Filippo 11

Cari amici,

venerdì prossimo sarà di nuovo il 2 giugno e saranno trascorsi 11 anni dal giorno in cui Filippo venne alla luce.

Diversamente dagli scorsi anni, non ci sentiamo di organizzare alcun evento particolare. Vorremmo dedicare il prossimo fine settimana al riposo, nella nostra casa in montagna, e alla preghiera.

Siete ancora in tanti a seguirci e a tutti voi, in occasione di questo compleanno di Filippo, che da dove si trova certamente festeggerà con noi, chiediamo di fare una cosa semplice ma che sappiamo essere la più importante: partecipare alla Santa Messa e pregare per le sue 7 intenzioni, che qui sotto riporto. Noi affideremo a Filippo tutti voi, i vostri cari e le vostre intenzioni.

Grazie

Anna e Stefano

  1. Per tutti i bambini malati, che il Signore doni sollievo alle loro sofferenze e doni conforto e speranza alle loro famiglie
  2. Per tutti i nonni, che il Signore li custodisca e li sostenga
  3. Per Francesco e Giovanni, che Gesù li protegga sempre
  4. Per mamma e papà, perché siano sempre uniti e si vogliano sempre bene
  5. Per le persone che non credono, perché siano illuminate dalla Grazia e trovino Dio
  6. Per le coppie che non riescono ad avere bambini, perché possano averli, o, in alternativa, riescano ad aprirsi alla vita in altri modi e si sentano comunque genitori
  7. Per i bambini nelle pance, quelli che hanno dei problemi, che rischiano di non sopravvivere, e quelli che sono rifiutati dai loro stessi genitori, affinché il Signore li protegga, li guarisca e li salvi.

I turpi monatti

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono piú forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete.” Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: “promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.”
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, piú per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: “addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri.” Poi voltatasi di nuovo al monatto, “voi,” disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.”
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina piú piccola, viva, ma coi segni della morte in volto.

Ho riletto questo meraviglioso brano tratto dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni senza riuscire a trattenere le lacrime ad ogni parola. E’ tornato alla mia attenzione proprio in questi giorni e mi rendo conto solo ora che, per mia colpa e ignoranza, per troppo tempo ha tardato ad essere riportato in questo blog, tanto accuratamente e vividamente descrive alcuni dei ricordi più cari dell’esperienza vissuta con mio figlio Filippo.

Erano trascorse poche ore da quando la sua anima aveva lasciato il suo corpo; era pomeriggio, bisognava cambiare la biancheria del letto e “ricomporre” quel corpo. I miei occhi portavano il segno delle tante lacrime versate la mattina; il dolore era profondo ma, in un modo che non so spiegare bene, era pacato. Ero “presente a sentirlo”, quel dolore: era lì, grande, ma non travolgente, non era un dolore fuori controllo.

Fu allora che presi in braccio quel mio bambino di quasi “nov’anni”, morto. Era pesantissimo, perché gonfio di acqua e di cortisone. Lo strinsi a me, lo baciai. Lo tenni stretto, sapendo che quella sarebbe stata l’ultima volta.

E poi lo riposi sul suo letto appena rifatto. Lo vestimmo, con la maglietta al contrario, come lui pretendeva di averla indosso perché non amava si vedessero le scritte e i disegni. Finalmente era vestito, pulito e “accomodato”, “adornato per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio”.

Ricordo soprattutto i tanti “monatti” che lo hanno curato, accudito e alla fine accompagnato. Il sentire comune li percepisce “turpi”, vedendoli nei loro abiti da lavoro e con i loro strumenti in mano che rimandano alla malattia e alla morte. Ma io ricordo la loro generosità, la loro premura, la loro sollecitudine, la loro determinazione, la loro competenza e, alla fine, il loro rispetto e il loro ossequio nei miei confronti.

Li ricordo soggiogati dal mio dolore e dalla sofferenza che viveva mio figlio. Non li ricordo affaccendati solo per la loro ricompensa. In mezzo a “tante miserie”, che si vedono ogni giorno, a cominciare dalle mie, in loro ho visto la pietà, non più “stracca” e “ammortita” ma viva. In quei “monatti” ho visto quella spinta che ci fa andare oltre noi stessi e il nostro spirito di autoconservazione, che inevitabilmente di fronte alla malattia grave, tanto più quella che colpisce un bambino, ci induce alla difesa. In loro, invece, c’era pietà, sostenuta da uno sguardo gettato oltre la morte e che non può essere generata se non dalla consapevolezza profonda che siamo tutti figli di un unico atto creativo. La più grande commozione e la più profonda gratitudine l’ho provata proprio in occasione di qualche loro semplice parola o di qualche loro ordinario gesto.

Come ha scritto l’amica che mi ha portato a rileggere queste parole del Manzoni, “vale la pena di credere negli uomini”, anche se sembrano turpi monatti. E sono certo che quando verso sera passeranno a prendermi, non mi leveranno un filo d’intorno, né lasceranno che altri ardiscano di farlo, e mi metteranno sotto terra così…

 

Il pinguino colorato

Ieri pomeriggio, il nostro secondogenito Francesco ha ricevuto per la prima volta il sacramento della Riconciliazione, in preparazione alla Prima Comunione dell’anno prossimo. Nel corso della celebrazione sono stati letti alcuni brani per aiutare la meditazione dei genitori, in attesa dei loro figli. A me è stato chiesto di leggere questo brano. Non sono riuscito a non vedere in questo, un piccolo dono del fratello maggiore ormai nato al cielo.

di Bruno Ferrero

Quando mise fuori la testa dall’uovo, fu accolto dalla felicità di tutti.
La comunità dei pinguini dell’Isola Azzurra si strinse intorno a Priscilla e Dagoberto, i suoi genitori, che avevano gli occhi luccicanti e non stavano più nel frac per l’orgoglio.
Perché Filippo era davvero un bel neonato di pinguino.
Aprì il becco ed emise un robusto vagito. Tutti i pinguini presenti applaudirono.
“È un ottimo segno!” disse lo zio Fortebecco.
“È impaziente di affrontare la vita”.
Filippo, in effetti, partì alla carica della vita con una gran dose di energia.
Appena le sue zampette furono abbastanza robuste, si allontanò dallo sguardo premuroso dei genitori per infilarsi fra i più discoli dei piccoli pinguini della comunità.
Erano tutti più anziani di lui, ma nessuno lo batteva in coraggio e temerarietà.

Fu Filippo il primo piccolo di pinguino che osò scivolare dalla punta del grande iceberg fino al mare, anche se poi non potè sedersi per due settimane a causa del bruciore sotto la coda.

Fu sempre Filippo, il coraggioso piccolo pinguino, che portò via la colazione all’enorme e spaventoso tricheco Baffodiferro.

Nella banda dei “pinguini irsuti”, chiamati così perché si rifiutavano sistematicamente di lasciarsi pettinare le piume del capo dalle loro mamme, Filippo divenne l’incontrastato boss.

“Perché sei sempre così agitato, Filippo mio?”, gli chiedeva la mamma, un po’ in ansia per quel figlio che cresceva così scapestrato.

Con gli amici, Dagoberto era sinceramente preoccupato:
“Quel monello ha bisogno di una bella strigliata!”
Così spesso, alla sera, Dagoberto, Priscilla e Filippo rappresentavano, senza volerlo, la versione pinguinesca del processo di Norimberga.
“E’ tutta colpa tua!”.
“No, tua!”.
“E’ colpa di Filippo!”.
La mamma piangeva, papà sbatteva la porta e Filippo gridava:
“Non ne posso più!”.

I colori della vita
Un giorno il pinguino Filippo se ne stava sdraiato su una roccia a picco sul mare ed osservava annoiato il formicolio dei pinguini della comunità.
Sembravano tutti felici; lui, invece si sentiva pieno di amarezza.
“Che barba! Un posto tutto bianco, grigio e nero. Dove nessuno si fa i fatti suoi… Deve pur esserci un paese colorato. Pieno di gente colorata. Potrei diventare anch’io pieno di colori… Non ne posso più di questa camicia bianca e di questo ridicolo frac!”
E, impulsivo com’era, si lasciò scivolare giù dalla roccia, si tuffò tra le onde e nuotò via dall’Isola Azzurra.

Approdò alla Terraferma.
Gli avevano sempre raccomandato di evitare il litorale. I pinguini si tenevano prudentemente alla larga dagli anfratti in ombra degli scogli, dove le onde infrangevano con violenza rabbiosa, e foche, piccoli cetacei e altri predatori si acquattavano per far strage degli imprudenti.

“Adesso sono libero e faccio come mi pare”, si disse Filippo.
Si arrampicò a fatica e si incamminò sulla spiaggia.
Un forte sbattere d’ali alle sue spalle lo mise in guardia. Un giovane cormorano aveva deciso di attaccarlo.
Ma Filippo era robusto e dotato di un becco forte e tagliente.
Lottarono per un po’, facendo volare piume da tutte le parti.
Filippo ci mise tutta la sua rabbia. Il cormorano cominciò a perdere sangue da una ferita alla gola e si spaventò. Si ritirò dal combattimento e volo via lamentandosi e imprecando.
“Aah!”, fece Filippo, gonfiando il petto con soddisfazione.
Alcune gocce di sangue del cormorano erano finite sulle sue piume bianche. Il pinguino guardò le macchie rosse e disse:
“Bene! Comincio ad essere colorato”.
Ondeggiando, ma più che mai risoluto a continuare la sua esplorazione, Filippo si inoltrò tra le rocce.
“Ehi, amico!!”, Una voce alle sue spalle lo fece voltare di scatto.
Era pronto di nuovo a combattere, ma di fronte si trovò solo un gabbiano giovane e inoffensivo.
“Ti ho visto sistemare il cormorano”, disse il gabbiano. “Sei un duro, tu”.
“Certo”, rispose Filippo.
“Ti invito a pranzo”, insinuò furbescamente il gabbiano.
“Che cosa vuoi dire?”.
“Andiamo a rubare le uova dai nidi delle rondini di mare, che ne dici? In due non oseranno farci niente”.
Fecero una scorpacciata di uova.
Le povere rondini di mare tentarono invano di difendere i loro nidi. I due briganti mulinavano ali e becchi.
Alla fine, Filippo si guardò il petto: era tutto macchiato dal giallo e arancione dei tuorli d’uovo.
“Altri colori!”, si disse. “Questa è vita”.
Dietro di lui, si sentiva solo il disperato pigolare delle rondini di mare, che piangevano i nidi e le uova distrutti.

Il grande salto
Si installò in una grotta di ghiaccio azzurra, e ne fece il suo covo.
Un gruppetto di gabbiani e perfino un’otaria con un occhio solo lo riconobbero come capo banda.
Le scorribande del gruppetto furono ben presto temute da tutti.
Filippo veniva chiamato semplicemente “Il pinguino colorato”. Infatti la sua elegante livrea bianca e nera era sparita sotto i segni delle imprese che aveva affrontato.
Oltre il rosso del sangue e il giallo delle uova rubate, c’erano tracce verdi, azzurre e anche ciuffi di pelo argentato, che gli erano rimasti attaccati dopo un’ epica lotta contro un Husky randagio.
Ma che serviva essere diventato davvero il primo pinguino a colori, se non poteva farsi ammirare dai suoi vecchi amici e dalla sua famiglia?
Il pensiero dell’Isola Azzurra prese a torturarlo.
Anche se non voleva ammettere, sentiva un bel po’ di nostalgia dell’allegra comunità dei pinguini.
“Avere una vita colorata non è proprio come me la immaginavo”, si diceva sempre più spesso.
Quella esistenza di fughe, attacchi, lotte e brigantaggio non gli piaceva più tanto.

Un mattino riprese la via del mare e tornò a casa
I primi pinguini dell’Isola Azzurra che incontrò erano dei piccoli che giocavano sulle lastre di ghiaccio galleggianti.
Appena lo videro si misero a strillare e scapparono gridando:
“Un mostro! Un mostro!”.
Gli adulti fecero largo al suo passaggio, ma non per fargli onore. Lo guardavano tutti con una sorta di ribrezzo.
“Ma perché? Idioti, sono io, non mi riconoscete?”, brontolava Filippo.
“Filippo, figliuolo, lo sapevo che saresti tornato”. La mamma naturalmente lo riconobbe, ma non osò abbracciarlo.
“Ma in che stato sei…”.
“Bentornato, Filippo”, gli disse anche il papà. Ma non lo toccò.
Le comari tutt’intorno borbottavano: “Che disgrazia! Poveri genitori…”.
Per la prima volta nella sua vita, a Filippo venne voglia di piangere.
Improvvisamente comprese che i suoi colori continuavano a tenerlo lontano; lo rendevano straniero alla comunità dell’Isola Azzurra.
Mentre lui, solo adesso, si accorgeva che soltanto lì poteva essere veramente felice.

Ma come si fa a tornare indietro?
“Papà”, chiese.
“Vorrei cancellare questi colori e ricominciare, se è possibile”.
Dragoberto esitò, poi guardò Filippo negli occhi e disse:
“C’è un mezzo solo: devi tuffarti dalla Grande Cascata. Laggiù l’acqua è così violenta e rapida che nessun colore può resistere. Ma è tremendamente rischioso. Ci vorrà il tuo coraggio. Te la senti di farlo?”.
“Si, papà”.
La voce si sparse in un attimo.
Nel giro di pochi minuti c’erano tutti, grandi e piccoli, intorno alla grande cascata.
Non riuscirono a trattenere un “Oh!” sincero quando in alto, dove il fiume precipitava in mare con un fragoroso boato, apparve Filippo. Sembrava così piccolo lassù.
Rimase un attimo fermo a concentrarsi, poi spiccò il salto.
Un salto stupendo, come se improvvisamente gli fossero spuntate le ali.
La corrente lo ghermì come un fuscello e lo scagliò violentemente nel mare ribollente e schiumante.
Il pinguino sparì nel vortice. Tutti trattennero il fiato.
Poi ad un tratto Filippo riemerse.
La forza stessa dell’acqua lo proiettò in alto e tutti videro che le sue piume erano diventate immacolate e che i colori erano scomparsi.
Allora esplosero in un festoso: “Urrà!”, che coprì perfino il tuonare dell’acqua.

Piccolo buon pastore

di Stefano Bataloni

A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme

Link alle letture della IV Domenica del Tempo di Pasqua

Hai seguito quelle orme, figlio mio: hai sopportato con pazienza la sofferenza durata tanti anni, a questo sei stato chiamato. E di certo questo è stato gradito davanti a Dio!

Eri bambino: quale peccato avevi commesso? Quale inganno poteva essere trovato sulla tua bocca?

Sei stato insultato ma non hai risposto. Sei stato maltrattato ma non hai minacciato vendetta. Come un bambino, ti sei affidato, a mamma e papà per primi e loro, per te, si sono affidati a Colui che giudica con giustizia.

Forse sì, hai portato nel tuo corpo i nostri peccati, li hai portati sul tuo letto di ospedale. E lo hai fatto, per Grazia di Dio, affinché noi non vivessimo più per il peccato ma per la giustizia. Le tue piaghe dovevano servire affinché noi fossimo guariti.

Tu, figlio mio, sei entrato nel recinto delle pecore dalla “porta”, come un piccolo buon pastore.

Io, che in questi giorni sono errante come pecora, che in questi giorni presto ascolto a ladri e briganti, io che mi lascio rubare il tempo e le energie, io che mi lascio uccidere e distruggere dai pensieri…fa che ascolti la tua voce, chiamami e conducimi fuori!

Cammina davanti a me, Filippo, così che io possa seguirti, così che io trovi pascolo, così che io abbia la vita e l’abbia in abbondanza.

 

Foto di Marco Orsuni

Venerdì Santo 2017

Immaginieparole

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Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Davanti a te ci si copre il volto
tanto il tuo era sfigurato!
Dall’orrore di sangue rappreso.
Dalla sofferenza d’infame condanna.

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Morte in un grido al Cielo dal duro legno,
poi il silenzio…
Silenzio del Tempo e del Mondo.
Silenzio inudito e inaudito!
Silenzio d’attonita attesa rotto dal tuono.

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Sacrificio d’amore e d’obbedienza.
Tu la Vita, piegato alla morte.
Tu il Re, coronato di spine.
Tu l’Onnipotente,
trafitto e inchiodato a una croce

Che ti hanno fatto Figlio…
Che ti hanno fatto uomo…
Che ti hanno fatto Dio mio!

Ma né il sepolcro, né la morte
potranno trattenerti…


Foto (e testo) ©…

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Avere occhi e non vedere, orecchi e non udire

Cari miei,
è per voi un momento difficile, lo vedo. Siete nella sofferenza. Forse non lo percepite così chiaramente, forse pensate che stia andando tutto bene, ma io so che non è così.

Vi voglio bene, spero questo lo sappiate, e desidero per voi con tutto il cuore solo la felicità.

Non mi riferisco a uno stato di benessere o di appagamento più o meno duraturo, non penso solo al superamento delle attuali difficoltà. Io vorrei per voi che si realizzasse quella condizione in cui si è raggiunto il vero e unico scopo della propria esistenza, in cui la ricerca spasmodica di un senso della vostra vita ha finalmente trovato compimento.

Quando si ama qualcuno con Amore vero, si fa tutto il possibile per aiutarlo ad essere felice: ci si sforza di essere di aiuto, quando è possibile anche materialmente, si offre un consiglio o si cerca di essere vicini, per tentare di alleviare quella sofferenza.

Pero, di fronte a voi due e alla vostra unione sentimentale che si rompe dopo anni e dopo aver generato due figli, o di fronte a te che senti il bisogno di ricorrere al chirurgo per migliorare il tuo aspetto pur essendo ancora molto giovane e bella, o di fronte a te, sorella mia, che ormai da troppo tempo sei alla ricerca del bandolo della matassa della tua vita, o a te che nonostante gli anni indugi ancora nei tuoi vizi, cosa posso offrire affinché troviate la pace del cuore?
Parole e consigli, evidentemente, non bastano.

Per affrontare problemi  così grandi e sofferenze così profonde vi serve una prospettiva nuova, qualcosa che vi aiuti a uscire dal vicolo cieco in cui vi siete cacciati, una Luce che illumini i vostri passi nel buio. E se è vero che “solo la verità ci rende liberi”, vi serve allora una testimonianza di quella Verità, qualcosa che vi apra gli occhi e le orecchie, serve che vediate e ascoltiate in modo nuovo. So, però, che anche di fronte a tutto ciò voi potreste comunque restare incastrati lì dove siete, prigionieri in una gabbia che col tempo vi siete costruiti da soli pur senza rendervene conto. Potete forse capire che questo, per me e per chi vi è molto vicino è fonte di frustrazione.

Ripenso a quello che state vivendo in questo periodo, a ciò a cui aspirate così ardentemente, ai desideri che volete assecondare e mi dico: eppure la vostra storia si è intrecciata con quella di un bambino speciale, un bambino che avete accolto, baciato e amato e che poi avete visto salire su una croce, una di quelle che mai avreste pensato dovesse essere riservata ad un bambino, e lo avete visto portarla con pazienza e coraggio; tutto è passato sotto i vostri occhi o quasi. Avete visto la malattia, quella vera, la peggiore, affliggere quel nostro bambino, qualche volta avete anche messo le dita nelle sue piaghe, e poi lo avete anche visto sorridere e giocare, lo avete visto continuare a vivere, come un bambino sereno, nonostante le limitazioni e gli impedimenti.

Avete pure visto i genitori di quel bambino vivere la Grazia di non disperdersi di fronte alla prova più grande che la vita può riservare. Avete visto la gioia della risurrezione nel giorno dell’ultimo saluto a quel bambino, avete ascoltato le parole di speranza che sono uscite da quella storia.

Insomma, avete visto e udito una di quelle storie che nella vita dovrebbero resettare tutto, far ripartire il cammino, una volta per tutte, lungo la strada giusta…eppure oggi vi vedo essere ancora schiavi delle vostre paure, dei vostri vizi, degli inganni di cui siete stati vittime; siete ancora lì che mangiate il cibo dei maiali.

Lo so, è storia ben conosciuta, non siete strani voi.
A tutti noi succede di essere come quei discepoli dal cuore indurito, che dopo aver assistito alla moltiplicazione di pani e pesci ancora discutevano su quanto pane avessero sulla barca. A tutti succede di essere increduli anche quando proprio davanti a noi si compiono segni così grandi.

L’amore che provo per voi, miei cari, in questo momento, mi fa uscire dal cuore parole come quelle di Gesù ai suoi discepoli: “Non intendete e non capite ancora?” o anche “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”
Mi viene da domandare: se mai ci fosse stato un fine alla morte e alla resurrezione di quel nostro bambino che si sono compiute sotto i nostri occhi, non può essere proprio quello della mia e della vostra conversione? Possiamo davvero restare increduli? A cosa sono servite allora le sofferenze di quel bambino?

Avevate occhi e non avete visto, avevate orecchi e non avete udito.

Intuisco il dolore del Padre Misericordioso che vede il suo figlio andar via a dilapidare la sua vita, lo immagino pregare affinché ritorni presto. Il mio cuore di uomo vorrebbe venire lì a prendervi e tirarvi fuori da dove siete, ma non so se ne sarei capace, e Dio solo sa se servirebbe.

Posso però fare come quel Padre: pregherò e “starò”, in attesa che torniate in voi stessi, in attesa di fare festa per avervi ritrovato.

 

I miei sentieri di ritorno

“La vita è fatta a scale”, dice un ben noto detto popolare, “a volte si scende, a volte si sale”, e si sa, la cultura popolare conserva in sé una profonda sapienza.

In effetti a tutti succede di trascorrere momenti felici e sereni, convinti di avere il proprio mondo sotto controllo, con la sensazione che tutto vada in discesa; e avere momenti tristi e agitati, convinti che il proprio mondo stia cadendo sotto i nostri occhi, con la sensazione che tutto sia in salita.

Guardo alla mia vita oggi e di saliscendi ne vedo tanti: cose e fatti banali spesso, ma anche qualche evento importante.

Da ragazzo ho frequentato con una certa passione e un buon profitto la scuola per tanti anni, coltivando belle amicizie e godendo della stima di amici e parenti; ma poi, all’inizio del liceo, ho perso completamente la testa appresso a due amici scapestrati e mi sono ritrovato a prendere insufficienze in quasi tutte le materie, a subire lavate di capo perché non studiavo ed ero sempre in giro a far danni.

Da adolescente ho immaginato la mia famiglia unita per sempre: mamma, papà, io, mia sorella tutti sotto lo stesso tetto, forse non pienamente felici ma sereni; poi papà è andato a vivere altrove e io sono diventato l’uomo di casa che doveva raccogliere i cocci.

All’università ho iniziato con entusiasmo, assieme a tanti amici, la facoltà di ingegneria, sognando un lavoro importante e ben remunerato ma dopo due anni ho capito che la mia strada era un’altra.

È arrivato il momento di mettere su famiglia, ci sono riuscito e l’ho fatto così bene come mai avrei immaginato quando ero ragazzo. Ho sperato di poter andare a vivere vicino casa di mia madre ma mi sono ritrovato a chilometri e chilometri di distanza, senza che lei sapesse guidare l’auto, senza riuscire a starle vicino ogni volta che volevo.

Ho sperato di costruire un bel rapporto con mia sorella, di trascorrere i nostri anni essendo sostegno l’uno per l’altra, di vedere un giorno giocare serenamente i nostri figli tutti insieme, ma per lunghi periodi io e lei non ci siamo quasi parlati e ancora oggi non va molto meglio.

Ho desiderato con tutto il cuore un figlio, l’ho avuto, era meraviglioso, perfetto; l’ho coccolato, lavato, accudito, gli ho letto libri, ho giocato con lui e ho scoperto l’Amore più grande e più vero, l’Amore totale che non ti aspetti possa uscire dal tuo cuore. Con lui, malato, mi sono ritrovato solo in ospedale, in una notte in cui tutto sembrava perduto, con mia moglie ricoverata nel padiglione ospedaliero accanto, con una minaccia d’aborto. E poi sono tornato a casa con due bambini e una moglie meravigliosa e ho vissuto con loro i giorni più belli della mia vita.

Ho visto la vita di quel figlio malato lasciare il suo corpo mentre gli tenevo le mani; ho versato lacrime per giorni e poi ho ringraziato Dio per ogni singolo istante che mi aveva concesso accanto a quel mio figlio, sentendo di non poter dare senso alla mia vita senza anche uno solo di quegli istanti.

Ho lavorato tanti anni senza un posto fisso, per alcuni mesi sono anche rimasto senza impiego, con due figli da crescere, sentendomi incapace di dare loro l’esempio di un padre che manda avanti la famiglia, ma poi è arrivata la vittoria in un concorso pubblico e ora sono stimato e apprezzato per le mie capacità.

Ho creduto di non riuscire mai a superare la paura di salire su una montagna e ora non riesco a trovare un’attività che potrei fare con maggior passione.

Ho desiderato una casa ordinata, curata, elegante, ben arredata mentre vivo in una casa, seppur grande e bella, in cui non ci sono due mobili che si abbinano tra loro e il disordine, il più delle volte regna sovrano.

Ho acquistato ogni più sofisticato (e costoso) ritrovato di tecnologia, ogni gadget o arnese, gloriandomi della loro efficacia e potenza, scoprendo alla fine che non ne avevo davvero bisogno.

Quanti gradini scesi con euforia e quanti gradini saliti con fatica. Quanti voli pindarici con la fantasia e quante cadute sulla realtà concreta. Quanti premi per cui esultare e quanti rospi da ingoiare. Nulla di così straordinario, certo, una vita come quella di tanti altri.

Se da un lato mi riesce facile ringraziare Dio per tutte le grazie e i doni che mi concede, per tutte le occasioni in cui permette che la vita mi sorrida, dall’altro mi riesce altrettanto facile percepire la bruciante sconfitta di certi “no” che la vita mi riserva o soffrire per il mio orgoglio ferito.

Don Luigi, un bravo e giovane sacerdote, uno tra quelli che hanno celebrato i funerali dei loro ragazzi morti sotto i tetti crollati per il terremoto, uno che se ne intende quindi, con una bella espressione, chiama questi no dei “sentieri di ritorno: momenti in cui te ne torni a casa frustrato e con la coda tra le gambe.

Eppure, lui dice, questi sentieri aprono la strada al nostro io più profondo, al nostro essere più autentico, “esperienze di autenticità” li definisce. Ogni no e ogni delusione non fanno altro che strappar via da noi qualcosa di inutile e superficiale, che non serve, che non è davvero nostro, una vera e propria zavorra, portando alla luce le nostre vere ricchezze; tolte via le sovrastrutture che col tempo vi abbiamo depositato quello che resta di noi è oro puro.

Oggi, sento proprio su uno di quei sentieri di ritorno, sono alla ricerca del mio oro. Medito, allora, queste parole, citate proprio da Don Luigi e tratte da “Diario di un Dolore” di Clive Staple Lewis:

Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. E’ piuttosto una chiamata in giudizio, dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici. Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù.

Comprendo che proprio in questi momenti opera grandemente l’Amore di Dio: attraverso di essi Egli compie quel lavoro paziente e misericordioso, fatto talvolta di picconate ben assestate e spesso di fini movimenti di cesello che ha l’unico scopo di portare alla luce la mia autenticità, la mia qualità. E allora ringrazio per tutti i sentieri di ritorno che ho percorso finora.