Stendi la tua mano, e mettila nel mio costato

di Stefano Bataloni

Il passo del Vangelo di Giovanni in cui si racconta l’apparizione di Gesù a Tommaso è da sempre uno di quelli a cui mi sento più legato.
Ogni volta che leggo o ascolto le parole

«Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!»

mi è impossibile trattenere l’emozione. Ogni volta che, durante la preghiera eucaristica, il sacerdote eleva l’ostia consacrata e il calice del vino consacrato ripeto sempre quel

«Mio Signore e mio Dio!».

che anche Tommaso pronunciò dopo aver visto e dopo aver toccato le piaghe nel costato di Cristo.

Alcuni giorni fa, un’amica che qui ci segue, nel commentare una mia riflessione sulla lunghezza della vita di un bambino, mi faceva notare come la “serenità” delle mie considerazioni fosse in qualche modo giustificata dal fatto che io ho avuto del tempo a disposizione per affrontare la morte di mio figlio, ho avuto modo di prepararmi – ammesso che sia davvero possibile – e che se invece la malattia mi avesse tolto Filippo in un tempo molto più breve forse non avrei avuto modo di accettare così bene l’inevitabile e probabilmente avrei scritto cose meno lucide.

Quest’amica non ha affatto tutti i torti.
Sono ben consapevole che a me, sotto questo aspetto, le cose sono andate bene, nonostante tutto. Nel mio sistema cartesiano di riferimento, quello che in qualche modo sento di aver ricevuto in dono a fronte della leucemia di Filippo, posso collocare in punti diversi la mia storia e quella di altri, e riesco chiaramente ad apprezzarne la distanza.

Nel cimitero del nostro paese, ad esempio, Filippo è sepolto proprio accanto ad un ragazzo di 17 anni che una sera è uscito di casa con la sua motocicletta e poi non è tornato più. Un’attimo prima c’era un progetto di vita, di una buona vita, perché lui era un ragazzo in gamba, speciale, e un attimo dopo quel progetto non c’era più.
Che dolore può essere stato quello dei suoi genitori e di suo fratello? Non so dirlo. So però che deve essere stato profondamente diverso dal mio, forse tale che io non so se sarei stato in grado di affrontarlo. Loro, certo, non hanno avuto tempo per prepararsi.

Io ho avuto tempo, invece, molto tempo tutto sommato, forse perché il fisico di Filippo ha sempre retto molto bene le terapie o forse perché la sua malattia era resistente ma non così aggrassiva. Comunque è stato un tempo buono per la mia maturazione, sotto tanti punti di vista e, come dicevo, in quel tempo tutto è stato perfetto. Ringrazio Dio per quel tempo.

Però oggi, alle parole di questa amica, mi viene da pensare che le “prove” della vita e il tempo in cui si verificano sono l’occasione per imboccare o tornare sulla retta via, quella che conduce al Cielo. Quei momenti così difficili sono l’occasione per scontrarci più o meno violentemente contro la realtà della nostra esistenza, e magari per scontrarcisi proprio quando pensavamo di averla compresa, quando non ci rendiamo conto che la retta via era stata abbandonata.

Credo che questi momenti non siano molto diversi da quello in cui Gesù chiese a Tommaso di mettere il dito nelle Sue piaghe.

Ogni giorno, in ogni momento l’imperscrutabile progetto di Dio su di me si compie e innumerevoli sono i segni che si manifestano per ricordarmi quale sia la strada che devo percorrere e la direzione verso cui muovermi, per dare compimento a quel progetto; molto spesso, però, ignoro quei segni.

Forse Dio avrà pensato che io fossi troppo cocciuto, troppo lontano dalla mia strada verso il Cielo; avrà pensato che non sarebbe bastato un “segno” semplice come quello di un giorno qualunque. Sapeva che non mi sarebbe bastato che qualcuno mi dicesse: “E’ risorto!” No, evidentemente ha voluto riservarmi n trattamento particolare: attraverso la malattia di Filippo Dio mi ha dato l’occasione di vedere le mani di Suo Figlio, di stendere la mia mano e metterla nel Suo costato, di “non essere più incredulo ma credente”, così da poter finalmente dire con tutto me stesso “Mio Signore e mio Dio!”

Il tempo che ho avuto è servito perché io vedessi e credessi. Ringrazio Dio per quel tempo.

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7 Pensieri su &Idquo;Stendi la tua mano, e mettila nel mio costato

  1. “Un attimo prima c’era un progetto di vita, di una buona vita, perché lui era un ragazzo in gamba, speciale, e un attimo dopo quel progetto non c’era più.”

    Ecco perché l’invito pressante del Vangelo é quello di avere un progetto che guarda oltre questa vita, oltre la morte, alla Vita Eterna.
    Ecco anche il senso di questo Avvento come di tutti quelli che lo hanno preceduto.
    Che misero progetto di vita sarebbe stato quello di questo giovane uomo figlio di un falegname… Eppure, eppure a Dio é piaciuto dare a Lui onore e potenza, farne il Re delle Nazioni. Re dell’Universo.
    E ciò che Noi saremo ci é ancora velato, ma sin da ora sappiamo che siamo Figli di Dio, coeredi di Cristo, eredi di Dio… e questo non dipende da quanto tempo passiamo su questa terra, ma da quale è il nostro “progetto” e quale progetto proponiamo ai nostri figli.

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  2. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Leggo sempre con molto piacere i post di Stefano ed Anna e del blog “Piovono miracoli”. Questo post lo ripropongo ai lettori del mio perchè, curiosamente direbbe qualcuno, non io, la preghiera di Stefano è anche la mia.

    Ogni volta che, durante la preghiera eucaristica, il sacerdote eleva l’ostia consacrata e il calice del vino consacrato ripeto sempre quel «Mio Signore e mio Dio!» che anche Tommaso pronunciò dopo aver visto e dopo aver toccato le piaghe nel costato di Cristo.

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  3. Grazie Stefano, perché la certezza che metti nelle cose che scrivi mi da tanta serenità e mi fa pensare a tutta la bellezza che il Signore mette in ognuno di noi.
    Grazie di cuore

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