Prima decade

di Anna Mazzitelli

10 novembre 2017

Questo post sarà composto da più di una parte.

Quando si è davanti a un problema complesso, una strategia risolutiva è dividerlo in più parti. Sembrerà di avere più problemi, allora, ma in realtà si spera che siano problemi più semplici.

E’ quello che sto cercando di fare con il mese di novembre, che se è possibile quest’anno si sta presentando più duro dei due precedenti.

Allora ho deciso di dividere il mio novembre in decadi, così il traguardo è più breve, e di fermarmi, dopo ognuna, per fare il punto della situazione.

“Tutto quello che non è offerto, è sprecato”. Questa è la parola che ho ricevuto stamattina. E giuro che ce la sto mettendo tutta per offrire questo dolore che mi sta divorando.

E lo sa chi mi vede la mattina, quando perfino davanti ai miei alunni devo fare uno sforzo per trattenere le lacrime, e lo sa chi viene suo malgrado tartassato di messaggi (avrà ben da offrire qualcosa anche lui, lo sto aiutando, no?), lo sanno i libri che leggo, che sono più del solito pieni di sottolineature, e i paesaggi che guardo, perché una cosa che mi dà conforto è guardare lontano, le mie montagne in fondo in fondo, che in questi giorni sono anche coperte di neve, che regalo.

E siccome di regali ne sto ricevendo tanti, voglio ringraziare, che è il primo passo per guardare fuori dal mio dolore e concentrarmi su quello che ho anziché su quello che mi manca.

Allora via:

I miei figli. E i loro amici Santi.

Don Paolo: oggi è il suo compleanno. Non ci sono parole per descrivere quale dono sia. E, con una pazienza infinita, risponde a tutti i messaggini pieni di punti interrogativi, anche se per rispondere deve andarsi a ristudiare qualcosa. Buon compleanno!

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Donatella e Domenico.

Tutte le persone che mi mandano messaggini mattutini di buona giornata, o messaggini serali di buonanotte. Ne ho salvati solo due, ma sono tanti di più.

Tutti i miei alunni, che con le loro frenesie, i loro disegni, i capricci, le uscite geniali, le gentilezze, riempiono le mie giornate, a volte pure troppo… (sono tutti in fila contro il muro non perché prossimi alla fucilazione, ma per un lavoro di geometria!)

La luce dell’alba, la luce dell’autunno, i colori che vedo con queste favolose lenti a contatto, i contorni delle foglie che si stagliano nel cielo, il panorama dalle finestre della mia aula, la neve, laggiù in fondo. Perché l’autunno è la stagione che preferisco, e da qualche anno, allo stesso tempo, quella che più temo. E’ una promessa, una promessa di quello che ci sarà dopo, una promessa di nuova vita, un passaggio, contemporaneamente doloroso e bellissimo, ed è esattamente lo specchio di quello che si agita nel mio cuore.

Gesù. Vivo, presente. Se vogliamo, a volte pure “ingombrante”, perché ci sono volte in cui mi piacerebbe starmene a piangere ricurva sul mio dolore e crogiolarmi in esso, ma appena ci provo sento questo dolore che prende un sapore diverso, e si fa dolce. E allora fa ancora più male, perché non è più possibile dire che non vorrei averlo, e capisco che non lo scambierei con niente al mondo, ma sempre dolore resta, e a volte non so proprio cosa farci.IMG_2249

I libri che leggo, pieni di segni a matita, le storie che raccontano, il sollievo-non sollievo che danno. Perché dicono la verità.

Le persone che ho conosciuto e con cui ho condiviso e condivido un modo di sentire, che anche senza frequentazione assidua ritrovo immutate ogni volta che ci si rivede, perché se un rapporto è stato vero lo è sempre.

E le nuove conoscenze, lo stupore nel sentirsi invitata a condividere qualcosa di grande, come sarà domattina, un battesimo inaspettato, o una frase che sembra buttata là per caso e invece nasconde altro, Altro.

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Il mio personale quarto mistero della gioia, il privilegio che ho di capire cosa significano le parole che Simeone ha detto a Maria, quel giorno, nel Tempio, privilegio che pesa quanto tutto il mondo, e che cerco di offrire per le intenzioni di quanti me lo chiedono.

L’eccomi di Maria, che ha fatto sì che il mondo possa recitare il Padre Nostro. (Per una persona in particolare, che chissà se leggerà: ci sto provando, ma per adesso sono ferma a “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, perché è pur sempre novembre, e ho bisogno di ricevere).IMG_2269

Le persone che frequento per vari motivi, e che poi spariscono da un giorno all’altro, per le situazioni della vita, e che lasciano un vuoto, tanto grande quanto è grande l’affetto provato, e che ancora una volta confermano questo mio miscuglio di emozioni, gioia e dolore terribilmente uniti, su cui sto lavorando, ma che per adesso si trasforma solo in lacrime.

… continua…

 

 

 

 

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Affondare

Sai Anna, ci sono due tipi di esperienza che i discepoli possono fare: la prima è quella di camminare sulle acque (o trascorrere indenni il mese di novembre), la seconda è quella per cui vale la pena vivere il dramma del mese di novembre, ovvero il contatto con quella mano che ti tira sù dal mare in tempesta.

E’ il contatto con quella mano, e non invece il non affondare, ciò che fa la differenza.

Gesù ripete al tuo cuore: “Coraggio, sono io, non temere”.

La differenza non la farà settembre, ottobre o novembre, ma il fatto che Lui c’è nel Tuo novembre.

Tu vorresti non barcollare, e non sai che l’esperienza più bella è quella che puoi fare proprio barcollando: la mano di Gesù in persona che ti sorregge.

Ci sono persone sante, nella mia vita.
Persone che rispondono alle mie richieste di aiuto, persone che pregano per me.
Persone che misteriosamente non attaccano il telefono quando le chiamo, e che anche se sanno che la mia domanda non ha risposta, cercano parole da donarmi, che possano alleviare il mio dolore.
So di non meritarle, ma ricorro a loro nei momenti in cui mi sento affondare. E sono come la carezza di Dio sul mio volto.
E ci tengo a dire che questa carezza la sento forte e chiara.
Anche a novembre.

Grazie.

Pranzi, campagna e palloncini

Qualche settimana fa siamo stati a pranzo da amici vicino al lago Trasimeno.

Due coppie, Silvia e Massimo che ci ospitavano a casa loro, Barbara e Marco che venivano da lì vicino, e tutti i loro figli.

Dico “amici” anche se ci vediamo al massimo una volta l’anno, ma quando c’è un’armonia così come c’è stata con loro dal primo incontro, non si può usare un’altra parola. 

A parte il cibo buonissimo e la giornata persi nel nulla, in un posto in piena campagna, dove per non guardare un panorama devi per forza chiudere gli occhi, entrambe le coppie mi hanno regalato qualcosa di bellissimo, che ho portato via con me, e per cui le ringrazio.

Silvia, la padrona di casa, ha allestito un pranzo per 14 persone, cucinato, apparecchiato con i piatti veri e non di plastica, bicchieri doppi, piattini per frutta e dolce… e fino a qui talvolta ce la faccio anche io.
Dopo il caffè suo marito vuole farci vedere le foto scattate a Natale scorso in Etiopia, dove ha trascinato tutta la famiglia (ne ha anche raccontato qui su queste pagine), e lei, sollevata che tutti stiano cambiando stanza, inizia a sparecchiare.
Lui la ferma, le dice di non farlo, che lo faranno dopo, le chiede di stare con noi, a vedere tutti insieme le foto dell’Etiopia.

Ora, come è noto io non sono santa e lei sicuramente lo è, ma come si fa?
Ha mollato tutto sul tavolo che era ovviamente un macello e si è venuta a sedere sul divano, sorridendo, a guardare foto che avrà già visto centinaia di volte, e non ha nemmeno sospirato!
Massimo, sei un uomo davvero fortunato, lasciatelo dire, a Stefano non sarebbe andata così bene…

Barbara invece ci ha raccontato con così grande passione tutte le attività che lei e Marco portano avanti nella loro parrocchia -corsi per fidanzati, catechismo, corsi per le coppie che devono battezzare i bambini, e tantissime altre cose ancora – che ha scatenato in me una grandissima sete di fare qualcosa in parrocchia assieme a Stefano, come coppia.

Quindi, quando il nostro Parroco ci ha proposto (il giorno dopo il pranzo!) di fare da catechisti a una ragazza adulta che vuole ricevere il battesimo, mi è sembrato un regalo, anziché un impegno.

Come un regalo è stato ricevere questa mail da Barbara, in cui racconta una cosa che le è successa a metà settembre:

di Barbara Ducri

Domenica scorsa, e anche ieri, sono andata a visitare i cimiteri con i miei figli e mio marito. Mentre passeggiavo in mezzo ai miei cari che non ci sono più , pensavo anche a Filippo… a quanto i nostri cari in questi giorni ci fanno ricordare che è inutile correre, arrabbiarci, programmare ogni attimo della nostra vita… perché solo Dio può decidere per noi…

Ogni volta che penso a Filippo nel mio cuore scende un sentimento di tenerezza, di dolcezza e di serenità che mi fa ricordare quanto preziosa e breve è la vita, per essere sprecata in cose di poco valore.

In questi giorni si parla spesso di chi siano i Santi, e io spiego ai miei figli e ai miei alunni a scuola che tutti possiamo diventare Santi, basta fare le piccole cose di tutti i giorni con tutto l’amore e la fede possibile in Gesù.

E Filippo è proprio uno di questi esempi…

Con la sua breve vita ha lasciato un’amore infinito intorno a lui che ha dato frutto e che ancora sta mostrando i suoi doni.

A tale proposito, voglio condividere con tutti un’esperienza particolare che riguarda Filippo e che dimostra come le persone che non ci sono più, lo sono solo con il corpo, perché ci mostrano il loro amore inviandoci dei piccoli messaggi (Dioincidenze) che, se sappiamo cogliere, ci trasmettono un’infinita fede e una grande speranza nel futuro.

All’inizio di Settembre mi è accaduta una cosa particolare.

La sera prima, mio marito era tornato dal lavoro molto preoccupato perché doveva risolvere un problema molto spinoso e non sapeva come fare. Allora mi chiede di pregare per lui, e io, fiduciosa, penso a Filippo e mi affido a lui.

La mattina seguente, mentre porto la mia piccola di 4 anni all’asilo, vedo, vicino alla ruota della mia auto, un palloncino giallo con scritto “La mia prima comunione”.

All’inizio rimango un po’ stupita perché dico tra me e me: “Chi l’avrà perso? Non è periodo comunioni”, poi però non ci penso più e lascio che Celeste (la mia bambina) lo prenda e lo porti in macchina.

Quando rientro a casa faccio colazione, e mentre leggo le notizie su Facebook, Anna condivide esattamente questa notizia:

– Oggi 14 Settembre (esaltazione della Santa Croce) per me è un giorno speciale perché ricorrono 3 anni da che Filippo ha fatto la prima Comunione –

Mentre leggo questo messaggio, ecco che quasi mi strozzo con la colazione!!!

Inoltre Anna posta la foto della prima Comunione di Filippo… e indovinate un po’ di che colore era la sua maglietta? Era proprio gialla come il palloncino che avevo trovato vicino alla mia macchina.

Io non credo nelle coincidenze, ma, come ho detto prima, credo che i nostri Santi e i nostri angeli siamo sempre vicino a noi, e che se noi li preghiamo, sicuramente in qualche modo ci faranno capire la loro risposta o il loro messaggio per noi da parte di Dio… basta solo aspettare e ascoltare con il cuore.

Grazie Filippo ….

P.S. Ovviamente il problema di lavoro di mio marito si è risolto per il meglio (dopo quel messaggio celeste non ne avevo dubbi!)

Grazie, Barbara!

Una preghiera per un “sì”

di Anna Mazzitelli

Ci sono persone che, più di altre, per loro scelte personali di vita, si trovano a dover dire dei “sì”.

Dover dire. Perché va bene il libero arbitrio, ma quando uno intraprende una strada particolare come una consacrazione, alla fine si dà quasi per scontato che il suo “sì” venga confermato.

Ma anche questi cammini sono fatti di molti passi, e ogni volta ci si trova davanti alla propria vita, e si deve confermare la propria adesione, prima nel silenzio del proprio discernimento vocazionale, e poi pubblicamente.

Magari si indossa l’abito fin da subito, ma tra postulato, noviziato, post-noviziato, professione solenne, diaconato e sacerdozio, le tappe sono tante e ogni volta, credo, ci si interroga su quello che si sta facendo, e sull’adesione delle proprie scelte alla volontà di Dio.

Forse noi sposi siamo più fortunati: è vero che a ogni ora del giorno ci è richiesto di rinnovare le nostre scelte e le nostre promesse, è vero che la vita coniugale mette in continuazione uno di fronte all’altra e quindi c’è sempre bisogno di confermare la propria volontà di restare insieme, ma il giorno del matrimonio è uno solo, si dice un sì che durerà per tutta la vita, oltre che per tutti i giorni della nostra vita.

A chi decide di sposare Gesù Cristo, viene chiesta un’adesione a più riprese, almeno fino al “sì” finale e decisivo che accoglie il sacramento dell’ordine sacro, e se da una parte questa è una cosa bellissima, perché ti costringe a coinvolgerti in continuazione con tutto te stesso, e a non vivere di abitudine e di routine, d’altra parte mette tutte le volte in moto la coscienza e rimette in discussione l’intera persona che intraprende il cammino.

Insomma, oggi pomeriggio (sabato 21 ottobre) un ragazzo che già da qualche anno porta il saio marrone e il cingolo alla vita, dirà il suo ennesimo “sì” e diventerà diacono.

Gliene mancherà ancora uno solo, per essere sacerdote.

Pregate con me per lui, perché il suo “sì” sia traboccante di letizia, come lo è sempre il suo sguardo.

 

Venite alla festa

di Anna Mazzitelli

Prendo in prestito alcune delle parole dell’omelia di domenica 15 ottobre di Padre Maurizio Botta, che mi aiutino a sciogliere il nodo che mi si è formato in gola domenica, parlando con un’amica.

Mesi che non la incontravo e che non avevo sue notizie, la promessa che mi avrebbe chiamato, mai mantenuta, il sentore che ci fosse qualcosa di importante da dire, il tempo che corre come un pazzo e non lascia briciole a nessuno.

Domenica scorsa, di punto in bianco, l’incontro.

Dopo la Messa, dopo questa meravigliosa parabola delle nozze del figlio del re, che sembrava fatta apposta per questo incontro, per questa situazione.

Ecco lo stralcio dell’omelia, quindi:

(…) L’uomo misteriosamente è abitato da questo impulso a trascendersi, a superarsi. Dico misteriosamente perché non basta assolutamente la fragile teoria dell’evoluzione a spiegare questo strabordante di più dell’uomo. L’uomo come diceva Leopardi manifesta nella noia il segno della sua intima grandezza e non trovando una festa adeguata si accontenta di una dipendenza, di una fuga narcotica, alcolica, stupefacente, sessuale. In generale l’uomo si incatena da solo scegliendo la sua dipendenza e la sua tristezza. (…)

Un re, che fece una festa di nozze per suo figlio…

Dio invita alla festa, alla festa per eccellenza. Un invitatore seriale che non può non invitare. Con così tanta insistenza e larghezza da correre il rischio di invitare gente indegna.

Indegnità non è morale, ci viene specificato, infatti, che ad essere invitati sono buoni e cattivi.

Indegnità è il disprezzo per questo invito. Il disprezzo, inteso come prezzare poco, ha due espressioni: “Non ci vado perché credo ci sia di meglio” oppure “Ci vado senza dare il mio meglio”.

Lasciare Dio a dire: “Non è venuto!” oppure andarci in tuta, disprezzando l’intimità. L’abito nuziale è la gratitudine.

L’ingrato è l’uomo senza abito. Senza umiltà, senza il capo chino di chi stupito e confuso ringrazia per un onore immeritato ed esorbitante. Senza questo atteggiamento non possiamo goderci la Festa più piena ed esaltante a cui si possa sognare di essere invitati. (…)

di Padre Maurizio Botta C.O.

Amica mia, quanto ci costa liberarci delle dipendenze perché è difficile trovare una festa adeguata, e una volta capito qual è quella festa, quanto ci costa cercare di avere l’abito giusto!

E’ fatica, è dolore, ma nel nostro cuore il seme del desiderio di Alto e di Perfetto c’è, anche se è più facile tenerlo buono e non dargli retta.

Ma c’è.

E quando decidiamo di seguirlo, di coinvolgerci completamente per raggiungerlo, accidenti che male! Non è possibile arrivare alla domenica di Pasqua senza essere passati per il venerdì Santo. Però il nostro cuore lo sa che è lì che dobbiamo andare, a dispetto di quanto possa fare male il percorso.

E’ la festa più piena ed esaltante a cui si possa sognare di essere invitati.

Allora mi si stringe la gola e non trovo parole, davanti a te che hai deciso di stravolgere la tua vita per seguire il tuo desiderio, la tua sete di assoluto, di infinito, che hai deciso di non accontentarti, e di attraversare il calvario, nella speranza di vedere finalmente quel sepolcro aperto e vuoto.

Mi inginocchio davanti alla tua vita e davanti ai tuoi occhi che riflettono dolore, ma cercano la luce.

E ho l’intima certezza che è la scelta giusta, quella che hai fatto, anche se lo dico sottovoce, perché capisco la profondità del tuo dolore, ma conosco anche le carezze di un Padre che lenisce questo dolore perché sa che è offerto a Lui, e che non lascia soli.

Hai ricevuto l’invito alla Sua festa, troverai l’abito più bello, e sarà ora di festeggiare. Ne sono convinta. Così come sono convinta che se avessi tentato di partecipare alla festa con l’abito sbagliato, non sarebbe stato lo stesso. Ti saresti trascinata avanti, ma nel tuo cuore sarebbe rimasto un vuoto e un desiderio non esaudito. E questo non ti avrebbe resa felice.

Non mollare questa certezza, tieniti aggrappata a lei. So che festeggerai.

Io prego per te, e ti regalo questa preghiera, scritta da Antoine de Saint-Exupéry:

“Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi…”

Sembra scritta per te.

La felicità è un po’ una scelta

di Anna Mazzitelli

Il titolo di questo post è letteralmente rubato: qualche giorno fa ho preso un caffè con mia mamma e una nostra amica di vecchia data, la quale ci ha parlato a lungo delle sue quotidianità più o meno difficili (e chi può sostenere di non avere quotidianità difficili?) e del fatto che giornalmente lei decide di andare avanti come ha sempre fatto, nonostante spesso il suo istinto la porterebbe a mandare tutto a quel paese.

Non credo serva aggiungere dettagli: tutti noi siamo impantanati, chi più, chi meno, in una realtà che ci tira verso il basso, e io, che ho trent’anni meno di lei, mi sono immedesimata perfettamente nelle sue parole. Cambiano le circostanze ma non la sostanza.

A un certo punto lei ha pronunciato quella meravigliosa frase: “La felicità è anche un po’ una scelta”.

Che schiaffo per il mondo, che predica la libertà associandola al non avere vincoli, doveri e fastidi, che spinge a rompere i legami se si fanno difficoltosi, a rifiutare i problemi, a demonizzare le malattie, a ricercare sempre la perfezione, delineandone anche i criteri!

E la conversazione in questo bar, davanti a un meraviglioso mocaccino che sembrava un’opera d’arte, si sposa con l’audio che mi ha mandato Chiara qualche giorno fa (sì, finalmente sono riuscita ad ascoltarlo!) registrato alla giornata di inizio anno degli adulti e gli studenti universitari di CL, ad Assago (Mi).

A chi di noi non piacerebbe essere sorpreso da qualcosa che fa cantare tutto?

Cosa fa cantare, anche dentro una vita che osservata dal di fuori sembra in perdita, sembra una sconfitta?

Cosa rende la quotidianità all’altezza dei nostri desideri, trasforma anche le difficoltà più grandi, trasfigura il dolore e la fatica?

Cosa ci strappa dall’essere solo dei bravi esecutori di riti e attività, tutte preziose ed essenziali, non dico di no, ma spesso vuote?

Cosa mi ridarà l’entusiasmo per portare avanti un anno di catechismo che avevo deciso di non fare, e che per adesso ho iniziato più per dovere che per vera convinzione? Cosa mi farà affrontare un anno di accompagnamenti a scuola, asciugature di capelli in piscina, compiti il sabato mattina, panni da stendere, nasi da soffiare, riunioni a scuola, riunioni in parrocchia, corsi di formazione…

Don Carròn propone il test della letizia: faccio tutto quello che deve essere fatto, anche più del necessario, a volte. Ma tutto questo mi dà letizia? Perché senza quella, tutto diventa faticoso, pesante, insopportabile. E la fatica che provo e la mancanza di letizia sono il sintomo del bisogno che ho di Dio.

Ebbene, amica mia, sono d’accordo con te. La felicità è un po’ una scelta. E io ho scelto di essere attaccata a Dio, di far fare a Lui, di farmi da parte per lasciare a Lui lo spazio necessario per fare quello che desidera.

E, sì, sono lieta.

Allora, però, si deve vedere. Perché non voglio che i miei figli, tra vent’anni, ricordino di aver avuto una mamma sempre cupa, sempre arrabbiata.

Ho deciso di sorridere di più. E mica è facile, all’inizio. Questi sorrisi sembrano così forzati e finti…

Eppure è successa una cosa: i miei figli mi guardano strano. Non se lo aspettano.

E questo è terribile, ma meno male che ci sono arrivata…

E poi, martedì, mentre io e Francesco andavamo verso la parrocchia, per il benedetto primo incontro di catechismo, lui mi ha detto: “Che bello quando tu sei felice”.

E il lamento si trasforma in canto.

L’ultimo pezzetto

di Anna Mazzitelli

Da quando l’ho fatto la prima volta, a maggio del 2015, il pellegrinaggio notturno delle sette chiese è diventato un’abitudine. Credo che sia un po’ una droga e io ne sono dipendente.

Se ripenso a quanta paura avevo -la prima volta- di non farcela, mi viene da sorridere. Perché, in effetti, si fa.

E’ lungo, sicuramente faticoso. Ma qualcosa ti aiuta, e si fa.

E poi, da quella volta, ho sempre avuto con me mio cognato Pietro, in rappresentanza della sua famiglia, e questo fa un po’ la differenza, perché quando sai di non essere solo, è tutto più facile.

Comunque una delle cose che avevo sentito dire su quel pellegrinaggio è che alla fine, quando si arriva a Santa Maria Maggiore, alle sette del mattino, dopo aver camminato tutta la notte, si può entrare in Basilica, e andare a pregare davanti alle reliquie della culla di Gesù Bambino lì custodite.

Mia sorella, che l’ha fatto 12 anni fa con Don Fabio Rosini, mi raccontava che arrivati lì Don Fabio esortava i pellegrini a chiedere una grazia a Dio. Diceva loro di spararla grossa, di puntare in alto, perché dopo tutta la fatica del pellegrinaggio non si può non essere ascoltati. E concludeva così: “Chiedete, e poi vi accorgerete del perché la gente torna a farla, quest’ammazzata… tornerete anche voi”.

E così, affidandomi, ogni volta che ho fatto il pellegrinaggio ho portato con me un’intenzione speciale da deporre davanti alla culla di Gesù, il sabato mattina.
Cinque pellegrinaggi, cinque intenzioni.

Non ho ricevuto miracoli, non è quello che sto raccontando, mi dispiace deludere.

Anzi, direi che le cose sono andate sempre in modo abbastanza differente da come io le ho chieste e da come me le sarei immaginate. E questo è perfettamente normale, perché Dio esiste, ma per fortuna vede più lontano di me.

Quello che posso testimoniare è che la sua mano, in tutte le situazioni che gli ho affidato davanti alla mangiatoia, si è fatta presente, con l’originalità e la fantasia che la contraddistingue, e le grazie sono piovute con abbondanza.

Ora, a maggio scorso ho partecipato all’ultimo pellegrinaggio.
Ma stavolta ho sbagliato scarpe.
La soletta di entrambe era talmente consumata che si è logorata e rotta presto, lungo la strada. Già a San Bartolomeo, sull’isola Tiberina (una delle prime tappe) avevo male a entrambi i piedi, ma non mi ero resa conto della gravità della situazione, che poteva solo peggiorare.

Ho tenuto duro, l’orgoglio, la testardaggine, l’importanza della mia missione erano tali che niente mi avrebbe fatto desistere, figuriamoci un po’ di mal di piedi.

E poi mio cognato mi sosteneva, pregava con me, e mi faceva ridere, non ero sola.

Come sempre è stata un’esperienza meravigliosa, però a un certo punto, già albeggiava, la situazione è diventata insostenibile.

Arrivati a San Lorenzo al Verano praticamente zoppicavo, e da lì a Piazzale Aldo Moro non riuscivo più a tenermi in piedi: continuando a camminare tutta la notte avevo strusciato la pianta del piede sui buchi nelle solette delle scarpe, mi si erano formate delle vesciche che poi, alla fine, si erano anche bucate, provocando un forte dolore e l’impossibilità di poggiare il piede a terra, entrambi i piedi.

Mancava così poco!

Dalla Sapienza a Santa Maria Maggiore, una mezzora al massimo, e poi una parte bellissima del pellegrinaggio, in cui si cantano le litanie dei Santi tutti assieme, camminando nella luce del giorno che si fa sempre più chiara…

Ma non ce l’ho fatta, ho deciso di fermarmi.

Avevo nel cuore la mia intenzione, e mi sentivo in colpa, come se quell’ultima mezzora di pellegrinaggio non offerta potesse precludere la possibilità di chiedere, di domandare…

Accidenti che scema che sono, ora sorrido, ma quella mattina mi sentivo davvero male per aver lasciato…

Quanto orgoglio, quanta presunzione, eppure dovrei averlo capito che noi ci mettiamo pure tutta la buona volontà, ma…

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno. (Sal 126)

Se ho ricevuto il mio miracolo, se Dio ha accolto la mia supplica e ha deciso di donarmi la sua Grazia, se stavolta l’ha fatto come la chiedevo io, o se ha in mente qualcosa di diverso, lo saprò solo col tempo, con tanto tempo.

Ma una cosa l’ho già ricevuta: la certezza che da Piazzale Aldo Moro alla settima chiesa, Santa Maria Maggiore, non ho camminato io, che nel frattempo ho preso un taxi con mio cognato e sono tornata a casa, ha camminato Lui.

E’ sempre Lui che fa l’ultimo pezzetto. Noi facciamo quello che possiamo, con le nostre forze umane e limitate. Il resto lo fa Lui, aggiusta il nostro cammino, e raggiunge l’obiettivo giusto, cui invano puntavamo cercando di destreggiarci malamente con le nostre misere possibilità.

Nulla è impossibile a Dio. Questo è quello che ho ricevuto quella mattina. Sono certa che l’ultimo pezzetto del mio pellegrinaggio l’abbia fatto Lui.

 

PS: il prossimo pellegrinaggio delle Sette Chiese sarà Venerdì 11 maggio 2018… chi viene con me?