Appunti di viaggio

di Massimo Ippolito

E mentre tutti vogliono venire in Italia, noi abbiamo portato le nostre figlie nel Terzo Mondo. Immaginate colonne di centinaia di migliaia di persone che vanno nella direzione opposta alla nostra e senti dire che vengono da guerre, carestie e dittature. E tu vai proprio lì, nelle terre da cui scappano. Si configura un ‘diversamente scemi’ oppure c’è dell’altro?

L’inizio è stato scintillante: prendere il primo aereo proprio la notte della vigilia di Natale. Poi il benvenuto ad Addis Abeba, i cibi super piccanti e le divertenti reazioni delle figlie quando cadevano nelle imboscate del fuoco amico: ”Prendi figlia, assolutamente non pizzica!”

Poi andiamo a Mojo a 70 km a sud di Addis Abeba e finalmente arrivano i bambini dell’asilo: tre classi che escono tutte insieme per la ricreazione e ci vengono incontro. Tre classi, quanti bambini saranno mai? 40-50 oppure, visto che siamo in Etiopia, duecentotre. Quindi quattrocentosei occhi che guardano tre bambine. “Babbo, mi sento osservata”. E ci credo. Allora inventati di fare il trenino per sciogliere il ghiaccio e dopo cinque minuti capisci che le figlie da grandi faranno le animatrici nei villaggi turistici.

Poi le messe in amarico, le più corte di un’ora e le più lunghe di 4 ore e venti. E tu prova a battere le mani per 4 ore e venti – durante i canti – che poi ne parliamo. Che già un Alleluja delle lampadine – di 4 minuti e 25 secondi – ti mette a dura prova, dilettanti.

Aggiungici i viaggi in macchina per visitare gli altri villaggi, altri occhi, altre storie. Come quella di Araguà che conobbi nel mio primo viaggio – 15 anni fa – aveva 8 anni, un papà che non l’ha riconosciuta, una mamma che ha cresciuto da sola tre bambini. Ora Yobda insegna all’università, il fratello fa il tecnico di laboratorio presso la clinica di Mojo e Araguà mi ha fatto la carrambata ed è venuta a trovarmi perché si era tanto affezionata e voleva dirmi grazie per il bene che le volevo. E giù le lacrime per un pomeriggio intero a parlarci, dopo 15 anni, e ora ho davanti una donna di 23 anni.

E di nuovo bambini, giochi, altri bambini e ancora le figlie in mezzo a giocare con loro. Prima a insegnare l’italiano, poi a imparare l’inglese e l’amarico. E poi le strade, piene di vita. La gente che si parla, che passeggia. Attento a quei cinque asini, che se ne metti sotto uno poi lo devi pagare. Poi si va al mercato col calesse e il cavallo che la fa in diretta nazionale mentre trotta e noi a due centimetri dal suo deretano a ridere come cinque deficienti. E poi quello che si vede al mercato e poi quello che si nasconde ai figli. Perché non tutto è per gli occhi delle figlie. Non quella giovane donna che, distesa per terra, abbracciata al suo bimbo di 6-10 mesi, in mezzo alla polvere, chiedeva l’elemosina. Chiedeva, perché quando io l’ho vista non parlava più ed era ferma, alle tre del pomeriggio sotto il sole, in mezzo a un crocevia, che dovevi scansarla per non calpestarla, e non chiedeva più neanche l’elemosina.

Insomma, un altro mondo. E non lo capisci subito. Quindici anni fa ci misi 4 giorni per orientarmi. Trovai solo una cosa in comune con loro in quei primi giorni, anche lì un pezzo di pane si trasformava in Eucarestia. Basta, il resto era diverso. Le mie figlie ci hanno messo due giorni per buttarsi nella mischia, sono tre amazzoni, semplicemente. Anche se ho trovato molto più faticoso questo viaggio con la famiglia di dieci giorni, che il mio primo viaggio da solo, di due mesi. Quanti pensieri in più. Non ultimo il vedere le camionette dei militari (in Etiopia c’è lo stato di emergenza da tre mesi) che armeggiavano con le loro mitragliatrici, e noi sul nostro fuoristrada con un sorriso non proprio spontaneo.

E in questi giorni, vai con le foto agli amici. 100, 200, che problema c’è. E si racconta, le figlie ridono e chi ascolta guarda, sorride, riflette. Forse un po’ come voi, ora.

Ma se scavi un po’ la superficie e ti fai qualche domanda, quanti nervi scoperti che affiorano, e ti chiedi: “Ma qui non hanno niente, ma che ti ridono, ma perché ridono?”.

Io penso che ridono perché sono vivi, perché la morte la conoscono, non è come da noi che viene nascosta. Lì, ne muoiono così tanti che è impossibile nasconderla. E chi è vivo, è contento di poterlo raccontare. Quante storie, quante vite e quanto dolore anche. E allora quando sento dire: “Ah, siete stati in Africa, che bell’esperienza dev’essere stata!”

“Eh sì, proprio una Bella esperienza” rispondo io. Rifinisco tutto con un bel sorriso empatico e avanti un altro.

Le risposte a “Come è andata in Africa?”, non sono risposte fatte di parole. Son risposte che vanno ascoltate col cuore. E’ come chiedere ad una mamma che ha appena appena partorito: “Come stai?”, dove si vede che chi chiede, vuole sentirsi dire: “Sto bene!”. E invece quella mamma non riesce a dissociare l’infinita riconoscenza che prova, dal dolore lancinante che ancora le sussulta dentro.

Pronto a morire un po’ dentro per far nascere una nuova consapevolezza, più completa? Vieni anche tu in Africa, o in Asia, o in Sud America. Tanto, che hai da fare per la prossima estate?

 

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2 Pensieri su &Idquo;Appunti di viaggio

  1. Leggo mentre faccio la fila alla posta per spedire la raccomandata per un concorso, per cambiare questa vita che non mi soddisfa, per avere di più… e ancora una volta, attraverso gli occhi velati di lacrime,riesco a vedere come non ho capito niente….che Lui è lì, a portata di mano, nel più piccolo di noi che soffre, che ha fame, sete o è nudo. Quanto tempo sprecato a domandare “dove sei? ” .. Eccolo, basta saperlo vedere.
    Grazie per aver fatto luce, per aver condiviso… La raccomandata la spedisco comunque, ma intanto sorrido, perché ho capito che non sono sola, mai…e che ho ricevuto molto dalla vita e che, se voglio, ho molto da dare… É così che la vita cambia…

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    • Cara Serena, che bello quello che scrivi. È prezioso quello che si vede quando gli occhi sono velati di lacrime. Anche se più fragili, si è piu veri! Vista la stella di notte, basta seguirla anche di giorno! 😊

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