Se non ritornerete come bambini

Erano trascorsi solo alcuni giorni da quando Filippo era stato ricoverato nel reparto trapianti di cellule staminali dell’ospedale San Camillo di Roma, all’esordio della sua leucemia, quando incontrai per la prima volta la Primaria del reparto di ematologia pediatrica che poi lo seguì per i successivi sei anni.

Avemmo un colloquio molto disteso e aperto, la dottoressa mi fece subito una buona impressione. Era una persona di grande esperienza, con modi decisi ma allo stesso tempo materni. Si percepiva che era mamma anche lei perché le sue frasi non erano freddi tecnicismi da medico ma era evidente che non fosse una persona che andava per il sottile. Tempo dopo compresi che quando il tuo lavoro ti porta a lottare contro il cancro dei bambini, non puoi concederti debolezze o indugi: la determinazione e il tempismo sono fondamentali, a volte è necessario anche correre il rischio di essere bruschi.

In quel colloquio la dottoressa mi disse molte cose, rispetto alla situazione che stavamo vivendo, rispetto ai passi futuri, i rischi, le statistiche. Fu anche abbastanza confortante. Ci fu però una cosa che mi disse, che mi colpì e che mi sono portato dietro fino ad oggi: “signor Bataloni, non deve temere per l’equilibrio psicologico di suo figlio, vedrà che reagirà bene. I bambini sanno riconoscere quando qualcosa li fa stare meglio e capiscono in fretta che anche se per un momento dovranno soffrire un po’, dopo staranno meglio. E poi si ricordi che i bambini, a differenza degli adulti, di fronte a malattie anche molto gravi non vivono l’angoscia per il futuro che rischiano di perdere; per loro, la vita è come se fosse infinita”.

Andò proprio così. Filippo fu costretto, per una serie di circostanze, non solo quelle dovute alla sua malattia, a soffrire moltissime volte a causa di pratiche dolorose e invasive: le temeva, naturalmente, ma non si lasciò condizionare da esse. Anche nei suoi ultimi giorni non sembrava affatto che temesse per la fine incombente della sua vita.

Per Filippo, il tempo non aveva un gran valore: il passato era per lo più pieno di ricordi positivi, il futuro praticamente non esisteva o aveva durata molto breve. Il presente era l’unico tempo a cui dava davvero importanza: per lui le ore sembravano durare all’infinito, in esse concentrava tutte le sue energie e le sue attenzioni.

Per me, invece, non è più così: luci e ombre del passato si equivalgono, devo fare un grande sforzo e chiedere continuamente aiuto a Dio per “benedire” la mia storia. Il presente è il tempo della fretta, sempre vissuto correndo da un impegno all’altro, tutto passa mentre il mio pensiero è distratto da altro. Al contrario di quello che fa un bambino, il tempo a cui dedico tante risorse è il futuro: la mia mente sembra sempre “tarata” su quello che dovrà venire. Programmare, immaginare, ipotizzare, fantasticare sono le attività che molto spesso rapiscono i miei pensieri.

I bambini ci sono maestri per quanto riguarda il vivere il tempo ma anche per molte altre cose.

Filippo, ad esempio, sembrava avere una fiducia totale in me: ricorreva a me, o ad Anna, in ogni momento mostando di sentirsi sicuro di poter attingere ad una fonte inesauribile di spiegazioni, di interpretazioni o di senso per tutto ciò che lo circondava e riempiva la sua vita. Sembrava convincersi ogni volta, quando con le mie banali parole o il mio incerto esempio tentavo di soddisfare la sua sete di conoscenza e di comprensione.

Filippo, inoltre, chiedeva continuamente aiuto e non solo per capire o imparare ma anche per cose molto concrete; chiedeva nel momento del bisogno e nel momento del gioco. Sembrava fosse innata in lui la consapevolezza che senza di me e Anna non avrebbe potuto fare nulla. Aveva un modo di chiedere aiuto e di esprimere i suoi desideri che non poteva lasciarmi indifferente: le parole, la voce, la passione che metteva nel rivolgersi a me erano quelle più efficaci e dirette per ottenere una risposta, per scatenare una reazione, erano capaci di farmi distogliere completamente dalle mie posizioni e dal mio procedere.

Ma non era solo questione di cose così importanti: Filippo era bravo anche nel gioco. Il gioco, per lui, era una cosa seria, a cui dedicare attenzione ed energie; il gioco era la sua palestra di vita e il momento in cui le paure venivano demolite. Al gioco ha dovuto dedicare molto tempo, a causa dei lunghi ricoveri e dei periodi di isolamento a casa. Lui si impegnava, con passione, ed era molto esigente nei nostri confronti; non era sufficiente per lui un gioco di puro svago, era alla continua ricerca di storie da costruire o di strutture e articolazioni nel gioco.

Tutti i bambini fanno così, probabilmente ma solo ora mi rendo conto di quante occasioni per imparare mi ha dato mio figlio.

Da lui imparo che non posso trovare da me tutte le spiegazioni, non posso trovare da me tutte le risposte come invece mi viene voglia di fare così spesso. Da lui imparo che sono figlio anche io, che ho un Padre anche io e che per di più vuole solo amarmi e colmare la mia ricerca di comprensione e di senso per quello che riempie la vita.

Da lui imparo a pregare. Io, che sono sempre così distratto nella preghiera, così timido e incerto; io che non mi arrabbio mai con Dio per le difficoltà che incontro e per i limiti che mi ritrovo.

Da lui imparo che devo chiedere aiuto, che da solo non posso proprio farcela. E invece sono così presuntuoso da pensare di poter essere il salvatore di tutto; io che proprio non riesco a farmi aiutare, io che ho così paura di chiedere sostegno; mi costa così fatica chiedere qualcosa a qualcuno che preferisco portare macigni sulle spalle pur di fare da me.

Da lui imparo che non tutto va preso così seriamente nella vita: amo lo scherzo e la battuta ma in fondo sono sempre troppo serio, non so giocare io. Giocare per me è tempo perso. Vivo il mio tempo sentendo di dover essere sempre produttivo, convinto di essere impegnato in imprese fondamentali e irrinunciabili. E quando poi per un motivo o per un altro il tempo libero si materializza nelle mie mani, allora l’unica cosa che sono capace di fare è fuggire dalla realtà e anestetizzarmi. Non sono più capace di impegnarmi in un gioco.

Forse sarà per questo che Gesù disse “Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro” e poi aggiunse che “…chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto”.

Solo ora mi rendo conto che attraverso mio figlio, Dio ha anche voluto mostrarmi concretamente a chi devo assomigliare. Con tutto me stesso oggi desidero “ritornare come un bambino”, per poter entrare nel Regno di Dio.

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11 Pensieri su &Idquo;Se non ritornerete come bambini

  1. Grazie Stefano, è vero, i bambini ci camminano davanti nel cammino della fede. Ricordo il periodo che ho vissuto affiancando la maestra d’asilo della scuola materna parrocchiale che avevamo in paese. In quell’esperienza ho imparato a fare meglio la mamma : non puoi fingere con loro, devi esserci con tutto te stesso . Ai bambini non basta la tua presenza fisica, devi esserci con la mente, il cuore e l’anima. Devi crederci in quello che fai e che questo fare sia una cosa importante è seria anche per te e non solo per loro. Grazie a questo blog dove possiamo scambiarci riflessioni , quelle più intime e nascoste che non avremo mai l’opportunità di far uscire e che sono quelle più vitali al nostro spirito. Grazie a tutti voi e grazie Filippo!

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  2. Grazie Stefano, per aver condiviso queste tue riflessioni.Anche io non riuscivo a capire questo : “Se non diventerete come bambini…” perché mi risulta sempre difficile fidarmi di un altro, mettere la mia vita nelle mani di un altro, mettere da parte le mie convinzioni, le mie idee, chiedere aiuto, ammettere che da sola non ce la posso fare, che non vado da nessuna parte.Come pure il fatto di vivere proiettati nel futuro, perdendo di vista la bellezza del presente.Anche io devo combattere continuamente contro questa tentazione, di voler sempre organizzare, pianificare il futuro che mi porta a vivere con affanno , ansia e non mi fa godere il momento presente.Mi sono ritrovata in molte cose che hai scritto! Grazie e buona giornata!

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  3. Stefano come sempre leggo le vostre riflessioni la mattina ed è un bel cominciare la giornata . Il mondo dovrebbe essere pieno di queste riflessioni . Mio padre aveva nel suo uffcio una serie di detti e uno mi colpiva sempre ” Il soffrire passa l’aver sofferto non passa mai ” ..purtroppo è cosi’ . Ma ti serva un pizzico di conforto che la storia di Filippo ha travalico le strade , i paesi le citta’ . Tutti hanno conosciuto chi era e come ha affrontato da piccolo Santo la sua malattia . Noi no, noi siamo cosi’ siamo deboli anche se siamo grandi e cerchiamo continuamente risposte dannandoci l’anima quando invece l’aiuto lo puoi chiedere solo a chi ti creato . Ho un morbo raro che mi porto dietro ..è curabile ma quando dico che ringrazio la malattia perchè mi ha cambiato come uomo , come marito , come padre la gente mi guarda storto . Invece è vero : Nessuno vuole soffrire ma purtroppo o solo per fortuna solo soffrendo capiamo chi siamo …ecco perchè guardo sempre il Crocifisso perchè in quella sofferenza in quella richiesta di aiuto al Padre c’è tutto . Ringrazio DIo di avervi incontrato sempre . Un abbraccio

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  4. Bellissime riflessioni Stefano, grazie.

    Mi colpisce molto quello che hai riportato detto dalla Primaria del reparto di ematologia pediatrica:
    “signor Bataloni, non deve temere per l’equilibrio psicologico di suo figlio, vedrà che reagirà bene. I bambini sanno riconoscere quando qualcosa li fa stare meglio e capiscono in fretta che anche se per un momento dovranno soffrire un po’, dopo staranno meglio. E poi si ricordi che i bambini, a differenza degli adulti, di fronte a malattie anche molto gravi non vivono l’angoscia per il futuro che rischiano di perdere; per loro, la vita è come se fosse infinita”.

    Da qui infatti sei partito…

    “Per loro la vita è come fosse infinita”… cioè “senza tempo”.
    Per noi che ci diciamo “credenti”, così dovrebbe essere… tutto concorre al bene e tutto su questa vita è “un passaggio” (Pasqua).

    Come è vero anche che se non sul passato, sul futuro il Demonio ci frega e ci inganna! Inizia ad agitare fantasmi, paure, angosce, dolori indicibili: fisici e spirituali.
    Un futuro di cui in realtà nulla sappiamo e su cui poco possiamo, se non viverlo di giorno in giorno proprio come bambini, come il tuo Filippo… sicuri tra le mani del Nostro “Abbà” (Papà) Celeste.
    Filippo sono sicuro non temeva, al sicuro tra le mani Vostre (tue e di Anna) che per di più gli facevano presente quelle di Dio.

    Certo noi siamo adulti, abbiamo imparato (più o meno) a cavarcela da soli. Magari oggi sono i nostri Genitori ad avere bisogno di noi e guarda quanto è preziosa la Vecchiaia… si torna bambini, bisognosi di cure e con ben poche “illusioni” sul futuro.
    Ma noi da adulti autonomi e a cui altri si appoggiano (i figli prima di tutti), abbiamo un po’ perso quel senso di abbandono, di giocosa semplicità.
    Come tu stesso hai detto, è nella preghiera a cui si conforma la vita, che si dovrebbe ritrovare questo spirito… anche la preghiera ripetitiva, a mo’ di “giaculatoria”.

    Ricordo quanto mi ha aiutato al tempo della malattia di Colei che fu mia Sposa. Aiutato a tenere fuori dalla mia testa (è la mente il campo di battaglia preferito dal Menzognero), tutte quelle paure, quei dubbi, quelle domande anche lecite, ma su cui il Nemico soffia e soffia, si insinua e ti sfianca, con il preciso obiettivo di farti cadere!
    Poi viene anche il tempo di altra preghiera, quella di supplica, quella confidente, quella di resa della propria volontà… ma questo è altro Tempo.

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    • Il Nemico soffia, si insinua e mi sfianca, per me, soprattutto sul futuro. Hai ragione la preghiera aiuta moltissimo, anche quando ripetitiva e un po’ distratta. Ma spesso, io, sento il bisogno di ritrovare quella determinazione e quella passione nel rivolgermi al Padre che era quella che aveva Filippo mi chiedeva di giocare con lui, quando mi chiedeva di inventare storie per lui…

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      • Sai Stefano… c’è un Tempo per ogni Cosa 😉
        Quella “passione e determinazione” del Tempo della Prova, non sono del tutto una nostra attitudine, né abitudine…

        Sono statre un REGALO della Misericordia del Padre, che in quel Tempo umanamente così duro e difficile, ci ha messo nel cuore le armi per combattere e gli strumenti per resistere.
        Tanto è vero che abbiamo sperimentato una intimità con Dio, che oggi nel ritrovarci in una più o meno routinaria quotidianità, a volte rimpiangiamo…

        Il che non significa che non dobbiamo fare quanto è in nostro potere per ritrovare quella intimità, ma se pensi a quanti Santi (credo tutti) hanno dovuto sperimentare una durissima aridità spirituale, non dobbiamo neppure angosciarci se a volte ci sentiamo un po’ “freddi” e lontani… l’importante è non demordere e mai dubitare! 😉

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  5. E’ vero c’è un tempo per tutto …quando mi sono sposato l’ho meso tra le letture quel fantastico passo della Bibbia ..bellissimo , poetico , attualissimo in questo mondo in cui cerchiamo sempre tante cose ma la semplicita’di Dio ci sfugge sempre .

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  6. Infilare un mio commento sotto questo post e sotto questi commenti mi sembra un’impresa difficile: sono rimasta colpita molto dalla loro profondità e vi ringrazio tutti. Lo smack è doveroso per ognuno di voi.
    Mi sento a casa, posso dirlo?

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