Il colore del grano

di Anna Mazzitelli

Mi capita a volte, e nell’ultimo anno mi è capitato spesso, di parlare con delle persone e, per qualche ragione, arrivare a discorsi che i miei interlocutori percepiscono come “difficili” per me.

Faccio degli esempi:

Qualche giorno fa discutevo con una collega su come preparare i tappi delle bottiglie del latte con le foto-tessera dei bambini della scuola, da incollare poi su un supporto di legno il giorno della festa della matematica. Lei diceva che la foto andava incollata sul dorso del tappo, io sostenevo che fosse meglio incassarla dentro il tappo, nella parte interna, così sarebbe stato più facile incollare poi il tappo al pannello di legno. Lei ha detto che però la foto dentro il tappo le ricordava le foto sulle tombe… e lì si è bloccata, mi ha quasi chiesto scusa, ha un po’ ritrattato…

Insomma io non mi sono sentita affatto offesa né mi sono rattristata, ma forse lei ha pensato così, e questo mi dispiace.

Un’amica mi ha chiesto che classe facesse mio figlio. “Quello grande”, ha detto, e poi: “cioè, insomma…” e anche lì imbarazzo.

Sono certa che per me, che lo vivo ogni istante in prima persona, sia più facile che per gli altri, che possono solo immaginare come sia aver perso un figlio, ma se c’è una cosa che mi rattrista è sapere che gli altri pensano che io sono triste.

Non lo sono.

E aver avuto Filippo, nonostante tutto, nonostante la fatica, nonostante il dolore, nonostante ora non l’abbia più, è infinite volte meglio che non averlo avuto affatto.
E non cambierei niente di quello che è stato, se volesse dire aver avuto un bambino diverso.

“E’ meglio aver amato e perso che non aver amato affatto”, scriveva Oscar Wilde, o, ancora meglio, per dirla con il mio piccolo principe: “Fa bene l’aver avuto un amico, anche se poi si muore. Io, io sono molto contento d’aver avuto un amico volpe…”

Io sono felice di aver avuto Filippo, e non mi rattrista pensare a lui, anzi, mi rende felice ricordare quello che è stato, e quanto importante è stato.
Non sarei stata più contenta se avessi avuto il figlio perfetto, sano, socievole, sportivo, compagnone, non avrei mai voluto un figlio diverso da quello che ho avuto.
Ed è vero che la sua mancanza mi fa male, ma se questo dolore significa che Filippo c’è stato, seppure per poco tempo, e che io l’ho avuto, allora non scambierei questo dolore con niente al mondo.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “…piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

 

 

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3 Pensieri su &Idquo;Il colore del grano

  1. 🙂 🙂 🙂 Sorrido e sono contenta per come “vivi” la mancanza di Filippo. Chi si sente in imbarazzo nel nominartelo è perché manca di fede. Tu invece hai questa forza che illumina “tutto” e rende meno penosa e dolorosa la mancanza.
    Un abbraccio.

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