Un piccolo “sì”

Felici e onorati (ma soprattutto grati alla maestra Tiziana), condividiamo l’intervista che abbiamo rilasciato al mensile Missione Maria, rivista mariana e missionaria a cura delle Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe.

 

a cura della Redazione

Filippo Bataloni era un bambino che, all’età di due anni, ha scoperto di essere affetto da una grave leucemia che lo ha condotto alla morte. Ma con coraggio e fiducia ha dimostrato che ogni “drago” può essere sconfitto dall’amore di Dio. Ce ne parlano Anna Mazzitelli e Stefano Bataloni, genitori di questo bambino speciale che, con le sue magliette sempre a rovescio, ha fatto nascere una bella rete di comunione e di fede.

Stefano e Anna, siete i genitori di Filippo, un bimbo speciale. Ci raccontate qualcosa di lui?
Filippo è stato per noi un vero regalo. L’abbiamo atteso e desiderato a lungo. Quando è stato tra noi ci siamo resi conto che era molto di più di quello che avevamo desiderato. All’età di due anni, nell’agosto del 2008, Filippo si è ammalato di leucemia. È stato un periodo molto difficile perché è coinciso con la nascita di Francesco, per il quale ho avuto una gravidanza molto complicata, conclusa con un parto prematuro, quindi nell’estate 2008 io e Stefano avevamo due bambini, entrambi in serio pericolo di vita. Dopo il primo anno di terapie molto dure, Filippo sembrava stare meglio e abbiamo avuto momenti tranquilli, in cui ha condotto una vita pressoché normale. Poi siamo entrati nel tunnel delle recidive di malattia e dei trapianti di midollo. Ne ha avuti tre perché ogni volta la malattia che sembrava sconfitta si ripresentava. Nel frattempo Filippo è cresciuto, è diventato un bambino splendido, interessato a tante cose, soprattutto alla natura e agli animali. Amava moltissimo disegnare e ascoltare qualcuno che gli leggeva libri. Per lui abbiamo letto tanti classici: Il libro della Giungla, Il Mago di Oz, Heidi, Pinocchio, Il Piccolo Principe, Peter Pan… e tutto diventava materiale per i suoi disegni e i suoi giochi. Nonostante le difficoltà e la precarietà della sua vita, è stato un bambino abbastanza sereno e ha vissuto circondato da tanto affetto. Dopo sei anni di terapie e tentativi, la malattia si è ripresentata in modo tale che non c’era più nulla da fare, quindi l’abbiamo accompagnato nelle ultime settimane fino a riconsegnarlo nelle mani di Dio.

Durante la malattia di Filippo avete aperto un blog, Piovono miracoli. Quale motivo vi ha spinti?
La spinta iniziale è stata l’esigenza di informare amici e parenti sulle condizioni di Filippo senza dover passare intere giornate tra telefonate tutte uguali. Abbiamo capito fin da subito che da soli non potevamo andare da nessuna parte. Ci siamo resi conto di far parte di un corpo grandissimo, la Chiesa, così abbiamo deciso di “sfruttarla”… Chiedere aiuto spesso solo spirituale a tanti fratelli, anche a chi non conoscevamo di persona, ci faceva sentire meno soli e ci dava la forza e il coraggio per andare avanti di giorno in giorno. Inoltre, scrivere ci ha costretti a riflettere sulle cose che ci capitavano, belle e brutte, per poi raccontarle; in un certo senso ci ha fatto affrontare i “draghi” mano a mano che si presentavano, e ci ha impedito di accumulare dolori e difficoltà irrisolte.

In che modo la fede vi ha permesso di vivere un’esperienza che per molti genitori è un dramma senza speranza?
Io e Stefano abbiamo iniziato la nostra vita coniugale chiedendo l’aiuto di Dio e della Madonna. Nella chiesa in cui ci siamo sposati, Santa Maria in Dominica, a Roma, nell’abside c’è un grandissimo mosaico che raffigura Maria con Gesù bambino in braccio, circondata da schiere di angeli e santi. Durante la celebrazione guardavo quella Madonna e le affidavo la nostra unione, così come abbiamo fatto con la scelta del Vangelo da leggere: le nozze di Cana. Può sembrare un brano scontato per un matrimonio, ma quella figura di Maria che si prende a cuore la festa (il matrimonio) e racconta al Figlio che gli sposi non hanno più vino (amore) pregandolo di farne altro per loro, è stato sempre per noi un punto di riferimento, quando le nostre povere forze erano esaurite, e lei non ci ha fatto mai mancare il suo aiuto, come a Cana. Nel momento della prova, quando Filippo si è ammalato, anche noi ci siamo ritrovati senza vino, e abbiamo avvertito la necessità di affidarci all’intervento di Dio senza cercare di contare solo sulle nostre forze. La scelta di accettare la sua volontà e di affidarci alle sue mani ci ha permesso di benedire per i momenti buoni che abbiamo avuto nei sei anni di malattia di Filippo e di non cedere sotto il peso della croce nei momenti difficili. Alla fine ci siamo resi conto che Lui non ci ha mai lasciati soli e che nulla ci avrebbe separato dal suo amore, quindi siamo riusciti a vivere la morte di Filippo con una serenità e una speranza che non immaginavamo possibile.

Com’è cambiato il vostro rapporto con la comunità, la parrocchia e le persone in genere?
Esperienze di questo genere fanno scappare molti. Non tutti sono disposti a vivere accanto a te il dramma della malattia di un figlio e soprattutto della sua morte. Alcune persone che ci erano vicine prima che Filippo si ammalasse le abbiamo perse, ma abbiamo guadagnato molti amici veri, che hanno pregato per noi, hanno esultato per le nostre vittorie e pianto per le nostre sconfitte. La comunità della nostra parrocchia ci è stata vicina nel momento in cui Filippo ha avuto la sua ultima recidiva, lo ha seguito negli ultimi mesi, ha condiviso con noi il momento importante della sua prima Comunione, e lo ha accompagnato durante il suo funerale. Con loro ci siamo sentiti sempre all’interno di una famiglia. Questa esperienza ci ha fatto comprendere l’importanza di non chiudersi in se stessi, e di non aver paura di raccontare agli altri quello che si vive per non ritrovarsi a portare da soli la croce.

Qual è il messaggio che volete trasmettere a chi sta attraversando la vostra stessa realtà?
Noi non ci sentiamo in grado di insegnare granché. La nostra storia l’ha scritta Dio, sulle righe storte della nostra umanità piena di contraddizioni e di errori. Abbiamo deciso di accogliere quello che ci stava succedendo cercando di leggere la “buona notizia” nascosta anche tra le pagine più difficili. Dio non ci ha tolto o spiegato la croce che abbiamo portato. È sbagliato pensare che la fede ci debba spiegare il motivo per cui soffriamo; anche se lo scoprissimo la sofferenza non se ne andrebbe. Dio invece ha preso a cuore quello che abbiamo vissuto e gli ha dato un senso: Gesù, morto e risorto per noi. Da quando Gesù è morto per l’uomo, tutte le sofferenze acquistano senso. A chi sta vivendo una realtà simile alla nostra non è facile dire qualcosa, perché non esistono risposte che valgano per tutti, ci sono solo riposte personali e, di fronte al dolore e alla sofferenza, a volte più che parlare è meglio restare in silenzio. Quello che per noi è stato importante è stato abbracciare la nostra croce: questo ci ha permesso di guardare al di là di essa e vedere la strada di salvezza che nascondeva, e spesso ci ha fatto sentire come se fosse la croce stessa a trasportare noi. È questo il messaggio che vogliamo lasciare attraverso il libro che abbiamo scritto: la storia di Filippo, la nostra storia è solo lo strumento attraverso cui abbiamo raccontato l’opera di Dio nella nostra vita, e sappiamo per esperienza che Dio agisce nelle vite di tutti quelli che sono disposti a dirgli un piccolo sì.

Intervista a Missione Maria

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