Un mughetto per un’amicizia

Ho incontrato Annalisa tre o quattro volte in tutto, eppure è nata subito una simpatia (spero) reciproca. Io che sempre demonizzo i social, devo stavolta ringraziare Instagram perché regala qualche occasione in più alla nostra amicizia a distanza, e ci dice qualcosa l’una dell’altra.
Come quando, qualche tempo fai, lei ha pubblicato la foto dei suoi mughetti, e io me ne sono innamorata.
Lei ha promesso che me ne avrebbe spedito qualche bulbo, io me ne ero completamente dimenticata, finché non mi è arrivato un suo messaggio vocale, nel quale diceva che aveva spedito il tutto… ma che forse mi sarebbe arrivata solo della terra…
Nella terra un bulbo c’era, e ora riposa nel vaso sul mio terrazzo, siamo in attesa di vedere cosa diventerà. D’altra parte è il tempo giusto per aspettare.
Tra messaggi e risate, questa frequentazione a distanza è diventata anche un’altra recensione per il mio libro, che mi ha fatto commuovere. Mi ha fatto commuovere perché ancora una volta scorgo nell’affetto delle persone che ho vicino al cuore, l’amore di Dio, che mi manda amici a riscaldare i momenti freddi e illuminare le mie oscurità.
E un’amicizia come quella che c’è con Annalisa, che descrive Maria come “l’unica donna che ha gli scarponi adatti” per accompagnare ciascuno di noi a scalare la propria montagna, proprio in questi giorni in cui aspettiamo la sua festa più bella, mi fa commuovere ancora di più, perché mi racconta la bellezza di questa Chiesa, un po’ acciaccata, forse, magari anche un po’ disorientata, ma certamente l’unica strada possibile per arrivare dove Maria ci aspetta, alla vita vera, alla vita eterna.

Un dolore senza sconti si lascia accarezzare da una stella che ride

di Annalisa Teggi – pubblicato su Aleteia il 20/11/20

Ho sempre pensato, sbagliandomi alla grande, che l’episodio biblico del sacrificio di Isacco fosse consolante. Dio ti mette alla prova, ma poi interviene e sistema tutto. Nient’affatto. Una riflessione di Vittorio Robiati Bendaud, letta di recente, mi ha raggelato come una doccia fredda, anche solo portando l’attenzione su un dettaglio di quel testo: Abramo e Isacco salgono insieme sulla montagna dove si svolgerà il terribile sacrificio, ma poi Abramo scende da solo dalla montagna.

Isacco si è salvato, ma tra padre e figlio c’è una frattura aperta, una ferita che non si rimargina. E questo la dice lunga sull’onestà della Bibbia verso l’esperienza umana del male e del dolore.

Anna Mazzitelli è una mamma che è salita su quella stessa montagna insieme a suo figlio Filippo – una leucemia con 4 recidive – ed è scesa da sola, ma perché il figlio è morto. Mi correggo subito: è sbagliato dire che sta scendendo sola da quella montagna, prima di tutto perché accanto a lei ci sono il marito Stefano e altri due figli molto vispi, Francesco e Giovanni. Ma soprattutto per il motivo che lei stessa mette a fuoco fin da subito nel suo nuovo libro, Sulle punte dei piedi (Tau editrice):

Isacco non è per Abramo, è per far entrare Abramo in relazione con Dio.

Lui non mi ha mollato

Chi conosce già la storia della famiglia di Anna si ricorderà della strampalata e meravigliosa trovata di Filippo di portare le magliette a rovescio. Sfogliando le pagine del nuovo libro scopriamo che aveva anche l’abitudine di camminare sulla punta dei piedi. Una madre a cui resta una memoria piena di ricordi di un figlio che ora è in Cielo afferra segni anche dentro i gesti più semplici. Filippo camminava già appartenendo all’eterno di Dio anche durante la vita sulla terra, piena di momenti felicissimi in famiglia e di terapie altrettanto feroci.

Pensando ad Anna, della cui amicizia sono grata, mi dico sempre che non posso capirla. Ma posso seguirla, camminarle accanto anche da lontano. E la vedo come una donna che non vuole più vivere coi piedi per terra, per quanto sia una persona concreta, di operosità più che di chiacchera, innamorata delle sfumature indicibilmente varie del creato. Come dice lei (citando Saint Exupéry), ora in cielo ha una stella che ride e quindi cammina qui – tra scuola, casa e faccende – ma sta anche lassù.

[…] quando ripercorro i momenti più difficili e ricordo come non sono stata lasciata sola, come Lui non mi ha mollato nemmeno per un attimo, quando penso al mio dolore che c’è, è tutto intero, senza sconti, senza riduzioni, ma sento in esso una consolazione e una dolcezza che non si può tacere, che va gridata, che va regalata a chi si trova nel buio e nella disperazione.

Non c’è il lieto fine – come ce lo aspettiamo noi – quando si sprofonda nell’esperienza del dolore innocente di un bimbo, c’è però un’alternativa radicale alla solitudine cieca. Filippo camminava già proiettato all’alto, ma c’è una Mamma che non vede l’ora di fiondarsi giù dal cielo per starci accanto.

La pietra sul cuore

Credo che alcuni abbiano un po’ di timore a comprare un libro in cui si parla di morte e di infanzia. Anna non ha scelto di scrivere un libro, ma di recitare il rosario. Si può  quindi dire che il vero contenuto è una camminata insieme all’unica Donna della storia che ha gli scarponi adatti per qualunque terreno dissestato e fangoso ci sia nella nostra anima:

Sono certa che Maria sia accorsa a recuperarmi, ricordandomi che potevo scegliere di restare aggrappata a quello che pensavo fosse giusto avere per me, ma in quel modo non sarei stata felice, non sarei uscita dal buio in cui mi aggiravo e in cui giravo a vuoto. […] E piano piano, avemaria dopo avemaria, la pietra che avevo al posto del cuore ha cominciato a sciogliersi.

Per ogni mistero Anna s’immedesima con Lei e poi lascia che sia Maria a darle gli occhi per guardare la propria vita. Impara ogni giorno da Filippo a lasciarsi guardare a rovescio da Dio e da sua Madre.

Tanto non poco

Che vuol dire a rovescio? Avere il coraggio di cedere, di lasciarsi “rivoltare” lo sguardo da un’ipotesi assurda per il nostro istinto ma così vera che il cuore può sentirsi a casa solo lì. La Madonna ha vissuto ogni sfumatura del rapporto affettivo con suo Figlio, ci è compagna di carezze e di spaventi, di stupore e di tremore, di lacrime amarissime. Se Lei è stata sotto la Croce, noi non saremo mai soli sotto il peso delle nostre croci.

Ecco, è questa la casa in cui Anna e Stefano, e anche i fratelli Giovanni e Fracesco, abitano. Non è una cassaforte, non è una prigione; ci sono porte affacciate su tutta la realtà e c’è una finestra da cui entra la bufera buona che mette tutto sotto sopra. Solo abitando la compagnia di Maria e Gesù si può osare dire qualcosa di incredibile: la vita piena di un bambino morto.

Credo che per quanto possa essere stata breve, la sua vita sia stata piena.
Certo non si è laureato, non ha mai guidato una macchina, non ha provato l’emozione e la gioia di tenere in braccio un figlio, e chissà quante altre cose, non riuscirei mai a elencarle tutte. Ma questo non mi fa piangere. Piango, invece, a pensare a quanto ha avuto, e a quanto abbiamo avuto noi nel vivere accanto a lui. Piango pensando a quanto ci siamo voluti bene, a quante cose ci siamo detti, a quante pagine di libri abbiamo letto, alcune talmente tante volte da conoscerle a memoria.

Non ho bisogno di nulla

Il dolore spoglia, in certi casi arriva a scorticare la pelle e spezzare le ossa. Cercare nell’esperienza cristiana la crema lenitiva migliore è un abbaglio. Se dopo la morte di un figlio il massimo che si potesse sperare fosse la consolazione, saremmo davvero in un incubo e non in un mondo di cui Dio disse «è cosa buona». Ringrazio Anna di non aver temuto di passare per matta osando parlare anche di gratitudine, che è l’opposto di un sentimento allegro, sereno, leggero.

San Francesco ci è maestro di gratitudine (è il passo del libro di Anna che ho riletto tante volte perché vorrei impararlo a memoria). Scrisse quel capolavoro di meraviglia e di bene che è il Cantico delle Creature in un momento terribile della sua vita: la sua malattia agli occhi l’aveva reso

quasi cieco e aveva anche le Stimmate. Proprio la sottrazione, l’operazione matematica che detestiamo se applicata alla nostra vita, generò nel Santo una moltiplicazione di certezza nel bene. Sorella morte. Mistero che lascia basiti.

Il dolore scortica e fa gridare ahi! senza censure, fa dare il nome vero alle cose. Una perdita è una perdita, un lutto non si supera. Ma dentro a questa sottrazione che lascia solo il pavimento duro di ogni giorno, non è follia la voce che dice grazie:

Grazie per le cose che mi hai tolto, soprattutto per le cose che mi hai tolto, perché mi fanno ricordare sempre che senza di te non sono e non posso nulla, ma anche che, alla fine, non ho bisogno proprio di nulla, se Tu sei con me.

(link all’articolo originale)

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