L’ultimo pezzetto

di Anna Mazzitelli

Da quando l’ho fatto la prima volta, a maggio del 2015, il pellegrinaggio notturno delle sette chiese è diventato un’abitudine. Credo che sia un po’ una droga e io ne sono dipendente.

Se ripenso a quanta paura avevo -la prima volta- di non farcela, mi viene da sorridere. Perché, in effetti, si fa.

E’ lungo, sicuramente faticoso. Ma qualcosa ti aiuta, e si fa.

E poi, da quella volta, ho sempre avuto con me mio cognato Pietro, in rappresentanza della sua famiglia, e questo fa un po’ la differenza, perché quando sai di non essere solo, è tutto più facile.

Comunque una delle cose che avevo sentito dire su quel pellegrinaggio è che alla fine, quando si arriva a Santa Maria Maggiore, alle sette del mattino, dopo aver camminato tutta la notte, si può entrare in Basilica, e andare a pregare davanti alle reliquie della culla di Gesù Bambino lì custodite.

Mia sorella, che l’ha fatto 12 anni fa con Don Fabio Rosini, mi raccontava che arrivati lì Don Fabio esortava i pellegrini a chiedere una grazia a Dio. Diceva loro di spararla grossa, di puntare in alto, perché dopo tutta la fatica del pellegrinaggio non si può non essere ascoltati. E concludeva così: “Chiedete, e poi vi accorgerete del perché la gente torna a farla, quest’ammazzata… tornerete anche voi”.

E così, affidandomi, ogni volta che ho fatto il pellegrinaggio ho portato con me un’intenzione speciale da deporre davanti alla culla di Gesù, il sabato mattina.
Cinque pellegrinaggi, cinque intenzioni.

Non ho ricevuto miracoli, non è quello che sto raccontando, mi dispiace deludere.

Anzi, direi che le cose sono andate sempre in modo abbastanza differente da come io le ho chieste e da come me le sarei immaginate. E questo è perfettamente normale, perché Dio esiste, ma per fortuna vede più lontano di me.

Quello che posso testimoniare è che la sua mano, in tutte le situazioni che gli ho affidato davanti alla mangiatoia, si è fatta presente, con l’originalità e la fantasia che la contraddistingue, e le grazie sono piovute con abbondanza.

Ora, a maggio scorso ho partecipato all’ultimo pellegrinaggio.
Ma stavolta ho sbagliato scarpe.
La soletta di entrambe era talmente consumata che si è logorata e rotta presto, lungo la strada. Già a San Bartolomeo, sull’isola Tiberina (una delle prime tappe) avevo male a entrambi i piedi, ma non mi ero resa conto della gravità della situazione, che poteva solo peggiorare.

Ho tenuto duro, l’orgoglio, la testardaggine, l’importanza della mia missione erano tali che niente mi avrebbe fatto desistere, figuriamoci un po’ di mal di piedi.

E poi mio cognato mi sosteneva, pregava con me, e mi faceva ridere, non ero sola.

Come sempre è stata un’esperienza meravigliosa, però a un certo punto, già albeggiava, la situazione è diventata insostenibile.

Arrivati a San Lorenzo al Verano praticamente zoppicavo, e da lì a Piazzale Aldo Moro non riuscivo più a tenermi in piedi: continuando a camminare tutta la notte avevo strusciato la pianta del piede sui buchi nelle solette delle scarpe, mi si erano formate delle vesciche che poi, alla fine, si erano anche bucate, provocando un forte dolore e l’impossibilità di poggiare il piede a terra, entrambi i piedi.

Mancava così poco!

Dalla Sapienza a Santa Maria Maggiore, una mezzora al massimo, e poi una parte bellissima del pellegrinaggio, in cui si cantano le litanie dei Santi tutti assieme, camminando nella luce del giorno che si fa sempre più chiara…

Ma non ce l’ho fatta, ho deciso di fermarmi.

Avevo nel cuore la mia intenzione, e mi sentivo in colpa, come se quell’ultima mezzora di pellegrinaggio non offerta potesse precludere la possibilità di chiedere, di domandare…

Accidenti che scema che sono, ora sorrido, ma quella mattina mi sentivo davvero male per aver lasciato…

Quanto orgoglio, quanta presunzione, eppure dovrei averlo capito che noi ci mettiamo pure tutta la buona volontà, ma…

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno. (Sal 126)

Se ho ricevuto il mio miracolo, se Dio ha accolto la mia supplica e ha deciso di donarmi la sua Grazia, se stavolta l’ha fatto come la chiedevo io, o se ha in mente qualcosa di diverso, lo saprò solo col tempo, con tanto tempo.

Ma una cosa l’ho già ricevuta: la certezza che da Piazzale Aldo Moro alla settima chiesa, Santa Maria Maggiore, non ho camminato io, che nel frattempo ho preso un taxi con mio cognato e sono tornata a casa, ha camminato Lui.

E’ sempre Lui che fa l’ultimo pezzetto. Noi facciamo quello che possiamo, con le nostre forze umane e limitate. Il resto lo fa Lui, aggiusta il nostro cammino, e raggiunge l’obiettivo giusto, cui invano puntavamo cercando di destreggiarci malamente con le nostre misere possibilità.

Nulla è impossibile a Dio. Questo è quello che ho ricevuto quella mattina. Sono certa che l’ultimo pezzetto del mio pellegrinaggio l’abbia fatto Lui.

 

PS: il prossimo pellegrinaggio delle Sette Chiese sarà Venerdì 11 maggio 2018… chi viene con me?

7 risposte a "L’ultimo pezzetto"

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  1. Grazie di questa altra splendida testimonianza, illuminata. Un’aria dice che un santo vale piu’ di 1000 teologi, ed e’ senz’altro vero. Si, quell’ultimo pezzetto lo ha percorso Dio; Egli cosi’ ha voluto, come permise “il triplice tradimento di Pietro” , quella debolezza di un’ora necessaria affinche’ Pietro potesse comprendere la propria caducita’ e soprattutto le debolezze altrui. Confidiamo dunque sempre e solo in Dio e, “spariamole pure grosse” come dice l’ottimo don Rosini (anch’egli illuminato) e pure il nostro magnifico Pontefice.

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  2. Carissima Anna, questo pezzo è proprio quello che stavo cercando di scrivere per una pagina che ho pubblicato, da pochi giorni, sui pellegrinaggi: in tanti li vivono male… Così ho pensato di far parlare la Parola di Dio, i Santi e i Documenti della Chiesa… con l’intenzione di riportare anche qualche esperienza pratica utile a farci meditare sulle cose necessarie da mettere nello “zaino interiore” al momento della partenza.
    Visto che lo hai scritto tu uno dei pezzi mancanti… mi sento in “dovere” di “sgraffignartelo”. L’orgoglio di dare qualcosa a Dio, a volte, vanifica tante grazie che Lui vorrebbe donarci. Sob! Non è necessario esserlo al massimo livello… basta anche poco.
    Grazie perché mi hai fatto pensare anche che devo “rivedere” alcuni miei pellegrinaggi…
    Smack! 🙂

    n.b.: ahi ahi… poveri piedi!

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  3. Ciao Anna, vorrei tanto venire con te.
    Almeno ci proverò……
    E’ stato tutto molto emozionante quello che hai scritto…grazie sempre!!!

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  4. Mi ha commosso la tua testimonianza.
    Ti vorrei lasciare anche la mia: La mia prima volta che ho fatto il pellegrinaggio di San Filippo Neri è stato nel settembre 2015, e non finirò mai di benedire gli intrecci di questo network virtuale che mi hanno fatto scoprire tutto questo.
    La mia pazzia inizia da ben prima dei trenta km nella notte: io ed il mio fidanzato siamo di Prato, la mia migliore amica di Maiori sulla costiera amalfitana, ed insieme decidiamo di incontrarci a Roma alle 18 per iniziare il pellegrinaggio alle 19. Non sapevamo cosa ci aspettava ma ne avevo un disperato bisogno: stavo per cominciare l’ultimo anno di università, non riuscivo a vedermi in nessuna strada lavorativa, ero scoraggiata, amareggiata e disillusa sulla vita da importanti problemi di salute.
    Arrivai a Santa Maria Maggiore con più energia di quando ero partita: era il primo segno di come Lui si stava occupando di me, solo che io non me ne accorgevo. Innamorata da questa esperienza, la rifacemmo a maggio 2016: era un momento di strade che si stavano aprendo, di domande importanti, di direzioni perse e da trovare. Gli interrogativi sull’intera vocazione della mia vita erano aumentati: avevo bisogno di ritrovare un compagno di Strada, il caro San Filippo, che per ben 13 anni si era interrogato sulla Sua Vocazione. Stavolta davanti a quella Culla lasciai tutto, non mi tenni più niente per me: “Disponi le circostanze affinchè sia fatta la Tua Volontà”.
    Da quel momento i miei occhi riescono finalmente a scorgere l’azione di Dio nella mia Vita, la Tenerezza con cui Egli ha cura di me: certo ogni tanto, non sempre, ma il pellegrinaggio di San Filippo ha accresciuto in me la consapevolezza che la vita stessa è un pellegrinaggio… A Lui.
    Ancora maggio 2017, per ringraziarLo di ciò che si era sbloccato e per affidarGli ancora ciò che invece resta come un immenso nodo in me.
    Aspetto anch’io, con Gioia e Impazienza, maggio 2018.

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    1. Carissima Marica, è esattamente quello che provo anche io, arrivata a Santa Maria Maggiore ho un’energia pazzesca! Questa è la prova che il pellegrinaggio lo fa Qualcuno di più allenato e meno lamentoso di me!

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