La vanità è il peccato che preferisco

Alcune sere fa nella mia parrocchia “di paese” ho assistito alla proiezione del film “L’avvocato del diavolo”, con Al Pacino e Keanu Reeves. Aldilà delle considerazioni sulla bellezza o meno della pellicola, una delle battute finali mi ha molto colpito.

Nell’ultima scena, un navigato e ambiguo avvocato, capo di uno studio di New York, John Milton, straordinariamente interpretato da Al Pacino, si manifesta apertamente come il Demonio al giovane Kevin Lomax (Keanu Reaves), anch’egli avvocato ma più giovane e con un brillante curriculum.  Lomax è appena giunto al termine di un processo dai risvolti torbidi che è riuscito a far concludere a suo favore con l’assoluzione dell’imputato, chiaramente colpevole. Lungo lo svolgersi della vicenda processuale però, Lomax ha visto sconvolgersi completamente la sua vita, fino alla morte violenta della sua amata moglie.

Milton, in questa scena, ripercorre tutto l’accaduto mostrando come lui abbia semplicemente creato le condizioni per le scelte compiute da Lomax. Milton fa comprendere al giovane Lomax come sia sempre stato libero di scegliere in un modo o nell’altro, ma ha poi sempre scelto per il male, male soprattutto verso se stesso; e il motivo di tali scelte non è stato dettato altro che dalla sua sete di vanità. Milton-Satana, conclude il racconto con la battuta: “la vanità è il mio peccato preferito!”

Quella sera in parrocchia, al termine del film, ho ricollegato questa battuta con una cosa che mi era accaduta proprio due giorni prima. Questa volta ero nella mia parrocchia “di città” e avevo appena finito di ascoltare un bravissimo e molto noto sacerdote romano che aveva appena tenuto una catechesi sulla misericordia e sulla confessione. Da tempo conosco la fama di questo sacerdote  e da tempo seguo le sue catechesi: la sua capacità di mostrare la grandezza e l’amore di Dio per noi colpisce tanta gente e va diretta al cuore. Un incontro così profondo con tale grandezza e con tale bellezza diviene spesso la premessa per la conversione.

Alla fine del suo discorso mi sono avvicinato a lui con l’intento di stringergli la mano, ringraziarlo e magari dirgli due parole. Ero davvero rapito e risanato dalle sue parole ma il “contatto” fisico con lui, lì per lì, mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Mi ha stretto la mano, mi ha ringraziato a sua volta. Io, impacciato, ho cercato di articolare due parole del genere “sai, io sono amico di quel tizio che ti conosce”, sperando di ingaggiarlo in un discorso. Ma lui invece è stato piuttosto freddo, non scortese ma non mi ha proprio dato spago.

Certamente, questo sacerdote è persona molto impegnata, contornata da tantissime persone e di certo dovrà gestire con sapienza e parsimonia il suo tempo e le sue energie, ma io, alla luce di quella battuta ascoltata nel film, in quel contatto ci ho letto qualcos’altro.

Non mi ero accostato a lui solo per dirgli grazie, non era solo un voler rendere gli onori ad un bravo oratore e a un sacerdote santo. No, in fondo, nel mio cuore c’era soprattutto il desiderio di un rapporto privilegiato con lui, il desiderio di dirgli chi sono e che cosa ho fatto nella mia vita. Al centro di quel contatto non c’era lui, come pensavo, c’ero io. Io e la mia vanità.

E lui, che probabilmente ha profonda intimità con il Signore e ha imparato a guardare al cuore degli uomini, con la sua apparente freddezza ha solo voluto mettere un freno a quella mia vanità. Gli sono bastati solo poche parole e un mezzo sguardo e ha subito intercettato il mio cedere al peccato. In pochi minuti ha cercato, forse in maniera non meditata ma certamente efficace, tipica di un padre spirituale esperto, di indurmi ad abbandonare l’immagine fantasiosa che mi ero fatto di me e a riportare la mia attenzione su chi sono veramente: un figlio di Dio, voluto così, perfetto così, amato così, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

Come nel film è ben rappresentato, anche nella mia vita il Demonio è sempre dietro l’angolo, sempre accanto a me per solleticare la mia vanità, me ne rendo conto. Troppo spesso pongo me stesso al centro dei contatti o dei dialoghi con gli altri, con difficoltà mi apro all’ascolto e all’accoglienza di quanto chi mi è di fronte ha da darmi; sono troppo preso ad ascoltare me stesso e le mie storie.

Per grazia di Dio, però, so di essere amato con infinita passione e spero di riuscire a riconoscere sempre le occasioni e le persone che, magari anche con modi che possono sembrare bruschi, mi riconducono sulla via della salvezza.

 

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12 Pensieri su &Idquo;La vanità è il peccato che preferisco

  1. Grazie Stefano!
    Quello che scrivi lo viviamo quotidianamente in tanti, tantissimi. Uno dei frutti della vanità è che vorremmo “sottomettere” gli altri alle nostre magnificenze e quindi usarle per farci belli e grandi agli occhi della gente.
    Tu, per grazia, sei riuscito a capire la sottigliezza del meccanismo scattato in quell’incontro. Spesso però non ci si riesce e la nostra mente vaga a cercare spiegazioni umane e, altrettanto spesso, arriviamo alla conclusione che l’altro sia… antipatico, fatto male, mancante di carità, etc. Se siamo abbastanza maturi cristianamente riusciamo perfino a trovare delle attenuanti per questi suoi “difetti” e, vanitosamente… pensiamo di essere anche buoni, tanto buoni da perdonare le sue “mancanze”. Sob!

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  2. Mizzega! Stefano… Ma stai parlando, e non è la prima volta, di me. La vanità è anche il -mio- peccato preferito! Forse non l’avevo mai percepito così bene, prima. Un’occasione per vivere meglio la Settimana Santa. E poi “ci sta” così bene col tuo “stacce” ormai anche mia filosofia di vita: si valorizza l’essenziale. Tu mi hai proposto la possibilità, spero che diventi davvero mia! “Ce posso sta’ e divento grande!”
    Ma, misericordia!, qual è, allora, il discrimine, tra l’essenziale e una sana, santa e beata accoglienza?

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  3. Molto sincero e vero Stefano.

    Volevo dare un’altra chiave di lettura…
    Credo sia capitato a tutti di avvicinare persone che sanno affascinarci ed emozionarci parlando delle cose di Dio o che mettono in luce un particolare carisma, che ci spinge a cercare di dare loro un segno della nostra ammirazione e gratitudine.
    Credo anche sia capitato che queste persone, che all’ascolto trasmettevano tanto spirito, tanta umanità, tanta gioia, al nostro tentativo di approccio, si mostrino al contrario piuttosto “freddine” se non addirittura scostanti…
    Se, come ci insegna il Vangelo, dobbiamo sempre vedere il buono e pensare al meglio rispetto gli altri, credo si possa pensare che costoro agiscono proprio per difendersi dalla vanità… peccato preferito di “Milton-Satana” nel film (ma anche credo nella realtà).

    Di fatto come ho sentito dire una volte: “chi ti loda è tuo nemico!”, quindi è normale che ci si sente attaccato si “difenda”.
    L’attacco della lode, in questi casi poi è duplice, da una parte la lode può gonfiare a dismisura il proprio ego e la propria vanagloria, dall’altra il grave rischio è quello di “rubare la gloria a Dio”, perché chi ha così ben parlato, annunciato, commentato le “cose di Dio”, di cosa potrebbe vantarsi se non di quanto a gratuitamente ricevuto? E se si vanta di ciò che non gli appartiene pecca due volte.

    Persino lo stesso Cristo, rimandava tutto al Padre Suo e neppure ha accettato lo si apostrofasse come “buono”, come ben sappiamo.

    Quindi se ci trovassimo nel frangente di non vedere ricambiato il nostro deferente apprezzamento di lode (che in fondo non è mai così gratuito aspettandosi sempre il contraccambio di un sorriso o di una seppur minima ricambiata stima…), non prendiamocela a male… pensiamo che difronte abbiamo una persona veramente umile, che in ciò che fa, facendolo per il Signore, ha già trovato la sua ricompensa e null’altro vuole.

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    • Bariom, condivido la chiave di lettura che suggerisci. Anzi, credo di aver vissuto anche io qualcosa di simile, dopo la nascita al Cielo di Filippo: in tanti mostravano apprezzamenti e si prodigavano in lodi nei nostri confronti, ma io sentivo solo di essere un semplice specchio, neanche troppo lucido, di una bellezza che non mi appartiene completamente.
      Ero certo della sincerità di quelle persone che si avvicinavano a me e Anna; questa volta è toccato a me essere nei loro panni e ho compreso meglio che l’unica cosa che conta è rendere grazie a Dio.

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    • Caro amico, ti ringrazio per il tuo commento. Devo dirti che qui non abbiamo grandi pretese: scriviamo quello viviamo o abbiamo vissuto ed è certamente possibile che ci capiti di eccedere o di mancare in qualcosa; di questo però dovremo rendere conto al nostro Creatore più che agli uomini.
      Detto ciò mi verrebbe da ripetere le parole di Gesù di fronte ai sommi sacerdoti: «Se ho parlato male, dimostra il male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?»

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    • Grazie a te Chiara. Non ci sentiamo però di essere in grado di “insegnare” nulla a qualcuno. Di vero Maestro ce n’è uno solo.
      È già tanto, per noi, che le nostre parole abbiano suscitato la tua riflessione. E restiamo sempre aperti ad un confronto…per camminare insieme.

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  4. Infatti scusate, avevo intuito che non sarebbe stato il termine adatto, ma non ne trovavo altri…dai, se intendiamo “insegnare” nel senso di “lasciare il segno” mezzo ci può stare, dai 🙂 ovviamente sempre grazie a Colui che tutto muove

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