticoso questa biciclettata.
Il pellegrinaggio ha questo senso, voi lo sapete, non è che noi facciamo il pellegrinaggio per soffrire e basta. La nostra vita è un grande pellegrinaggio, per arrivare alla mèta.

E qual è questa mèta? E’ Cristo che ci accoglie.

Allora non lasciamo disperdere quello che abbiamo fatto.
Raggruppiamoci sotto le ali di Cristo e camminiamo insieme.

Questo è anche il senso della comunità. Il cristiano non cammina mai da solo, il cristiano fa comunità, perché è la comunità che cammina insieme a te, non sei da solo nelle tue difficoltà, la comunità ti deve essere vicina.

Ed è quello che vogliamo fare adesso, attraverso questo gesto di metterci uno accanto all’altro.
Sotto l’ala protettrice di Cristo la comunità si raduna per pregare e camminare insieme, per sentire la Parola e per viverla.
Questo è il cristianesimo, questo è quello che siamo vivendo.

Ringraziamo allora il Signore che ci dà anche materialmente la possibilità di fare questo.
E per chi sta fuori, speriamo che un giorno riusciremo a fare rientrare anche quelli lontani dentro il nostro ovile.

Amen

 

E vide e credette

Uno dei frutti più belli che sono nati da quando abbiamo aperto questo blog è sicuramente la Comunione dei Santi che si è formata attorno a noi.
Ieri una persona mi ha scritto una mail, chiedendomi come mai fosse molto tempo che non scrivevo più. Mi ha confidato che si era preoccupata per me, sebbene comprendesse che le ragioni potevano essere le più svariate, e non per forza cose negative, e mi ha detto: “ti  ho pensata molto in questo periodo, pregando per te e chiedendo alla Madonna che ti doni la sua consolazione”.
Mi sono commossa.

Ed è proprio a questa straordinaria e misteriosa forza che mi appello in questo momento, per chiedere a tutti quelli che leggeranno una preghiera speciale, questa settimana.
Gesù è risorto veramente, sono certa che ci ascolterà.

Grazie
Anna

Link alle Letture della Pasqua di Risurrezione (Anno C)

At 10,34.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9

Commento alle Letture della Pasqua di Risurrezione (Anno C)

di Don Stefano Cascio

Il nostro Vangelo, il Vangelo di questa mattina, si conclude con queste parole:

Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

E mi chiedo: quanti di noi hanno compreso le scritture?
Quanti di noi hanno capito cosa significa questo evento che stiamo celebrando?
Quanti?
Quanti preti, quante suore, quanti laici che ogni domenica vengono a Messa, forse anche tutti i giorni, hanno realmente compreso questo evento?

Perché, vedete, ci riallacciamo sempre alla stessa cosa, da un anno stiamo seguendo sempre lo stesso filo: se Cristo è risorto, il mio orizzonte è cambiato. La mia storia è cambiata, il mio modo di vivere è cambiato.

Se invece questo evento non mi tocca, se Cristo è risorto solo nel mio cervello, come dato storico, come qualcosa che mi è stato insegnato, ma non tocca per niente la mia vita, non tocca il mio cuore, non trasforma la mia vita, allora io vivo come qualsiasi altro pagano: c’è la mia storia che a un certo momento ha una fine, che si chiama morte, e io allora vivo in conseguenza di questa visione della vita. Se per me tutto è terra-terra e si conclude tutto con la morte, allora questo tempo che ho me lo devo godere, devo approfittare di questo momento, perché non tornerà più, perché poi non sarà più niente. Lo devo sfruttare questo momento, mi devo divertire in questo momento.
Tutto quello che è desiderio diventa diritto.
Questo è il momento, perché dovrei pensare agli altri, devo pensare a me stesso, perché ho poco tempo, non so neanche quanto durerà questa vita, ma è poco. Me lo devo godere questo momento.
Questa è la visione di chi si ferma alla morte, ed è logico, così dovrebbe essere, visto che finisce qua.

Ma se Cristo è risorto per me, la mia visione della vita, il mio orizzonte è cambiato.
Cristo ha vinto la morte, Cristo era morto sulla croce, l’avete visto, celebrato.
Cristo è morto in maniera orribile su una croce, è morto completamente, veramente morto. E l’abbiamo sepolto.
E le donne, abbiamo sentito questa mattina, Maria di Mandala la mattina trova il sepolcro aperto e vuoto.

E il senso della storia cambia.

Pietro e Giovanni corrono al sepolcro, solo per constatare che è vuoto. E Giovanni, dice la scrittura, “vide e credette. Infatti non avevano compreso le scritture”.

Allora io vi faccio la domanda: ma noi, le abbiamo comprese queste scritture? Questo Cristo che è risorto per me, l’ho capito?

Perché se l’ho capito, il mio orizzonte non è più la morte, è la vita eterna.
Il battesimo che ho ricevuto mi ha aperto la porta alla vita eterna.
Io sono nato e non morirò mai più. Così vive il cristiano.

E quando il mio orizzonte è il Paradiso, è la vita eterna, è lo stare con Dio, se questa è la visione della mia vita, se io così vivo, allora tante cose che succedono nella mia vita, anche cose dure e terribili, se dentro di me, dentro il mio cuore, c’è questa speranza, allora tutto cambia. Allora molte cose vengono quasi relativizzate perché è lì il mio obiettivo.
Ma non solo, anche tante cose che decido, hanno una direzione, io so dove sto andando. Allora la scelta dell’educazione dei miei figli la faccio con quell’orizzonte lì.
Il mio modo di educare, le scelte che faccio, concrete, come lavoro, come mi rapporto con le persone, tutto ha un obiettivo, e cioè andare in Paradiso.
Sapendo che io sono chiamato alla santità, e che questa santità la devo vivere ogni giorno, con gli altri, come Cristo mi ha insegnato, dando la vita per gli altri.

Quindi qui, questa mattina, ci è chiesto di fare una scelta.
O non crediamo, e ne abbiamo diritto, e allora viviamo come pagani, come tanti che si dicono cristiani, che si dicono cattolici, ma che poi sono i primi a sputare sull’altro, a criticarlo. E ha ragione chi è furi a dire: “Vedi questo, esce dalla Messa e già sta lì a criticare”. Hanno ragione, perché noi cristiani non stiamo testimoniando la nostra fede. Lo vediamo in tutte le scelte che facciamo.

Abbiamo un’altra scelta: quella di credere, di credere che questo evento è l’evento che deve trasformare la mia vita, è una realtà che mi prende completamente e mi trasforma.

Non è facile perché spesso l’uomo vecchio che è dentro di noi non vuole cedere, non vuole morire, non vuole lasciare spazio a Cristo.

Io sono chiamato a correre, come Pietro, come Giovanni, io sono chiamato a correre.
Anche io devo andare a vedere se il sepolcro è vuoto, perché tante volte, tante volte noi siamo così contenti di avere un sepolcro con Cristo dentro. Perché è più facile, Cristo è lì dentro, lo conosco, lo limito, è così il mio Cristo, sta bene, è tranquillo, è sereno, nella tomba, nel silenzio, non mi disturba Cristo morto.

Ma Cristo è risorto. Cristo ha trasformato te e me. Cristo ci invita a seguirlo.

E allora come Paolo, nella seconda lettura ci dice:

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.

Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!

Siamo morti se non seguiamo Cristo risorto. La nostra vita non avrà nessun valore se non crediamo che Cristo è risorto.

Amen

La Croce Gloriosa

La Croce Gloriosa del Signore risorto
è l’albero della mia salvezza –
di esso mi nutro, di esso mi diletto,
nelle sue radici cresco,
nei suoi rami mi distendo,
la sua brezza mi feconda,
alla sua ombra ho posto la mia tenda.
Nella fame l’alimento,
nella sete la fontana,
nella nudità il vestimento.
Angusto sentiero, mia strada stretta,
scala di Giacobbe, letto di amore
dove ci ha sposato il Signore.
Nel timore la difesa,
nell’inciampo il sostegno,
nella vittoria la corona,
nella lotta Tu sei il premio,
Albero di vita eterna,
pilastro dell’universo,
ossatura della terra, la tua cima tocca il cielo,
e nelle tue braccia aperte
brilla l’Amore di Dio.

(Omelia attribuita a Melitone)

Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

Link alle letture della V Domenica di Pasqua (Anno B)

(At 9,26-31   Sal 21   1Gv 3,18-24   Gv 15,1-8)

Commento alle letture della V Domenica di Pasqua

di Don Stefano Cascio

Quando Gesù parla attraverso le parabole, quando racconta delle storie, cerca sempre di prendere delle immagini che all’epoca le persone potevano capire, parla della pesca perché c’erano tanti pescatori, o parla del campo, perché c’erano tanti che lavoravano la terra. Questa volta parla della vigna, dell’uva. Avete visto come cresce l’uva? C’è una vite, che è come un albero, che ha un tronco che ha le radici con cui prende dalla terra il nutrimento, e poi ci sono i rami, che per la vite sono i tralci.

Cosa ci dice oggi Gesù? Che lui è la vite, cioè lui è come il tronco dell’albero, cioè tutto il nutrimento viene da lui perché è lui che ha le radici, e noi siamo i tralci, come i rami di un albero.

I tralci, come i rami, non possono vivere se non sono collegati al tronco. Se voi staccate un ramo da un albero, il ramo si secca perché non gli arriva più il nutrimento di cui aveva bisogno. Allora Gesù dice: “Voi dovete essere attaccati a me altrimenti vi seccate”.

Ma oggi Gesù ci dice una cosa ancora più difficile da capire. Va bene, dice che alcuni tralci sono secchi e quindi si tagliano e si buttano nel fuoco, e fin qui tutto comprensibile, ma poi dice anche che Dio, che è l’agricoltore, vuole potare i tralci che sono vivi, che portano frutto.

Cosa significa portare i tralci che sono vivi? Vuol dire che alcune volte il ramo vive, ma per dare ancora più forza alla pianta, certi rami che sono buoni devono essere un po’ tagliati -questo vuol dire potare- per rendere ancora più forte la pianta e farla crescere meglio.

Allora se noi siamo questi tralci vivi, vuol dire che Dio nella nostra vita deve potare qualcosa.

Voi conoscete Michelangelo, lo scultore? Lui quando aveva un pezzo di marmo non diceva: “Io voglio fare questa statua con questo pezzo di marmo”. No, lui guardava il marmo e vedeva già che cosa c’era dentro questo marmo, capiva già che c’era dentro un capolavoro straordinario. Lui non diceva: “Ho un pezzo di marmo e io creo qualcosa col marmo”, no, lui vedeva già la statua in quel marmo, e doveva solo togliere un po’ di marmo intorno, e levando quel marmo usciva fuori un capolavoro.

Dio con noi vuole fare la stessa cosa, per Dio noi siamo già un capolavoro in potenza, nel senso che noi, dentro di noi, siamo già bellissimi, ma Lui vuol far uscire da noi il capolavoro perché altrimenti rimane tutto dentro.

E per fare questo Dio deve potare qualcosa nella nostra vita, e ripeto, sono tralci vivi, quindi deve potare, deve togliere delle cose che a noi sembrano valide, che potrebbero essere utili, ma certe volte queste cose vanno tagliate per arrivare all’obiettivo, per andare dritto, per avere il massimo, per diventare il Capolavoro.

Noi facciamo cose bellissime ma alcune cose è meglio metterle da parte per fare la cosa essenziale, la cosa più bella.

Nella prima lettura abbiamo la storia di Paolo che è chiamato Saulo.

Paolo prima di conoscere Gesù uccideva i Cristiani, era un persecutore feroce, poi un giorno gli appare Gesù, diventa cieco per un po’, poi a poco a poco riacquista la vista e diventa cristiano.

E allora quando arriva a Gerusalemme, (non ci va subito, già aveva iniziato a evangelizzare, a girare, a parare di Gesù) quando va a Gerusalemme e incontra per la prima volta i discepoli, loro lo guardano stranamente, hanno paura di riceverlo, lui è quello che uccideva i cristiani, “Non è che si vuole infiltrare in mezzo a noi per poi ucciderci?”.

E Barnaba lo accoglie a casa e spiega a tutti quello che ha visto, ha visto che Paolo è cambiato completamente.

E alla fine della prima lettura si dice che la chiesa in quell’epoca cresceva molto.

Se noi guardiamo la nostra chiesa di oggi, qui nel nostro paese la chiesa non cresce. E perché la chiesa non cresce?

Perché molti cristiani, compresi i preti, si sono dimenticati che dovevano essere attaccati al tronco che è Cristo. Sono diventati secchi.

Dall’esterno sembrano cristiani ma dentro non sono cristiani e quindi non testimoniano Cristo dentro di loro.

E allora vorrei concludere con questa frase che spesso uso nei matrimoni, di San Giovanni apostolo. Nella prima lettera, dice: “Figlioli non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18).

Questo non vale solo per il matrimonio, ma vale per tutti i cristiani, non possiamo dire “sono cristiano, amo tutti “ se poi concretamente non vivo questa frase.

Allora cercate di ricordarvi questa frase: Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti, nella verità.

Amen

La risurrezione è trasfigurazione

Premessa: la piccola Laura della quale abbiamo parlato tempo fa e per la quale abbiamo pregato e digiunato, è stata dimessa dall’ospedale. E’ a casa con i suoi genitori e i suoi fratellini, finalmente!

Grazie a tutti, di cuore, è proprio il caso di dirlo!!!

Link alle letture della III Domenica di Pasqua (Anno B)

(At 3,13-15.17-19   Sal 4   1Gv 2,1-5   Lc 24,35-48)

Commento alle letture della III Domenica di Pasqua, Anno B.

di Don Stefano Cascio

I discepoli sono appena tornati da Emmaus.

Ci sono due discepoli che vanno via un po’ turbati verso Emmaus che è vicina a Gerusalemme, e sono turbati perché Gesù è morto su una croce, poi una donna ha detto: “Io l’ho visto”, e quindi non sanno cosa pensare.

A un certo momento un uomo si avvicina e chiede: “Che cosa state facendo, perché siete così tristi?” e loro rispondono: “Ma come, non sai cosa è successo? Sei così forestiero da non sapere cosa è successo a Gerusalemme?”

E cominciano a raccontarlo, e lui camminando spiega tutte le scritture facendo capire che Cristo doveva patire, doveva morire, doveva risorgere.

Poi loro si vogliono fermare a una locanda e lui fa credere di voler continuare la strada, e allora gli dicono: “No, resta con noi, ormai si fa sera, resta con noi, ceniamo insieme”.

E quando lui dice la benedizione e spezza il pane, lo riconoscono. E lui sparisce.

Allora questi discepoli, invece di continuare la loro strada verso Emmaus, tornano a Gerusalemme e vanno a dirlo agli altri discepoli. Ed eccoci qua, questo era il Vangelo precedente, oggi siamo in questa scena in cui tutti i discepoli sono riuniti come sempre nella loro sala, hanno paura perché temono che possano venire a prenderli, non sanno cosa pensare perché questa donna ha detto che il corpo di Gesù non c’era, Pietro e Giovanni sono andati al sepolcro e non hanno trovato nessuno, e adesso arrivano questi due e stanno raccontando che hanno incontrato il signore sulla strada.

E proprio mentre loro raccontano questo, appare di nuovo Gesù e dice: “Pace a voi”.

In quel momento, avete sentito? Chiudete gli occhi e immaginate un po’ tutti questi discepoli: hanno paura, sono stupiti, ma chi è quest’uomo che entra così con le porte chiuse?

Si chiedono se non sia un fantasma.

E’ strano perché è da tre anni che loro fanno tutte le strade insieme, lo conoscono bene Gesù, l’hanno visto, hanno mangiato con lui, gli hanno parlato anche personalmente. Eppure non riescono bene a riconoscerlo, c’è qualcosa di diverso.

Perché vedete Gesù è lo stesso, ma è diverso, è lui ma è trasformato.

Perché vedete, la resurrezione non è solo un tornare alla vita, quella di sempre, quella di prima, è una trasfigurazione, è acquisire un di più, è un mondo nuovo nel quale si entra con la fede accompagnata dallo stupore e dalla gioia, ecco che cos’è la resurrezione. Non è facile capire perché nessuno di noi ha conosciuto uno risorto. Per noi è difficile capire cosa significhi.

Però vedete, non basta per noi credere che Gesù è risorto, dobbiamo, dice San Paolo, sperimentare la potenza della risurrezione (Fil 3,10), il mondo ha bisogno non solo di credere nella risurrezione di Gesù ma di viverla come esperienza.

Gesù ci dice “Non sono un fantasma”.

Con Cristo siamo risorti anche noi, non tanto con il nostro corpo, ma con il nostro cuore nella fede, nella speranza.

San Paolo scrive agli Efesini:

“Dio, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere con Cristo. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli” (Ef 2,5-6).

Ecco quello che avviene con il battesimo, ecco quello che abbiamo vissuto anche noi, siamo morti al peccato per risorgere alla vita nuova.

E noi dobbiamo vivere questo atto di fede. Noi ne siamo testimoni

Che cos’è il testimone? È quello che ha visto, è quello che ha toccato è quello che ha udito. Chi non ha visto chi non ha udito, chi non ah toccato non può essere testimone.

Allora voi mi chiederete: “Quando noi abbiamo visto, abbiamo toccato Gesù? Quando l’abbiamo sentito?”.

La domenica è il primo giorno della settimana, è il giorno del Signore risorto. Gesù nell’Eucaristia viene in mezzo a noi, ci parla per mezzo della Parola, attraverso l’Antico e il Nuovo Testamento, e poi, dopo il canto del Santo, c’è il racconto della passione, della morte e della risurrezione del Signore. E dopo ci nutriamo del suo corpo e del suo sangue.

Gesù allora ci sta, Gesù cammina con noi, e noi ne siamo testimoni.

Allora dobbiamo accogliere i bambini che vengono battezzati, dobbiamo accogliere i bambini che si preparano alla comunione e alla cresima, proprio come una comunità di testimoni, perché domani possano loro testimoniare la grandezza di questo incontro.

Perché vedete, la fede cristiana non è aderire a un’ideologia, a un sistema etico, ma è l’incontro con una persona viva, che da senso alla nostra vita: è l’incontro con Gesù, il crocifisso risorto.

Amen

Alziamo lo sguardo del nostro cuore

Link alle letture della Domenica di Pasqua, Anno B (Messa del giorno)

(At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9)

Commento alle letture della Domenica di Pasqua, Anno B.

di Don Stefano Cascio

Quando Maria di Magdala si reca al sepolcro di mattina “era ancora notte”.

Come è ancora notte per molti di noi.

In questi giorni santi, malgrado i nostri limiti e la nostra povertà, noi preti, ci siamo fatti strumenti di Grazia per molti di voi. Abbiamo sentito tante confessioni, abbiamo toccato con mano i lati oscuri, le bruttezze, la miseria che abita in ciascuno di noi. Abbiamo anche assaporato la bellezza di tanti giovani, genitori, anziani, che cercano di camminare con rettitudine nei passi del Signore.

Ma dove ci portano questi passi?

Il triduo ci ha fatto vivere il senso della vita. Gesù il giovedì santo ci invita a metterci a servizio dell’altro:

Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire (Mc 10,45).

Ma mettersi al servizio non basta, perché il vecchio Adamo rischia di essere sempre in me, anzi la buona azione rischia di ridargli forza, ridare forza al mio ego.

Il venerdì Santo Gesù muore e dà la vita per noi, e ci chiama a morire a noi stessi: il cristianesimo è “sequela Christi” è la sequela di Cristo, E Cristo va fino alla croce, fino alla morte.

Il Dio che si è fatto piccolo e debole nella grotta di Betlemme è morto su una croce come un brigante, un malfattore e viene rinchiuso in un sepolcro: che Messia, che Dio ci siamo scelti!

Il sabato Santo, giorno del grande silenzio il Messia riposa. Dio è sepolto. E per molti di noi è meglio così, è meglio un Dio che tace, un Dio che abbiamo incasellato, che non disturba.

La vecchietta che viene ogni giorno a messa ma che è acida, che critica in continuazione sparlando dell’uno e dell’altro, si è mai chiesta chi è il suo Dio? Il Dio di Gesù Cristo?

La persona che viene a Natale e a Pasqua in Chiesa, che si dice di cultura cristiana, un cristiano “non praticante”: chi è il suo Dio? Il Dio di Gesù Cristo?

“Era ancora buio “.

Per molti di noi è così, il buio, la noia, siamo cristiani spenti, senza speranza, senza ardore, senza amore.

Emil Cioran, filosofo nichilista e pessimista, influenzato da Nietzsche, scrive:

Consumato fino all’osso della sfiducia dei suoi fedeli, il cristianesimo ha smesso di essere una fonte di stupore e di scandalo, di scatenere virtú e di fecondare intelligenza. (La tentazione di esistere).

È esattamente quello che viviamo: seguiamo la massa, non osiamo andare contro-corrente, siamo spenti. Il nostro mondo occidentale schiavizza le persone attraverso un liberalismo senza limiti, schiaccia i più deboli rendendo i bambini un semplice oggetto di desiderio, il nascituro viene selezionato, l’anziano, il malato, e in Belgio anche il minorenne, possono essere eliminati per rendere la loro morte più dolce o degna (secondo loro).

Bastano 25.000 dollari per affittare l’utero di un’indiana e comprare un figlio…

Ma noi non apriamo bocca. Gesù e nel sepolcro.

Ma chi è veramente morto lui o noi?

Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello.

Il signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa.

(Sequenza Pasquale)

Tutti noi siamo chiamati a riscoprire il germe di vita eterna che abita in noi, tutti siamo chiamati a vivere la nostra Pasqua che significa passaggio: passare dalla morte alla vita.

E molti l’hanno fatto nella nostra diocesi, nella nostra comunità. Basti pensare qui ad Anna e Stefano che testimoniano con il loro sorriso, il loro sguardo, la loro pace, cosa sia vivere di fede e di speranza malgrado la morte del loro figlio Filippo, di otto anni. Penso a lui che malgrado la sua debolezza fisica, pochi giorni prima di morire, scendeva questa navata per ricevere Cristo.

Penso a Simone, 25 anni, della parrocchia di San Giustino nel quartiere dell’Alessandrino, che riceveva il corpo del Signore e poi, quando era ormai impossibile, il sangue, con un sorriso e degli occhi pieni di gioia facendo nascere una catena d’amore che aiuta ormai decine di famiglie.

Penso a Chiara Corbella, di Santa Francesca Romana sulla Colombo, che con la sua vita ha dimostrato cosa significa essere una donna, una madre, una moglie cristiana.

O, dall’altra parte del Mediterraneo, sulle coste libiche, penso al volto, allo sguardo dei cristiani che recitavano i salmi prima di essere assassinati come i primi martiri cristiani.

Giovanni “vide e credette”.

Anche noi possiamo vedere e credere in tanti volti di uomini, donne, bambini, anziani che vivono con Cristo. Apriamo gli occhi del cuore, il Signore non si impone, è presente ma con discrezione. Sfruttiamo la sua presenza e non lasciamo cadere l’invito di Paolo:

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è il Cristo seduto alla destra di Dio. Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria (Col 3,1-4)

Alziamo lo sguardo del nostro cuore, dei nostri pensieri, alziamo lo sguardo e non abbassiamolo più: Cristo è risorto e noi con lui.

Amen