Storia di un miracolo (prima parte)

Due domeniche fa, quando abbiamo celebrato la memoria del Battesimo di Gesù, durante la messa il buon Don Stefano, come si usa in quella celebrazione, dopo l’introduzione ha asperso tutta l’assemblea con l’acqua benedetta, in ricordo del nostro battesimo.

Francesco, come sempre, era sul tappeto ai piedi dell’ambone insieme agli altri bambini che ancora devono iniziare il catechismo, e che la nostra cara amica Audrey intrattiene durante la liturgia della parola. Anche lui, naturalmente è stato asperso. Subito ho ricordato il suo battesimo e ho ripercorso la sua storia.

Filippo aveva poco più di un anno e mezzo quando ci accorgemmo che Anna era di nuovo incinta. Fu una grande gioia, naturalmente, perché dopo le fatiche per concepire Filippo sembrava che le cose si fossero sistemate e si andava concretizzando il nostro desiderio di una famiglia numerosa.

Per i primi due mesi la gravidanza di Francesco procedette bene, Anna potè lavorare. A maggio (era il 2008) però cominciarono i problemi: in due o tre occasioni comparvero delle emorragie e Anna fu costretta a dei brevi ricoveri in ospedale per tenere sotto controllo la situazione; il bambino stava bene e cresceva, ma qualcosa non andava nella placenta.

Furono periodi con alti e bassi, con momenti di serenità e di gioia per l’arrivo del fratellino di Filippo e con giornate di corse in ospedale e apprensione. Anna si mise definitivamente a riposo.

Nel mese di giugno, sembrava però che la situazione si andasse stabilizzando; verso la fine del mese, il distacco di placenta riscontrato nelle precedenti ecografie si era ridotto e decidemmo di prendere una casa per portare Filippo in vacanza al mare. Ad inizio di luglio ci trasferimmo al Lido di Tarquinia.

I primi giorni furono meravigliosi, la casa era molto comoda, il mare bello e la spiaggia pulita; Filippo giocava serenamente e cresceva a vista d’occhio. Ad appena due anni, in quella casa, tolse il pannolino e cominciò ad usare il suo vasino giallo.

Ma fu solo un attimo. Era il 5 di luglio quando Anna ebbe una nuova importante emorragia. La vicina Tarquinia, grazie a Dio, era dotata di ospedale con reparto di ostetricia. La portai subito al pronto soccorso, lasciando Filippo alla zia Irene che in quei giorni ci aveva raggiunto, e Anna fu subito ricoverata con l’ordine di restare a letto sdraiata. Fu sistemata in una bella camera, con vista sul mare: in quel momento non sapevamo che non avrebbe più rivisto il mare se non dopo molti molti mesi.

Io ricordo che non presi affatto bene quel nuovo ricovero, ero convinto che non fosse nulla di serio, che Anna si stesse preoccupando troppo; volevo vivere serenamente quelle vacanze, senza pensare a problemi della vita, non volevo proprio rinunciare alla comodità e allo svago. Ma la situazione era seria e non me lo consentì, dovevo stare lì, affrontarla.

Nei giorni seguenti, i medici approfondirono il problema, furono eseguite diverse ecografie e l’esito, alla fine, fu molto preoccupante: la placenta di Francesco era in una posizione critica, il rischio di distacco completo era molto serio con possibili complicanze non solo per il bambino ma anche per la mamma.

Furono giorni duri: a tratti sembrava non solo che il nostro secondo figlio potesse non sopravvivere alla gravidanza ma che Anna stessa rischiasse di incorrere in gravi emorragie. Non sapevamo che fare. Passavamo dal terrore alla consapevolezza del fatto che le nostre vite, comunque sono nelle mani di Qualcun altro e che in Lui solo dovevamo riporre la nostra fiducia e poi di nuovo al terrore.

Anna rimase nell’ospedale di Tarquinia per qualche giorno. La mattina, io o la zia Irene, portavamo Filippo a giocare in spiaggia; la sera poi io e lui andavamo a trovare Anna in ospedale. Ora mi rendo conto che iniziammo proprio in quei giorni a far comprendere a Filippo, all’età di appena 2 anni, che nella vita possono esserci difficoltà molto grandi, che esistono gli ospedali dove a volte bisogna per forza andare per affrontare quelle difficoltà ma che non bisogna mai perdere la fiducia e la speranza, perché con l’aiuto di Gesù, ce la si poteva fare.

Non so dire se fummo bravi noi o se Filippo fosse già forte di suo, certamente giovarono i meravigliosi sorrisi che Anna regalava a lui quando la sera lo rincontrava, ma i giorni successivi per Filippo furono sereni, lui era sereno.

Tra me e Anna, invece ci furono lunghe telefonate in cui discutevamo su cosa fare, su come tenere duro e lottare per la vita di Francesco o su come affrontare l’eventualità che lui non ce l’avesse fatta. Le discussioni a tratti furono anche accese, a volte piangevamo, alla fine però ci sentivamo più uniti di prima.

Dopo pochi giorni di ricovero nell’ospedale di Tarquinia, la situazione si chiarì e i medici ci dissero che loro non potevano più far nulla per Anna, che la sua condizione era tale che in caso di grave emorragia non sarebbero stati in grado di aiutarla e di accudire Francesco, avrebbero solo potuto trasferirla d’urgenza in un altro ospedale.

Trovammo quindi la possibilità di un ricovero all’ospedale San Camillo di Roma ma il trasporto da Tarquinia a Roma non era affatto semplice; difficile anche organizzare un trasporto con un’ambulanza dell’ospedale. Con Anna decidemmo che saremmo andati in auto e l’11 di luglio, la feci dimettere e ci incamminammo verso Roma, correndo non pochi rischi.

Il viaggio però andò bene e Anna, nel tardo pomeriggio, entrò nel reparto di ostetricia e ginecologia del San Camillo. Ricordo la sofferenza che provai la sera di quel giorno quando la lasciai lì da sola e dovetti ritornare a Tarquinia da Filippo. Fu in quel giorno che sperimentammo per la prima volta cosa significa non vivere più tutti sotto lo stesso tetto.

La distanza era tale che io e Anna non potevamo vederci spesso, solo alcune volte riuscii a lasciare Filippo con zie o nonne a Tarquinia, ma un pomeriggio lo portai con me e quando ci vide entrare nella sua stanza per Anna fu una festa grande.

Ne avevamo già passate un po’… ma era solo l’inizio.

All’inizio del mese di agosto, ad Anna si ruppero le acque; Francesco era nel sesto mese di gravidanza, 23 settimane dal concepimento. A quel punto il rischio di un parto prematuro e che Francesco non riuscisse a sopravvivere divennero molto seri: io e Anna eravamo molto giù, affaticati dalle difficoltà mentali e fisiche che stavamo affrontando ormai da alcuni mesi; nei nostri cuori, però lentamente sia andava concretizzando la consapevolezza che la vita di nostro figlio non poteva essere nelle nostre mani, che Qualcuno dall’alto ci stava assistendo.

Nei giorni seguenti i medici dell’ospedale percorsero tutte le strade possibili per cercare di portare avanti la gravidanza di Anna, Francesco non poteva nascere in quel momento, i suoi polmoni non avrebbero retto. Servivano altre 4 o 5 settimane affinché le probabilità di Francesco di sopravvivere senza complicazioni dopo il parto potessero essere rassicuranti. Ma a quello stadio della gravidanza, sarebbe servito un miracolo. Eravamo così tanto lontani da un parto in epoca “normale” che i medici consideravano Anna a rischio di “aborto spontaneo” e non, come invece lo vivevamo noi, a rischio di parto prematuro.

Poi, l’11 di agosto Filippo fu ricoverato nello stesso ospedale, nel padiglione di ematologia che era proprio accanto a quello di ostetricia e ginecologia in cui si trovava Anna. Era sera inoltrata quando da quel reparto in cui mi trovavo con Filippo chiamai al telefono Anna per darle notizie di noi. Sapeva che eravamo in ospedale per una sospetta mononucleosi ma poiché la sua condizione era precaria, i medici mi avevano consigliato di non dirle della situazione di Filippo. Fui costretto a mentirle.

La mattina dopo però, aveva saputo già tutto. Ci parlai di nuovo, era serena, aveva tirato fuori tutta la sua forza e il suo coraggio. Sapeva che Dio non ci avrebbe abbandonato.

Dopo sei giorni, Anna entrò in travaglio: Francesco era a 26 settimane e tre giorni di gravidanza.

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