Prova dell’amore di Dio

C’è un bambino speciale nella nostra parrocchia.

Sarebbe speciale anche se non fosse speciale perché lo è la sua mamma, e la genetica non mente.
Ma questo bambino è anche speciale, e proprio in virtù di questo ci regala delle emozioni pazzesche, malgrado la sua mamma pensi che ci scocci o dia fastidio.

In lui è così trasparente l’amore di Dio che qualcuno potrebbe prenderlo come prova della Sua esistenza.

Quando è felice non è solo felice, è euforico, e questo spesso capita durante la messa domenicale. La sua mamma si nasconde e si mimetizza con le colonne della chiesa, ma lui canta, esulta, grida, quando passa la processione con la croce non riesce a stare fermo, a contenersi.

Una volta ho visto il video di un’intervista che ha fatto Don Stefano a TV2000, parlava dei bambini disabili. L’intervistatrice (al min 14:50) gli chiedeva come si comportasse quando un bambino speciale si metteva in fila per fare la comunione, se ne valutasse la consapevolezza, se avesse mai avuto difficoltà o dubbi nel dare la comunione a qualcuno a cui poteva non essere pienamente chiaro quello che stava facendo.

La sua risposta mi colpì molto: non esitò nemmeno un secondo e disse di no.
Disse che mai si era fatto domande del genere, perché sono proprio persone così che ci portano la freschezza dell’incontro con il Signore, loro sono molto più naturali di noi e capiscono molto meglio di noi cosa significa accogliere il Signore nella propria vita. Proprio i bambini speciali sono i più sensibili a sentire l’amore che le persone hanno nei loro confronti, e nello stesso modo comprendono l’amore che Dio ha per loro.

Ecco, guardando il nostro bambino speciale capisco benissimo cosa volesse dire, perché non c’è dubbio alcuno che Dio ami quel bambino, e lo ami tanto, che lo trovi perfetto e insostituibile, che lo veda come l’ha sempre pensato e sia fiero di lui, sua meravigliosa creatura.

Ci hanno insegnato fin da piccoli che Dio ci ha creato, che Dio ci ama, che non c’è anzi nessuno che ci ami più di Lui.
E questa è la teoria, e la sappiamo tutta.
Poi però a volte succede che pensiamo di doverci in qualche modo meritare quell’amore. Pensiamo (a me capita) che dobbiamo essere in un certo modo per farci amare da Dio, che dobbiamo fare qualcosa di particolare, comportarci bene, seguire delle regole, portare dei frutti, affinché Lui ci ami.
Il nostro bambino speciale ci rivela che è esattamente il contrario: Lui ci ama a prescindere, Lui ci ama per primo, gratis, e malgrado tutto.
E da questo, semmai, poi, scaturisce tutto il resto.

E noi, che a volte pensiamo alla fatica che deve fare la sua mamma, e che immaginiamo che la sua vita potrebbe essere migliore se fosse un po’ più simile alla nostra, che lezione riceviamo quando veniamo travolti dal riflesso di quell’amore infinito, che senza nascondersi né provare vergogna esplode nelle sue grida e nel suo canto, nella luce che si vede negli occhi del nostro bambino, nelle sue mani che non riescono a fermarsi dall’emozione!
Lui non ha dubbi di essere amato, e ce lo mostra senza riserve.

Quanto dovremmo ringraziare continuamente per poter essere parte di un miracolo così bello, così plateale, così evidente.
Quanto dovremmo imparare da questa creatura che è lo specchio dell’amore di Dio!

15156979_10154697458007071_6868648440512426796_o

 

 

Annunci

“Pregare non è servito a niente?”

 di Anna Mazzitelli

Cara Amica di Penna,

ho letto il tuo ultimo post con strazio di mamma che non vuole mentire ai suoi figli, ma che comprende che la verità da raccontare loro è a volte talmente dura che davvero non trova a che Santo votarsi per capire come fare.

Sono certa che per tutte le domande iniziali delle tue bambine troverai una risposta più che adeguata, è sull’ultima che voglio cercare di aiutarti, anche se hai ragione quando dici che per affrontarla l’unico aiuto veramente serio di cui avrai bisogno sarà quello di un Altro.

Ma allora pregare non è servito a niente?

Due cose ti voglio regalare, sottovoce, perché non vengono da me, naturalmente, e non credere che per me siano acquisite.
Ogni volta ci sbatto la testa, ma siccome io sono, come diceva Julia Roberts, “Quella gran culo di Cenerentola“, e inspiegabilmente e malgrado io ce la metta tutta per essere detestabile, il Padreterno deve avere davvero simpatia per me e nel corso degli anni è stato Lui a regalarmi delle boe alle quali ancorarmi per non andare a fondo.

La prima è una frase che mio marito ripete sempre: “Niente è più potente dell’uomo che prega” (S. Giovanni Crisostomo).
Sono certa che la preghiera può cambiare la storia. Lo diceva Giovanni Paolo II, la preghiera cambia le sorti del mondo.
In che modo non si sa, di sicuro diversamente da quelli che potrebbero essere i nostri piani.
Noi donne, poi, siamo così brave a suggerire al Padreterno come, quando, dove e perché far capitare una certa cosa invece che un’altra, che a volte ci sembra che la nostra preghiera non sia stata esaudita solo perché non combaciano i dettagli…

Ma di fronte all’evidenza che quello per cui abbiamo pregato non è successo, che abbiamo chiesto con insistenza e con il cuore ma poi le cose sono andate in modo diverso, di fronte a un bambino di 10 mesi che a dispetto dei suoi genitori, della moltitudine di gente che prega, dei rosari detti, delle candele accese, delle messe offerte, dei fioretti, magari alla fine sarà comunque lasciato morire, è davvero difficile vedere la potenza di quell’uomo che prega.

Allora ti lascio il testo di una canzone che ho ascoltato in una chiesa affollata e caldissima della Calabria di vent’anni fa, durante una messa di un sabato sera di fine luglio. Una canzone che ha scritto un ragazzo, un atleta, che a seguito di un incidente stradale è rimasto paralizzato e ha visto in un attimo la sua vita e le sue aspettative stravolte, i suoi desideri e i suoi sogni spazzati via.

Sono certa che la preghiera cambierà la storia, e se non dovesse cambiarla in maniera macroscopica ed evidente, almeno cambierà noi. E solo pregando cominceremo a pregare per le cose giuste, e riceveremo in regalo un cuore di carne che sostituirà il sasso che abbiamo nel petto, e la preghiera diventerà una nostra esigenza, pari al respirare (e, nel mio caso, al dormire e al mangiare cioccolata fondente).
E saremo lieti.

Ti ho chiesto

Ti ho chiesto, Signore, forza
per compiere grandi imprese,
ma Tu mi hai reso debole
perché divenissi umile.
Ti ho chiesto salute e felicità
per fare cose buone,
mi hai dato infermità
per fare cose migliori.

Ti ho chiesto ricchezza
per essere felice,
Ti ho chiesto potenza
per avere lode dagli uomini,
Ti ho chiesto le cose
tutte per godere la vita,
mi hai dato la vita
per godere tutte le cose,
mi hai dato povertà
perché diventassi saggio,
mi hai dato debolezza
perché tornassi a Te.

Niente di quanto Ti ho chiesto,
Signore, ho ricevuto,
ma ogni mio desiderio profondo
è stato esaudito.
Alle mie preghiere non dette
Tu hai dato risposta
ed è bastato solo il tuo amore
a render felice il mio cuore

Alle mie preghiere non dette
Tu hai dato risposta
Io Ti ringrazio, o mio Signore,
e Ti rendo il mio cuore.

Anna

L’aquilone

di Anna Mazzitelli

Solo chi era con noi il 2 giugno può rendersi conto di come Filippo stesso abbia saputo organizzarsi la giornata del suo compleanno nel modo migliore: è riuscito a incastrare eventi e persone all’ultimo minuto (le 11 della sera prima) che se ci avessimo provato noi appositamente non ci saremmo mai riusciti, e infatti noi stavamo cercando di combinare una giornata per sabato, ma Filippo evidentemente l’ha voluta per venerdì.

Quanto a voi, che vi siete seduti alla nostra tavola, che avete condiviso con noi quelle ore così liete e leggere, che avete portato armi, dolci e regali e che siete stati voi stessi regali, sebbene non abbiate conosciuto Filippo, sono certa che l’avreste trovato irresistibile, col suo broncio finto, dal quale facilmente scappavano sorrisi.

Grazie per essere stati con noi, per aver festeggiato, per aver camminato, chiacchierato, per aver riso e per aver pregato.

Grazie per aver portato l’aquilone da far volare, che ci ha costretti a guardare tutti assieme verso il cielo.

Non potevamo sperare in una giornata migliore e in una compagnia più dolce.

IMG_0862

Anna

 

Parole di speranza per una mamma che ha perso la sua bambina

Copio questo articolo dal sito di Aleteia, un articolo commovente e profondamente vero, scritto da una mamma per un’altra mamma, per tutte le mamme. Credo proprio che non abbia bisogno di commenti.

di Paola Belletti

Ho visitato il suo blog, implorando me stessa di non essere indelicata, nemmeno per un istante, nemmeno con lo sguardo né coi pensieri. Pregavo che non fossero sciatti, o leggeri; o troppo grevi. Magari giudicanti. Segretamente sollevati?

Volevo essere ridotta quasi a niente per poter leggere, col rispetto dovuto, inchinandomi in silenzio al dolore della mamma, queste pagine. Questi byte, che sono invece lettere d’amore scritti con le lacrime e il sangue. Ho cercato di entrare in ginocchio per contemplare e com-patire nel senso più etimologico e umile che mi è possibile. Ho cercato di posare gli occhi piano, su racconti e immagini. Ho saputo della morte, e a causa di quella, della vita di questa bimba, “la piccola aliena”, dal sito del Corriere della Sera.

Francesca è la nipotina di Laura Pausini. Ed è proprio la zia, (questo credo sia per lei ora il titolo che si vuole le venga riconosciuto)  ad annunciare sui social che Francesca è deceduta.

pausini.png

La mamma Roberta ha un blog. Si chiama Pianeta1P36. Come la malattia rara che ha vinto la breve vita di sua figlia. E lì, su quelle pagine pulite e ben scritte, ha accettato che noi, gli altri, guardassimo come in uno specchio, il suo dolore innamorato. Il suo cuore spezzato e fortissimo che ama – continua a farlo – la figlia nata con una grave patologia genetica.

Il post del 16 aprile 2017 è il saluto straziato eppure composto alla sua bella creaturina. Sono dieci capoversi. Sembra una breve filastrocca, senza rime. E, in fondo, senza una vera fine.

Come capisco, intuisco e temo, nella mia stessa carne, cosa la strugga così tanto! Quanto le manchino già i profumi, i suoni, i piccoli gesti che sua figlia sapeva fare. Quanto le manchi la sua presenza. Così fragile e potente. Così totalizzante. Che ha cambiato così tanto e così tanti.

Come la capisco. E tremo al pensiero… Sì. Si può perdere un figlio. E tra i dolori e le sofferenze. I suoi. E il tuo, di dolore. Che è dover assistere, consolare, accarezzare il suo. E lasciarglielo vivere. Attraversare. Sì, si può attraversare una terra così aspra e desolata. Sì. Si può finire sotto un cielo fatto di piombo. Buio e freddo. È così. Da che mondo è mondo. Da che madre è madre.

Quello che resta a me, soprattutto, dell’esperienza di questa mamma è il viaggio. L’idea, che lei, con una mirabile, profondissima intuizione ha reso come una favola, che la bimba venisse da un altro posto e che lì sia ritornata.

Credo che questa sua immagine, coltivata, arricchita nei mesi, nei brevi anni di lei con loro, fatti di visite, controlli, consulenze, ricoveri, corse in ambulanza, valigie imperfette, progressi, regressi, momenti di pericolo acuto e di tremolante normalità, di gioia per la seduta spaziale appena arrivata (…ora te lo dico, cara Roberta. Anche mio figlio all’asilo usa l’Abbraccio, la stessa seduta, anzi scusa lo stesso sistema posturale su base da interni che aveva la tua Francesca. E i suoi compagni la chiamano, da subito, la “sedia spaziale”) sia la custodia, lo scrigno, meglio, di un diadema, di un tesoro dal valore inestimabile.

L’ultima riga del saluto a Francesca, staccata dal penultimo paragrafo, se ne sta lì a dire una cosa potente e decisiva.

Se ne sta lì come una speranza intuita. Come un seme piantato che già butta germogli. Ed inizia con una delle mie sillabe preferite. Inizia con una congiunzione. Avversativa. Sì, si pone in faccia al resto. Sembra una sconfitta ed una resa ed invece ha il rumore della pietra che rotola via dal sepolcro.

Ma da oggi, purtroppo,  la nostra avventura terrena si ferma qui.  

Dice terrena. Non terrestre. Chissà che non sia un caso. Chissà che nemmeno la data sia stata un caso: è morta proprio il giorno di Pasqua che è il giorno in cui “morte e vita si sono affrontate in prodigioso duello” e ha vinto il Signore della vita, come recita la Sequenza pasquale, ogni volta riempiendomi di gioia.

Le auguro, anzi prego, che possa scoprirlo, se ancora non è così. E piano piano questa notizia, la più buona che sia mai corsa di bocca in bocca, da quando l’uomo esiste, possa rendere la mestizia del non avere più la figlia vicina quasi dolce. Almeno più lieve, perché certa.

Sì. Certa che quella bambina è bambina di Dio, innocente e ora salva, al sicuro. Ora è davvero tornata al suo vero pianeta. Che è anche il nostro. Lei ci ha messo meno di 36 mesi. Ad altri ne toccheranno un migliaio? Non importa, cambia poco, in sostanza. Siamo anche noi bambini. Anche da vecchi. Da morenti stiamo quasi per nascere, finalmente!

Cristo è veramente Risorto. Voglio dirlo a questa mamma. Voglio dirlo come posso.

Mi piacerebbe tanto, adesso, essere il post it giallo sul frigo che glielo ricorda, in mezzo alle altre cose.

Soprattutto ora. Soprattutto adesso che ha il dolente privilegio di avere vissuto una prova del genere che renderà difficile, forse impossibile, distrarsi dall’essenziale. Renderà urgente come respirare chiedersi e sapere che fine facciamo.

Ci sono storie e storie. Favole che leggiamo e storie che leggono noi. La storia di Gesù Cristo è vera. Ed è la sola notizia che dobbiamo lasciar correre ancora e di nuovo di bocca in bocca. Che passi per il mondo, tra padri e figli, tra tutte le madri che stanno sotto nuove croci, che passi e ricordi a tutti, uno per volta, che siamo figli e che nostro Padre è vicino. E che le pietre rotoleranno via.

Credo la Chiesa

di Anna Mazzitelli

“Credo la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica”.

Così dico tutte le domeniche e nelle feste comandate.

Ed è vero.
E quando la Chiesa si manifesta in modi così sorprendenti come è successo in questi giorni, mi viene una grande voglia di sorridere, di gioire malgrado le difficoltà.

E’ successo che ho ricevuto la mail di una persona che mi raccontava di avere il figlio, 6 anni, malato di leucemia. Mi si è straziato il cuore, le ho dato il mio numero, ci siamo messaggiate un po’, poi ci siamo sentite per telefono e raccontate un po’ di noi.

Discorsi da “mamme di ospedale”, discorsi che non facevo da tempo, ricordi, sensazioni condivise, paure, speranze, preghiere… spero di aver dato a questa mamma un poco di aiuto, sicuramente le ho assicurato, e lo ribadisco adesso, se dovesse leggermi, la mia preghiera e la mia presenza per qualsiasi cosa possa fare per lei.

Poi ho pensato che c’è poco da fare di “pratico”, oltre starla a sentire se ha voglia di parlare, farla sfogare, ascoltare e accompagnarla in questo viaggio che è la terapia di suo figlio.

Ma pregare posso, e posso anche chiedere ad altri di farlo.

Così ho sentito, nel giro di due giorni, tre persone, alle quali ho affidato questo bambino, e sorprendentemente tutte e tre mi hanno detto che già conoscevano la sua situazione, perché già qualcun altro aveva chiesto loro di pregare per lui.

Una di queste persone è Chiara, la mamma di Giacomo, e assieme abbiamo deciso di dare il tormento ai nostri bambini in cielo per farli smuovere a stare vicino a questo bimbo in questo momento così difficile.

Un’altra richiesta l’ho fatta alla mia insegnante di novene, la mia digiunatrice preferita, alla quale ho chiesto, appunto, di digiunare per lui, e lei, che già lo faceva e conosceva la situazione, saprà bene a chi altro passare il testimone visto che è la madrina di una compagnia di oranti diffusi in mezzo mondo.

La Chiesa, che famiglia straordinaria, in cui non serve dare dettagli ma basta chiedere una preghiera e si scatena un’onda che risuona in Paradiso!

Tutte una più scalcinata dell’altra, io per prima, ma che differenza fa, non serve essere sante per chiedere alla nostra Mamma celeste di guardare uno dei suoi figli con un occhio di riguardo, così come non serve che i nostri figli si siano comportati in maniera angelica per dir di sì quando ci chiedono una coccola o un pezzo di cioccolata.

Questa appartenenza mi commuove, e mi rassicura, mi fa sentire in compagnia, mi testimonia che non siamo solo una somma di persone, ma c’è qualcosa di superiore e straordinario che emerge e che tesse trame, incrocia storie, dirige passi e azioni, indirizza incontri, risponde alla nostra sete di Bene.

Pregate, chi passa di qui e legge, preghi con noi.
Grazie.

Storie di mamme

Qualche giorno fa mi ha scritto una mamma. Mi ha raccontato di essersi imbattuta per caso nel nostro blog e di aver conosciuto la storia di Filippo, e poi mi ha raccontato la sua.

Mi ha detto di aver scritto un libro che la racconta, e poiché è una storia di Fede, di conversione e di Grazia, le ho chiesto di scrivere qualcosa da pubblicare sul nostro blog.

Il libro che ha scritto non ha trovato una casa editrice che credesse in lui, ma io, che me lo sono fatto mandare e che l’ho letto tutto d’un fiato, l’ho trovato commovente, quindi ho deciso di dargli spazio almeno qui, nella nostra casetta virtuale, perché penso, come la sua autrice, che sia un libro che può dare speranza, e che, a parte i dettagli della difficoltà in cui si è trovata lei, e ci troviamo noi, giornalmente, racconta la storia di tutti noi, quando veniamo acchiappati con mano forte dal Signore che non permette che ci lasciamo andare, e ci dona speranza.

Quindi di seguito le cose che ha scritto Stella per Piovonomiracoli, e in fondo il suo indirizzo mail, perché generosamente e gratuitamente lei desidera mandare il suo libro a chiunque possa averne bisogno, e possa trovarvi un appiglio per ricominciare a vivere con una Luce nuova, con un cuore nuovo.

di Maria Stella Barone

Quante storie s’incontrano navigando sul web, ma in mezzo a questo grande guazzabuglio di vita, ogni tanto s’incontra qualcosa per cui vale la pena sospendere la propria ricerca e entrare, quasi in punta di piedi, per  leggere cio’che inizialmente ti colpisce solo per il nome.

“Piovono miracoli”… che strano titolo pensai, quando cercando tra i tanti blog mi imbattei proprio su questo, e un po’ perché credo nei miracoli, un po’ perché un miracolo l’ho avuto anch’io, questo titolo mi stuzzico’ al punto di entrarvi e leggere.

Lessi tutto d’un fiato la storia di un bimbo, Filippo, il bimbo a cui e’dedicato il blog, un bimbo che non si sa per quale misterioso disegno divino, doveva con la sua breve vita insegnare tanto non soltanto ai suoi genitori, ma a tutti quelli che hanno avuto la grazia di conoscerlo personalmente e a quelli che proprio attraverso il racconto della sua mamma e del suo papà avrebbero imparato a volergli bene.

Che bello, pensai, finalmente un blog che parla della vita, sì proprio così, perché Filippo esiste ancora e non solo nei ricordi di chi lo ama, ma vive in QUEL LUOGO meraviglioso, al riparo da ogni male e malattia, quel luogo dove tutti un giorno ritorneremo a vivere e ad incontrarci: Il Cuore di Dio.
E visto che questo blog parla di miracoli, di bimbi,di vita… ho voluto entrare e fermarmi per raccontare un po’ la mia storia che sa di bimbo, di vita, di miracoli.

Io sono solo una mamma, una mamma come tante, una mamma a cui però il Signore ha voluto dare una missione particolare: quella di affidargli un suo figlio speciale.

Otto anni fa infatti è nato il mio terzo bimbo ed è nato… con un cromosoma in più.

Io sono una persona molto credente e la mia fede è una fede molto profonda, ancorata non su passive tradizioni culturali ma sull’incontro vivo con UNA PERSONA, eppure quel cromosoma in più di mio figlio ebbe inizialmente la forza di lasciarmi attonita, sconvolta, travolta dal dolore più acerbo… non c’era disperazione in me, e questo grazie alla fede, ma la fede… non toglie il dolore, ed io l’ho sentito proprio tutto, il mio era un dolore forte, tagliente, quasi fisico che non mi faceva più vivere, mi aveva tolto la speranza, aveva spento in me i colori, nulla poteva essere ormai come prima per me, ormai ogni cosa era stata segnata per sempre da quel nove luglio, il giorno della nascita di Emanuele, il mio bimbo, ed io morivo ogni giorno di più…

A nulla valsero le parole confortanti di chi mi stava intorno e a cui io avevo confidato il mio dolore, a chi preso da una profonda pietas umana cercava, vedendo la mia profonda prostrazione, di alleggerire la mia pena con un sorriso, una parola di conforto, ma nessuno può capirti se non prova nel cuore ciò che provi tu… è come quando ti dicono che il fuoco brucia, è solo bruciandosi che si capisce l’intensità del suo calore… bruciandoti fai esperienza del fuoco…
Poi, esattamente 50 giorni dopo, 50 giorni di dolore, 50 giorni di morte, anch’io ebbi la mia Pentecoste.
Il Signore prese tra le Sue sante mani il mio povero cuore inaridito e lo risanò e piano piano e a poco a poco la linfa vitale iniziò a rifluire in esso facendolo tornare in vita e facendomi capire che io avrei dovuto amare quel bambino per ciò che era: semplicemente mio figlio.
Ecco, silenziosamente, così come accadono i più grandi miracoli della vita, era avvenuto un altro grande miracolo, quello della mia guarigione dell’anima.
Iniziai a guardarmi intorno, a prendermi cura del mio bambino, che fino allora avevo pure trascurato, tanto ero chiusa nel mio dolore, a capire che il Signore mi aveva fatto un grande dono: mi aveva donato Emanuele e con lui la missione di dire a tutte le mamme che come me soffrono ciò che soffrii io per 50 giorni che… se avessero detto il loro sì a LUI, così come anni addietro aveva detto si COLEI da cui è discesa la SALVEZZA, allora sarebbe stato proprio LUI a prendersi cura dei loro bimbi speciali, così come sta facendo con me, e siccome LUI fa nuove tutte le cose e riesce a trarre il bene dal male, riuscirà ad asciugare le lacrime dai nostri volti e a donarci un cuore capace di vedere “oltre”, di capire “oltre”, di darci quella capacità di uscire fuori da noi stesse per darsi agli altri, quegli altri che ancora non sono riusciti a superare il proprio dolore… Questo è un altro miracolo che solo LUI può fare…

E così, per aiutare gli altri, decisi di scrivere un libro, un libro che racconta la storia d’amore tra una mamma e il suo bambino, tra me ed Emanuele, un libro che serve a far capire che la sindrome non è una maledizione, ma forse è un’occasione in più che la Vita ci offre per capire ciò che veramente vale, e per far capire agli altri che la disabilità spesso è solo negli occhi ma sopratutto nel cuore di chi non riesce ad andare “oltre”…

LA GIOIA DI ESSERTI MADRE (Confessione d’amore di una mamma al suo bimbo “nato” down), ecco il titolo del mio libro e la parola “down” è proprio virgolettata per mettere in evidenza che Emy è solamente “nato” con la sindrome, ma che lui con la sua spontaneità, con i suoi limiti, con la sua capacità di dare un infinito amore è riuscito a sconfiggerla per sempre, facendomi sentire una donna e madre pienamente felice e realizzata in un mondo dove, a volte, si dà peso più all’apparenza che all’essenza…

Stella,
uncantodilode@gmail.com

Ritornato bellissimo

di Anna Mazzitelli

Questo post, scritto un po’ di fretta prima di uscire per andare alla Veglia Pasquale, è dedicato a Giovanna.

Non so nemmeno se lo leggerà, ma io devo scrivere queste parole, per lei e per me.

Qualcuno dirà che sono capocciona perché sono del segno del toro, qualcuno che sono orgogliosa, sicuramente ho un caratteraccio e mi segno tutto, soprattutto le risposte non date, ed è per questo che oggi voglio dare a Giovanna una risposta che ho nel cuore da due anni e mezzo, e che non le ho dato al momento giusto, ma che continua a venirmi in mente, e ieri, durante la liturgia della croce, con prepotenza si è stampata nella mia testa, come a voler significare che era venuto il momento di tirarla fuori.

Qualche anno fa morì una bambina che noi conoscevamo, e che era in cura con Filippo ed Emma al San Camillo. Giovanna era (è) amica della sua mamma, e si parlarono appena dopo l’accaduto. La mamma di questa piccolina le raccontava che avevano riportato a casa A. per pochi giorni, dopo il tentativo del trapianto di midollo, che però non era andato molto bene, e la malattia già imperversava. Quel tornare a casa era stato un dono, una vera Grazia, diceva la mamma di A., perché la piccola aveva potuto passare le sue ultime ore in famiglia.
Dopo essere morta, aggiungeva, era finalmente tornata bellissima. La malattia, le medicine, il cortisone, il trapianto, l’avevano sfigurata, ma una volta morta A. aveva ripreso le sue fattezze, era tornata la bambina stupenda che era stata.

Questo racconto mi colpì tanto, e credo che colpì anche Giovanna, la quale, la sera prima della morte di Filippo venne a trovarci e lo vide, agonizzante, nel letto.

Il giorno dopo, quando Filippo era morto, parlai al telefono con Giovanna, la quale, riferendosi a quanto le aveva raccontato la mamma di A., mi chiese: “Ma Filippo non è ritornato bellissimo?”.

Io capii cosa volesse dire, e le risposi di no.
Filippo era gonfio di cortisone, sofferente e rigido. Una delle ultime cose che disse in quella settimana, nella nostra settimana santa, fu: “Mi sono immobilizzato”. Non riusciva più a muoversi.
Inoltre Giovanna mi faceva quella domanda perché Emma aveva detto che voleva venire a casa a vedere Filippo, e quindi voleva capire cosa doveva aspettarsi e come avrebbe dovuto preparare sua figlia.

Mentre pronunciavo la mia risposta, però, un’altra frase saliva dal mio cuore, e mi dispiace di aver aspettato due anni e mezzo per tirarla fuori, ma è quello che ho pensato in quel momento ed è quello che penso ancora. Ed è quello che ho vissuto ieri sera, in chiesa, guardando il nostro crocifisso a grandezza naturale messo in mezzo alla navata per essere adorato.

Filippo non era mai stato più bello.

Questo è quello che avrei voluto dire a Giovanna.

E quel Cristo pieno di sangue, tumefatto, ansimante, in fin di vita, me lo conferma.
Anche Lui non era mai stato così bello.

Santa Pasqua, Giovanna.
Santa Pasqua a tutti.