Il paralitico

Nel fare a tutti quelli che capitano su queste pagine i nostri auguri per il Santo Natale che sta arrivando, condividiamo un post scritto dal nostro amico Mario, che non si dimentica mai di noi, e che, per l’occasione, ha bisogno di un rinforzo di preghiere, come si può evincere dal testo che ci ha mandato.
Santo Natale a te, Mario, e Santo Natale a tutti.
Anna e Stefano

di Mario Barbieri

Ci sono occasioni in cui la Parola di Dio si staglia sulla nostra vita e si incarna nella nostra storia in modo impressionante, a ricordarci quanto la Scrittura non sia solo un “racconto” o un libro, per quanto per molti, sacro.

Così durante questo Avvento, sono stato molto colpito nell’ascoltate il passo molto noto del Vangelo di Luca (5, 71-26) dove Cristo sana il paralitico calato davanti a Lui dal tetto. Colpito perché solo il giorno prima, il padre di mia moglie, rimaneva vittima di un grave ictus, che lo paralizzava completamente, bloccandolo in un letto.

Questo Vangelo è stato per me, oltre a motivo di speranza e di conforto, la precisa traccia su cui muovere i propri passi, verso ciò che era necessario, fondamentale oltre che urgente.

Vorrei per questo riandare ai passaggi “cuore” di questo episodio della vita di Cristo:

Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?». Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire «Ti sono perdonati i tuoi peccati», oppure dire «Alzati e cammina»? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico: alzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.”

E’ piuttosto chiaro comprendere come gli uomini (parenti forse) che si erano tanto dati da fare per portare il paralitico davanti a Gesù, desiderassero e in fondo si aspettassero, di ottenerne la guarigione. Un atto di fede che anche Cristo riconosce come tale (“vedendo la loro fede”), ma, piuttosto inaspettatamente, le Sue parole sono: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati».

Non entro nella questione “reazione dei farisei” e quel che ne segue, anche perché non voglio qui fare esegesi, ma piuttosto tornare alla mia concreta esperienza personale, di fronte a questa Parola.

All’arrivo della notizia su quanto stava accadendo a mio suocero, è evidente che come credenti, il primo nostro pensiero (mio e di mia moglie) è stato pregare e chiedere preghiere per la sua salute e per un possibile decorso positivo dell’ischemia in atto, ma passato un giorno e attivate tutte le necessarie procedure medico-sanitarie, questa Parola ascoltata sin dalle Lodi del mattino e poi durante la Celebrazione Eucaristica, mi ha aperto gli occhi (o se vogliamo le orecchie).

Qual era la cosa più importante, quella da non mettere in secondo piano, da non dimenticare presi dall’affanno e dall’urgenza degli interventi medici per la salute del corpo?

Ciò per cui lo stesso Gesù si è pronunciato. Ciò che Egli ha reso concreto e vero nella sua portata straordinaria, quanto il far alzare un paralitico dal proprio lettuccio in un solo istante: il perdono dei peccati, la cura dell’anima.

Già, la cura dell’anima, che per un malato, un malato grave, la cui vita è seriamente a rischio (in realtà troppo spesso tutti noi “sani” dimentichiamo quanto il nostro vivere sia precario e persino fragile), passa per la riconciliazione con Dio se si è in uno stato di lontananza, una buona Confessione, l’Eucaristia come viatico e l’Unzione degli Infermi… la tanto temuta, altrimenti chiamata, Estrema Unzione.

La prima, la Riconciliazione, è cosa molto buona e credo sia qui superfluo enumerare e ricordare i vari motivi, ma voglio ricordare come questo mirabile Sacramento, abbia spesso il potere di aprire il cuore del malato, del malato che teme per la propria vita, al coraggio, alla speranza, all’affidarsi al Volontà di Dio, perché il cuore viene toccato profondamente dall’Amore di Dio, specie un cuore che da tanto o forse da mai, si era aperto alla Misericordia Divina.

Ha il potere anche di far desiderare la riconciliazione con parenti, conoscenti, con i quali i rapporti si erano incrinati, erano degenerati, per l’umana tendenza a difendersi, a farsi giustizia, a condannare, a credersi nel giusto e gli altri nell’errore.

Il ricevere il Perdono ti fa desiderare di donare e chiedere perdono.

Anche sull’Eucaristia come viatico, troppe sarebbero le parole da spendere e di molte non sarei capace, mi limito a dire che è l’Anima che sostiene il corpo fisico e che l’Eucaristia e il sommo nutrimento per l’Anima.

L’Unzione degli Infermi ancora è considerata come “estrema unzione” per cui, lungi da noi… guai prospettarla al malato, così come vietato parlare di morte o di una vita terrena che potrebbe essere ormai giunta al suo termine. In buona sostanza, guai dire e stare nella verità, impedendo così non di rado, che la Grazia raggiunga il cuore di chi è già tanto provato dalla malattia, di chi teme per la propria vita, di chi non ha più speranze.

Così la Lettera di Giacomo: «Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (5,14-15)

Di nuovo vediamo come l’accento è posto sul perdono dei peccati, su una salvezza e un essere sollevati, che potrebbero essere anche quelli fisici, ma certamente principalmente, qualcosa che va oltre.

Il segno dell’olio poi, ricorda l’unguento che fa da balsamo, che cura le ferite, ma anche (similmente all’olio dei Cresimandi), l’olio con cui si ungevano i contendenti nei combattimenti “corpo a corpo”, per poter scivolare, sgusciare, dalle ferree prese dell’avversario… e nel combattimento spirituale uno solo è il nostro avversario.

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, poi leggiamo: «La malattia può condurre all’angoscia, al ripiegamento su di sé, talvolta persino alla disperazione e alla ribellione contro Dio. Ma essa può anche rendere la persona più matura, aiutarla a discernere nella propria vita ciò che non è essenziale per volgersi verso ciò che lo è. Molto spesso la malattia provoca una ricerca di Dio, un ritorno a lui.» (CCC, 1501).

Il problema quindi non è tanto temere o credere che queste persone – e stiamo parlando di persone a cui diciamo di voler bene – possano non salvarsi (concreta eventualità, di cui certo preoccuparsi, ma su cui non possiamo pronunciarci), ma di negare loro la possibilità di avere il conforto che viene dall’incontro con Cristo, con Dio, che tutte le nostre attenzioni, le nostre cure, anche il nostro amore umano, non potranno mai arrivare a paragonarsi.

La possibilità di vedere essi stessi, la loro situazione, trasformata, non tanto nel concreto della situazione fisica (forse, anche), ma nel vedere la croce farsi luminosa.

Infine un ultimo punto, un’ultima suggestione o se vogliamo chiave di lettura.

Gli amici/parenti del paralitico, calano il lettuccio con il malato, dal tetto, perché tanta era la folla che attorniava Gesù e impediva loro il passaggio.

La folla è un elemento indistinto, in essa potremmo trovare altri malati, ma anche semplici curiosi, anche nemici di Gesù. Come potremmo interpretare questa “folla”, quando prendiamo la decisione di presentare il nostro caro, malato, a Cristo?

Certo alle volte può esservi la “folla” dei nostri pensieri e delle nostre idee, ma talvolta abbiamo anche a che fare con una più o meno piccola “folla” di altre persone, non di rado persone che fanno parte dei nostri stessi nuclei famigliari, che “fanno muro”, si frappongono tra il malato e Cristo, tra il malato e l’idea di ricevere la visita di un sacerdote ad esempio, e lo fanno per i più svariati motivi e per le loro convinzioni, non necessariamente perché sono “cattivi”.

Bene, ecco che bisogna chiedere allo Spirito Santo, che ci renda “astuti come serpenti”, che scoperchi Lui per noi quel tetto, che ci mostri la strada, prepari il luogo e il momento… Sempre il nostro agire deve essere preceduto dalla preghiera e la richiesta di aiuto e l’aiuto non mancherà.

Ma questi passi sono da compiersi, sono importanti, tanto quanto, se non di più di quelli che compiamo per salvaguardare la salute fisica dei nostri cari, perché comunque questo nostro corpo è destinato alla polvere, ma l’anima alla Vita Eterna e il corpo risorto ne condividerà la sorte.

Quel tetto va scoperchiato, quel malato va posto dinnanzi a Gesù.

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3 risposte a "Il paralitico"

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  1. Ecco questo è parlare da cristiani veri. Auguro che si realizzi il desiderio di Mario, che il suocero venga “portato davanti a Gesù” e che non vi siano intralci. Pregherò per questo. Santo Natale a Mario, ad Anna e Stefano.

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  2. Questa lettera mi ha profondamente toccato perché quest’anno pure io ho vissuto la medesima vicenda: mia madre, quasi novantenne, è stata colpita nel profondo della notte da un’ischemia che di primo acchito sembrava averle lasciato conseguenze importanti, ma a tutt’oggi, a distanza di quasi 10 mesi da quel tristissimo evento, è stabilizzata e recuperata almeno nel 70% delle sue funzioni, riuscendo pure a dembulare autonomamente con l’ausilio del girello.
    Ho pregato tanto durante la degenza ospedaliera durata circa 40 giorni e sono stato esaudito come mai avrei pensato. Dio vede e provvede e sono più che sicuro che agirà per il meglio pure per il suocero dell’illustre amico Barbieri.

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