Il pinguino colorato

Ieri pomeriggio, il nostro secondogenito Francesco ha ricevuto per la prima volta il sacramento della Riconciliazione, in preparazione alla Prima Comunione dell’anno prossimo. Nel corso della celebrazione sono stati letti alcuni brani per aiutare la meditazione dei genitori, in attesa dei loro figli. A me è stato chiesto di leggere questo brano. Non sono riuscito a non vedere in questo, un piccolo dono del fratello maggiore ormai nato al cielo.

di Bruno Ferrero

Quando mise fuori la testa dall’uovo, fu accolto dalla felicità di tutti.
La comunità dei pinguini dell’Isola Azzurra si strinse intorno a Priscilla e Dagoberto, i suoi genitori, che avevano gli occhi luccicanti e non stavano più nel frac per l’orgoglio.
Perché Filippo era davvero un bel neonato di pinguino.
Aprì il becco ed emise un robusto vagito. Tutti i pinguini presenti applaudirono.
“È un ottimo segno!” disse lo zio Fortebecco.
“È impaziente di affrontare la vita”.
Filippo, in effetti, partì alla carica della vita con una gran dose di energia.
Appena le sue zampette furono abbastanza robuste, si allontanò dallo sguardo premuroso dei genitori per infilarsi fra i più discoli dei piccoli pinguini della comunità.
Erano tutti più anziani di lui, ma nessuno lo batteva in coraggio e temerarietà.

Fu Filippo il primo piccolo di pinguino che osò scivolare dalla punta del grande iceberg fino al mare, anche se poi non potè sedersi per due settimane a causa del bruciore sotto la coda.

Fu sempre Filippo, il coraggioso piccolo pinguino, che portò via la colazione all’enorme e spaventoso tricheco Baffodiferro.

Nella banda dei “pinguini irsuti”, chiamati così perché si rifiutavano sistematicamente di lasciarsi pettinare le piume del capo dalle loro mamme, Filippo divenne l’incontrastato boss.

“Perché sei sempre così agitato, Filippo mio?”, gli chiedeva la mamma, un po’ in ansia per quel figlio che cresceva così scapestrato.

Con gli amici, Dagoberto era sinceramente preoccupato:
“Quel monello ha bisogno di una bella strigliata!”
Così spesso, alla sera, Dagoberto, Priscilla e Filippo rappresentavano, senza volerlo, la versione pinguinesca del processo di Norimberga.
“E’ tutta colpa tua!”.
“No, tua!”.
“E’ colpa di Filippo!”.
La mamma piangeva, papà sbatteva la porta e Filippo gridava:
“Non ne posso più!”.

I colori della vita
Un giorno il pinguino Filippo se ne stava sdraiato su una roccia a picco sul mare ed osservava annoiato il formicolio dei pinguini della comunità.
Sembravano tutti felici; lui, invece si sentiva pieno di amarezza.
“Che barba! Un posto tutto bianco, grigio e nero. Dove nessuno si fa i fatti suoi… Deve pur esserci un paese colorato. Pieno di gente colorata. Potrei diventare anch’io pieno di colori… Non ne posso più di questa camicia bianca e di questo ridicolo frac!”
E, impulsivo com’era, si lasciò scivolare giù dalla roccia, si tuffò tra le onde e nuotò via dall’Isola Azzurra.

Approdò alla Terraferma.
Gli avevano sempre raccomandato di evitare il litorale. I pinguini si tenevano prudentemente alla larga dagli anfratti in ombra degli scogli, dove le onde infrangevano con violenza rabbiosa, e foche, piccoli cetacei e altri predatori si acquattavano per far strage degli imprudenti.

“Adesso sono libero e faccio come mi pare”, si disse Filippo.
Si arrampicò a fatica e si incamminò sulla spiaggia.
Un forte sbattere d’ali alle sue spalle lo mise in guardia. Un giovane cormorano aveva deciso di attaccarlo.
Ma Filippo era robusto e dotato di un becco forte e tagliente.
Lottarono per un po’, facendo volare piume da tutte le parti.
Filippo ci mise tutta la sua rabbia. Il cormorano cominciò a perdere sangue da una ferita alla gola e si spaventò. Si ritirò dal combattimento e volo via lamentandosi e imprecando.
“Aah!”, fece Filippo, gonfiando il petto con soddisfazione.
Alcune gocce di sangue del cormorano erano finite sulle sue piume bianche. Il pinguino guardò le macchie rosse e disse:
“Bene! Comincio ad essere colorato”.
Ondeggiando, ma più che mai risoluto a continuare la sua esplorazione, Filippo si inoltrò tra le rocce.
“Ehi, amico!!”, Una voce alle sue spalle lo fece voltare di scatto.
Era pronto di nuovo a combattere, ma di fronte si trovò solo un gabbiano giovane e inoffensivo.
“Ti ho visto sistemare il cormorano”, disse il gabbiano. “Sei un duro, tu”.
“Certo”, rispose Filippo.
“Ti invito a pranzo”, insinuò furbescamente il gabbiano.
“Che cosa vuoi dire?”.
“Andiamo a rubare le uova dai nidi delle rondini di mare, che ne dici? In due non oseranno farci niente”.
Fecero una scorpacciata di uova.
Le povere rondini di mare tentarono invano di difendere i loro nidi. I due briganti mulinavano ali e becchi.
Alla fine, Filippo si guardò il petto: era tutto macchiato dal giallo e arancione dei tuorli d’uovo.
“Altri colori!”, si disse. “Questa è vita”.
Dietro di lui, si sentiva solo il disperato pigolare delle rondini di mare, che piangevano i nidi e le uova distrutti.

Il grande salto
Si installò in una grotta di ghiaccio azzurra, e ne fece il suo covo.
Un gruppetto di gabbiani e perfino un’otaria con un occhio solo lo riconobbero come capo banda.
Le scorribande del gruppetto furono ben presto temute da tutti.
Filippo veniva chiamato semplicemente “Il pinguino colorato”. Infatti la sua elegante livrea bianca e nera era sparita sotto i segni delle imprese che aveva affrontato.
Oltre il rosso del sangue e il giallo delle uova rubate, c’erano tracce verdi, azzurre e anche ciuffi di pelo argentato, che gli erano rimasti attaccati dopo un’ epica lotta contro un Husky randagio.
Ma che serviva essere diventato davvero il primo pinguino a colori, se non poteva farsi ammirare dai suoi vecchi amici e dalla sua famiglia?
Il pensiero dell’Isola Azzurra prese a torturarlo.
Anche se non voleva ammettere, sentiva un bel po’ di nostalgia dell’allegra comunità dei pinguini.
“Avere una vita colorata non è proprio come me la immaginavo”, si diceva sempre più spesso.
Quella esistenza di fughe, attacchi, lotte e brigantaggio non gli piaceva più tanto.

Un mattino riprese la via del mare e tornò a casa
I primi pinguini dell’Isola Azzurra che incontrò erano dei piccoli che giocavano sulle lastre di ghiaccio galleggianti.
Appena lo videro si misero a strillare e scapparono gridando:
“Un mostro! Un mostro!”.
Gli adulti fecero largo al suo passaggio, ma non per fargli onore. Lo guardavano tutti con una sorta di ribrezzo.
“Ma perché? Idioti, sono io, non mi riconoscete?”, brontolava Filippo.
“Filippo, figliuolo, lo sapevo che saresti tornato”. La mamma naturalmente lo riconobbe, ma non osò abbracciarlo.
“Ma in che stato sei…”.
“Bentornato, Filippo”, gli disse anche il papà. Ma non lo toccò.
Le comari tutt’intorno borbottavano: “Che disgrazia! Poveri genitori…”.
Per la prima volta nella sua vita, a Filippo venne voglia di piangere.
Improvvisamente comprese che i suoi colori continuavano a tenerlo lontano; lo rendevano straniero alla comunità dell’Isola Azzurra.
Mentre lui, solo adesso, si accorgeva che soltanto lì poteva essere veramente felice.

Ma come si fa a tornare indietro?
“Papà”, chiese.
“Vorrei cancellare questi colori e ricominciare, se è possibile”.
Dragoberto esitò, poi guardò Filippo negli occhi e disse:
“C’è un mezzo solo: devi tuffarti dalla Grande Cascata. Laggiù l’acqua è così violenta e rapida che nessun colore può resistere. Ma è tremendamente rischioso. Ci vorrà il tuo coraggio. Te la senti di farlo?”.
“Si, papà”.
La voce si sparse in un attimo.
Nel giro di pochi minuti c’erano tutti, grandi e piccoli, intorno alla grande cascata.
Non riuscirono a trattenere un “Oh!” sincero quando in alto, dove il fiume precipitava in mare con un fragoroso boato, apparve Filippo. Sembrava così piccolo lassù.
Rimase un attimo fermo a concentrarsi, poi spiccò il salto.
Un salto stupendo, come se improvvisamente gli fossero spuntate le ali.
La corrente lo ghermì come un fuscello e lo scagliò violentemente nel mare ribollente e schiumante.
Il pinguino sparì nel vortice. Tutti trattennero il fiato.
Poi ad un tratto Filippo riemerse.
La forza stessa dell’acqua lo proiettò in alto e tutti videro che le sue piume erano diventate immacolate e che i colori erano scomparsi.
Allora esplosero in un festoso: “Urrà!”, che coprì perfino il tuonare dell’acqua.

Piccolo buon pastore

di Stefano Bataloni

A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme

Link alle letture della IV Domenica del Tempo di Pasqua

Hai seguito quelle orme, figlio mio: hai sopportato con pazienza la sofferenza durata tanti anni, a questo sei stato chiamato. E di certo questo è stato gradito davanti a Dio!

Eri bambino: quale peccato avevi commesso? Quale inganno poteva essere trovato sulla tua bocca?

Sei stato insultato ma non hai risposto. Sei stato maltrattato ma non hai minacciato vendetta. Come un bambino, ti sei affidato, a mamma e papà per primi e loro, per te, si sono affidati a Colui che giudica con giustizia.

Forse sì, hai portato nel tuo corpo i nostri peccati, li hai portati sul tuo letto di ospedale. E lo hai fatto, per Grazia di Dio, affinché noi non vivessimo più per il peccato ma per la giustizia. Le tue piaghe dovevano servire affinché noi fossimo guariti.

Tu, figlio mio, sei entrato nel recinto delle pecore dalla “porta”, come un piccolo buon pastore.

Io, che in questi giorni sono errante come pecora, che in questi giorni presto ascolto a ladri e briganti, io che mi lascio rubare il tempo e le energie, io che mi lascio uccidere e distruggere dai pensieri…fa che ascolti la tua voce, chiamami e conducimi fuori!

Cammina davanti a me, Filippo, così che io possa seguirti, così che io trovi pascolo, così che io abbia la vita e l’abbia in abbondanza.

 

Foto di Marco Orsuni

Parole di speranza per una mamma che ha perso la sua bambina

Copio questo articolo dal sito di Aleteia, un articolo commovente e profondamente vero, scritto da una mamma per un’altra mamma, per tutte le mamme. Credo proprio che non abbia bisogno di commenti.

di Paola Belletti

Ho visitato il suo blog, implorando me stessa di non essere indelicata, nemmeno per un istante, nemmeno con lo sguardo né coi pensieri. Pregavo che non fossero sciatti, o leggeri; o troppo grevi. Magari giudicanti. Segretamente sollevati?

Volevo essere ridotta quasi a niente per poter leggere, col rispetto dovuto, inchinandomi in silenzio al dolore della mamma, queste pagine. Questi byte, che sono invece lettere d’amore scritti con le lacrime e il sangue. Ho cercato di entrare in ginocchio per contemplare e com-patire nel senso più etimologico e umile che mi è possibile. Ho cercato di posare gli occhi piano, su racconti e immagini. Ho saputo della morte, e a causa di quella, della vita di questa bimba, “la piccola aliena”, dal sito del Corriere della Sera.

Francesca è la nipotina di Laura Pausini. Ed è proprio la zia, (questo credo sia per lei ora il titolo che si vuole le venga riconosciuto)  ad annunciare sui social che Francesca è deceduta.

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La mamma Roberta ha un blog. Si chiama Pianeta1P36. Come la malattia rara che ha vinto la breve vita di sua figlia. E lì, su quelle pagine pulite e ben scritte, ha accettato che noi, gli altri, guardassimo come in uno specchio, il suo dolore innamorato. Il suo cuore spezzato e fortissimo che ama – continua a farlo – la figlia nata con una grave patologia genetica.

Il post del 16 aprile 2017 è il saluto straziato eppure composto alla sua bella creaturina. Sono dieci capoversi. Sembra una breve filastrocca, senza rime. E, in fondo, senza una vera fine.

Come capisco, intuisco e temo, nella mia stessa carne, cosa la strugga così tanto! Quanto le manchino già i profumi, i suoni, i piccoli gesti che sua figlia sapeva fare. Quanto le manchi la sua presenza. Così fragile e potente. Così totalizzante. Che ha cambiato così tanto e così tanti.

Come la capisco. E tremo al pensiero… Sì. Si può perdere un figlio. E tra i dolori e le sofferenze. I suoi. E il tuo, di dolore. Che è dover assistere, consolare, accarezzare il suo. E lasciarglielo vivere. Attraversare. Sì, si può attraversare una terra così aspra e desolata. Sì. Si può finire sotto un cielo fatto di piombo. Buio e freddo. È così. Da che mondo è mondo. Da che madre è madre.

Quello che resta a me, soprattutto, dell’esperienza di questa mamma è il viaggio. L’idea, che lei, con una mirabile, profondissima intuizione ha reso come una favola, che la bimba venisse da un altro posto e che lì sia ritornata.

Credo che questa sua immagine, coltivata, arricchita nei mesi, nei brevi anni di lei con loro, fatti di visite, controlli, consulenze, ricoveri, corse in ambulanza, valigie imperfette, progressi, regressi, momenti di pericolo acuto e di tremolante normalità, di gioia per la seduta spaziale appena arrivata (…ora te lo dico, cara Roberta. Anche mio figlio all’asilo usa l’Abbraccio, la stessa seduta, anzi scusa lo stesso sistema posturale su base da interni che aveva la tua Francesca. E i suoi compagni la chiamano, da subito, la “sedia spaziale”) sia la custodia, lo scrigno, meglio, di un diadema, di un tesoro dal valore inestimabile.

L’ultima riga del saluto a Francesca, staccata dal penultimo paragrafo, se ne sta lì a dire una cosa potente e decisiva.

Se ne sta lì come una speranza intuita. Come un seme piantato che già butta germogli. Ed inizia con una delle mie sillabe preferite. Inizia con una congiunzione. Avversativa. Sì, si pone in faccia al resto. Sembra una sconfitta ed una resa ed invece ha il rumore della pietra che rotola via dal sepolcro.

Ma da oggi, purtroppo,  la nostra avventura terrena si ferma qui.  

Dice terrena. Non terrestre. Chissà che non sia un caso. Chissà che nemmeno la data sia stata un caso: è morta proprio il giorno di Pasqua che è il giorno in cui “morte e vita si sono affrontate in prodigioso duello” e ha vinto il Signore della vita, come recita la Sequenza pasquale, ogni volta riempiendomi di gioia.

Le auguro, anzi prego, che possa scoprirlo, se ancora non è così. E piano piano questa notizia, la più buona che sia mai corsa di bocca in bocca, da quando l’uomo esiste, possa rendere la mestizia del non avere più la figlia vicina quasi dolce. Almeno più lieve, perché certa.

Sì. Certa che quella bambina è bambina di Dio, innocente e ora salva, al sicuro. Ora è davvero tornata al suo vero pianeta. Che è anche il nostro. Lei ci ha messo meno di 36 mesi. Ad altri ne toccheranno un migliaio? Non importa, cambia poco, in sostanza. Siamo anche noi bambini. Anche da vecchi. Da morenti stiamo quasi per nascere, finalmente!

Cristo è veramente Risorto. Voglio dirlo a questa mamma. Voglio dirlo come posso.

Mi piacerebbe tanto, adesso, essere il post it giallo sul frigo che glielo ricorda, in mezzo alle altre cose.

Soprattutto ora. Soprattutto adesso che ha il dolente privilegio di avere vissuto una prova del genere che renderà difficile, forse impossibile, distrarsi dall’essenziale. Renderà urgente come respirare chiedersi e sapere che fine facciamo.

Ci sono storie e storie. Favole che leggiamo e storie che leggono noi. La storia di Gesù Cristo è vera. Ed è la sola notizia che dobbiamo lasciar correre ancora e di nuovo di bocca in bocca. Che passi per il mondo, tra padri e figli, tra tutte le madri che stanno sotto nuove croci, che passi e ricordi a tutti, uno per volta, che siamo figli e che nostro Padre è vicino. E che le pietre rotoleranno via.

Credo la Chiesa

di Anna Mazzitelli

“Credo la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica”.

Così dico tutte le domeniche e nelle feste comandate.

Ed è vero.
E quando la Chiesa si manifesta in modi così sorprendenti come è successo in questi giorni, mi viene una grande voglia di sorridere, di gioire malgrado le difficoltà.

E’ successo che ho ricevuto la mail di una persona che mi raccontava di avere il figlio, 6 anni, malato di leucemia. Mi si è straziato il cuore, le ho dato il mio numero, ci siamo messaggiate un po’, poi ci siamo sentite per telefono e raccontate un po’ di noi.

Discorsi da “mamme di ospedale”, discorsi che non facevo da tempo, ricordi, sensazioni condivise, paure, speranze, preghiere… spero di aver dato a questa mamma un poco di aiuto, sicuramente le ho assicurato, e lo ribadisco adesso, se dovesse leggermi, la mia preghiera e la mia presenza per qualsiasi cosa possa fare per lei.

Poi ho pensato che c’è poco da fare di “pratico”, oltre starla a sentire se ha voglia di parlare, farla sfogare, ascoltare e accompagnarla in questo viaggio che è la terapia di suo figlio.

Ma pregare posso, e posso anche chiedere ad altri di farlo.

Così ho sentito, nel giro di due giorni, tre persone, alle quali ho affidato questo bambino, e sorprendentemente tutte e tre mi hanno detto che già conoscevano la sua situazione, perché già qualcun altro aveva chiesto loro di pregare per lui.

Una di queste persone è Chiara, la mamma di Giacomo, e assieme abbiamo deciso di dare il tormento ai nostri bambini in cielo per farli smuovere a stare vicino a questo bimbo in questo momento così difficile.

Un’altra richiesta l’ho fatta alla mia insegnante di novene, la mia digiunatrice preferita, alla quale ho chiesto, appunto, di digiunare per lui, e lei, che già lo faceva e conosceva la situazione, saprà bene a chi altro passare il testimone visto che è la madrina di una compagnia di oranti diffusi in mezzo mondo.

La Chiesa, che famiglia straordinaria, in cui non serve dare dettagli ma basta chiedere una preghiera e si scatena un’onda che risuona in Paradiso!

Tutte una più scalcinata dell’altra, io per prima, ma che differenza fa, non serve essere sante per chiedere alla nostra Mamma celeste di guardare uno dei suoi figli con un occhio di riguardo, così come non serve che i nostri figli si siano comportati in maniera angelica per dir di sì quando ci chiedono una coccola o un pezzo di cioccolata.

Questa appartenenza mi commuove, e mi rassicura, mi fa sentire in compagnia, mi testimonia che non siamo solo una somma di persone, ma c’è qualcosa di superiore e straordinario che emerge e che tesse trame, incrocia storie, dirige passi e azioni, indirizza incontri, risponde alla nostra sete di Bene.

Pregate, chi passa di qui e legge, preghi con noi.
Grazie.

Storie di mamme

Qualche giorno fa mi ha scritto una mamma. Mi ha raccontato di essersi imbattuta per caso nel nostro blog e di aver conosciuto la storia di Filippo, e poi mi ha raccontato la sua.

Mi ha detto di aver scritto un libro che la racconta, e poiché è una storia di Fede, di conversione e di Grazia, le ho chiesto di scrivere qualcosa da pubblicare sul nostro blog.

Il libro che ha scritto non ha trovato una casa editrice che credesse in lui, ma io, che me lo sono fatto mandare e che l’ho letto tutto d’un fiato, l’ho trovato commovente, quindi ho deciso di dargli spazio almeno qui, nella nostra casetta virtuale, perché penso, come la sua autrice, che sia un libro che può dare speranza, e che, a parte i dettagli della difficoltà in cui si è trovata lei, e ci troviamo noi, giornalmente, racconta la storia di tutti noi, quando veniamo acchiappati con mano forte dal Signore che non permette che ci lasciamo andare, e ci dona speranza.

Quindi di seguito le cose che ha scritto Stella per Piovonomiracoli, e in fondo il suo indirizzo mail, perché generosamente e gratuitamente lei desidera mandare il suo libro a chiunque possa averne bisogno, e possa trovarvi un appiglio per ricominciare a vivere con una Luce nuova, con un cuore nuovo.

di Maria Stella Barone

Quante storie s’incontrano navigando sul web, ma in mezzo a questo grande guazzabuglio di vita, ogni tanto s’incontra qualcosa per cui vale la pena sospendere la propria ricerca e entrare, quasi in punta di piedi, per  leggere cio’che inizialmente ti colpisce solo per il nome.

“Piovono miracoli”… che strano titolo pensai, quando cercando tra i tanti blog mi imbattei proprio su questo, e un po’ perché credo nei miracoli, un po’ perché un miracolo l’ho avuto anch’io, questo titolo mi stuzzico’ al punto di entrarvi e leggere.

Lessi tutto d’un fiato la storia di un bimbo, Filippo, il bimbo a cui e’dedicato il blog, un bimbo che non si sa per quale misterioso disegno divino, doveva con la sua breve vita insegnare tanto non soltanto ai suoi genitori, ma a tutti quelli che hanno avuto la grazia di conoscerlo personalmente e a quelli che proprio attraverso il racconto della sua mamma e del suo papà avrebbero imparato a volergli bene.

Che bello, pensai, finalmente un blog che parla della vita, sì proprio così, perché Filippo esiste ancora e non solo nei ricordi di chi lo ama, ma vive in QUEL LUOGO meraviglioso, al riparo da ogni male e malattia, quel luogo dove tutti un giorno ritorneremo a vivere e ad incontrarci: Il Cuore di Dio.
E visto che questo blog parla di miracoli, di bimbi,di vita… ho voluto entrare e fermarmi per raccontare un po’ la mia storia che sa di bimbo, di vita, di miracoli.

Io sono solo una mamma, una mamma come tante, una mamma a cui però il Signore ha voluto dare una missione particolare: quella di affidargli un suo figlio speciale.

Otto anni fa infatti è nato il mio terzo bimbo ed è nato… con un cromosoma in più.

Io sono una persona molto credente e la mia fede è una fede molto profonda, ancorata non su passive tradizioni culturali ma sull’incontro vivo con UNA PERSONA, eppure quel cromosoma in più di mio figlio ebbe inizialmente la forza di lasciarmi attonita, sconvolta, travolta dal dolore più acerbo… non c’era disperazione in me, e questo grazie alla fede, ma la fede… non toglie il dolore, ed io l’ho sentito proprio tutto, il mio era un dolore forte, tagliente, quasi fisico che non mi faceva più vivere, mi aveva tolto la speranza, aveva spento in me i colori, nulla poteva essere ormai come prima per me, ormai ogni cosa era stata segnata per sempre da quel nove luglio, il giorno della nascita di Emanuele, il mio bimbo, ed io morivo ogni giorno di più…

A nulla valsero le parole confortanti di chi mi stava intorno e a cui io avevo confidato il mio dolore, a chi preso da una profonda pietas umana cercava, vedendo la mia profonda prostrazione, di alleggerire la mia pena con un sorriso, una parola di conforto, ma nessuno può capirti se non prova nel cuore ciò che provi tu… è come quando ti dicono che il fuoco brucia, è solo bruciandosi che si capisce l’intensità del suo calore… bruciandoti fai esperienza del fuoco…
Poi, esattamente 50 giorni dopo, 50 giorni di dolore, 50 giorni di morte, anch’io ebbi la mia Pentecoste.
Il Signore prese tra le Sue sante mani il mio povero cuore inaridito e lo risanò e piano piano e a poco a poco la linfa vitale iniziò a rifluire in esso facendolo tornare in vita e facendomi capire che io avrei dovuto amare quel bambino per ciò che era: semplicemente mio figlio.
Ecco, silenziosamente, così come accadono i più grandi miracoli della vita, era avvenuto un altro grande miracolo, quello della mia guarigione dell’anima.
Iniziai a guardarmi intorno, a prendermi cura del mio bambino, che fino allora avevo pure trascurato, tanto ero chiusa nel mio dolore, a capire che il Signore mi aveva fatto un grande dono: mi aveva donato Emanuele e con lui la missione di dire a tutte le mamme che come me soffrono ciò che soffrii io per 50 giorni che… se avessero detto il loro sì a LUI, così come anni addietro aveva detto si COLEI da cui è discesa la SALVEZZA, allora sarebbe stato proprio LUI a prendersi cura dei loro bimbi speciali, così come sta facendo con me, e siccome LUI fa nuove tutte le cose e riesce a trarre il bene dal male, riuscirà ad asciugare le lacrime dai nostri volti e a donarci un cuore capace di vedere “oltre”, di capire “oltre”, di darci quella capacità di uscire fuori da noi stesse per darsi agli altri, quegli altri che ancora non sono riusciti a superare il proprio dolore… Questo è un altro miracolo che solo LUI può fare…

E così, per aiutare gli altri, decisi di scrivere un libro, un libro che racconta la storia d’amore tra una mamma e il suo bambino, tra me ed Emanuele, un libro che serve a far capire che la sindrome non è una maledizione, ma forse è un’occasione in più che la Vita ci offre per capire ciò che veramente vale, e per far capire agli altri che la disabilità spesso è solo negli occhi ma sopratutto nel cuore di chi non riesce ad andare “oltre”…

LA GIOIA DI ESSERTI MADRE (Confessione d’amore di una mamma al suo bimbo “nato” down), ecco il titolo del mio libro e la parola “down” è proprio virgolettata per mettere in evidenza che Emy è solamente “nato” con la sindrome, ma che lui con la sua spontaneità, con i suoi limiti, con la sua capacità di dare un infinito amore è riuscito a sconfiggerla per sempre, facendomi sentire una donna e madre pienamente felice e realizzata in un mondo dove, a volte, si dà peso più all’apparenza che all’essenza…

Stella,
uncantodilode@gmail.com

Ritornato bellissimo

di Anna Mazzitelli

Questo post, scritto un po’ di fretta prima di uscire per andare alla Veglia Pasquale, è dedicato a Giovanna.

Non so nemmeno se lo leggerà, ma io devo scrivere queste parole, per lei e per me.

Qualcuno dirà che sono capocciona perché sono del segno del toro, qualcuno che sono orgogliosa, sicuramente ho un caratteraccio e mi segno tutto, soprattutto le risposte non date, ed è per questo che oggi voglio dare a Giovanna una risposta che ho nel cuore da due anni e mezzo, e che non le ho dato al momento giusto, ma che continua a venirmi in mente, e ieri, durante la liturgia della croce, con prepotenza si è stampata nella mia testa, come a voler significare che era venuto il momento di tirarla fuori.

Qualche anno fa morì una bambina che noi conoscevamo, e che era in cura con Filippo ed Emma al San Camillo. Giovanna era (è) amica della sua mamma, e si parlarono appena dopo l’accaduto. La mamma di questa piccolina le raccontava che avevano riportato a casa A. per pochi giorni, dopo il tentativo del trapianto di midollo, che però non era andato molto bene, e la malattia già imperversava. Quel tornare a casa era stato un dono, una vera Grazia, diceva la mamma di A., perché la piccola aveva potuto passare le sue ultime ore in famiglia.
Dopo essere morta, aggiungeva, era finalmente tornata bellissima. La malattia, le medicine, il cortisone, il trapianto, l’avevano sfigurata, ma una volta morta A. aveva ripreso le sue fattezze, era tornata la bambina stupenda che era stata.

Questo racconto mi colpì tanto, e credo che colpì anche Giovanna, la quale, la sera prima della morte di Filippo venne a trovarci e lo vide, agonizzante, nel letto.

Il giorno dopo, quando Filippo era morto, parlai al telefono con Giovanna, la quale, riferendosi a quanto le aveva raccontato la mamma di A., mi chiese: “Ma Filippo non è ritornato bellissimo?”.

Io capii cosa volesse dire, e le risposi di no.
Filippo era gonfio di cortisone, sofferente e rigido. Una delle ultime cose che disse in quella settimana, nella nostra settimana santa, fu: “Mi sono immobilizzato”. Non riusciva più a muoversi.
Inoltre Giovanna mi faceva quella domanda perché Emma aveva detto che voleva venire a casa a vedere Filippo, e quindi voleva capire cosa doveva aspettarsi e come avrebbe dovuto preparare sua figlia.

Mentre pronunciavo la mia risposta, però, un’altra frase saliva dal mio cuore, e mi dispiace di aver aspettato due anni e mezzo per tirarla fuori, ma è quello che ho pensato in quel momento ed è quello che penso ancora. Ed è quello che ho vissuto ieri sera, in chiesa, guardando il nostro crocifisso a grandezza naturale messo in mezzo alla navata per essere adorato.

Filippo non era mai stato più bello.

Questo è quello che avrei voluto dire a Giovanna.

E quel Cristo pieno di sangue, tumefatto, ansimante, in fin di vita, me lo conferma.
Anche Lui non era mai stato così bello.

Santa Pasqua, Giovanna.
Santa Pasqua a tutti.

Venerdì Santo 2017

Immaginieparole

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Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Davanti a te ci si copre il volto
tanto il tuo era sfigurato!
Dall’orrore di sangue rappreso.
Dalla sofferenza d’infame condanna.

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Morte in un grido al Cielo dal duro legno,
poi il silenzio…
Silenzio del Tempo e del Mondo.
Silenzio inudito e inaudito!
Silenzio d’attonita attesa rotto dal tuono.

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Sacrificio d’amore e d’obbedienza.
Tu la Vita, piegato alla morte.
Tu il Re, coronato di spine.
Tu l’Onnipotente,
trafitto e inchiodato a una croce

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Ma né il sepolcro, né la morte
potranno trattenerti…


Foto (e testo) ©…

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