Il buio e la volpe

Il cielo di novembre è da sempre il mio preferito. Non è vero che questo mese abbia sempre portato solo cose brutte e tristi.

Ad esempio questa sera, uscendo dall’ufficio per tornare a casa, ho assistito ad un vero spettacolo: il cielo era nero fin quasi all’orizzonte e rosso subito sotto, a formare una striscia brillante delimitata in alto dalle nuvole e in basso dalla terraferma. Un tramonto di quelli che è possibile ammirare solo in questo periodo dell’anno.
Le nuvole scure sembravano voler nascondere e contenere quella luce, ma la luce era molto intensa e colorava parte delle nuvole stesse.

Erano giorni che non vedevo un cielo così.
Erano giorni che la mia vita era buia: i problemi e la fatica di ogni giorno, il lavoro che non è un granché, i ricordi dolorosi e allo stesso tempo densi di fiducia e speranza che in questo periodo ritornano alla mente.

All’ultimo, proprio come il tramonto di una giornata brutta di novembre arriva  una luce, laggiù in fondo, e tutto cambia.
Ho fatto esperienza di questo contrasto e di questa liberazione tante volte in passato. In tutti i casi, ricordo, ad illuminare il buio è sempre stato un gesto di amore da parte di qualcuno nei miei confronti.
Che sia stato un piatto di spaghetti alla bottarga, arrivato a tarda sera di un giorno in cui non hai mai messo il naso fuori da quella stanza di ospedale e l’unico odore che hai percepito era quello dei disinfettanti.
Oppure saranno stati quegli amici che, dalla sera alla mattina, si sono presi la tua macchina, carica di bagagli e hanno trasferito mezza casa e mezza famiglia al mare, mentre tu saltavi su un treno, diretto a Milano per un consulto medico.

Oppure anche quell’amica che attraversa la città, quando tutti sono a casa e non si azzardano ad uscire perché la neve ha intasato le strade, solo per darti un abbraccio in uno dei momenti più duri della tua vita.

Non era solo gentilezza, non era solo buona educazione o grande sensibilità, no: era il colpire nel centro il bersaglio della tua fatica, era il medicare la ferita proprio dove era più profonda…era proprio quel gesto di amore gratuito di cui solo una creatura di Dio come l’uomo è capace, e che con un raggio di luce, in un attimo, spazza via le nubi scure che incombono sulla tua vita.

Il raggio di luce di oggi l’ha portato un’amica, rimasta sempre fedele negli anni, vicina quanto basta per essere presente quando serviva ma non troppo da soffocarmi; e l’ha portato con un gesto semplice, forse costato pochi minuti del suo tempo: ha riempito i miei occhi con le immagini di una volpe.

Eh sì, proprio quell’animale che ho conosciuto così bene, che un tempo tappezzava le pareti, che imponeva lo stile degli indumenti da indossare, che riempiva le storie che si raccontavano.

Mancava da tempo la volpe nei miei occhi. Oggi è tornata e il buio si è dissolto.

Annunci

Infinitamente di più

Filippo è stato il nostro primo figlio, lo abbiamo atteso per due anni. Alla nascita era un bambino grande e forte. I suoi primi due anni furono per noi il coronamento perfetto di un sogno; lui incarnava tutte le nostre aspettative di genitori.

L’esordio della sua leucemia ci fece imboccare il nostro sentiero di ritorno: una strada che si percorre con tristezza, con un senso di sconfitta. Non era il nostro primo sentiero di ritorno ma era il più faticoso, forse il più faticoso che un uomo possa percorrere, quello che ci ha portato a domandarci che senso avrebbe avuto la nostra vita se non ci fosse stato Filippo.

Ci è stata donata, però, la forza di non subire semplicemente quello che stavamo vivendo, ci è stata donata la forza di metterci in ascolto: quello che stavamo vivendo aveva qualcosa da dirci, su di noi. La malattia di Filippo ha iniziato a spogliarci, ci ha mostrato quanto effimere fossero le cose su cui avevamo fatto affidamento fino ad allora e ci ha mostrato quale era la nostra parte più preziosa: abbiamo fatto un’esperienza di autenticità.

Ci è stata donata la Grazia di capire che Filippo non era la sua malattia, era nostro figlio malato, di capire che noi non saremmo stati meno genitori anche se quella malattia ci avesse tolto nostro figlio: deboli eravamo, deboli saremmo rimasti.

Abbiamo accolto la Grazia di saper obbedire, di ascoltare veramente, e in questo ci siamo ritrovati liberi, liberi dalla paura, dalla delusione, dalla tristezza, dalla morte.

Qualcuno ha dato significato a quello che stavamo vivendo. Qualcuno ha ricollegato tutte le nostre esperienze e le ha riempite di significato. Qualcuno ha trasformato la nostra acqua sporca, le nostre debolezze, le nostre paure, il nostro dolore in vino, un vino buono. Qualcuno ha spezzato le nostre certezze e le ha rese nutrimento per noi; non ha tolto la malattia di Filippo ma l’ha resa cibo per noi. Qualcuno ci ha fatto capire che si può vincere anche perdendo. Lasciandoci scavare dalla Sua grazia, proprio lì dove eravamo, proprio nella malattia di nostro figlio, la paura ci ha lasciati e abbiamo trovato la letizia e, speriamo, la salvezza.

Qualcuno, attraverso Filippo, attraverso la sua malattia, ha ascoltato le nostre preghiere di madre e di padre e non si è limitato ad assecondarle, ci ha donato infinitamente di più.

Ma abbiamo tutti dei sentieri di ritorno da percorrere.

 

Nel terzo anniversario della nascita al cielo di Filippo abbiamo organizzato un evento presso la nostra Parrocchia di Roma. Come sempre non sarà una celebrazione di noi, di nostro figlio o della nostra storia.

Dopo aver affrontato, con l’aiuto di Andrea Monda, i temi della domanda, del dolore e della speranza che nascono dalla perdita di un figlio,  e dopo esserci lasciati accompagnare da Silvana De Mari nel mondo delle fiabe e del fantasy in cui si nascondono il tema della morte e della sofferenza dei bambini, tenteremo quest’anno di raccontare quanto “infinitamente di più” si nasconde alla fine dei “sentieri di ritorno” che ognuno di noi prima o poi si trova a percorrere.

Ci faremo aiutare da un’ospite di eccezione, uno scrittore affermato, un filosofo, un docente universitario ma soprattutto un sacerdote: don Luigi Maria Epicoco; questo evento trae spunto dal suo libro “Solo i Malati Guariscono” nel quale io e Anna abbiamo ritrovato una autentica e profonda chiave di lettura della nostra esperienza con la malattia e la morte di Filippo.

Accanto a noi ci sarà poi il nostro caro amico giornalista Massimiliano Coccia.

L’appuntamento per tutti voi è per sabato 25 novembre 2017, alle ore 16:30, presso il Teatro De Rossi in via Cesare Baronio, 127 – Roma (Zona Appio Latino – Furio Camillo). Per chi vorrà, alle 18:30 ricorderemo Filippo nella Santa Messa.

Per chi non potrà partecipare, come sempre, sarà per noi un dono grande avervi vicini nella preghiera in quel pomeriggio.

Anna e Stefano

Infinitamente di più – Locandina

 

L’inganno

di Stefano Bataloni

Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Amico caro, che anche tu, hai una croce grande da portare nella tua vita, sono certo che avrai ascoltato o letto tante volte questo brano della Bibbia.

Ti starai domandando perché sono qui a riproportelo. Il motivo è che alcuni giorni fa, con l’aiuto di un bravo sacerdote, ho riflettuto a fondo su queste parole del libro della Genesi e ho capito che anche tu, come me, hai commesso lo stesso errore di Eva.

Lo so, quando tuo figlio si è ammalato ti sarai chiesto tante volte: perché non guarisce? Perché i medici hanno scelto quella terapia e non un’altra, e perché quei farmaci non stanno funzionando? Staremo facendo tutto il possibile? E’ un bambino, perché deve patire tutto quel dolore? Perché quel cancro doveva colpire proprio lui? Perché non può avere una vita come quella degli altri bambini?

E quando poi è salito al Cielo ti sarai chiesto: dove sarà lui ora? Come farò a vivere senza di lui? Lo rivedrò un giorno?

Domande che sono tornate spesso perché in fondo c’era la tua voglia di comprendere, il desiderio tutto umano di provare a far entrare nella testa il dramma della malattia e della morte di tuo figlio.

Il fatto è, ora l’ho capito, che tu, come Eva e come me, per soddisfare quel desiderio ti sei messo a discutere con “il più astuto di tutti gli animali selvatici” e non ti sei accorto che quelle domande, nella tua testa, le aveva pronunciate lui.

Ti sei sentito come messo in un angolo, come se ci fosse qualcuno che ha una risposta a quelle domande ma te la vuole tenere nascosta, come se fossi tu l’unico, il solo al mondo, a non sapere che si possa trovare una risposta logica a tutto. E allora hai provato a difenderti, come potevi. Hai cominciato a trovare una giustificazione razionale a quella tua voglia di capire, hai magari pensato di essere in grado di contenerla e di controllarla senza incorrere in chissà quali conseguenze. Non hai pensato a dove ti avrebbe condotto il cercare in tutti i modi di soddisfare quel desiderio.

Ti sei lasciato ingannare, hai creduto che cercare di darti delle risposte non ti avrebbe fatto morire. Non avrai hai trovato nessuno accanto a te che ti mettesse in guardia dal percorrere una strada pericolosa, che ti dicesse con amore che le conseguenze di quella ricerca ossessiva ti avrebbero distrutto.  Hai ceduto, ad un certo punto hai mangiato quel frutto: sarà stato un dettaglio della sua malattia che prima non conoscevi, la proposta di una terapia alternativa, un evento a cui ricondurre la causa di quel cancro…qualcosa che ad un tratto è diventato appetibile e desiderabile, qualcosa che sembrava potesse alleviare il tuo dolore, qualcosa che avrebbe fatto luce su ogni mistero. Sarà stato come se i tuoi occhi si fossero finalmente aperti. Ti sei sentito nudo e fragile, come se ti fosse sempre mancato qualcosa, fino ad ora, e hai cominciato ad arrovellarti, hai cominciato a costruire castelli di ragionamenti e a intrecciare pensieri con pensieri, solo con te stesso. Senza rendertene conto, mangiando quel frutto, hai perso il contatto con la realtà, ti sei appartato con te stesso: al centro della tua esistenza non c’era più la tua vita, quella di tuo figlio, la sua malattia; al centro della tua esistenza c’era solo la ricerca di risposte, l’ansia di comprendere tutto. Dalla voglia di comprendere sei passato alla pretesa di comprendere.

Ma cosa avresti potuto comprendere di quello che ti stava accadendo: cosa è bene e cosa è male? No, tu hai preteso di dover comprendere tutto, ogni singolo dettaglio. Forse ti sarai pure convinto che saresti riuscito a risolvere ogni problema con le tue sole forze, una volta compreso tutto.

Non ti sei fermato a domandarti: ma chi è in grado di comprendere tutto? Chi è in grado di vedere ogni situazione da ogni possibile punto di vista? Chi è in grado di provare ogni possibile sensazione di ogni persona coinvolta nella tua storia. Tu forse?

Sei stato in grado di vedere le cose dal punto di vista di un medico, per fare diversamente da lui? Sei stato in grado di sentire perfettamente il dolore che provava tuo figlio come fosse stato il tuo? Perfino per quanto riguarda te stesso, sei stato in grado di fare o dire sempre la cosa giusta in ogni momento?

Davvero credi che tutto sarebbe potuto essere sotto il tuo controllo, nella tua testa, così da poterlo studiare, analizzare e poter dire: “ho capito tutto, ora troverò pace”? Potrai forse aver trovato qualche piccola risposta qua e là, un barlume ogni tanto, ma sarà rimasto sempre e comunque il buio su gran parte del quadro.

E ogni volta che avrai udito una parola strana da parte di un medico o un infermiere o avrai letto il referto di un esame o avrai guardato a quella sua stanza vuota, ogni volta che la realtà si è ripresentata in tutta la sua durezza, ecco , ecco che la tua capacità di comprendere tutto svaniva nel nulla e tornava la paura.

Amico mio, guarda dove sei ora: hai mangiato “dell’albero del bene e del male”, vivi i tuoi giorni consumandoti nel pretendere una spiegazione alla malattia e alla morte di tuo figlio e ti sei completamente dimenticato dell’albero della vita che era stato posto proprio al centro del tuo giardino: dov’è la tua vita ora?

Non hai trovato risposta a tutte le tue domande. Inganni forse il tuo dolore con facili espedienti: una pianta nuova ogni settimana sulla sua tomba, pulisci e metti in ordine la sua cameretta o le sue cose ogni giorno…o magari hai trovato qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa di tutto. Ma in fondo hai solo smesso di vivere, hai smesso di nutrirti della vita.

Cosa c’è di male a vivere senza poter dare delle risposte al tuo dolore? Davvero credi sia impossibile vivere senza avere tutte le risposte? Quello, invece, è esattamente il confine che ti dice chi sei: sei un uomo, fatto per vivere ma non per capire ogni cosa. Quel confine non è posto lì per farti un dispetto, non è posto lì per farti sentire incompleto e incapace. Quel confine è posto lì per difenderti, perché quando vorrai a tutti i costi varcarlo, perderai la vita.

Non devi disprezzarti perché riconosci di avere questo limite: nessuna creatura è più grande del suo creatore e io e te siamo delle creature, Sue creature; a Sua immagine e somiglianza ma Sue creature. Alle tue domande non c’è risposta che tu possa comprendere. Solo Dio può comprendere, solo Lui può tenere tutto nel palmo della Sua mano.

Se non smetterai di rifiutare quel limite, se non abbandonerai la pretesa di trovare soddisfazione a tutte le tue domande camminerai sul ventre e mangerai polvere ogni giorno della tua vita, proprio come il più astuto tra tutti gli animali selvatici, i tuoi dolori si moltiplicheranno, mangerai spine e cardi fino a che non ritornerai polvere.

Torna a vivere, amico mio! L’albero della vita, al centro del tuo giardino, è carico di frutti. Ritrovati nudo e fragile, amico mio, ma senza paura, come un bambino, come in origine sei stato creato. Confida nel fatto che Qualcuno si prenderà cura di te.

Filippo 11

Cari amici,

venerdì prossimo sarà di nuovo il 2 giugno e saranno trascorsi 11 anni dal giorno in cui Filippo venne alla luce.

Diversamente dagli scorsi anni, non ci sentiamo di organizzare alcun evento particolare. Vorremmo dedicare il prossimo fine settimana al riposo, nella nostra casa in montagna, e alla preghiera.

Siete ancora in tanti a seguirci e a tutti voi, in occasione di questo compleanno di Filippo, che da dove si trova certamente festeggerà con noi, chiediamo di fare una cosa semplice ma che sappiamo essere la più importante: partecipare alla Santa Messa e pregare per le sue 7 intenzioni, che qui sotto riporto. Noi affideremo a Filippo tutti voi, i vostri cari e le vostre intenzioni.

Grazie

Anna e Stefano

  1. Per tutti i bambini malati, che il Signore doni sollievo alle loro sofferenze e doni conforto e speranza alle loro famiglie
  2. Per tutti i nonni, che il Signore li custodisca e li sostenga
  3. Per Francesco e Giovanni, che Gesù li protegga sempre
  4. Per mamma e papà, perché siano sempre uniti e si vogliano sempre bene
  5. Per le persone che non credono, perché siano illuminate dalla Grazia e trovino Dio
  6. Per le coppie che non riescono ad avere bambini, perché possano averli, o, in alternativa, riescano ad aprirsi alla vita in altri modi e si sentano comunque genitori
  7. Per i bambini nelle pance, quelli che hanno dei problemi, che rischiano di non sopravvivere, e quelli che sono rifiutati dai loro stessi genitori, affinché il Signore li protegga, li guarisca e li salvi.

I turpi monatti

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono piú forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete.” Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: “promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.”
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, piú per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: “addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri.” Poi voltatasi di nuovo al monatto, “voi,” disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.”
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina piú piccola, viva, ma coi segni della morte in volto.

Ho riletto questo meraviglioso brano tratto dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni senza riuscire a trattenere le lacrime ad ogni parola. E’ tornato alla mia attenzione proprio in questi giorni e mi rendo conto solo ora che, per mia colpa e ignoranza, per troppo tempo ha tardato ad essere riportato in questo blog, tanto accuratamente e vividamente descrive alcuni dei ricordi più cari dell’esperienza vissuta con mio figlio Filippo.

Erano trascorse poche ore da quando la sua anima aveva lasciato il suo corpo; era pomeriggio, bisognava cambiare la biancheria del letto e “ricomporre” quel corpo. I miei occhi portavano il segno delle tante lacrime versate la mattina; il dolore era profondo ma, in un modo che non so spiegare bene, era pacato. Ero “presente a sentirlo”, quel dolore: era lì, grande, ma non travolgente, non era un dolore fuori controllo.

Fu allora che presi in braccio quel mio bambino di quasi “nov’anni”, morto. Era pesantissimo, perché gonfio di acqua e di cortisone. Lo strinsi a me, lo baciai. Lo tenni stretto, sapendo che quella sarebbe stata l’ultima volta.

E poi lo riposi sul suo letto appena rifatto. Lo vestimmo, con la maglietta al contrario, come lui pretendeva di averla indosso perché non amava si vedessero le scritte e i disegni. Finalmente era vestito, pulito e “accomodato”, “adornato per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio”.

Ricordo soprattutto i tanti “monatti” che lo hanno curato, accudito e alla fine accompagnato. Il sentire comune li percepisce “turpi”, vedendoli nei loro abiti da lavoro e con i loro strumenti in mano che rimandano alla malattia e alla morte. Ma io ricordo la loro generosità, la loro premura, la loro sollecitudine, la loro determinazione, la loro competenza e, alla fine, il loro rispetto e il loro ossequio nei miei confronti.

Li ricordo soggiogati dal mio dolore e dalla sofferenza che viveva mio figlio. Non li ricordo affaccendati solo per la loro ricompensa. In mezzo a “tante miserie”, che si vedono ogni giorno, a cominciare dalle mie, in loro ho visto la pietà, non più “stracca” e “ammortita” ma viva. In quei “monatti” ho visto quella spinta che ci fa andare oltre noi stessi e il nostro spirito di autoconservazione, che inevitabilmente di fronte alla malattia grave, tanto più quella che colpisce un bambino, ci induce alla difesa. In loro, invece, c’era pietà, sostenuta da uno sguardo gettato oltre la morte e che non può essere generata se non dalla consapevolezza profonda che siamo tutti figli di un unico atto creativo. La più grande commozione e la più profonda gratitudine l’ho provata proprio in occasione di qualche loro semplice parola o di qualche loro ordinario gesto.

Come ha scritto l’amica che mi ha portato a rileggere queste parole del Manzoni, “vale la pena di credere negli uomini”, anche se sembrano turpi monatti. E sono certo che quando verso sera passeranno a prendermi, non mi leveranno un filo d’intorno, né lasceranno che altri ardiscano di farlo, e mi metteranno sotto terra così…

 

Il pinguino colorato

Ieri pomeriggio, il nostro secondogenito Francesco ha ricevuto per la prima volta il sacramento della Riconciliazione, in preparazione alla Prima Comunione dell’anno prossimo. Nel corso della celebrazione sono stati letti alcuni brani per aiutare la meditazione dei genitori, in attesa dei loro figli. A me è stato chiesto di leggere questo brano. Non sono riuscito a non vedere in questo, un piccolo dono del fratello maggiore ormai nato al cielo.

di Bruno Ferrero

Quando mise fuori la testa dall’uovo, fu accolto dalla felicità di tutti.
La comunità dei pinguini dell’Isola Azzurra si strinse intorno a Priscilla e Dagoberto, i suoi genitori, che avevano gli occhi luccicanti e non stavano più nel frac per l’orgoglio.
Perché Filippo era davvero un bel neonato di pinguino.
Aprì il becco ed emise un robusto vagito. Tutti i pinguini presenti applaudirono.
“È un ottimo segno!” disse lo zio Fortebecco.
“È impaziente di affrontare la vita”.
Filippo, in effetti, partì alla carica della vita con una gran dose di energia.
Appena le sue zampette furono abbastanza robuste, si allontanò dallo sguardo premuroso dei genitori per infilarsi fra i più discoli dei piccoli pinguini della comunità.
Erano tutti più anziani di lui, ma nessuno lo batteva in coraggio e temerarietà.

Fu Filippo il primo piccolo di pinguino che osò scivolare dalla punta del grande iceberg fino al mare, anche se poi non potè sedersi per due settimane a causa del bruciore sotto la coda.

Fu sempre Filippo, il coraggioso piccolo pinguino, che portò via la colazione all’enorme e spaventoso tricheco Baffodiferro.

Nella banda dei “pinguini irsuti”, chiamati così perché si rifiutavano sistematicamente di lasciarsi pettinare le piume del capo dalle loro mamme, Filippo divenne l’incontrastato boss.

“Perché sei sempre così agitato, Filippo mio?”, gli chiedeva la mamma, un po’ in ansia per quel figlio che cresceva così scapestrato.

Con gli amici, Dagoberto era sinceramente preoccupato:
“Quel monello ha bisogno di una bella strigliata!”
Così spesso, alla sera, Dagoberto, Priscilla e Filippo rappresentavano, senza volerlo, la versione pinguinesca del processo di Norimberga.
“E’ tutta colpa tua!”.
“No, tua!”.
“E’ colpa di Filippo!”.
La mamma piangeva, papà sbatteva la porta e Filippo gridava:
“Non ne posso più!”.

I colori della vita
Un giorno il pinguino Filippo se ne stava sdraiato su una roccia a picco sul mare ed osservava annoiato il formicolio dei pinguini della comunità.
Sembravano tutti felici; lui, invece si sentiva pieno di amarezza.
“Che barba! Un posto tutto bianco, grigio e nero. Dove nessuno si fa i fatti suoi… Deve pur esserci un paese colorato. Pieno di gente colorata. Potrei diventare anch’io pieno di colori… Non ne posso più di questa camicia bianca e di questo ridicolo frac!”
E, impulsivo com’era, si lasciò scivolare giù dalla roccia, si tuffò tra le onde e nuotò via dall’Isola Azzurra.

Approdò alla Terraferma.
Gli avevano sempre raccomandato di evitare il litorale. I pinguini si tenevano prudentemente alla larga dagli anfratti in ombra degli scogli, dove le onde infrangevano con violenza rabbiosa, e foche, piccoli cetacei e altri predatori si acquattavano per far strage degli imprudenti.

“Adesso sono libero e faccio come mi pare”, si disse Filippo.
Si arrampicò a fatica e si incamminò sulla spiaggia.
Un forte sbattere d’ali alle sue spalle lo mise in guardia. Un giovane cormorano aveva deciso di attaccarlo.
Ma Filippo era robusto e dotato di un becco forte e tagliente.
Lottarono per un po’, facendo volare piume da tutte le parti.
Filippo ci mise tutta la sua rabbia. Il cormorano cominciò a perdere sangue da una ferita alla gola e si spaventò. Si ritirò dal combattimento e volo via lamentandosi e imprecando.
“Aah!”, fece Filippo, gonfiando il petto con soddisfazione.
Alcune gocce di sangue del cormorano erano finite sulle sue piume bianche. Il pinguino guardò le macchie rosse e disse:
“Bene! Comincio ad essere colorato”.
Ondeggiando, ma più che mai risoluto a continuare la sua esplorazione, Filippo si inoltrò tra le rocce.
“Ehi, amico!!”, Una voce alle sue spalle lo fece voltare di scatto.
Era pronto di nuovo a combattere, ma di fronte si trovò solo un gabbiano giovane e inoffensivo.
“Ti ho visto sistemare il cormorano”, disse il gabbiano. “Sei un duro, tu”.
“Certo”, rispose Filippo.
“Ti invito a pranzo”, insinuò furbescamente il gabbiano.
“Che cosa vuoi dire?”.
“Andiamo a rubare le uova dai nidi delle rondini di mare, che ne dici? In due non oseranno farci niente”.
Fecero una scorpacciata di uova.
Le povere rondini di mare tentarono invano di difendere i loro nidi. I due briganti mulinavano ali e becchi.
Alla fine, Filippo si guardò il petto: era tutto macchiato dal giallo e arancione dei tuorli d’uovo.
“Altri colori!”, si disse. “Questa è vita”.
Dietro di lui, si sentiva solo il disperato pigolare delle rondini di mare, che piangevano i nidi e le uova distrutti.

Il grande salto
Si installò in una grotta di ghiaccio azzurra, e ne fece il suo covo.
Un gruppetto di gabbiani e perfino un’otaria con un occhio solo lo riconobbero come capo banda.
Le scorribande del gruppetto furono ben presto temute da tutti.
Filippo veniva chiamato semplicemente “Il pinguino colorato”. Infatti la sua elegante livrea bianca e nera era sparita sotto i segni delle imprese che aveva affrontato.
Oltre il rosso del sangue e il giallo delle uova rubate, c’erano tracce verdi, azzurre e anche ciuffi di pelo argentato, che gli erano rimasti attaccati dopo un’ epica lotta contro un Husky randagio.
Ma che serviva essere diventato davvero il primo pinguino a colori, se non poteva farsi ammirare dai suoi vecchi amici e dalla sua famiglia?
Il pensiero dell’Isola Azzurra prese a torturarlo.
Anche se non voleva ammettere, sentiva un bel po’ di nostalgia dell’allegra comunità dei pinguini.
“Avere una vita colorata non è proprio come me la immaginavo”, si diceva sempre più spesso.
Quella esistenza di fughe, attacchi, lotte e brigantaggio non gli piaceva più tanto.

Un mattino riprese la via del mare e tornò a casa
I primi pinguini dell’Isola Azzurra che incontrò erano dei piccoli che giocavano sulle lastre di ghiaccio galleggianti.
Appena lo videro si misero a strillare e scapparono gridando:
“Un mostro! Un mostro!”.
Gli adulti fecero largo al suo passaggio, ma non per fargli onore. Lo guardavano tutti con una sorta di ribrezzo.
“Ma perché? Idioti, sono io, non mi riconoscete?”, brontolava Filippo.
“Filippo, figliuolo, lo sapevo che saresti tornato”. La mamma naturalmente lo riconobbe, ma non osò abbracciarlo.
“Ma in che stato sei…”.
“Bentornato, Filippo”, gli disse anche il papà. Ma non lo toccò.
Le comari tutt’intorno borbottavano: “Che disgrazia! Poveri genitori…”.
Per la prima volta nella sua vita, a Filippo venne voglia di piangere.
Improvvisamente comprese che i suoi colori continuavano a tenerlo lontano; lo rendevano straniero alla comunità dell’Isola Azzurra.
Mentre lui, solo adesso, si accorgeva che soltanto lì poteva essere veramente felice.

Ma come si fa a tornare indietro?
“Papà”, chiese.
“Vorrei cancellare questi colori e ricominciare, se è possibile”.
Dragoberto esitò, poi guardò Filippo negli occhi e disse:
“C’è un mezzo solo: devi tuffarti dalla Grande Cascata. Laggiù l’acqua è così violenta e rapida che nessun colore può resistere. Ma è tremendamente rischioso. Ci vorrà il tuo coraggio. Te la senti di farlo?”.
“Si, papà”.
La voce si sparse in un attimo.
Nel giro di pochi minuti c’erano tutti, grandi e piccoli, intorno alla grande cascata.
Non riuscirono a trattenere un “Oh!” sincero quando in alto, dove il fiume precipitava in mare con un fragoroso boato, apparve Filippo. Sembrava così piccolo lassù.
Rimase un attimo fermo a concentrarsi, poi spiccò il salto.
Un salto stupendo, come se improvvisamente gli fossero spuntate le ali.
La corrente lo ghermì come un fuscello e lo scagliò violentemente nel mare ribollente e schiumante.
Il pinguino sparì nel vortice. Tutti trattennero il fiato.
Poi ad un tratto Filippo riemerse.
La forza stessa dell’acqua lo proiettò in alto e tutti videro che le sue piume erano diventate immacolate e che i colori erano scomparsi.
Allora esplosero in un festoso: “Urrà!”, che coprì perfino il tuonare dell’acqua.

Piccolo buon pastore

di Stefano Bataloni

A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme

Link alle letture della IV Domenica del Tempo di Pasqua

Hai seguito quelle orme, figlio mio: hai sopportato con pazienza la sofferenza durata tanti anni, a questo sei stato chiamato. E di certo questo è stato gradito davanti a Dio!

Eri bambino: quale peccato avevi commesso? Quale inganno poteva essere trovato sulla tua bocca?

Sei stato insultato ma non hai risposto. Sei stato maltrattato ma non hai minacciato vendetta. Come un bambino, ti sei affidato, a mamma e papà per primi e loro, per te, si sono affidati a Colui che giudica con giustizia.

Forse sì, hai portato nel tuo corpo i nostri peccati, li hai portati sul tuo letto di ospedale. E lo hai fatto, per Grazia di Dio, affinché noi non vivessimo più per il peccato ma per la giustizia. Le tue piaghe dovevano servire affinché noi fossimo guariti.

Tu, figlio mio, sei entrato nel recinto delle pecore dalla “porta”, come un piccolo buon pastore.

Io, che in questi giorni sono errante come pecora, che in questi giorni presto ascolto a ladri e briganti, io che mi lascio rubare il tempo e le energie, io che mi lascio uccidere e distruggere dai pensieri…fa che ascolti la tua voce, chiamami e conducimi fuori!

Cammina davanti a me, Filippo, così che io possa seguirti, così che io trovi pascolo, così che io abbia la vita e l’abbia in abbondanza.

 

Foto di Marco Orsuni