Le nonne – prima parte

di Anna Mazzitelli

Si chiamano Nonna Rosa e Nonna Tina (Concetta), e scrivo al presente perché sebbene i miei figli non le abbiano mai conosciute, e mio marito le abbia incontrate solo una manciata di volte, è innegabile che siano qui ancora, e ancora facciano il loro dovere di nonne.

Anagraficamente nasce prima la nonna Tina (a destra, nella foto), mamma di mamma, che aveva un carattere brusco e un po’ scostante, non era particolarmente affettuosa, e finché siamo state bambine (parlo al plurale perché tutto quello che facevo, lo condividevo con la mia sorellina bionda) forse non l’abbiamo apprezzata abbastanza.

Diventata ragazzina, e poi giovane donna, ho imparato a comprendere i suoi gesti, che erano sempre essenziali, privi di scena, mai sfoggiati, con i quali però si prendeva cura della sua famiglia.

A casa sua giocavamo a tombola e al mercante in fiera a Natale, e con i miei fratelli e i miei cugini correvamo per le stanze trasformandole in ambienti segreti, nascondigli, carceri.

La sua casa, per qualche anno, è diventata la mia. Appena sposi, io e Stefano abbiamo abitato lì, è stata la prima casa di Filippo e di Francesco. E’ ancora lì, sopra al mercato dell’Alberone, magari un giorno ci torneremo.

La cosa più bella che qualcuno mi ha detto della nonna Tina è stato il racconto della sua vita matrimoniale, regalatomi dallo zio Mimmo, che abitava a Bologna.
Durante un congresso, ai tempi del dottorato, andai a trovarlo una sera, e mentre mi riaccompagnava in albergo, mi disse: “Anna, sono stato al tuo matrimonio, tu e Stefano eravate così belli e così innamorati, è stata una festa bellissima. Siete fortunati, perché avete avuto la possibilità di conoscervi e di innamorarvi, prima di sposarvi. Un tempo non era così. Pensa alla tua nonna Tina, quando si è sposata conosceva a malapena il nonno Gabriele. Ma tra loro c’era il rispetto. E piano piano il rispetto è diventato stima, e poi la stima è diventata amore”.

Mi porto stretta la descrizione di questo matrimonio, così come il racconto di quando, assieme al nonno, è andata da Padre Pio. Erano andati perché il loro primo figlio, mio zio, dava loro preoccupazioni, era vivace, usava la bicicletta nella caserma, non voleva ubbidire.
Il nonno venne ricevuto, lei restò fuori, perché era una donna, così mi diceva.
C’era tanta folla, e la nonna raccontava che quando Padre Pio uscì dal colloquio, passò accanto a tutte quelle persone, e, raggiunta lei, esitò. Non le disse nulla, ma la guardò.
Da quel giorno mio zio cambiò completamente e diventò la persona responsabile e posata che io conosco oggi, e che mal si accorda con la descrizione del bambino che evidentemente è stato.

Mia mamma mi racconta che la nonna Tina gestiva i conti economici di casa (mica come me che non so nemmeno se abbiamo un conto corrente), e che era così brava che non faceva mai mancare niente a nessuno, e riusciva anche a mettersi da parte qualche soldino per fare sempre un regalo di Natale, o di compleanno, a tutti.

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L’altra cosa di lei che ricordo con grande affetto, sono le sue mani. Con gli anni la pelle si era riempita di macchie, e se ne dispiaceva. Mai stata vanitosa, almeno ai miei occhi, aveva però un’attenzione particolare alle macchie di vecchiaia sulle sue mani, comprava creme che promettevano di mandarle via, e quando mio padre, scherzando per salutarla, le prendeva la mano e se la portava alle labbra, lei la ritraeva, e la nascondeva imbarazzata.

In questi giorni di isolamento in casa, in cui vorrei fare duemila cose e invece la sera mi sorprende stanca, ma allo stesso punto della mattina, mi chiedo come facesse lei a far quadrare tutto, a prendersi cura dei figli, di un marito generale che la costringeva a cambiare casa e città in continuazione, senza wifi e whatsapp per tenersi in contatto con i suoi affetti, e con la responsabilità di una donna, perché, diciamolo, le donne hanno sempre avuto la maggior parte delle responsabilità, da Eva in avanti, nel bene e nel male.

Da lei ho ereditato l’essere brusca e assolutamente incapace di pensare alla forma, mi ha insegnato a fare gli gnocchi, la fungitella di melanzane e uso ancora i suoi coltelli col manico di legno e la macchinetta per stendere la pasta all’uovo. A Natale tiro fuori dal cassetto del comò il suo bambinello, tutto incollato e aggiustato. Continuava a rompersi, e lei, con una dedizione infinita, non si stancava mai di rimetterlo a posto.

Nella foto qui in alto le nonne stanno chiacchierando. Ascoltare le loro conversazioni, soprattutto nel loro ultimo periodo, era spassoso: una parlava di una cosa, poneva domande, l’altra rispondeva tutt’altro, seguendo il filo di chissà quale ragionamento, la prima assentiva, era d’accordo. Potevano andare avanti così, parlando di due argomenti completamente diversi, senza dissentire, senza scomporsi: erano delle conversazioni meravigliose!

Non molto tempo dopo quella foto, entrambe se ne sono andate via, a distanza di un anno una dall’altra.

L’8 dicembre del 1997 la nonna Tina ci ha invitato a casa sua per festeggiare l’Immacolata Concezione, era il suo onomastico. Ci ha fatto le tagliatelle all’uovo, e ricordo che aveva cucinato le melanzane, ma non voleva darcele, si vergognava, perché erano amare. Facendola arrabbiare moltissimo, mio zio andò in cucina e le portò a tavola, erano amare davvero, ma lui se le mangiò tutte, dicendo che erano buonissime.

Pochi giorni dopo, un’ischemia, un breve ricovero al san Giovanni, e poi via.

Ora è assieme ai suoi parenti nel cimitero di Laureana, sulla sua lapide una foto di quando era molto più giovane, scelta da lei, e già preparata assieme ai vestiti che voleva, tutto riposto con cura in un armadio della sua stanza. La scritta recita: “Figlia, moglie, mamma, nonna buona e generosa”.

Una vita spesa per gli altri, riassunta in poche parole, essenziali, come è stata lei.

(… continua…)

 

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