Grazie Alfie, grazie Dio

di Stefano Bataloni

Credo che di fronte alle vicende che in queste settimane hanno coinvolto il piccolo Alfie Evans(*), bimbo di 23 mesi, malato di una malattia non diagnosticata, apparentemente terminale e ricoverato in un ospedale di Liverpool, non sia importante solo cercare di spiegare ciò che sta accadendo, quali siano le motivazioni che sono dietro ai fatti, quali siano le spiegazioni mediche.

Credo sia altrettanto importante cercare di capire cosa sta raccontando questa realtà che si presenta oggi ai nostri occhi, cosa voglia dirci Dio, a noi stessi prima che al mondo, attraverso questo bambino malato.

Mentre le notizie scorrevano in questi giorni e facevo lo slalom tra la rabbia e l’indignazione per quello che di questo bambino veniva detto nelle aule dei tribunali inglesi e a lui veniva fatto – o, meglio, non veniva fatto – nel reparto di terapia intensiva in cui si trovava, io ho cercato di fare in modo che non si compissero in me quelle dure parole che Dio rivolge al profeta Isaia (Is 6, 9-10):

Ascoltate pure, ma senza comprendere,
osservate pure, ma senza conoscere.
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi
e non veda con gli occhi
né oda con gli orecchi
né comprenda con il cuore
né si converta in modo da esser guarito

Ho provato a mettermi in ascolto e comprendere, di osservare e di conoscere. Non è stato difficile “leggere” la storia mia e di Anna e della malattia di Filippo alla luce di quella del piccolo Alfie e della sua famiglia, e proprio nelle diversità tra le due vicende ho potuto riscoprire le Grazie e i Doni che ci sono stati concessi nel passato.

Innanzitutto, in tutti gli anni che Filippo è stato in cura siamo sempre riusciti a conservare con i medici un rapporto di reciproca fiducia, tanto che con alcuni di loro siamo rimasti in contatto fino ad oggi. Questo è stato essenziale, non soltanto nei periodi di terapia o di normalità in cui nostro figlio era sottoposto solo a dei controlli periodici, ma lo è stato molto di più proprio nei momenti più duri, quando la malattia di Filippo si è ripresentata, quando siamo stati chiamati a scegliere tra la vita e la morte. Sentire di avere i medici dalla nostra parte, sentirli accanto a noi ci ha permesso di compiere delle scelte in serenità, anche quando si è trattato di scegliere di accompagnare Filippo negli ultimi giorni della sua vita.

Non è stato sempre tutto rose e fiori: non posso nascondere che anche nel nostro caso si sia avvertita talvolta l’eco di impedimenti a ciò che si poteva fare per combattere la malattia che derivavano da difficoltà economiche o regole di funzionamento del sistema sanitario. In tutti i casi, però, i medici che ci seguivano hanno sempre mantenuto la giusta determinazione nell’affermare il principio che la vita di nostro figlio, anche quando volgeva la termine, fosse il bene primario da preservare.

Così come mi è difficile descrivere con le parole adeguate quale importanza ha avuto la perseveranza dei medici dell’ospedale San Camillo-Forlanini di Roma nel perseguire tutte le opzioni terapeutiche che vi erano a disposizione: Filippo ha subito tre trapianti di midollo osseo; ha avuto anche la possibilità di ricorrere al trattamento con un farmaco sperimentale, e peraltro potè accedervi solo grazie all’attenzione di un medico dell’ospedale Bambino Gesù, che pur non avendo in cura Filippo, su sollecitazione di un’amica comune andò a spulciarsi una vecchia cartella clinica, aperta anni prima per un accesso di Filippo al loro Pronto Soccorso e ci spinse nella direzione giusta. Più di un amico ci disse, in seguito, che in altri paesi occidentali un simile percorso terapeutico sarebbe stato praticamente impossibile da portare avanti, anche a causa degli elevatissimi costi economici.

Eppure il sistema sanitario a cui ci siamo affidati ha consentito a nostro figlio di vivere molto a lungo, rispetto alle condizioni iniziali della sua malattia. Questo ci ha dato tempo per stare con lui, ci ha dato tempo per vivere esperienze che portiamo ancora oggi nel cuore, soprattutto ci ha dato tempo e modo di maturare la consapevolezza della croce che stavamo portando e di come solo attraverso di essa avremmo potuto comprendere il senso della vita di Filippo e, forse, della nostra.

L’imponente mobilitazione di persone in preghiera per il piccolo Alfie mi ha poi riportato alla mente quale forza aveva il popolo delle persone che si era riunito e stretto intorno a noi in preghiera; è stato un popolo che non ci ha lasciati soli, che con il suo calore e le sue preghiere ci ha cullato, sostenuto e confortato nei momenti più difficili.

Non posso nemmeno non fare memoria della vicinanza dell’amico don Stefano che ci ha accompagnato verso la prima comunione di Filippo, che non ci ha fatto mancare il suo supporto spirituale nelle ultime ore di vita di Filippo e che così tanto profondamente ci ha aiutato a rendere l’ultimo saluto di Filippo una Pasqua di Resurrezione, invece che un addio privo di speranza.

In ultimo come non ricordare quando all’inizio delle ultime settimane di vita di Filippo dopo aver condiviso per anni, attraverso il nostro blog e i social network, i nostri pensieri e le nostre paure, oltre che le informazioni mediche, scegliemmo di dare un taglio a questo legame per rimanere vicini a Filippo. Sapevamo che in tanti avrebbero continuato a pregare per noi, ma avevamo bisogno di rimanere soli con nostro figlio. Questo ci ha dato modo di vivere in pienezza gli ultimi giorni di vita con Filippo, ci ha consentito di parlare con Francesco di quello che stava accadendo, ci ha consentito di ritrovare quella dimensione famigliare che forse è l’unica idonea ad accompagnare gli ultimi giorni della vita di una persona cara. In fondo, anche ai piedi della croce di Cristo non erano presenti che pochissime persone a Lui vicine.

Mi ha addolorato immensamente l’assistere al piccolo Alfie e ai suoi genitori che venivano privati delle attenzioni e del supporto come quelli che invece sono stati a noi riservati. Allo stesso tempo però, in questi giorni, mi è stata data la grazia di riscoprire quei doni ricevuti che probabilmente avevo dato per scontati.

Quel piccolo bambino inglese, malato e perseguitato è stato per me un altro gesto di Amore di Dio, cosicché io aprissi gli occhi per vedere, gli orecchi per udire, il cuore per comprendere e mi convertissi in modo da essere guarito.

Grazie Alfie, grazie Dio.

(*) 9.5.2016-28.4.2018

2 risposte a "Grazie Alfie, grazie Dio"

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