Sulle punte dei piedi

di Anna Mazzitelli

Che dire del libro che da domani (martedì 10 novembre) sarà in vendita nelle librerie cattoliche (e online)? Non sono la persona più adatta a parlarne, essendo totalmente incapace di auto-promuovermi e di fare pubblicità ad alcunché.

Allora racconterò la storia di come è nato, perché almeno potrò dare la colpa a qualcuno, che è sempre molto liberatorio.

Una sera di fine estate di due anni fa Valeria e Massimiliano, che allora erano una coppia, hanno cenato sul nostro terrazzo. Mi hanno portato in dono un libro, “L’altra figlia“, la storia (vera) di una donna (l’autrice) che per caso scopre che i suoi genitori hanno avuto un’altra figlia, oltre a lei, che era morta bambina due anni prima che lei nascesse. Nessuno le aveva mai parlato di questa sorella e, quando ne scopre l’esistenza, la sua vita è stravolta.
Da adulta, diventata scrittrice, si rivolge con questo libro – come in una lettera – alla sorella mai conosciuta, e le racconta come la sua prima inconsapevole, poi svelata assenza nella sua vita sia stata una relazione ben più significativa di tante altre, forse di qualunque altra.

Con questo libro in mano e un’ostinata testardaggine nel cuore, Massimiliano e Valeria mi hanno convinto che era ora di scrivere un altro libro.

La conversazione è andata più o meno così:

“Già pensavo che nessuno avrebbe avuto piacere di leggere la storia di un bambino che si ammala e poi muore. Mi sbagliavo, avevate ragione voi, l’hanno letto. Ma ora mi volete convincere che a qualcuno interessi cosa ne è di una madre e della sua vita dopo la morte del figlio? E’ una cosa assolutamente senza senso, non interessa niente a nessuno!” dico io, forse usando un linguaggio leggermente più colorito di così.

“Ti sbagli,” fa Valeria, “è proprio questo che interessa alle persone. Come si sopravvive, come ha fatto qualcuno che ce l’ha fatta”…

“Che apparentemente ce l’ha fatta…” mi difendo io, “Io sto male come tutte le mamme che hanno perso un figlio, perché dovrei scrivere qualcosa, non ho mica una ricetta segreta che faccia stare bene, che lenisca il dolore, che faccia essere felici, dopo”.

“Nessuno si aspetta una ricetta che curi la ferita, è ovvio che la ferita non si cura, che la ferita continua a sanguinare per tutta la vita. E’ anche vero che tu, nel tuo blog (che poi si intitola Piovono miracoli, non ti sembra di dover raccontare quali miracoli piovono?), parli di una consolazione che ricevi e che ti sostiene, che non ti fa essere disperata, che sostiene il tuo cammino e che, malgrado il dolore, ti avvicina a Dio invece che allontanartene. Non è per tutti così, lo sai. Il dolore è la prova più dura, è quello che fa da spartiacque tra una fede ricevuta, tramandata per abitudine, e una fede provata col fuoco, che resiste. Questo le persone vogliono leggere. Vogliono sapere, hanno bisogno di sapere che è possibile continuare a fidarsi, continuare a sentirsi amati, nonostante il dolore che portano con sé ogni giorno. Vogliono credere che possa succedere anche a loro, e l’unico modo per crederlo prima di averlo sperimentato, è sapere che a qualcuno è successo”.

“Non mi hai convinto,” faccio io, “ma posto che tu abbia ragione, c’è il blog, posso provare a recuperare i post che ho scritto e a vedere se qualcuno ha voglia di pubblicarmeli.”

A questo punto, poiché ormai sembra fatta (e forse in effetti lo è) con perfetta sincronia, come se avessero fatto le prove, interviene Massimiliano: “Non puoi semplicemente pubblicare una somma di post, un conto è il linguaggio che usi per un blog, un conto è quello richiesto da un libro. Devi trovare una struttura, raccontare con criterio.”

Ha ragione, e rende tutto molto più complicato, eppure niente ti aiuta come qualcuno che ti parli sinceramente e senza mezzi termini, come qualcuno che non sia condiscendente e che ti dica anche cose che non vuoi sentire, trasmettendoti contemporaneamente il suo affetto e la sua fiducia in te. Forse è questa la definizione della parola amico.

Non fa in tempo a scendere la notte su quella conversazione che già ho in mente la struttura che vorrei dare a questo nuovo racconto.

Sono diversi mesi che recito il rosario in maniera diversa dal solito, dopo aver ascoltato una catechesi di don Luigi Epicoco, e ho scritto su un quadernino tante cose che mi sono venute in mente. Quasi tutte queste cose le ho scritte davanti al Santissimo Sacramento esposto, nella cappellina della parrocchia di don Stefano. Non è una garanzia che siano cose particolarmente ispirate, sono perfettamente in grado di pensare ai fatti miei anche mentre sto alla presenza del Signore (purtroppo), ma decido di partire da lì.

Nasce così questo libro, “Sulle punte dei piedi”, che ha come sottotitolo “Piovono miracoli”, perché riprendo alcune cose che ho scritto negli anni in questo blog.
Prima di proporlo a un editore l’ho fatto leggere al mio don lontano, che mi ha sostenuto durante tutto il percorso, e che poi ha scritto la prefazione.

Qualcuno mi ha preso in giro sul fatto che il sottotitolo, in genere, dovrebbe servire a spiegare un titolo poetico e accattivante ma di per sé un po’ criptico, invece nel mio caso titolo e sottotitolo sono entrambi incomprensibili. Non aveva torto.

La cosa interessante è che a settembre, mentre correggevo le bozze già in pdf, e rileggevo quello che io stessa avevo scritto non tanto tempo prima, ho incontrato la me stessa baciata dalla Grazia, una Anna che non mi sembrava più di conoscere, una Anna che evidentemente sono stata (nonostante non sia mai tanto delicata con me stessa, nemmeno quando scrivo) e che vorrei tanto essere ancora, ma che mi sembra molto distante.
Ho ricordato, leggendomi, come il Signore sia stato buono e misericordioso con me, ho sentito di nuovo il calore della sua carezza sul mio viso, della sua mano che mi asciuga le lacrime, che pure continuano e continueranno a cadere, e la certezza che nessuna di esse andrà sprecata.
Mi sono tornate in mente le parole di Valeria, di quella sera, e ho capito che prima di tutto, scrivere questo libro, è servito a me, e serve a me leggerlo e rileggerlo, perché fare memoria del passaggio del Signore nella propria vita è il primo passo per continuare ad accorgersi della Sua presenza, quotidiana, istante per istante.

Mi è venuta voglia di ritornare davanti a quel Santissimo Sacramento così difficile da stare ad ascoltare, ma che parla in maniera chiarissima, quando riesco a fare un po’ di silenzio dentro di me e far tacere le migliaia di voci che si agitano nel mio cuore. In quel momento Lui parla senza possibilità di essere frainteso, e malgrado a volte dica cose dure e difficili da digerire, mai mi lascia sola, mai smette di portare assieme a me la mia croce. E so con certezza che solo così potrò incontrare di nuovo la Anna del mio libro, e fare la pace con lei.

Quindi comprate il mio libro, oppure non compratelo (ecco la mia capacità di fare pubblicità a me stessa qui raggiunge risultati stupefacenti), perché è vero che fa piangere, che è duro, a tratti durissimo.
Come nella migliore tradizione, l’ho scritto soprattutto per me, anche se me ne sono resa conto solo adesso che ha una copertina bellissima.
E sono grata, perché tutto questo lavoro mi ha permesso, rileggendolo, di trovarci un seme di speranza, di accorgermi che lascia davvero un sentimento pasquale, come dice il mio don lontano nella prefazione, e l’autunno è il momento giusto per mettere questo seme nella terra, e aspettare che germogli.

(A Massi e Valeria, come sempre, grazie di cuore).

6 risposte a "Sulle punte dei piedi"

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  1. Anna sono bastate le prime due righe per convincermi che sarà il prossimo libro che leggerò!! La copertina è bellissima e sono certo che il contenuto lo sarà ancor di più…

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