Il tesoro di ogni attimo

Il settimo compleanno di Filippo fu davvero particolare.
Innanzitutto… lui non era ricoverato in ospedale ed eravamo al mare.
A renderlo speciale però, furono i giorni, anzi le ore, che lo precedettero. Ci fu un susseguirsi di eventi, di telefonate, di discussioni, di incontri, di viaggi, vissuti con grande concitazione e profonda speranza, e che sono raccontati in questa pagina del nostro diario di allora.

Quei giorni, quelle ore, quegli eventi ci portarono a Monza e al trattamento sperimentale con un farmaco dal nome impronunciabile. Monza e quel farmaco ci portarono un altro anno e mezzo di vita di Filippo e con esso alcuni dei periodi più belli delle nostre vite: ci condussero in luoghi meravigliosi e ci portarono a conoscere nuovi grandi amici.
Tutto iniziò in quelle ore, e tutto, poi, ci accompagnò fino al momento in cui vivemmo la morte e la “Pasqua” di nostro figlio.
Ripensandoci tempo dopo, rimasi profondamente ammirato di come quegli eventi si fossero svolti esattamente in quella maniera; sarebbe bastata una telefonata in meno o una discussione in più, una decisione piuttosto che un’altra… e Monza e il farmaco sperimentale non ci sarebbero stati, e con essi nulla di quello che è stato.

In quelle ore che precedettero il settimo compleanno di Filippo capivo molto poco di quello che stava accadendo; ovviamente, non potevo vedere a cosa sarei approdato. Fui in qualche modo guidato dagli eventi.
Oggi, che ricorre l’undicesimo compleanno di Filippo, ringrazio Dio perché Lui, invece, conosceva il tesoro di quegli attimi. Lui sapeva che in quegli attimi c’era l’inizio di un cammino che porta al Bene.

Prego quindi per ognuno di voi affinché possiate in ogni attimo della vostra vita, che sia nella gioia o nel dolore, avere sempre il conforto che nasce dal sapere di essere nelle mani amorevoli di Dio.

Stefano

 

2 giugno 2013

Oggi Filippo ha compiuto 7 anni. E’ diventato a tutti gli effetti il “bambino numero 7”, come si fa chiamare da me.

E’ stata una giornata bellissima, ricca e divertente, siamo al mare e abbiamo fatto una festicciola con i nonni, Emma e Cristian, i suoi amici storici. Siamo stati anche sulla spiaggia, ha giocato con la sabbia, hanno mangiato dolci, hanno tirato le “bombole” d’acqua contro una palma, hanno riso e si sono stancati. Filippo stesso ha detto che è stato un bellissimo compleanno. Ma dobbiamo fare un passo indietro, perché le cose accadute ieri vanno raccontate.

Giovedì pomeriggio, come già detto, abbiamo ricevuto il responso del midollo di Filippo: non c’è remissione. Inoltre la Dottoressa Locasciulli ci faceva sapere che il farmaco sperato non poteva essere dato.

Venerdì, sotto indicazione di mia mamma e mia sorella, abbiamo saputo che la sperimentazione con questo farmaco che si chiama Blinatumomab (io ci ho messo un mese per impararlo) era aperta solo per bambini nella fascia di età tra 2 e 7 anni. Al di sopra dei 7 anni la sperimentazione è chiusa, ci sono già in numero sufficiente di bambini su cui è già in corso. Stefano, che già voleva ritirare fuori l’argomento con la Dottoressa Locasciulli in occasione del nostro prossimo day hospital, fissato per lunedì 3 (domani), ha capito che non c’era abbastanza tempo, ha chiamato il San Camillo e ha spiegato che il bambino sarebbe potuto rientrare nella sperimentazione solo fino a ieri (sabato 1 giugno), prima di compiere 7 anni.

E’ stato richiamato dalla Dottoressa in persona, che ha parlato un po’ con lui e poi gli ha detto che si sarebbe informata per farci rientrare, tramite l’ospedale di Monza, dove lei ha lavorato per tanti anni e dove portano avanti questo studio (che, per la cronaca, si fa in 22 centri in 7 paesi, tutti con lo stesso protocollo e le stesse condizioni).

Ci ha richiamato poco dopo dicendo che aveva parlato con un medico di Monza il quale le stava inviando i documenti per accertarsi della compatibilità della situazione di Filippo con lo studio: i requisiti richiesti sono molti e molto rigidi, non soddisfare anche solo una delle condizioni di partenza significa non poter partecipare allo studio.

In serata la Dottoressa ci richiama dicendo che la candidatura di Filippo a partecipare allo studio era stata accettata ma che il giorno seguente (ieri) io e Stefano saremmo dovuti andare a Monza a firmare i consensi. Tali moduli dovevano poi essere inviati al Centro che si occupa della sperimentazione entro la mezzanotte di ieri, perché oggi Filippo avrebbe compiuto 7 anni, pena l’esclusione dalla sperimentazione.

Avevamo i bagagli pronti, la macchina oramai stracarica e pensavamo che l’indomani mattina la nostra destinazione sarebbe stata Tor San Lorenzo, invece abbiamo spedito i bambini al mare (sotto il diluvio e con le coperte nel bagaglio, accanto ai costumi) con Ida e Roberto, i genitori di Cristian, con mia mamma e Violetta, la nostra babysitter che starà con noi tutto il mese, mentre io e Stefano siamo andati alla stazione di Termini a prendere un treno per Milano, una coincidenza per Monza, un autobus, per poter fare il colloquio con le dottoresse che si occupano del Blinatumomab.

Il colloquio è andato bene, il San Gerardo ci ha fatto una buona impressione, abbiamo raccontato per sommi capi la storia clinica di Filippo, ci è stato illustrato l’andamento della sperimentazione, più o meno i tempi, gli effetti collaterali del farmaco, abbiamo firmato i fogli e poi percorso la strada inversa fino a casa.

Dovremo tornare a Monza con Filippo, ancora non sappiamo quando, ma a breve, per fare lì tutti gli esami per la conferma dell’idoneità alla sperimentazione e, se tutto va bene, il ricovero e l’inizio della terapia. Se Filippo dovesse entrare, come ci auguriamo fortemente, racconteremo in dettaglio in cosa consiste il tutto. Per adesso mi limito a dire che ieri io e Stefano abbiamo fatto il nostro “viaggio della speranza”, che questo farmaco non è un chemioterapico (ormai Filippo ha fatto tutti i tipi di cocktail possibili e non sono bastati) ma un anticorpo, che si lega specificamente ai linfociti malati e fa in modo che il suo stesso sistema immunitario li elimini. I risultati ottenuti finora con gli adulti sono molto promettenti. La Fase I della sperimentazione sui bambini è già stata fatta, quindi già è noto il dosaggio da somministrare che sia tollerabile. Filippo parteciperebbe alla Fase II quella che serve a valutare l’efficacia del farmaco. Sembra che sia rivoluzionario.

E’ comunque un trattamento che servirà a portare Filippo al trapianto aploidentico, che verremo poi a fare al San Camillo. Così si sono accordati i medici.

Aggiungo che stante la situazione non credo che tornerò a scuola, anche perché i tempi sono molto stretti e se Filippo rientrasse dovrebbe iniziare subito e stare a Monza per tutta l’estate. Inoltre le prime giornate di somministrazione sono quelle più dure, quindi sia io che Stefano gli staremo vicini. Paola, perdonami, non posso fare altrimenti.
Domani day hospital al San Camillo, dopo di che chiameremo Monza e i tempi saranno delineati un po’ meglio. Intanto ci godiamo la nostra serata al mare, da una terrazza che si affaccia praticamente sulla spiaggia, e dormiremo cullati dal rumore delle onde.

Anna

Aiuti

di Anna Mazzitelli

IMG_2738Penso che se in Paradiso c’è il mare, deve avere il colore di questo mare, il colore degli occhi di Francesco.

Penso che se in Paradiso ci sono spiagge, deve esserci la sabbia che c’è qui, sottile come borotalco, chiara, e piena di conchiglie di ogni tipo, così tante da soddisfare persino la mia raccolta compulsiva.

Penso che Filippo non ha più paura e ora sa nuotare, e nuota anche dove non si tocca, e guarda sott’acqua, e vede le cose che prima vedeva solo sulle pagine dei libri.

E sente le nostre risate, e anche le nostre lacrime.

Lacrime perché in questi giorni mi sta mancando terribilmente, forse doveva succedere, prima o poi, mi manca la sua testa, il suo modo di ragionare, di porre domande e di fornire risposte. Mi mancano i suoi capricci, le sue smorfie, i suoi sbuffi, i sorrisi che riuscivo a strappargli anche quando era arrabbiato.

Ero triste e malinconica, nei giorni scorsi.

Ieri abbiamo fatto una gita a Lecce, e nemmeno trovare in due chiese due quadri raffiguranti San Filippo Neri, inaspettatamente, così lontano da Roma, mi è stato di aiuto.

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Poi qualcuno ha pregato per me, dev’essere così perché mi sono ripresa.

E ho potuto parlare di speranza, via Skype, a un gruppo di persone senza neanche vederle, perché la connessione era pessima, né sentirle, perché l’audio saltava.

Ma loro hanno sentito me, almeno così pare, e tirar fuori le cose fa bene a chi ascolta almeno quanto a chi parla.

E non ho omelie da postare, oggi, perché noi siamo in Puglia e il nostro Don non so dove sia, ma la seconda lettura della liturgia di oggi sembrava scelta apposta per me, quindi posto quella, grata per tutto quello che ho ricevuto ancora una volta.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.

A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me.

Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.

Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

(2 Cor 12,7-10)

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Tempo di vacanza

di Stefano Bataloni

Bene, eccoci qui, in vacanza.

Finalmente dopo anni e anni che con Anna ce lo proponevamo siamo riusciti a venire al mare in Salento. Avevano proprio ragione i miei colleghi: qui il mare è come quello dei Caraibi e devo dire che il primo bagno, armato di maschera e pinne, mi ha riportato indietro di diversi anni, a quando ho cominciato ad amare il mare.

Tempo di vacanza, quindi, ma come si dice nella Bibbia, c’è un tempo per tutto.

C’è stato il tempo in cui io e Anna abbiamo scoperto il nostro essere famiglia, nel 2007, con Filippo di appena un anno ce ne andammo al mare vicino Roma, e in cui ogni giorno ci riempimmo gli occhi della bellezza e delle capacità di nostro figlio.

Poi c’è stato il tempo dell’angoscia e della paura, nell’estate del 2008, quando Anna fu ricoverata per la gravidanza difficile di Francesco e rischiosa pure per lei tanto che rimase quasi un mese e mezzo in ospedale, mentre io ero al mare con Filippo; fu l’estate in cui a Filippo fu diagnosticata la leucemia.

Dopodiché vennero una serie di anni in cui le vacanze non potevano essere una certezza, programmare era impossibile, difficile allontanarsi da Roma: è stato il tempo dell’incertezza. Tante volte ci capitò di partire per dei posti così all’improvviso o, invece, di dover rimandare all’ultimo momento. Tra un ricovero e l’altro di Filippo, essere riusciti ad avere anche pochi giorni di vacanza fu per noi ogni volta un dono del Cielo.

Gli ultimi due anni, però, sono stati speciali. L’esperienza di Monza, nell’estate del 2013 ci ha portato a visitare posti nuovi e a vivere esperienze straordinarie: Filippo stava bene ma andavamo incontro al suo ultimo trapianto, senza alcuna garanzia di futuro. Poi venne l’estate del 2014 in cui c’eravamo quasi convinti di avercela fatta, sentivamo quasi che “quel futuro” poteva davvero essere raggiunto e quindi ci spingemmo a visitare l’Alto Adige. E’ stato il tempo della speranza, quasi della fiducia.

Quella di oggi, invece, è una vacanza diversa, per molti versi una “prima” vacanza.

La prima volta in Puglia, la prima volta senza Filippo, la prima dopo aver affrontato e (speriamo) superato la sofferenza della perdita di nostro figlio, la prima in cui non rischiamo di dover tornare in ospedale da un giorno all’altro per una riattivazione del citomegalovirus o per un’infezione batterica; la prima in cui davvero stacchiamo la spina della macchina della paura. Questo è il tempo del riposo e della quiete.

Se è vero che c’è un tempo per tutto, è anche vero che ogni tempo porta i suoi frutti ed è solo in “quel” tempo che i frutti possono arrivare, non prima di esso o dopo di esso.

A cominciare dal frutto dell’estate del 2007 quando abbiamo imparato a conoscere l’amore più grande e più bello che c’è, quello per nostro figlio, o a quella del 2008, la più dura della nostra vita, che ha portato i frutti che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, i nostri altri due figli, uno nato proprio in quell’anno e uno che abbiamo cominciato a desiderare proprio in quel momento.

Per passare poi al frutto delle estati successive quando imparammo che non possiamo affatto disporre del nostro tempo, se non di quello presente: inutile pensare di vivere nel futuro, inutile fare grandi progetti perché Qualcuno potrebbe avere in mente per te qualcosa di diverso, qualcosa di meglio, meglio forse apprezzare e vivere al meglio quello che si sta vivendo in quel momento.

E anche questa estate sta portando e porterà i suoi frutti e su questi voglio concentrarmi, senza pensare di vivere ancora nel passato, immaginando quello che sarebbe potuto essere e che invece non sarà. Siamo solo all’inizio di questo tempo di vacanza e attenderò con pazienza ma oltre al riposo e alla quiete in questi giorni ho già colto il primo frutto: vedere Francesco e Giovanni che giocano insieme in riva al mare, vederli sereni, vederli cresciuti…

100 giorni

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di Stefano Bataloni

Quattro anni fa, esattamente in questi giorni, il nostro Filippo raggiungeva i 100 giorni dopo il trapianto di midollo.
Sapevamo bene che si trattava di un piccolo traguardo e che significava solo aver salito il primo gradino verso la guarigione. Non immaginavo di certo che sarebbe stato necessario salire quel gradino per altre due volte.
Ma quelli erano giorni davvero sereni: eravamo tutti al mare, godendoci una vita familiare serena e “normale”, nonostante le diverse limitazioni che Filippo doveva osservare.
La festa per aver salito il gradino dei 100 giorni fu celebrata in una bella serata, con parenti e amici.
Eravamo fiduciosi; avevamo percorso già un bel pezzo lungo strada della lotta alla leucemia di Filippo ma non eravamo arrivati neanche a metà.
Oggi, terminata la strada, sappiamo che la fiducia di quella sera è stata ripagata, non nel modo che umanamente immaginavamo ma in un modo ancor più grande, nel modo migliore possibile.

26 giugno 2011

Ieri è stata un’ottima giornata, giusto coronamento di un periodo che non possiamo che considerare straordinario.
All’inizio di questa avventura nulla ci poteva assicurare che tutto sarebbe andato così bene e invece ora siamo qui, e stiamo bene. Filippo è vivo e sta benissimo.

Anche se la strada è ancora lunga, le incognite sono ancora tante, alcuni problemi sono ancora lì dietro l’angolo, ci godiamo questo momento di grazia e cerchiamo di ricaricarci per il futuro.
Ieri mattina Filippo ha trascorso le ultime ore qui alla casa del mare con il suo amichetto Christian; con lui e la sua famiglia abbiamo passato alcuni giorni insieme e questo è stato per lui e per noi un bellissimo regalo.

La convivenza con Christian non è stata sempre idilliaca, anche perché Filippo, dopo 7 mesi in cui non ha visto altri che noi, infermiere e medici, deve imparare a riallacciare i rapporti con le altre persone; ma comunque vederli giocare insieme, loro che sono stati grandi amici nel periodo della scuola, è stato davvero confortante.
Purtroppo però, Christian e la sua famiglia sono dovuti rientrare a casa loro nel pomeriggio.

In serata abbiamo ricevuto la visita di Melania, la cuginetta di Filippo, e dei nonni e abbiamo cenato tutti insieme nel giardinetto dietro casa.
Siamo stati benissimo e Filippo è stato molto contento. Al momento della torta (preparata da zia Gloria e a forma del numero 100; ottima!) si è aggiunta anche Benedetta, un’altra delle amichette di scuola di Filippo e abbiamo festeggiato.

Dopo cena, Filippo, Francesco, Melania e Benedetta hanno giocato a lungo nel giardino e per noi è stato un momento di vita normale come mai avremmo sperato di rivivere così presto.

Il momento più bello della giornata, però, è arrivato dopo che tutti se ne erano andati: con Anna e Filippo siamo andati in spiaggia. Era sabato sera, i bar erano aperti, c’erano molte luci e un po’ di vita; abbiamo pensato quindi di concedere a Filippo un po’ di libertà: a piedi nudi si è messo a correre sulla sabbia: correva da tutte le parti, metteva le mani nella sabbia, saltava, giocava. Guardandolo, io e Anna, abbiamo capito che nonostante tutto quello che è stato, nonostante siano ancora evidenti sul suo corpo i segni delle terapie che ha fatto e che sta facendo, Filippo è ancora un bambino sereno, Filippo è ancora un bambino felice.

Questo è stato il regalo più grande che Dio ha voluto farci alla fine di questi 100 giorni.

Perché avete paura? Non avete ancora fede?

Prima dell’Omelia di oggi, un’informazione di servizio:

Martedì 23 giugno verso le 17:15 faremo celebrare una Messa al cimitero di Monte Porzio, vicino a Filippo (parte nuova del cimitero). Chi desidera partecipare è il benvenuto. L’iniziativa è di Tiziana e del suo amico Don Carlo.

Link alle Letture della XII Domenica del tempo ordinario (Anno B)

Gb 38,1.8-11   Sal 106   2Cor 5,14-17   Mc 4,35-41

Commento alle Letture della XII Domenica del tempo ordinario (Anno B)

di Don Stefano Cascio

“Passiamo all’altra riva” è l’invito del Signore, è l’invito che il Signore oggi vuole fare a ciascuno di noi.

“Passiamo all’altra riva”. Il Signore ci chiede di fare un viaggio. Così è un po’ anche la nostra vita. Questo è stato il nostro Battesimo, questo è quello che noi dobbiamo sempre cercare di ritrovare.

Cristiani non si nasce, Cristiani si diventa, ed è quello che oggi il Signore ci invita a fare.

“Passiamo all’altra riva”, come è stato chiesto ai discepoli.

Ma per passare da una riva all’altra si passa anche per la difficoltà del mare. E il mare più si va in alto, più è agitato, più è profondo, più è agitato.

E questo è il nostro cammino, noi lo sappiamo, o rimaniamo sempre allo stesso punto, con le nostre sicurezze, con le nostre certezze, o a un certo momento dobbiamo andare dall’altra parte, dobbiamo andare là dove realmente troveremo la vera felicità. O ci rinchiudiamo con le nostre piccole certezze, il nostro piccolo mondo umano, i nostri piccoli limiti, o seguiamo l’invito del Signore che ci chiede di andare oltre, là dove non ci sono limiti, là dove c’è quello che ricerchiamo tutti.

Allora questo è l’invito del Signore, a lasciare la riva delle nostre sicurezze, e seguirlo.

E allora forse siamo partiti, siamo saliti su questa barca, tutti insieme, ma Gesù dorme, sta lì, a poppa, sul cuscino, e dorme. Gesù è tranquillo sul suo cuscino. Ma c’è vento, le onde, ve l’ho detto, più si va lontano, più il mare è mosso, c’è la tempesta, l’acqua entra nella barca, i discepoli hanno paura.

E cosa succede quando abbiamo paura? Chiediamo l’aiuto di Dio e cominciamo a dire: “Ma tu che fai, dormi? Dove sei? Tutto sta andando male!”

Sì perché prima, quando tutto andava bene, non ci interessava Dio, non era un problema non sentirlo, l’avevamo lasciato da parte. Quando iniziano i problemi, le difficoltà, quando uno non sa più dove sbattere la testa, in quel momento andiamo a bussare al Signore, chiediamo preghiere ad altri, non si sa mai, se non ci sente sentirà qualcun altro… e cominciamo a dire: “Ma dove sta Dio? Tutto sta andando male e Dio dove sta? Sul suo cuscino a dormire? Dove sta Dio?”

Allora i discepoli svegliano Gesù e gli chiedono: “Maestro, non ti importa che siamo perduti? Non ti importa? Non te ne frega niente di noi?”

“Sei quel Dio lì, sulla tua nuvoletta?” Quante volte noi sentiamo dire questa frase, e quante volte forse l’abbiamo detta noi, nei momenti di tragedia, di difficoltà, di sofferenza. Quante volte abbiamo ricercato un Dio muto, che non faceva sentire né la sua presenza, né la sua voce? Quante volte ci siamo sentiti abbandonati?

Gesù si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati”.

E ricordiamo la prima lettura, quella di Giobbe, quella in cui Dio si mostra il maestro di questo mare, che per gli ebrei era il luogo dove c’era il Leviathan, era il luogo della paura, della morte. Dio è maestro di tutto questo. E Gesù dice: “Taci, calmati.” E il vento cessò, e ci fu grande bonaccia.

E la prima cosa che Gesù dice ai suoi discepoli è: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” E noi non possiamo dire di non aver mai sentito queste parole.

Gesù lo dice spesso di non avere paura.

205010313-ebadc944-4aa9-4f80-b76d-06074b9ec927E poi per la nostra generazione è risuonato in Piazza San Pietro nel lontano 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”

E noi però torniamo ad avere paura, torniamo a volerci difendere, torniamo a creare muri, torniamo a mettere da parte l’altro. Noi torniamo perché ci illudiamo di poterci difendere, ma non è quello che ci insegna il Signore.

La domanda di oggi è: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

Qual è la nostra fede? In cosa crediamo? La fede vuol dire Fiducia, ed è quello che siamo chiamati sempre di più, noi Chiesa, a creare. Una comunità di fede dove si respira la fiducia, in un mondo che perde fiducia, che perde l’orientamento, che sta smontando a poco a poco tutto quello che il cristianesimo aveva costruito.

I diritti individuali, egoistici, stanno prendendo mano su tutto quello che il cristianesimo aveva costruito per il debole, per il piccolo, per l’handicappato, per quello che non aveva parola, per quello che era messo da parte.

Tutto questo sta volando via.

Ma noi siamo chiamati, in mezzo a questa tempesta, a creare comunità piene di fiducia. Fiducia in un Dio che non ci abbandona. Oggi più che mai siamo chiamati a invitare le persone a vedere la presenza di Dio nel mondo, a capire quello che sta succedendo, a creare comunità di fede, cioè di fiducia. Oggi più che mai siamo chiamati ad andare all’altra riva, là dove il Signore ci aspetta, là dove ci chiama, e anche se dobbiamo passare dei momenti di dolore, di sofferenza, di tempesta, dobbiamo tenere viva questa fiducia e non avere paura, semplicemente perché Dio c’è, sta con noi. L’amore di Cristo ci possiede, dice San Paolo nella seconda lettura. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura. Le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

E’ una comunità piena di speranza quella che dobbiamo costruire qui, ma una comunità pena di speranza è abitata da persone piene di speranza, ed è il cammino che noi dobbiamo fare: essere abitati da Cristo, per poter dire un giorno: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

“Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro”.

Amen

Un LEGO sulla spiaggia

Ci ha scritto diverse mail, una dietro l’altra, Beatrice, una mamma di Ferrara, raccontandoci (e facendoci commuovere) di come lei e la sua Famiglia sentano Filippo vicino.

Grazie, Beatrice, per le tue parole e per la condivisione della tua vita e della tua Famiglia con noi!

di Beatrice

Cari Stefano e Anna

mi chiamo Beatrice,sono moglie e madre di 4 figli. Ho avuto modo di conoscere la storia del vostro caro Filippo e della vostra Famiglia attraverso il blog di Costanza Miriano.

Mi sono permessa di scrivervi, sentendo una familiarità con voi che nasce dalla familiarità con Cristo. Desidero ringraziarvi per la vostra grande testimonianza di fede, di amore, di vita eterna  e di affidamento totale nella grande Croce che avete portato e che ancora testimoniate nel vostro blog.

Spesso nei momenti di affaticamento o di lamentela della mia quotidianità a volte banale e tranquilla, mi viene in mente il vostro Filippo, la vostra storia o le occasioni di meditazione che offrite. Questo mi aiuta a risollevare lo sguardo della mia giornata, a ripuntarla sul Vero bene, su ciò che conta veramente, forse anche questo è un piccolo miracolo. 

Vi ricordo nelle mie preghiere, ricordo Filippo e le sette intenzioni, e spero possiate sentire la carezza e l’abbraccio del Padre.

Se vorrete un giorno passare per Ferrara saremo lieti, io e la mia famiglia, di conoscervi ed accogliervi.


Ciao non volevo più disturbarvi ma vi scrivo per raccontarvi un episodio che vi riguarda e mi ha colpito.
L’altra sera stavamo dicendo le preghiere della sera con Clara (12 anni) e Pietro (5 anni) e tra le persone per cui abbiamo pregato c’eravate anche voi.

A questo punto Clara mi dice: “secondo me la mamma e il papà di Filippo sono Santi” e io le ho chiesto un po’ stupita come faceva a saperlo, cosa conosceva di loro (a Clara avevo solo raccontato della vostra storia brevemente quando abbiamo iniziato a  ricordarvi nelle preghiere).

Lei allora mi ha detto che aveva visto la vostra testimonianza, dato che avevo lasciato aperta la pagina del vostro video sul computer e si era fatta questa idea; ne è rimasta così colpita che mi ha anche detto che domenica, quando è andata a fare la Promessa a Siena con il suo gruppo medie e gli educatori (la Promessa è un momento del gruppo delle medie in cui i ragazzi si affidano ad un Santo per essere aiutati a essere fedeli nel seguire Cristo) voleva affidarsi a Voi.

“Ma sai, non sono Santi Ufficiali e allora ho scelto Santa Gianna Beretta Molla”.

Questo volevo dirvi, non per esaltarvi e fare di voi dei santini, ma per dire che la vostra testimonianza è così vera, immediata, autentica che colpisce chiunque, anche una bambina di dodici anni, e che è valsa più di mille parole che avrei potuto dirle sulla fede, sulla vita eterna e  sull’amore di Cristo.

Ancora Grazie


Come si fa a non dirvelo quando succedono fatti così speciali!
Oggi al mare, al Lido degli Estensi, mentre raccoglievamo le conchiglie, io e Pietro abbiamo trovato… un LEGO rosso tra le conchiglie e i detriti!

Capita? E’ una rarità? E’ un segno? Può succedere?

Non lo so certo a me non è mai capitato ancor di più in un posto così insolito (oltretutto anche a casa mia i LEGO girano poco perché dopo tre figlie femmine ho una deformazione professionale per bambole perline tegamini, e alle costruzioni sono meno abituata).

Devo ammettere mi sono commossa, l’abbiamo raccolto, e io e Pietro abbiamo ricordato Filippo e detto una preghiera per le sue intenzioni.

L’ho detto anche a mio marito che è rimasto molto colpito.

Cosa vuole dirci questo? Di certo che Filippo sta lavorando alla grande, lassù in Paradiso, affinché noi non ci stanchiamo di pregarlo e di pregare, e che la comunione dei Santi è proprio vera ed è qui fra noi.

Un abbraccio

Beatrice

Te Deum Laudamus

di Anna Mazzitelli

Te Deum laudamus per l’anno appena trascorso, il che sembra strano, ma ci sono state un sacco di cose per cui lodarti, e sebbene sarà noioso leggerle tutte, ne appunto alcune per non dimenticarle:

Cominciando dall’inizio dell’anno che si appresta a finire, Ti ringrazio per l’inverno, per il freddo, che amo più del caldo, e per tutti i giorni di maestrale che ci sono stati, per la nostra mini-vacanza sulla mini-neve che non c’era e si scioglieva sotto i piedi, e per la nostra casa in Abruzzo, che è sempre un’oasi di vera tranquillità.

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Andando avanti nel tempo, Ti ringrazio per Marika, che è venuta a portare in casa nostra la sua freschezza, il suo rigore nel fare la scuola a casa a Filippo, la sua bravura, il suo tatto, e i suoi occhi chiari, sempre sorridenti.

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Ti ringrazio per il 26 maggio, visto che la scuola era chiusa siamo riusciti ad andare alla Chiesa Nuova, e ti ringrazio per la compagnia che abbiamo avuto quel giorno.

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Ti ringrazio per il 2 giugno, quando eravamo alla casa al mare da meno di 24 ore e già invitavamo decine di persone per festeggiare il compleanno di Filippo, Filipp-otto, incredibilmente, malgrado tutto.

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Ti ringrazio per il mese di giugno passato al mare, per Francesco che aveva paura di fare il bagno, e che poi, una volta superata la paura, beato chi riusciva a tirarlo fuori dall’acqua, e per Giovanni, che da un momento all’altro ha deciso di togliersi il pannolino, di giorno e anche di notte, e non si è quasi mai sbagliato. E per Filippo, che è stato un bambino normale, che si è divertito, si è abbronzato, e si è sbucciato le ginocchia.

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Per la nostra vacanza in Alto Adige, perché i bambini sono rimasti affascinati dalle Alpi, hanno camminato, fatto i capricci, mangiato dolci e dormito tutti assieme, anche se Francesco russava, e nel letto si agitava come un cavallo.

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Per Luigi e la sua famiglia, che abbiamo incontrato in montagna, amici a distanza che finalmente si incontrano e scoprono che si piacciono pure dal vivo.

Per tutti i momenti che abbiamo passato insieme, per le litigate e le botte che si sono dati, per gli abbracci e per le cose dolci che sono stati capaci di dirsi l’un l’altro.

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Per Giovanni che ha ripetuto un milione di volte “Bene mamma Giugiù sì, bene Dudì Giugiù sì, bene Tati Giugiù sì, bene Papi Giugiù sì”, con il suo modo surreale e unico di costruire le frasi.

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Per il 17 agosto, quando Francesco ha compiuto sei anni, quel microbo che ha abitato per mesi nell’incubatrice, e che ha festeggiato ricevendo per regalo le armi delle tartarughe ninja.

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Per il nostro ultimo giorno di mare, il 26 agosto, il giorno prima del controllo di Filippo, perché in cuor mio già sapevo che non stava bene, e ho provato a fargli un regalo che avrebbe aiutato tutti noi ad affrontare il periodo che sarebbe venuto.

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Per la Grazia presente nel nostro Matrimonio, che ci ha permesso, nel momento più difficile, di essere uniti, di non litigare, di prendere decisioni terribili insieme, con armonia, con amore.

Per Francesco che ha iniziato la prima elementare, e che, quando non si addormenta sul banco, mi racconta che le sue maestre sono bellissime.

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Per le rose che crescono sulla mia terrazza e per la mano di Filippo che cerca il mio anello.

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Per Daniela, l’infermiera che da settembre è venuta ogni giorno a casa nostra per l’assistenza domiciliare di Filippo, perché senza di lei sarebbe stato tutto molto più difficile.

Per la festa dei Santi, e per i miei bambini vestiti da santi.

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Per la visita al museo zoologico di Roma, il giorno dell’alluvione, della bomba d’acqua, quando Roma era deserta, e ha iniziato a piovere solo dopo che eravamo ritornati sani e salvi a casa.

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Per le mie colleghe, alcune delle quali mi hanno riempito di messaggi, altre hanno accompagnato in silenzio il mio percorso, tutte sono state come una famiglia.

Per le nostre sorelle, Irene e Gloria, perché discretamente sono state qui negli ultimi giorni, e hanno cercato di non piangere, anche se a volte non ci sono riuscite.

Per mio cognato Pietro, perché sa piangere come un bambino e un attimo dopo ridere come un bambino. E viceversa.

Per Ida, che è stata come e più di una sorella, e non avrei voluto nessun altro, qui con me, in quei momenti, tranne che lei.

Per Don Stefano, che ha permesso a Filippo di morire con Gesù nella sua stanza.

Per la nostra casa, che è stata un viavai continuo di persone, e le ha accolte tutte, dimostrandosi aperta e disponibile come noi desideriamo che sia. E per la luce che illumina il panorama che vediamo dalle nostre finestre.

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Per essere riusciti a dare a Filippo la possibilità di morire in casa, perché è la cosa più umana che si possa fare, nel suo letto, con mamma e papà vicino, i suoi peluche, il suo pigiama, le montagne imbiancate di neve fuori dalla finestra.

Per Dida, che mi ha insegnato come preparare Francesco, come fosse importante fargli salutare il fratello, e che ci ha aiutato a rendere il distacco sereno, non spaventoso, non un incubo, ma un momento che fa parte della vita.

Per la processione di persone che c’è stata il 20 novembre qui a casa, fino alle 10 di sera, perché tutti volevano salutare il mio bambino, e farci sapere il loro affetto e la loro vicinanza.

Per la comunità della Parrocchia di San Giovanni Battista de Rossi, che ha permesso che il funerale di Filippo diventasse una festa, per i sacerdoti che hanno celebrato, per il coro, il Santo a due voci, per la voce di Stefania e per le sue occhiatacce ai ragazzi che non cantavano.

E per le quasi mille persone che c’erano quel giorno, alcune delle quali non mi aspettavo proprio di vedere, per quelli che pur di venire hanno preso un treno, per quelli che tutto avrebbero sopportato tranne che il funerale di un altro bambino, eppure c’erano, per i parenti che non vediamo mai, per le persone che vediamo tutti i giorni, e che quel giorno abbiamo visto in una luce diversa. E per tutti i bambini che erano presenti. E per quelli che c’erano, e io lo so, ma non si sono fatti vedere, perché hanno voluto bene a Filippo in silenzio, come piaceva a lui.

Per Violeta, un angelo nella nostra casa, che è diventata la figlia femmina che non abbiamo avuto.

Per Tina, che ha accolto mio figlio accanto al suo.

Ti ringrazio per Emma. E per Lorenzo, con i suoi messaggi.

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Per le nonne, per la loro presenza, la loro infaticabile disponibilità, la loro discrezione, e per Marilva, che si è emozionata quando Francesco l’ha chiamata “nonna”.

Per Novella, che mi ha regalato il suo gatto, e che quel giorno era disposta a spendere un occhio della testa per prendere un aeroplano solo per potermi abbracciare.

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Per il “mio” corso di biologia a Roma Tre, che non ho mai fatto, ma che qualcuno ha fatto certamente meglio di come avrei saputo fare io.

Per Vincenzo, che ha fotografato i palloncini celesti e mi ha regalato una gazzella da mettere nel presepe.

Per Babbo, che avrebbe dovuto prendere un treno per fare da padrino alla Cresima di Filippo, che poi non c’è stata, e che invece l’ha preso per venire a leggere le letture al suo funerale.

Per i pidocchi che hanno infestato la nostra casa la settimana in cui Filippo è morto. Perché ho capito che mi viene chiesto di diventare santa in un modo strano, non, come pensavo, accompagnando un figlio in paradiso, ma non arrabbiandomi e non urlando contro chi ci ha riempito le teste di pidocchi, sopportando e ringraziando, e facendo trattamenti antiparassitari che durano ore, magari proprio nel momento in cui avrei voluto solo stare al capezzale del mio bambino.

Ti ringrazio per tutti i miracoli che abbiamo ricevuto quest’anno, e per tutti quelli che dal 20 novembre hanno iniziato a piovere su tutti noi.

Infine ti ringrazio per Stefano, che c’è sempre, ed è talmente santo da non manifestare il suo disappunto quando, come oggi, passo la mattinata al computer piuttosto che a sistemare la casa. E ti ringrazio per chi, al posto mio, è andato a fare la spesa stamattina, e mi ha dato l’opportunità di scrivere questo post.