L’inganno

di Stefano Bataloni

Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Amico caro, che anche tu, hai una croce grande da portare nella tua vita, sono certo che avrai ascoltato o letto tante volte questo brano della Bibbia.

Ti starai domandando perché sono qui a riproportelo. Il motivo è che alcuni giorni fa, con l’aiuto di un bravo sacerdote, ho riflettuto a fondo su queste parole del libro della Genesi e ho capito che anche tu, come me, hai commesso lo stesso errore di Eva.

Lo so, quando tuo figlio si è ammalato ti sarai chiesto tante volte: perché non guarisce? Perché i medici hanno scelto quella terapia e non un’altra, e perché quei farmaci non stanno funzionando? Staremo facendo tutto il possibile? E’ un bambino, perché deve patire tutto quel dolore? Perché quel cancro doveva colpire proprio lui? Perché non può avere una vita come quella degli altri bambini?

E quando poi è salito al Cielo ti sarai chiesto: dove sarà lui ora? Come farò a vivere senza di lui? Lo rivedrò un giorno?

Domande che sono tornate spesso perché in fondo c’era la tua voglia di comprendere, il desiderio tutto umano di provare a far entrare nella testa il dramma della malattia e della morte di tuo figlio.

Il fatto è, ora l’ho capito, che tu, come Eva e come me, per soddisfare quel desiderio ti sei messo a discutere con “il più astuto di tutti gli animali selvatici” e non ti sei accorto che quelle domande, nella tua testa, le aveva pronunciate lui.

Ti sei sentito come messo in un angolo, come se ci fosse qualcuno che ha una risposta a quelle domande ma te la vuole tenere nascosta, come se fossi tu l’unico, il solo al mondo, a non sapere che si possa trovare una risposta logica a tutto. E allora hai provato a difenderti, come potevi. Hai cominciato a trovare una giustificazione razionale a quella tua voglia di capire, hai magari pensato di essere in grado di contenerla e di controllarla senza incorrere in chissà quali conseguenze. Non hai pensato a dove ti avrebbe condotto il cercare in tutti i modi di soddisfare quel desiderio.

Ti sei lasciato ingannare, hai creduto che cercare di darti delle risposte non ti avrebbe fatto morire. Non avrai hai trovato nessuno accanto a te che ti mettesse in guardia dal percorrere una strada pericolosa, che ti dicesse con amore che le conseguenze di quella ricerca ossessiva ti avrebbero distrutto.  Hai ceduto, ad un certo punto hai mangiato quel frutto: sarà stato un dettaglio della sua malattia che prima non conoscevi, la proposta di una terapia alternativa, un evento a cui ricondurre la causa di quel cancro…qualcosa che ad un tratto è diventato appetibile e desiderabile, qualcosa che sembrava potesse alleviare il tuo dolore, qualcosa che avrebbe fatto luce su ogni mistero. Sarà stato come se i tuoi occhi si fossero finalmente aperti. Ti sei sentito nudo e fragile, come se ti fosse sempre mancato qualcosa, fino ad ora, e hai cominciato ad arrovellarti, hai cominciato a costruire castelli di ragionamenti e a intrecciare pensieri con pensieri, solo con te stesso. Senza rendertene conto, mangiando quel frutto, hai perso il contatto con la realtà, ti sei appartato con te stesso: al centro della tua esistenza non c’era più la tua vita, quella di tuo figlio, la sua malattia; al centro della tua esistenza c’era solo la ricerca di risposte, l’ansia di comprendere tutto. Dalla voglia di comprendere sei passato alla pretesa di comprendere.

Ma cosa avresti potuto comprendere di quello che ti stava accadendo: cosa è bene e cosa è male? No, tu hai preteso di dover comprendere tutto, ogni singolo dettaglio. Forse ti sarai pure convinto che saresti riuscito a risolvere ogni problema con le tue sole forze, una volta compreso tutto.

Non ti sei fermato a domandarti: ma chi è in grado di comprendere tutto? Chi è in grado di vedere ogni situazione da ogni possibile punto di vista? Chi è in grado di provare ogni possibile sensazione di ogni persona coinvolta nella tua storia. Tu forse?

Sei stato in grado di vedere le cose dal punto di vista di un medico, per fare diversamente da lui? Sei stato in grado di sentire perfettamente il dolore che provava tuo figlio come fosse stato il tuo? Perfino per quanto riguarda te stesso, sei stato in grado di fare o dire sempre la cosa giusta in ogni momento?

Davvero credi che tutto sarebbe potuto essere sotto il tuo controllo, nella tua testa, così da poterlo studiare, analizzare e poter dire: “ho capito tutto, ora troverò pace”? Potrai forse aver trovato qualche piccola risposta qua e là, un barlume ogni tanto, ma sarà rimasto sempre e comunque il buio su gran parte del quadro.

E ogni volta che avrai udito una parola strana da parte di un medico o un infermiere o avrai letto il referto di un esame o avrai guardato a quella sua stanza vuota, ogni volta che la realtà si è ripresentata in tutta la sua durezza, ecco , ecco che la tua capacità di comprendere tutto svaniva nel nulla e tornava la paura.

Amico mio, guarda dove sei ora: hai mangiato “dell’albero del bene e del male”, vivi i tuoi giorni consumandoti nel pretendere una spiegazione alla malattia e alla morte di tuo figlio e ti sei completamente dimenticato dell’albero della vita che era stato posto proprio al centro del tuo giardino: dov’è la tua vita ora?

Non hai trovato risposta a tutte le tue domande. Inganni forse il tuo dolore con facili espedienti: una pianta nuova ogni settimana sulla sua tomba, pulisci e metti in ordine la sua cameretta o le sue cose ogni giorno…o magari hai trovato qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa di tutto. Ma in fondo hai solo smesso di vivere, hai smesso di nutrirti della vita.

Cosa c’è di male a vivere senza poter dare delle risposte al tuo dolore? Davvero credi sia impossibile vivere senza avere tutte le risposte? Quello, invece, è esattamente il confine che ti dice chi sei: sei un uomo, fatto per vivere ma non per capire ogni cosa. Quel confine non è posto lì per farti un dispetto, non è posto lì per farti sentire incompleto e incapace. Quel confine è posto lì per difenderti, perché quando vorrai a tutti i costi varcarlo, perderai la vita.

Non devi disprezzarti perché riconosci di avere questo limite: nessuna creatura è più grande del suo creatore e io e te siamo delle creature, Sue creature; a Sua immagine e somiglianza ma Sue creature. Alle tue domande non c’è risposta che tu possa comprendere. Solo Dio può comprendere, solo Lui può tenere tutto nel palmo della Sua mano.

Se non smetterai di rifiutare quel limite, se non abbandonerai la pretesa di trovare soddisfazione a tutte le tue domande camminerai sul ventre e mangerai polvere ogni giorno della tua vita, proprio come il più astuto tra tutti gli animali selvatici, i tuoi dolori si moltiplicheranno, mangerai spine e cardi fino a che non ritornerai polvere.

Torna a vivere, amico mio! L’albero della vita, al centro del tuo giardino, è carico di frutti. Ritrovati nudo e fragile, amico mio, ma senza paura, come un bambino, come in origine sei stato creato. Confida nel fatto che Qualcuno si prenderà cura di te.

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Isacco e la felicità

di Anna Mazzitelli

La felicità di Anna e Stefano?

Si chiede, e ci chiede, una persona che legge il nostro blog, e che ci ha spesso scritto.

Dopo gli ultimi post non ha più potuto tenere per sé questa domanda, e ce l’ha posta scrivendoci una lettera di getto e col cuore in mano, nella quale si percepisce appieno la sua angoscia nei nostri confronti (e nei suoi), nei confronti del nostro rapporto con la felicità.
Cita varie cose dette da noi nei post passati, e riconosce che ci può essere pace, affidamento, serenità e assenza di disperazione, pur in una situazione come la nostra.

Ma la felicità?

Un conto è accontentarsi, un conto è essere contenti.
Un conto è non essere disperati, un conto è essere gioiosi.

Io e Stefano abbiamo passato gli ultimi due giorni ad un ritiro spirituale assieme alle coppie della parrocchia, con le quali durante l’inverno abbiamo fatto un cammino, alcuni incontri formativi e di confronto.
Se il cammino è stato bello, il ritiro è stato fondamentale.

L’argomento era centrato su Abramo, al quale viene chiesto di lasciare la sua terra e tutto ciò che ha in vista di una promessa non meglio identificata, almeno all’inizio. Abramo si fida e parte.
Poi la promessa diventa la promessa di un figlio, di una discendenza. Ma Abramo è vecchio e sua moglie pure.
Malgrado Abramo si fidi, ne combina di tutti i colori, fino a farsi convincere dalla moglie a fare un figlio con un’altra.

Alla fine, però, Dio è fedele alla sua promessa, Sara rimane incinta e nasce Isacco.

Catechesi a non finire su Isacco e Ismaele, su come riconoscere il bene e il non-bene, messe, vespri, condivisioni, riflessioni, fino a stamattina, quando Don Emanuele, il sacerdote che ha accompagnato il nostro cammino, ci ha spiegato il brano del sacrificio di Isacco (Genesi 22).

Abramo finalmente è felice, si è finalmente compiuta la promessa di Dio, Abramo ha un figlio, la sua discendenza è possibile. Isacco per Abramo rappresenta tutto, è il Dono di Dio, tutto quello che Dio gli ha promesso si è realizzato in Isacco.
E Dio che fa? Gli chiede proprio quel figlio.

Ma cavolo, dai, non può essere vero!

Abramo viene messo alla prova là dove è la sua più grande paura: quella di perdere suo figlio. Don Emanuele ci ha spiegato che Dio ti mette alla prova sempre in questo modo, ti fa entrare nelle tue paure per darti la prova del modo in cui Lui tiene a te.

Per Abramo, Isacco rischia di diventare una prigione, Dio glielo chiede indietro per fargli scoprire il suo rapporto con Lui, per farlo camminare verso di Lui. Isacco non è per Abramo, è per far entrare Abramo in relazione con Dio.

Ok, bellissima catechesi, ora pensate ai vostri “Isacco”. Un’oretta di riflessione.

Va bene, Signore, tu mi hai dato il mio Isacco, poi me l’hai chiesto indietro, e io mi sono abbandonata alla tua volontà. Però la differenza è che Abramo ha sacrificato un ariete, io mio figlio l’ho visto morire veramente. Isacco è sceso dal monte con Abramo (benché non venga più nominato), io il mio bambino non ce l’ho più.

Però ho messo i pezzi al loro posto, pezzi che tentavo di incasellare da quando Filippo si è ammalato, e che a volte mi riusciva meglio, a volte per niente, e ho capito questo:

Da quando ero ragazzina la mia paura più grande è stata quella di perdere un figlio. Quando avevo 16 anni un mio amico ha avuto un incidente con la moto ed è morto sul colpo. Vedere sua madre straziata ha fatto sì che quella fosse la mia paura più grande, da sempre.

Poi, quando Filippo si è ammalato, perderlo sul serio era diventata una possibilità reale, con la quale fare i conti veramente, non solo durante incubi notturni o in trip depressivi legati a sbalzi ormonali.

Vedere in ospedale le mamme dei bambini, amici di Filippo, che non ce l’hanno fatta, è terribile, e questo ha sempre alimentato la mia paura di perdere mio figlio.

Quando, dopo l’ultima recidiva, ho capito che quella non era più solo un’eventualità ma era diventata la realtà, ho capito che la mia paura più grande non era perdere mio figlio, ma era perdere Dio, a causa della perdita di mio figlio.

E quel giorno, sul divano, quando in preda a dolori che non si riuscivano a gestire in nessun modo, Filippo mi ha chiesto: “Mamma, ma quando mi passano tutti questi dolori, tutte queste cose?”, io gli ho risposto: “Filippo, non so rispondere a questa domanda, non lo so quando ti passeranno tutte queste cose. Però se non ti passano, te ne vai subito in Paradiso, va bene?” e lui mi ha detto: “Va bene”, ho capito che in quel momento avevo consegnato il mio Isacco al Dio che me lo stava chiedendo, avevo preparato la legna, l’avevo posto sull’altare e stavo aspettando che se lo portasse via.

E la paura di lasciarlo andare, di perderlo, non c’era più, era stata sostituita dalla paura di perdere il mio rapporto con Dio.

Ma Dio, così come ha dato ad Abramo la sua discendenza, ha concesso a me di non disperarmi, di non allontanarmi da Lui, non mi ha lasciato andare, e quotidianamente sperimento il miracolo che Lui compie per me.

E questo non significa che non ci sia dolore, che non ci sia senso di vuoto, nostalgia, mancanza. Il dolore, il senso di vuoto, la nostalgia, la mancanza ci sono tutti, pieni, completi, tali e quali a quelli che ci sarebbero stati se non mi fossi fidata e affidata.

Ma accanto a tutto questo c’è anche la Sua consolazione, che non so spiegare, ma che mi permette, malgrado tutto, di essere felice, e di sorridere quando penso a mio figlio.

Quindi, caro Maurizio, la felicità è possibile, ti assicuro, la fiducia nel futuro, la speranza, la pace sono tutte cose possibili. E anche quando ci sembra irragionevole, anche quando ci sembra al di là delle nostre capacità, offrire il nostro “Isacco” a Lui è l’unica strada per raggiungerle.

Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo (Sal 125).

 

Cercatori o stella?

Link alle Letture dell’Epifania del Signore

Is 60,1-6   Sal 71   Ef 3,2-3.5-6   Mt 2,1-12

Commento alle Letture dell’Epifania del Signore

di Don Stefano Cascio

Ci troviamo di nuovo davanti alla natività.

Abbiamo festeggiato il Natale, la Santa famiglia, il primo gennaio la Madre di Dio e adesso ci ritroviamo ancora una volta davanti alla natività.
Ma i personaggi poco a poco aumentano, un o’ come nei nostri presepi dove molti di voi oggi hanno aggiunto i re magi.

La scena diventa sempre più interessante.
La figura del magio tocca anche ciascuno di noi.

Prima abbiamo avuto i pastori. Vi ricordate, i pastori nella notte di Natale sono stati i primi ad arrivare. I pastori sono persone semplici, e rappresentano un po’ le persone umili, le persone che soffrono, i rifugiati, i poveri, che vengono ad adorare il Signore, Dio che si è fatto uomo.

I re magi erano persone che guardavano le stelle, ricercatori, persone istruite, forse ricchi anche, potenti.
E di potenti ne abbiamo tanti anche nel nostro mondo. Ma la potenza non è solo quella dei grandi capi di stato, può essere anche quella di uno che è sicuro della sua scienza, che fa e disfa il mondo.
E anche qui, forse anche nella nostra comunità ne abbiamo tanti, ma anche loro si mettono in ginocchio davanti al Signore.

Come è possibile che sia i pastori sia i re magi, queste due categorie di persone completamente diverse, siano entrambi in ginocchio davanti a un bambino. Perché?

Perché ricchi o poveri, umili o superbi, il cuore dell’uomo è sempre lo stesso. Dietro l’apparenza l’uomo ricerca la stessa cosa.
L’uomo cerca di capire, ha le stesse domande: “Chi sono? Dove sto andando? C’è un Dio? C’è una sola verità?”

Ogni uomo, ogni donna, ogni persona nella sua vita ha bisogno di risposte a queste domande. Allora si mette alla ricerca.

I magi seguono la stella. Stavano cercando qualcosa, stavano cercando un Messia che doveva nascere a Betlemme di Giudea.

L’uomo è sempre alla ricerca di risposte.
Perché ci rendiamo conto che noi non siamo la risposta alle nostre domande. Ci rendiamo conto che la libertà che cerchiamo va al di là di quello che ci limita.

Quante volte leggiamo di persone rinchiuse in carcere, penso per esempio al Cardinale Van Thuan, questo vietnamita che per anni e anni, perché vescovo, era rinchiuso in carcere, ha trovato lì la vera libertà. Celebrava la messa nella sua mano, questo era il suo altare, con un pezzettino di pane e il vino che si faceva portare fingendo che fosse sciroppo per i suoi problemi di stomaco. Lì lui ha trovato la libertà.
Quante persone ammalate, inchiodate sul letto di un ospedale sono libere, hanno trovato la vera libertà.
Queste persone ci fanno capire che la libertà non è fare quello che ci pare, c’è una libertà che va oltre.

La verità che noi cerchiamo qual è?
Quella del pensiero dominante? Quella più vicina al mio modo di vivere? Questa è la verità?
Ma c’è una verità più grande ed è una sola, che da senso a tutto: l’amore.

L’amore di cui parliamo tanto, che cos’è?
E’ qualcosa che risponde al mio bisogno affettivo, ormonale? O è qualcos’altro?
Non è più grande?

Vedete che l’uomo sta alla ricerca di qualcosa di più grande.

E forse molti di voi l’hanno pure trovata la risposta. Voi forse fate parte di quelli che sono lì, in ginocchio davanti al Signore, perché in lui avete trovato la risposta, il senso della vostra vita.

Ma se voi siete questi uomini e queste donne in ginocchio davanti al Signore, allora dovete essere non più ricercatori, perché voi avete trovato la risposta, ma dovete essere la stella che guida gli altri verso il Signore. Dovete essere la stella che illumina il cammino degli altri, che indica la strada.

Noi abbiamo solo due scelte: cercatori o stella.

Quello è il dovere del cristiano: se ha trovato la risposta deve indicare la strada agli altri. Anche gli altri hanno diritto ad avere una risposta. Anche loro devono poter trovare quel che ha dato senso e gioia alla vostra vita.

Permettetemi allora di riprendere la prima lettura, quelle parole oggi le facciamo nostre:

Àlzati, rivestiti di luce,
perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.

Amen.

Domande difficili

di Anna Mazzitelli

Cara Amica,

ti scrivo per rispondere alla richiesta che su facebook hai lanciato, forse come provocazione, forse come vera domanda di aiuto, qualche giorno fa sul profilo di Stefano. Io, come è noto, non ho profilo, e mi diverto troppo così per pensare di farmene uno tutto mio.

Parto un po’ da lontano, forse, perché è appena passata la festa di tutti i santi, preceduta da quella che ormai è diventata anche in Italia una tradizione, la notte di Halloween.

Parto da lì, dicevo, perché trovo che sia collegato con quello che mi chiedi, e cioè di aiutarti a parlare della morte a tuo figlio.

Innanzitutto diciamo che sono certa che tu, come tutte le mamme del mondo, saprai trovare le parole giuste per rispondere alle domande di tuo figlio, a qualsiasi domanda, anche senza esserti preparata prima, perché succede sempre così, le domande arrivano a bruciapelo ma per fortuna -evidentemente- nel DNA delle mamme ci sono i geni delle risposte (o risposte da geni, a volte).

In ogni caso io parlerei a mio figlio in questi termini:

Come genitore mi sento chiamata a mostrare ai miei figli (e ai miei alunni, visto che faccio la maestra, e ai miei ragazzi del catechismo, come catechista) il Bello. Non il bello, ma il Bello, con la B grande, il Bello, il Buono, il Vero. E questo vale per chi crede e per chi non crede, ossia, per me il Bello, il Buono e il Vero coincidono con il Padreterno, ma anche un non credente vuole mostrare al proprio figlio il bene e non il male, il bello e non il brutto, la verità e non la menzogna, non trovi?

Mi allaccio proprio qui alla tradizionale festa di Halloween, senza voler fare polemiche in merito alle presunte valenze sataniche delle manifestazioni, senza voler demonizzare le feste esterofile, senza voler per forza ricercare le origini, il vero significato, le successive storpiature… sinceramente non me ne importa niente.

Molte delle persone favorevoli alle feste di Halloween con i travestimenti da mostri, da zombie, da vampiri e via dicendo, sostengono che i bambini hanno bisogno di queste manifestazioni per esorcizzare le loro paure, quindi non ci vedono niente di male nel fare una festa a tema macabro, spaventoso, tetro e cupo.

Quali paure? Paura del dolore, paura del buio, del male, in definitiva paura della morte.

Io trovo che se uno ha paura del dentista farebbe meglio a starsene a casa (e magari lavarsi i denti spesso) piuttosto che andare tutti i giorni a farsi trapanare un dente, ma insomma, ognuno esorcizza le proprie paure come gli riesce.

Però se noi genitori puntiamo la nostra educazione sul Bello, sul Buono e sul Vero, credo che i nostri figli non avranno bisogno di vestirsi da mostro per non aver più paura dei mostri. Credo che ai nostri figli non servirà scherzare con il male (con cui è bene non scherzare affatto) per non temerlo. Sapranno invece che il male esiste, che il dolore, la morte, sono cose reali, ma li porranno nella giusta prospettiva. Sapranno che il Bene ha sconfitto il male, e continua a sconfiggerlo sempre. Sapranno che la morte non è un pensiero da allontanare o una cosa davanti alla quale fare gli scongiuri o scappare, ma è una parte della vita, e che, comunque, anche la morte è stata sconfitta, e non ha l’ultima parola.

Intendo “morte” non solo come la fine della vita terrena, ma in senso generale come il fallimento, la sofferenza, la malattia, l’insuccesso, l’inadeguatezza. Tutto questo fa parte della vita anche se la società tenta di nasconderlo e allontanarlo. Ma se i nostri figli sapranno riconoscere e inseguire la Verità, non avranno paura di queste cose, perché sapranno che esiste un bene più grande che si realizza comunque, anche attraverso di esse.

Parlare ai bambini della morte, quindi, secondo me, significa innanzi tutto educarli a riconoscere la loro sete di infinito, a coltivarla, a vivere all’altezza dei propri desideri e del Bene che hanno innato dentro. Così sapranno da soli, senza bisogno di tante spiegazioni, che il male e anche la morte non vanno temute, perché quel Bene a cui naturalmente tendono esiste eccome, e nessun male, nessuna morte, potrà sconfiggerlo.

Lo so che sono monotona, ma mi viene sempre in mente San Paolo ai Romani:

Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Anna

In giro per il paese

Lo so che forse non avrei dovuto farlo, ma non ho potuto resistere e comunque credo che sia servito. E secondo me è stata un’esperienza bellissima.

il fatto è che a me i miei alunni piacciono da impazzire, e anche se certe volte mi fanno letteralmente impazzire, do loro un sacco di spago e lascio loro un sacco di spazi, perché trovo che sia arricchente per loro e anche per me.

Allora quando ho proposto di andare in giro per il paese per cercare un angolo adatto per fare le foto, per partecipare al concorso fotografico legato alla manifestazione Librinsieme di quest’anno, mi sono fatta trascinare e ho assecondato la scelta dei posti che proponevano loro.

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Così è andata che prima siamo passati al belvedere, e abbiamo fatto delle belle foto, e poi siamo arrivati fino al cimitero.

Mi ci hanno letteralmente trascinato, molti dicevano di avere lì nonni, parenti, conoscenti, e quindi abbiamo percorso la discesona a piedi e ci siamo fatti altre foto davanti al cancello della parte vecchia, che però era chiusa.

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Non contenti, e sapendo che la parte nuova fa orario continuato, i miei alunni hanno insistito per andarci, e li ho accompagnati.

Mi sono emozionata nel vederli tutti raccolti davanti alla lapide di Filippo, alcuni commossi, altri sconcertati, chi sollevato, chi in silenziosa preghiera. Abbiamo visitato le tombe dei loro partenti e conoscenti, a cominciare dal fratellino di una delle mie bambine, siamo andati in giro a curiosare su nomi e date, ho risposto a poche domande, ho asciugato qualche lacrima e ho ascoltato discorsi e riflessioni incredibili.

La mamma di un’altra bambina, che ci ha accompagnato nell’uscita, mi ha detto che le domande erano tante, e importanti, e urgenti, e che lei ha esortato i bambini a farle direttamente a me.

Mi dispiace che loro non trovino il coraggio di chiedermi delle cose, se desiderano saperle, e sono orgogliosa di loro perché come meta della loro uscita hanno scelto un posto così inusuale ma al contempo così fondamentale.

Sento che la società sta cercando in tutti i modi di allontanare il pensiero della morte, sta cercando di cancellare il dolore, le difficoltà, sta crescendo generazioni di persone non disposte al sacrificio e alla sofferenza, ma mi accorgo, stando a contatto con i bambini tutti i giorni, che loro hanno ancora ben chiaro in mente quali siano le cose importanti, e come gestirle.

Credo che il nostro principale compito sia quello di indicare loro quello che è bello, buono e vero, e stimolare in loro il desiderio di raggiungerlo. E se alla fine della quinta non sapranno fare le divisioni a due cifre con i numeri decimali, ma saranno stati contenti del loro percorso, e avranno imparato a a conservare questo cuore ancora così semplice e aperto alla vita, a tutte le sfaccettature della vita, credo che avremo raggiunto comunque il nostro obiettivo.