Libertà

di Anna Mazzitelli

E’ un bel po’ che penso di scrivere qualcosa riguardo il libero arbitrio, riguardo la libertà che noi uomini abbiamo, libertà alla quale Dio tiene tanto, da decidere di non rivelarsi in maniera troppo evidente, per non bruciarla.

Naturalmente non sono in grado di scrivere niente di illuminante, ma siccome ne parlavo qualche giorno fa con mia sorella, come spesso faccio provo a scrivere, anche per mettere ordine alle idee, perché capita di avere un’intuizione che resta lì, accoccolata in uno spazietto del cervello, ma poi quando cerchi di condividerla non riesci a farti capire, perché non l’hai coltivata abbastanza.

Dio ci ha creati liberi. E fin qui ci siamo.

In cosa consiste la nostra libertà?

Beh, se Dio ci ha creati perché ci ama, molto probabilmente desidera che anche noi amiamo Lui, se ci ha creati per renderci felici, ci ha dato questa benedetta libertà affinché possiamo essere felici veramente, fino in fondo, felici come Lui.

E proprio attraverso questa libertà ci lascia scegliere come fare per raggiungere la felicità.

E qui cominciano i problemi, perché a volte si sbaglia mira, si guarda altrove, ci si illude che qualcosa -e non Qualcuno- ci potrà regalare questa felicità, la cui ricerca travalica spazio e tempo ed è il denominatore comune a tutti gli uomini da Adamo in avanti.

E che noi vogliamo essere profondamente felici è un dato di fatto. Quest’anno, durante il primo incontro di catechismo con bambini di 9 anni, ho chiesto: “Come volete che sia la vostra vita, cosa desiderate di più?” e un bambino che fino a quel momento non aveva fatto che divincolarsi e dare fastidio ha risposto: “Io voglio una vita bellissima, cioè felicissima!”.

Non “voglio fare il calciatore”, non “voglio un sacco di soldi”, non “voglio guidare la Ferrari”…

Voglio una vita felicissima.

Questo desiderio di felicità ce l’ha messo Lui nel cuore, e solo Lui può colmarlo, ma allora perché non lo fa e basta, invece di lasciarci questa libertà a causa della quale la maggior parte delle volte andiamo a sbattere contro un muro, e ci facciamo anche male?

Non lo so.

Però credo che se Lui ci lascia liberi di dirgli di no, permettendoci di costruire delle torri di Babele che ci fanno credere di poter fare da soli, se ci permette di sbagliare mira, di prendere strade sbagliate che ci faranno solo girare attorno alla nostra solitudine, illudendoci di riempirla con qualcosa, e ci lasceranno invece sempre più soli, se è talmente discreto da non manifestarsi troppo evidentemente, perché allora saremmo costretti ad amarlo, e non saremmo quindi liberi…

…allora deve lasciarci anche liberi di dirgli di sì.

Perché la libertà di dirgli di no è chiara: il mondo offre continue distrazioni, occasioni, tentazioni, inganna con il male travestito da bene, con porte larghe e strade in discesa (mentre Gesù stesso definisce stretta la porta che conduce a Lui)…

Penso che il nostro libero arbitrio consista anche nella libertà di dirgli di sì, ma per poter esercitare questa libertà ci deve essere per tutti, ripeto, per tutti, almeno un momento della vita nel quale sia chiaro come il sole, sia “cristallino” (cit.) che Lui ci ama e ci vuole felici, e che solo in Lui la nostra gioia sarà piena (Gv 15,9-11).

Un momento nel quale non ci può essere confusione, un momento nel quale veniamo chiamati in modo piuttosto esplicito (almeno quelli un po’ duri, come me, richiedono pazienza e chiamate reiterate nel tempo, possibilmente a cadenza breve).

Un momento tipo la scena del crocifisso di San Damiano che chiede al giovane Francesco di riparare la sua casa.

Va bene, Francesco non comprende proprio correttamente il messaggio, ma credo che il Signore debba accertarsi che la sua richiesta ci porti troppo fuori strada. Insomma Francesco ripara le mura della chiesa e solo dopo capisce cosa intendesse veramente il Signore, però la sua interpretazione non poteva essere troppo distante da quello che il Signore voleva veramente. Voglio dire, credo che il Signore non gli avrebbe detto qualcosa che poteva essere interpretato come “Torna in guerra e ammazza più che puoi”, il messaggio doveva essere abbastanza chiaro.

Quello che intendo è che non tutti sentiamo crocifissi di legno che parlano (e per fortuna!), ma credo che a ognuno di noi, a un certo punto della vita, il Signore debba manifestare più o meno chiaramente il suo desiderio di renderci felici, debba farci un po’ spiare nei cieli e dare una sbirciatina al paradiso, perché solo intuendo un poco cosa ci aspetta possiamo decidere in piena libertà se aderire al suo disegno, o voltargli le spalle.

L’unico problema, forse, è se in quel momento siamo distratti, se stiamo mandando faccine  e pollici alzati su un gruppo whatsapp, se siamo impegnati a farci un’overdose di serie tv, se ci abbuffiamo di cioccolata fondente come se non esistesse un domani…

Davvero, credo che il Signore ci abbia fatti liberi, liberi di dire di no, ma anche liberi di dire di sì. Quindi forse dobbiamo avere la pazienza di aspettare il momento in cui Lui deciderà di mostrarsi a noi, oppure ripensare ai momenti della nostra vita in cui si è manifestato, in cui ci ha chiamati, in cui abbastanza palesemente ci ha fatto assaggiare il cibo di vita eterna che ha preparato per noi, perché non può essere vero che non l’ha mai fatto, almeno una volta, con ciascuno.

Non saremmo liberi di dirgli di sì.

San Francesco davanti Crocifisso.jpg

Una piccola nota per mia sorella, la quale a valle della nostra conversazione mi ha chiesto cosa abbia detto il Signore a me, in quale modo così evidente si sia manifestato. Ci ho pensato, alla risposta da darle, e credo che il Signore mi abbia detto più o meno questo:

“Se continui a ribellarti alla tua sofferenza, non te ne libererai mai, e soffrirai e basta.
Se invece la accogli, non te ne libererai lo stesso, ma questa sofferenza diventerà feconda.
Per te stessa, prima di tutto, e per la tua famiglia.
E poi, forse, se saprai farti strumento nelle Mie mani, anche per altri.
Prova.
Non ti toglierò la tua sofferenza ma ti farò scoprire che essa è abitata da Me, e tu sarai lieta”.

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Terza decade

di Anna Mazzitelli

30 novembre

La felicità ha preso il sopravvento.

Sono stati giorni diversi dai precedenti, i messaggi sono diminuiti, e sono aumentate a dismisura le cose da fare.

Innanzi tutto il giorno dell’anniversario di Filippo, il 20, ci siamo presi tutti e quattro una bella pausa lavorativa e scolastica, e abbiamo passato la giornata assieme. La messa della mattina è stata per Filippo e i suoi amici in cielo, e la commozione nel vedere visi conosciuti che hanno rubato tempo al lavoro e alla famiglia, che si sono precipitati a un orario non proprio agevole in una chiesetta di borgata per noi è stata tanta.

Poi in giro: Lego store per regali e regalini, hamburger e patatine, shopping improcrastinabile, una visita al Verano, che è sempre stupendo… Una giornata bellissima.

Poi c’è stata una certa frenesia per l’incontro di sabato con don Luigi Maria Epicoco. Diciamo che dopo le prime due esperienze, con Andrea Monda e Silvana de Mari, ho imparato che è inutile agitarsi, e che queste cose le gestisce evidentemente Qualcun Altro, e infatti, anche stavolta, è stato perfetto.

C’era tantissima gente, e sono consapevole che la maggior parte delle persone erano lì per sentir parlare don Luigi, ma tanti sono stati quelli che hanno fatto un sacco di chilometri per noi, hanno preso treni, hanno impegnato l’intero fine settimana, sono arrivati da varie parti d’Italia.

Ho rivisto i miei padrini di battesimo dopo diversi anni, ho salutato persone che non conosco, ho abbracciato (con grandissima gratitudine) chi proprio non mi aspettavo di abbracciare, ho riso con tanta gente, ho ricevuto regali handmade…

Da venerdì a lunedì abbiamo avuto la casa invasa da amici e bambini di tutte le età, e ancora una volta sono stata così felice della capacità di accoglienza e della capienza di queste mura, che durante l’anno hanno troppe camere vuote, ma che talvolta sanno riempirsi a dovere, e ci regalano momenti unici.

L’incontro, come previsto, è stato bellissimo. Don Luigi ha questa capacità di parlare a ciascuno in maniera così intima e personale, e di regalare delle cose importanti per la propria vita, per il preciso momento che si sta vivendo, che è impossibile non considerarlo strumento nelle mani del Signore. E la delicatezza con cui ha parlato di Filippo, i sorrisi che ci ha regalato, il clima di intimità che ha creato… non potevamo desiderare niente di diverso.

E non aggiungo altro, se non il link della registrazione, perché io l’ho rivisto lunedì sera, e mi ha regalato altro ancora.

E poi le Cresime dei miei ragazzi, domenica, dopo averli accompagnati (non sempre con modi delicati) per due anni, sentirli rispondere “Eccomi!”, vederli concentrati, a tratti commossi, prendere il volo… che emozione! E ancora i bambini del catechismo delle comunioni, che ho appena conosciuto, e – sono patologica, lo so – già sono così importanti nella mia vita!

E ci sarebbe ancora tanto da dire, tanti dettagli da raccontare, ma la verità è che tutto quello che succede è ordinario, se non lo si sa guardare con i giusti occhi, mentre si tinge di straordinario se guardato alla luce di un amore che perfora la mia vita.
Perfora, sì, cioè la buca proprio, la trapassa da parte a parte, ne diventa la cosa essenziale.
Questo amore di Dio che sento su di me, di un Dio innamorato (misteriosamente e, a mio avviso, incomprensibilmente) di questa sua storta creatura, che solo in virtù di questo amore che sa bene di non meritare, e nondimeno lo percepisce interamente, riesce talvolta a camminare dritta, e ad avere il cuore pieno di pura felicità.

Le foto dei 10 giorni:

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21 novembre: la copertina del nostro libro

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22 novembre: regali volposi

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22 novembre: regali fatti a mano

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24 novembre: casa piena di bambini

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25 novembre: infinitamente di più

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26 novembre: amicizia

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27 novembre: i colori della tramontana

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28 novembre: una foto a caso perché sono felice senza apparenti motivi

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29 novembre: bambine appiccicate addosso

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29 novembre: ancora regali, inaspettati

Tra 11 mesi sarà di nuovo novembre. Per adesso, è andata.

Notizie belle

Ho ricevuto questa mail stanotte, si riferisce a un post scritto qualche mese fa, in cui chiedevo preghiere per un bimbo, Luca, che doveva affrontare un trapianto di midollo osseo. Questa mail l’hanno scritta la sua mamma e il suo papà, mentre lui, presumibilmente, giocava con i lego nella sua stanza. La giro a tutti, perché io da sola non ho fatto niente, tutti insieme, invece, evidentemente abbiamo commosso Dio. Non smettete di pregare!

Bologna, 19/10/2017

Ciao,
come si dice in queste occasioni, ‘se ricevi questa mail, è perché…’,
perché in qualche modo, vicino o lontano, anche solo per un piccolo momento o gesto, (ti o vi) è capitato di condividere il lungo percorso fatto da Luca in ospedale e dalla nostra famiglia al suo fianco.

Sono passati poco più di due mesi dal trapianto e un po’ di tempo dal giorno in cui Luca è uscito dall’ospedale quasi sulle sue gambe: ci eravamo immaginati quel momento come una festa travolgente di entusiasmo: un comitato di accoglienza e bentornato fuori dalla palazzina dove ha abitato gli ultimi 43 lunghi giorni dell’ennesimo ricovero…, e invece siamo usciti come manco la più classica delle famiglie alle prese con la partenza intelligente: pieni di borse, sotto il sole battente (che a Luca non giovava tantissimo)… gli infermieri ci hanno perfino dato un carrello per trasbordare tutto… Insomma, nessun trionfo. E con più fatiche e dolori che ci seguivano passo passo di quanti immaginassimo una volta fuori di lì. Col passare dei giorni, infatti, abbiamo toccato con mano quanto anche quel momento fosse una tappa di un cammino lungo che in parte resta da completare.

Luca deve ancora ricostruirsi nel fisico e nello spirito; medicine, visite in day hospital, forti dolori e disagi nel suo corpo sono ancora all’ordine del giorno, come il rischio di ammalarsi facilmente, per non parlare della difficoltà a riprendere appieno la mobilità, la facoltà di camminare. Diceva spesso: “Quando esco dall’ospedale, voglio andare a camminare in montagna!”. Ecco, appunto, ci vorrà ancora un po’ di tempo…

Ed è anche il motivo per cui può capitare di vederlo o vederci (o sentirci) ancora stanchi, ancora un po’ alla ricerca di equilibri vari e serenità, con qualche ombra o ‘fantasma’ da chiudere del tutto in qualche baule da dimenticare in soffitta… Il che significa anche che avremo ancora bisogno di sostegno e vicinanza. Abbiamo davanti un anno, un anno almeno dal trapianto per poter dire che si può, almeno in parte, archiviare la malattia. Come ci è capitato di dire (e di sperimentare di continuo), la strada è ancora lunga, per lui soprattutto, ma anche per noi (e per quanti avessero voglia di accompagnarci). Avevamo desiderato che finisse tutto una volta varcata la soglia dell’ospedale, abbiamo presto capito che quello non basta. E che la ‘nuova quotidianità’ non è meno impegnativa della precedente.

Ma a tutti voi che appunto ricevete questa mail vorremmo intanto dire un enorme grazie per il tanto, tantissimo che avete già fatto per noi fino ad oggi.
Abbiamo meditato a lungo e preparato la lista dei destinatari di questo messaggio e ci sembrava sempre di dimenticare qualcuno; davvero abbiamo toccato con mano l’enorme affetto e aiuto che abbiamo avuto in questo lungo periodo.

E’ qualcosa che tocca nel profondo. E di cui appunto siamo enormemente grati; ancora una volta abbiamo potuto sperimentare quanto siamo ‘benedetti’ e fortunati. E forse è proprio in momenti e sfide come queste che si ‘gusta’ davvero questo voler bene, questo non sentirsi lasciati soli.

Grazie, davvero grazie: perché senza ciascuno di voi, non ci saremmo riusciti. Ed è vero.
Non saremmo riusciti ad arrivare in fondo (vivi, o almeno non del tutto impazziti).
Non saremmo riusciti a stare vicino a Luca.
Non saremmo riusciti a trovare risorse, risposte, soluzioni per tenere insieme come meglio si potesse tutta la famiglia. Non saremmo riusciti a pregare così tanto e così bene; e, soprattutto, non ci sarebbe stata questa invocazione al bene, una potente e costante ‘onda d’urto’ che esigeva di essere ascoltata e che ha saputo colmare i molti ‘vuoti’ delle nostre varie incostanze, delle nostre dimenticanze, dei nostri silenzi.

Non saremmo riusciti a toccare con mano il valore dei legami; l’essenziale sarà anche “invisibile agli occhi”, ma vi assicuriamo ci avete aiutato a mettere a fuoco parecchie cose che sono lezioni di vita, preziose esperienze che danno senso a quello che ci accade.

Fin dall’inizio è stato chiaro quanto e come fosse importante distogliere lo sguardo o il pensiero da Luca malato e sofferente, dalla dolorosa trasformazione del suo corpo e del suo modo di essere, a cui assistevamo ogni giorno, perché attirati o sollecitati da chi, come ognuno di voi, ci chiedeva anche solo come stessero andando le cose; fin dall’inizio, come più d’uno si è sentito ripetere, ricevere sostegno e vicinanza, voglia di donare aiuto (anche se poi concretamente non si trasformava in niente) o anche solo un po’ di tempo per ascoltare piccole o grandi conquiste o cadute quotidiane, è stato decisivo per coltivare la speranza, per alleviare la fatica dei pensieri negativi, per guardare avanti, in positivo, per sforzarci di non rinchiuderci in noi stessi a portare un peso che da soli non sempre eravamo in grado di sostenere.
Ogni singolo messaggino, ogni singolo caffè, ogni singola preghiera, ogni visita, idea, consulenza, regalo, torta, accompagnamento… sono stati quello di cui avevamo bisogno quando ne avevamo bisogno; e state certi che ce n’era tanto bisogno (e ce ne sarà ancora bisogno). Ci siamo sentiti spesso ripetere che eravamo bravi, addirittura eroi… Ci sembra di poter dire che quelli bravi siete stati tutti voi, perché ‘durare’ lungo questa strada era la vera scommessa, insistere nella vicinanza.

Essere grati a tutti voi è davvero bello: per paradosso questa vostra fratellanza, amicizia, affetto, rende più comprensibile rileggere quello che è successo a Luca e che ci è capitato. Il Talmud babilonese esige dall’uomo che non pensi soltanto al bene, ma anche al male che lo ha colpito nella sua esistenza, scrive il monaco benedettino Anselm Grun. E continua: “Se riesco a ringraziare per tutto ciò che mi succede, i miei pensieri si trasformano. Il male non evocherà più in me pensieri che mi rendono scontento e mi tormentano”. Ecco quello che ci avete donato, nel piccolo come nel grande, ha fatto questo: ci siamo sentiti accompagnati da parole, gesti e preghiere che sono serviti a “sostenere lo sforzo”, ed è stato bello, travolgente, talvolta superiore alla nostra capacità di rispondere correttamente e degnamente.

Vorremmo farlo ora, ora che il cammino si trasforma, ora che per Luca forse inizia un ‘giorno’ e come disse un certo personaggio del Libro della Giungla, dopo la lunga notte “le stelle si fanno più rare” e da ora in poi “seguiremo nuove tracce” senza sapere bene cosa la strada gli e ci riserva: ancora una volta grazie.
Ci avete donato qualcosa di bello, impagabile, una mano tesa e un sorriso offerti tutti i giorni… mica è scontato, mica è automatico.

Ci sentiamo felici e debitori per questo; ci avete aiutato a trasformare il male in bene. Senza ciascuno di voi noi e Luca non ce l’avremmo fatta. E la felicità va condivisa. Potremmo dire… “continuate così”, ma già tocchiamo con mano che è così.

Ora verrebbe da dire ‘non perdiamoci di vista’.
In noi non tutto è ‘risolto’, non tutto è superato e mandato all’album dei ricordi da sfogliare chissà quando. Ogni giorno è ancora una sfida faticosa, fatta di medicine, ansie, ‘resistenze’… Il percorso che hanno tracciato per Luca gli assegna ora un obiettivo alto: trovare le forze per ricominciare; in ospedale, in fondo, è più ‘facile’: la vita è scandita e decisa da regole e processi da accompagnare; ora va trovata la forza (dove?) per alzarsi da soli, per riconquistare quello che si è interrotto e che non è affatto a portata di mano (camminare, mangiare, dormire, stare con gli altri…).
Ripartiamo quindi da qui: dal rileggere quello che è successo e pensare a ciascuno di voi per come è riuscito a fare un pezzo di strada assieme aiutandoci a mettere un passo dopo l’altro quando lo sconforto ci prosciugava (anche se non lo dicevamo); e dal condividere questa nuova fase che si apre, con il suo carico di incognite e speranze, confidando ancora una volta nel fatto di non essere soli.

E, un po’ per ricordare questa ‘avventura’, ci viene in mente soprattutto questo simbolo, ormai famoso con Luca: un mattoncino Lego (non ve ne spediamo uno a ciascuno -anche se ne abbiamo ormai più che a sufficienza- ma idealmente lo facciamo).
Anche per Luca senza i Lego non sarebbe stato così facile mantenere entusiasmo e voglia di fare: e di ‘mattoncini’, come avrete capito (ce) ne sono arrivati tanti. Con uno ci fai poco, con tanti, invece…

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Un abbraccio a ciascuno, con affetto, amicizia e stima

Mattia e Federica

La felicità è un po’ una scelta

di Anna Mazzitelli

Il titolo di questo post è letteralmente rubato: qualche giorno fa ho preso un caffè con mia mamma e una nostra amica di vecchia data, la quale ci ha parlato a lungo delle sue quotidianità più o meno difficili (e chi può sostenere di non avere quotidianità difficili?) e del fatto che giornalmente lei decide di andare avanti come ha sempre fatto, nonostante spesso il suo istinto la porterebbe a mandare tutto a quel paese.

Non credo serva aggiungere dettagli: tutti noi siamo impantanati, chi più, chi meno, in una realtà che ci tira verso il basso, e io, che ho trent’anni meno di lei, mi sono immedesimata perfettamente nelle sue parole. Cambiano le circostanze ma non la sostanza.

A un certo punto lei ha pronunciato quella meravigliosa frase: “La felicità è anche un po’ una scelta”.

Che schiaffo per il mondo, che predica la libertà associandola al non avere vincoli, doveri e fastidi, che spinge a rompere i legami se si fanno difficoltosi, a rifiutare i problemi, a demonizzare le malattie, a ricercare sempre la perfezione, delineandone anche i criteri!

E la conversazione in questo bar, davanti a un meraviglioso mocaccino che sembrava un’opera d’arte, si sposa con l’audio che mi ha mandato Chiara qualche giorno fa (sì, finalmente sono riuscita ad ascoltarlo!) registrato alla giornata di inizio anno degli adulti e gli studenti universitari di CL, ad Assago (Mi).

A chi di noi non piacerebbe essere sorpreso da qualcosa che fa cantare tutto?

Cosa fa cantare, anche dentro una vita che osservata dal di fuori sembra in perdita, sembra una sconfitta?

Cosa rende la quotidianità all’altezza dei nostri desideri, trasforma anche le difficoltà più grandi, trasfigura il dolore e la fatica?

Cosa ci strappa dall’essere solo dei bravi esecutori di riti e attività, tutte preziose ed essenziali, non dico di no, ma spesso vuote?

Cosa mi ridarà l’entusiasmo per portare avanti un anno di catechismo che avevo deciso di non fare, e che per adesso ho iniziato più per dovere che per vera convinzione? Cosa mi farà affrontare un anno di accompagnamenti a scuola, asciugature di capelli in piscina, compiti il sabato mattina, panni da stendere, nasi da soffiare, riunioni a scuola, riunioni in parrocchia, corsi di formazione…

Don Carròn propone il test della letizia: faccio tutto quello che deve essere fatto, anche più del necessario, a volte. Ma tutto questo mi dà letizia? Perché senza quella, tutto diventa faticoso, pesante, insopportabile. E la fatica che provo e la mancanza di letizia sono il sintomo del bisogno che ho di Dio.

Ebbene, amica mia, sono d’accordo con te. La felicità è un po’ una scelta. E io ho scelto di essere attaccata a Dio, di far fare a Lui, di farmi da parte per lasciare a Lui lo spazio necessario per fare quello che desidera.

E, sì, sono lieta.

Allora, però, si deve vedere. Perché non voglio che i miei figli, tra vent’anni, ricordino di aver avuto una mamma sempre cupa, sempre arrabbiata.

Ho deciso di sorridere di più. E mica è facile, all’inizio. Questi sorrisi sembrano così forzati e finti…

Eppure è successa una cosa: i miei figli mi guardano strano. Non se lo aspettano.

E questo è terribile, ma meno male che ci sono arrivata…

E poi, martedì, mentre io e Francesco andavamo verso la parrocchia, per il benedetto primo incontro di catechismo, lui mi ha detto: “Che bello quando tu sei felice”.

E il lamento si trasforma in canto.

Isacco e la felicità

di Anna Mazzitelli

La felicità di Anna e Stefano?

Si chiede, e ci chiede, una persona che legge il nostro blog, e che ci ha spesso scritto.

Dopo gli ultimi post non ha più potuto tenere per sé questa domanda, e ce l’ha posta scrivendoci una lettera di getto e col cuore in mano, nella quale si percepisce appieno la sua angoscia nei nostri confronti (e nei suoi), nei confronti del nostro rapporto con la felicità.
Cita varie cose dette da noi nei post passati, e riconosce che ci può essere pace, affidamento, serenità e assenza di disperazione, pur in una situazione come la nostra.

Ma la felicità?

Un conto è accontentarsi, un conto è essere contenti.
Un conto è non essere disperati, un conto è essere gioiosi.

Io e Stefano abbiamo passato gli ultimi due giorni ad un ritiro spirituale assieme alle coppie della parrocchia, con le quali durante l’inverno abbiamo fatto un cammino, alcuni incontri formativi e di confronto.
Se il cammino è stato bello, il ritiro è stato fondamentale.

L’argomento era centrato su Abramo, al quale viene chiesto di lasciare la sua terra e tutto ciò che ha in vista di una promessa non meglio identificata, almeno all’inizio. Abramo si fida e parte.
Poi la promessa diventa la promessa di un figlio, di una discendenza. Ma Abramo è vecchio e sua moglie pure.
Malgrado Abramo si fidi, ne combina di tutti i colori, fino a farsi convincere dalla moglie a fare un figlio con un’altra.

Alla fine, però, Dio è fedele alla sua promessa, Sara rimane incinta e nasce Isacco.

Catechesi a non finire su Isacco e Ismaele, su come riconoscere il bene e il non-bene, messe, vespri, condivisioni, riflessioni, fino a stamattina, quando Don Emanuele, il sacerdote che ha accompagnato il nostro cammino, ci ha spiegato il brano del sacrificio di Isacco (Genesi 22).

Abramo finalmente è felice, si è finalmente compiuta la promessa di Dio, Abramo ha un figlio, la sua discendenza è possibile. Isacco per Abramo rappresenta tutto, è il Dono di Dio, tutto quello che Dio gli ha promesso si è realizzato in Isacco.
E Dio che fa? Gli chiede proprio quel figlio.

Ma cavolo, dai, non può essere vero!

Abramo viene messo alla prova là dove è la sua più grande paura: quella di perdere suo figlio. Don Emanuele ci ha spiegato che Dio ti mette alla prova sempre in questo modo, ti fa entrare nelle tue paure per darti la prova del modo in cui Lui tiene a te.

Per Abramo, Isacco rischia di diventare una prigione, Dio glielo chiede indietro per fargli scoprire il suo rapporto con Lui, per farlo camminare verso di Lui. Isacco non è per Abramo, è per far entrare Abramo in relazione con Dio.

Ok, bellissima catechesi, ora pensate ai vostri “Isacco”. Un’oretta di riflessione.

Va bene, Signore, tu mi hai dato il mio Isacco, poi me l’hai chiesto indietro, e io mi sono abbandonata alla tua volontà. Però la differenza è che Abramo ha sacrificato un ariete, io mio figlio l’ho visto morire veramente. Isacco è sceso dal monte con Abramo (benché non venga più nominato), io il mio bambino non ce l’ho più.

Però ho messo i pezzi al loro posto, pezzi che tentavo di incasellare da quando Filippo si è ammalato, e che a volte mi riusciva meglio, a volte per niente, e ho capito questo:

Da quando ero ragazzina la mia paura più grande è stata quella di perdere un figlio. Quando avevo 16 anni un mio amico ha avuto un incidente con la moto ed è morto sul colpo. Vedere sua madre straziata ha fatto sì che quella fosse la mia paura più grande, da sempre.

Poi, quando Filippo si è ammalato, perderlo sul serio era diventata una possibilità reale, con la quale fare i conti veramente, non solo durante incubi notturni o in trip depressivi legati a sbalzi ormonali.

Vedere in ospedale le mamme dei bambini, amici di Filippo, che non ce l’hanno fatta, è terribile, e questo ha sempre alimentato la mia paura di perdere mio figlio.

Quando, dopo l’ultima recidiva, ho capito che quella non era più solo un’eventualità ma era diventata la realtà, ho capito che la mia paura più grande non era perdere mio figlio, ma era perdere Dio, a causa della perdita di mio figlio.

E quel giorno, sul divano, quando in preda a dolori che non si riuscivano a gestire in nessun modo, Filippo mi ha chiesto: “Mamma, ma quando mi passano tutti questi dolori, tutte queste cose?”, io gli ho risposto: “Filippo, non so rispondere a questa domanda, non lo so quando ti passeranno tutte queste cose. Però se non ti passano, te ne vai subito in Paradiso, va bene?” e lui mi ha detto: “Va bene”, ho capito che in quel momento avevo consegnato il mio Isacco al Dio che me lo stava chiedendo, avevo preparato la legna, l’avevo posto sull’altare e stavo aspettando che se lo portasse via.

E la paura di lasciarlo andare, di perderlo, non c’era più, era stata sostituita dalla paura di perdere il mio rapporto con Dio.

Ma Dio, così come ha dato ad Abramo la sua discendenza, ha concesso a me di non disperarmi, di non allontanarmi da Lui, non mi ha lasciato andare, e quotidianamente sperimento il miracolo che Lui compie per me.

E questo non significa che non ci sia dolore, che non ci sia senso di vuoto, nostalgia, mancanza. Il dolore, il senso di vuoto, la nostalgia, la mancanza ci sono tutti, pieni, completi, tali e quali a quelli che ci sarebbero stati se non mi fossi fidata e affidata.

Ma accanto a tutto questo c’è anche la Sua consolazione, che non so spiegare, ma che mi permette, malgrado tutto, di essere felice, e di sorridere quando penso a mio figlio.

Quindi, caro Maurizio, la felicità è possibile, ti assicuro, la fiducia nel futuro, la speranza, la pace sono tutte cose possibili. E anche quando ci sembra irragionevole, anche quando ci sembra al di là delle nostre capacità, offrire il nostro “Isacco” a Lui è l’unica strada per raggiungerle.

Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo (Sal 125).

 

Il colore del grano

di Anna Mazzitelli

Mi capita a volte, e nell’ultimo anno mi è capitato spesso, di parlare con delle persone e, per qualche ragione, arrivare a discorsi che i miei interlocutori percepiscono come “difficili” per me.

Faccio degli esempi:

Qualche giorno fa discutevo con una collega su come preparare i tappi delle bottiglie del latte con le foto-tessera dei bambini della scuola, da incollare poi su un supporto di legno il giorno della festa della matematica. Lei diceva che la foto andava incollata sul dorso del tappo, io sostenevo che fosse meglio incassarla dentro il tappo, nella parte interna, così sarebbe stato più facile incollare poi il tappo al pannello di legno. Lei ha detto che però la foto dentro il tappo le ricordava le foto sulle tombe… e lì si è bloccata, mi ha quasi chiesto scusa, ha un po’ ritrattato…

Insomma io non mi sono sentita affatto offesa né mi sono rattristata, ma forse lei ha pensato così, e questo mi dispiace.

Un’amica mi ha chiesto che classe facesse mio figlio. “Quello grande”, ha detto, e poi: “cioè, insomma…” e anche lì imbarazzo.

Sono certa che per me, che lo vivo ogni istante in prima persona, sia più facile che per gli altri, che possono solo immaginare come sia aver perso un figlio, ma se c’è una cosa che mi rattrista è sapere che gli altri pensano che io sono triste.

Non lo sono.

E aver avuto Filippo, nonostante tutto, nonostante la fatica, nonostante il dolore, nonostante ora non l’abbia più, è infinite volte meglio che non averlo avuto affatto.
E non cambierei niente di quello che è stato, se volesse dire aver avuto un bambino diverso.

“E’ meglio aver amato e perso che non aver amato affatto”, scriveva Oscar Wilde, o, ancora meglio, per dirla con il mio piccolo principe: “Fa bene l’aver avuto un amico, anche se poi si muore. Io, io sono molto contento d’aver avuto un amico volpe…”

Io sono felice di aver avuto Filippo, e non mi rattrista pensare a lui, anzi, mi rende felice ricordare quello che è stato, e quanto importante è stato.
Non sarei stata più contenta se avessi avuto il figlio perfetto, sano, socievole, sportivo, compagnone, non avrei mai voluto un figlio diverso da quello che ho avuto.
Ed è vero che la sua mancanza mi fa male, ma se questo dolore significa che Filippo c’è stato, seppure per poco tempo, e che io l’ho avuto, allora non scambierei questo dolore con niente al mondo.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “…piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

 

 

Bere il calice

di Anna Mazzitelli

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?» (Mc 10, 35-38).

Non voglio fare io la predica, l’ha fatta su questo brano del Vangelo Don Stefano domenica scorsa, e sempre suo è il commento (link al video) che bere il calice significa perdere la propria vita per poi ritrovarla, versare il proprio sangue come l’ha versato Gesù. Gesù è uno che prende parte delle nostre debolezze e noi siamo chiamati a fare la stessa cosa con le debolezze degli altri, anche se questo, la maggior parte delle volte, costa fatica. La logica di Gesù non è quella di dominare ma è quella di servire.

Ognuno ha il proprio calice da bere, ognuno deve portare una sofferenza, ognuno si troverà a un certo punto della sua vita davanti alla stessa scelta di Gesù nell’orto degli ulivi: chiederemo a Dio di allontanare la nostra croce o gli diremo “Sia fatta la tua volontà”?

Sappiamo che, grazie alla decisione presa da Gesù in quell’orto, la croce è diventata l’icona dell’amore, del dono, non è più uno strumento di morte ma è diventata albero della vita.

Sappiamo anche, quindi, che se vogliamo accogliere il Signore nella nostra vita, allora dobbiamo accogliere anche la croce che può arrivare. Il cammino del cristiano è cammino di sequela di Cristo, e questo cammino di sequela passerà anche dalla croce.

Durante la Messa il sacerdote ripete le parole che pronunciò Gesù stesso mentre benediceva il calice: “Questo è il calice del mio sangue, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”… Dopo la consacrazione il calice contiene il vino transustanziato in sangue di Gesù.

Il calice è colmo del sangue di Gesù. Gesù dice a Giacomo e Giovanni (e se li era appena portati sul monte a vedere la Trasfigurazione, quindi sicuramente non doveva essere un rimprovero o una provocazione, questa risposta) che devono bere il suo calice, devono dare anche loro il sangue come sta per fare lui, devono accogliere la croce.

Sembra che il cristiano debba solo soffrire. Sembra che per il cristiano ci sia solo una strada, quella della croce, e che questa strada significhi donare il proprio sangue, quindi sofferenza e dolore.

Durante il funerale di Filippo, il 21 novembre scorso, il coro ha cantato “Perché tu sei con me”, e qualche settimana dopo leggendo il testo delle strofe sui foglietti dei canti sono rimasta colpita, quasi ossessionata, da una frase (che ho anche fotografato):

Siedo alla tua tavola che mi hai preparato,
ed il calice è colmo per me
di quella linfa di felicità
che per amore hai versato.

Ma insomma cosa c’è dentro questo calice? “E’ colmo per me di quella linfa di felicità che per amore hai versato”, dice la canzone.

Hai versato il Tuo sangue per me, per far sì che io potessi sedere alla Tua tavola (=accogliere la tua croce?), e, bevendolo, essere felice. Felice. FELICE.

Inoltre, il Tuo calice è colmo per me, ma Tu non mi costringi affatto a berlo, sono io che posso scegliere se farlo. E, quando mi decido ad assaggiarlo, mi accorgo che ha il sapore della felicità.

Per fortuna lo Spirito Santo sa bene dove soffiare, e ci ha regalato Giovanni Paolo II, che con le sue parole mi fa capire che non sto dicendo eresie: “Non abbiate paura della croce di Cristo, è sorgente di ogni gioia e di ogni pace, era l’unico modo per Gesù di arrivare alla resurrezione e al trionfo, è l’unico modo per noi di partecipare alla sua vita, ora e sempre” (Nuova Zelanda, 22 novembre 1986).

Beviamola questa linfa di felicità che ha versato per noi, il suo calice ne è colmo!