I miei sentieri di ritorno

“La vita è fatta a scale”, dice un ben noto detto popolare, “a volte si scende, a volte si sale”, e si sa, la cultura popolare conserva in sé una profonda sapienza.

In effetti a tutti succede di trascorrere momenti felici e sereni, convinti di avere il proprio mondo sotto controllo, con la sensazione che tutto vada in discesa; e avere momenti tristi e agitati, convinti che il proprio mondo stia cadendo sotto i nostri occhi, con la sensazione che tutto sia in salita.

Guardo alla mia vita oggi e di saliscendi ne vedo tanti: cose e fatti banali spesso, ma anche qualche evento importante.

Da ragazzo ho frequentato con una certa passione e un buon profitto la scuola per tanti anni, coltivando belle amicizie e godendo della stima di amici e parenti; ma poi, all’inizio del liceo, ho perso completamente la testa appresso a due amici scapestrati e mi sono ritrovato a prendere insufficienze in quasi tutte le materie, a subire lavate di capo perché non studiavo ed ero sempre in giro a far danni.

Da adolescente ho immaginato la mia famiglia unita per sempre: mamma, papà, io, mia sorella tutti sotto lo stesso tetto, forse non pienamente felici ma sereni; poi papà è andato a vivere altrove e io sono diventato l’uomo di casa che doveva raccogliere i cocci.

All’università ho iniziato con entusiasmo, assieme a tanti amici, la facoltà di ingegneria, sognando un lavoro importante e ben remunerato ma dopo due anni ho capito che la mia strada era un’altra.

È arrivato il momento di mettere su famiglia, ci sono riuscito e l’ho fatto così bene come mai avrei immaginato quando ero ragazzo. Ho sperato di poter andare a vivere vicino casa di mia madre ma mi sono ritrovato a chilometri e chilometri di distanza, senza che lei sapesse guidare l’auto, senza riuscire a starle vicino ogni volta che volevo.

Ho sperato di costruire un bel rapporto con mia sorella, di trascorrere i nostri anni essendo sostegno l’uno per l’altra, di vedere un giorno giocare serenamente i nostri figli tutti insieme, ma per lunghi periodi io e lei non ci siamo quasi parlati e ancora oggi non va molto meglio.

Ho desiderato con tutto il cuore un figlio, l’ho avuto, era meraviglioso, perfetto; l’ho coccolato, lavato, accudito, gli ho letto libri, ho giocato con lui e ho scoperto l’Amore più grande e più vero, l’Amore totale che non ti aspetti possa uscire dal tuo cuore. Con lui, malato, mi sono ritrovato solo in ospedale, in una notte in cui tutto sembrava perduto, con mia moglie ricoverata nel padiglione ospedaliero accanto, con una minaccia d’aborto. E poi sono tornato a casa con due bambini e una moglie meravigliosa e ho vissuto con loro i giorni più belli della mia vita.

Ho visto la vita di quel figlio malato lasciare il suo corpo mentre gli tenevo le mani; ho versato lacrime per giorni e poi ho ringraziato Dio per ogni singolo istante che mi aveva concesso accanto a quel mio figlio, sentendo di non poter dare senso alla mia vita senza anche uno solo di quegli istanti.

Ho lavorato tanti anni senza un posto fisso, per alcuni mesi sono anche rimasto senza impiego, con due figli da crescere, sentendomi incapace di dare loro l’esempio di un padre che manda avanti la famiglia, ma poi è arrivata la vittoria in un concorso pubblico e ora sono stimato e apprezzato per le mie capacità.

Ho creduto di non riuscire mai a superare la paura di salire su una montagna e ora non riesco a trovare un’attività che potrei fare con maggior passione.

Ho desiderato una casa ordinata, curata, elegante, ben arredata mentre vivo in una casa, seppur grande e bella, in cui non ci sono due mobili che si abbinano tra loro e il disordine, il più delle volte regna sovrano.

Ho acquistato ogni più sofisticato (e costoso) ritrovato di tecnologia, ogni gadget o arnese, gloriandomi della loro efficacia e potenza, scoprendo alla fine che non ne avevo davvero bisogno.

Quanti gradini scesi con euforia e quanti gradini saliti con fatica. Quanti voli pindarici con la fantasia e quante cadute sulla realtà concreta. Quanti premi per cui esultare e quanti rospi da ingoiare. Nulla di così straordinario, certo, una vita come quella di tanti altri.

Se da un lato mi riesce facile ringraziare Dio per tutte le grazie e i doni che mi concede, per tutte le occasioni in cui permette che la vita mi sorrida, dall’altro mi riesce altrettanto facile percepire la bruciante sconfitta di certi “no” che la vita mi riserva o soffrire per il mio orgoglio ferito.

Don Luigi, un bravo e giovane sacerdote, uno tra quelli che hanno celebrato i funerali dei loro ragazzi morti sotto i tetti crollati per il terremoto, uno che se ne intende quindi, con una bella espressione, chiama questi no dei “sentieri di ritorno: momenti in cui te ne torni a casa frustrato e con la coda tra le gambe.

Eppure, lui dice, questi sentieri aprono la strada al nostro io più profondo, al nostro essere più autentico, “esperienze di autenticità” li definisce. Ogni no e ogni delusione non fanno altro che strappar via da noi qualcosa di inutile e superficiale, che non serve, che non è davvero nostro, una vera e propria zavorra, portando alla luce le nostre vere ricchezze; tolte via le sovrastrutture che col tempo vi abbiamo depositato quello che resta di noi è oro puro.

Oggi, sento proprio su uno di quei sentieri di ritorno, sono alla ricerca del mio oro. Medito, allora, queste parole, citate proprio da Don Luigi e tratte da “Diario di un Dolore” di Clive Staple Lewis:

Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. E’ piuttosto una chiamata in giudizio, dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici. Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù.

Comprendo che proprio in questi momenti opera grandemente l’Amore di Dio: attraverso di essi Egli compie quel lavoro paziente e misericordioso, fatto talvolta di picconate ben assestate e spesso di fini movimenti di cesello che ha l’unico scopo di portare alla luce la mia autenticità, la mia qualità. E allora ringrazio per tutti i sentieri di ritorno che ho percorso finora.

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4 Pensieri su &Idquo;I miei sentieri di ritorno

  1. Quanto è vera la tua esperienza Stefano… e quanto condivisibile. Solo per scoprire una cosa fondamentale: noi non siamo il dio della nostra vita! Prima lo si scopre, prima la nostra vita cambia e si riempie di meraviglia 😉

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  2. Anche io sono cresciuta (in età certamente… in sapienza dubito… in grazia certamente) a furia di mettere la coda tra le gambe. Grazie, Signore!
    Certo che tra tutti siamo una bella famiglia, eh? Mi piace l’idea dell’oro, soprattutto per voler vederlo negli altri… e volergli bene di più di quel che riesco.
    A questo proposito: vi voglio bene e prego per voi, amici dei blog! Smack!

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