La Speranza

Proprio un anno fa si apriva Piovonomiracoli per raccontare come sia possibile non farsi schiacciare dalla sofferenza e dalle difficoltà, come sia possibile accettare, poi abbracciare e infine farsi portare da una croce.

Volevamo raccontare come sia possibile essere tristi per la perdita o, come preferiamo dire noi, la nascita al cielo, di un figlio ma al tempo stesso non disperare. Questo era anche il nostro intento nell’evento che abbiamo vissuto insieme nel pomeriggio di sabato 21 novembre scorso.

Dopo le letture proposte sul tema del dolore e della domanda, riportiamo qui le letture relative all’ultima parte dell’incontro: la speranza.

 

Dulcis Christe
M. Grancini (XVII secolo)
Dulcis Christe, o bone Deus
O amor meus, o vita mea,
o salus mea, o gloria mea.
Tu es Creator,
tu es Salvator mundi.
Te volo, te quaero,
te adoro, o dulcis amor,
te adoro, o care Jesu.

 

 

Dolce Cristo, o Dio buono,
mio amore, mia vita,
mia salvezza, mia gloria.
Tu sei il mio Creatore,
Tu sei il Salvatore del mondo.
Te io desidero, te cerco,
te adoro, o dolce amore,
te io adoro, o caro Gesù.

 

Da “Mio fiume anche tu”, di G. Ungaretti
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,

Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti

E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.


I nostri figli non nati (Marina Corradi – Tempi.it)
Una collega mi ha mandato un sms: ha perso il bambino che aspettava, al terzo mese di gravidanza. Ho capito perché me lo diceva in modo così sommesso, silenzioso, con un sms: perdere ai primi mesi un figlio, è un dolore segreto e non sempre compreso da chi ti è vicino. Ti dicono: coraggio, su, ne arriverà un altro. Ma tu sai che sì, forse ne verrà altro, ma non sarà più “quel” bambino. Quel bambino, che fra te già chiamavi per nome. Sono cose che raramente gli uomini capiscono fino in fondo. Sono viscerali dolori di donne.
Anche a me è successo, di perdere ai primi mesi un bambino. Mi è successo anzi due volte. La prima è stata una corsa all’ospedale, un evento traumatico che però almeno si vedeva, era comprensibile agli altri. Per l’altro, invece, è stato un andarsene silenzioso.
Ho di quel dolore un ricordo acuto. E, anche, il ricordo di una solitudine. Via, mi ripetevano tutti, sei giovane, presto ne verrà un altro. E in effetti, così è stato. Eppure se penso a quella notte, e anche all’altro perduto, ancora mi incupisco. Perché non erano un niente, quei figli grandi appena due millimetri. Anche i tre che ho avuto sono stati, un giorno, grandi due millimetri. E dunque già in quel microcosmo erano loro, i loro occhi, i loro capelli, il disegno già meticolosamente tracciato. («Quando ti intessevo nel seno di tua madre, Io ti conoscevo», recita un salmo). Erano unici, erano figli; e se ne sono andati. Non trovo altre parole per la mia collega, che quelle che da anni ripeto a me stessa. Non trovo altro che dirmi che li ritroverò, quel giorno, e li prenderò fra le braccia, e sarò di nuovo giovane, e loro bambini. Non c’è un altro paradiso che mi interessi. E se ce n’è un altro, non lo voglio. Se non è questo il paradiso, che me ne importa? Ma io in fondo so, con una certezza radicale e ostinata che mi meraviglia, che riabbraccerò quei due – che già chiamavo per nome.


La speranza, Alleluia dell’amore affamato
Giovanni Paolo I (Udienza Generale Mercoledì 20 settembre 1978)
Dice il salmista: «Signore, tu sei la mia roccia, il mio scudo, la mia fortezza, il mio rifugio, la mia lampada, il mio pastore, la mia salvezza. Anche se si accampasse contro di me un esercito, non temerà il mio cuore; e se si leva contro di me la battaglia, anche allora io sono fiducioso».
Direte: non è esageratamente entusiasta questo salmista? Possibile che, a lui, le cose siano sempre andate tutte diritte? No, non gli sono andate diritte sempre. Sa anche lui, e lo dice, che i cattivi spesso sono fortunati ed i buoni oppressi. Se ne è anche lamentato talvolta con il Signore; è arrivato a dire: «Perché dormi, Signore? Perché taci? Svegliati, ascoltami, Signore». Ma la sua speranza è rimasta: ferma, incrollabile. A lui e a tutti gli speranti si può applicare quello che ha detto S. Paolo di Abramo: «credette sperando contro ogni speranza». Direte ancora: come può avvenire questo? Avviene, perché ci si attacca a tre verità: Dio è onnipotente, Dio mi ama immensamente, Dio è fedele alle promesse.
Ed è Lui, il Dio della misericordia, che accende in me la fiducia; per cui io non mi sento né solo, né inutile, né abbandonato, ma coinvolto in un destino di salvezza, che sboccherà un giorno nel Paradiso. Ho accennato ai Salmi. La stessa sicura fiducia vibra nei libri dei Santi. Vorrei che leggeste un’omelia tenuta da S. Agostino nel giorno di Pasqua sull’Alleluia.
“Il vero Alleluia” dice S. Agostino “lo canteremo in Paradiso. Quello sarà l’Alleluia dell’amore pieno. Questo, di adesso, è l’Alleluia dell’amore affamato, cioè della speranza”.

 

Da “Lettere a Malcolm” di Clive Staple Lewis

Da tanti dei suoi discorsi risulta evidente che Gesù Cristo aveva previsto da tempo la propria morte.

Affinché non mancasse alcuna delle prove che incombono sull’umanità, furono riversati su di Lui all’ultimo momento i tormenti della speranza, dell’incertezza, dell’ansia; la remota possibilità che dopotutto Egli potesse, e potesse ragionevolmente, sfuggire a quel supremo orrore. C’erano dei precedenti: Isacco era stato risparmiato, anche lui, all’ultimo momento, anche lui contro ogni apparente probabilità. Non era del tutto impossibile… e senza dubbio Egli aveva visto altri uomini crocifissi, uno spettacolo molto diverso da quello raffigurato nella maggior parte dei quadri e delle immagini religiose che conosciamo.
Ma se non fosse stato per quell’ultima, e fallace, speranza contro ogni speranza, e per il conseguente tumulto dell’animo, e il sudore di sangue, forse Egli non sarebbe stato del tutto uomo. Vivere in un mondo del tutto prevedibile non significa essere un uomo.

Non è forse vero che ogni fase della passione contiene qualche elemento comune alle sofferenze dell’umanità? Primo, la preghiera dell’angoscia, che non viene esaudita. Poi Egli si rivolge ai suoi amici. Sono addormentati, come i nostri, o come anche noi, spesso, oppure affaccendati, o lontani, oppure occupati. Poi si rivolge alla chiesa, la chiesa stessa che Egli ha fondato, ed essa lo condanna. Anche questo è un elemento caratteristico. In ogni chiesa, in ogni istituzione, c’è qualcosa che prima o poi si rivolta contro lo scopo stesso per il quale è stata creata. Ma in apparenza esiste un’altra possibilità: c’è lo stato, in questo caso lo stato romano. Accampa pretese di gran lunga inferiori a quelle delle autorità religiose ebraiche, ma proprio per questo svincolate dal fanatismo locale; è uno stato che si proclama equo, sia pure a un livello rozzo, mondano. Sì, ma solo finché questa linea di condotta è compatibile con l’opportunità politica e la ragion di stato. Allora si diventa una pedina in un gioco complicato; ciò nonostante, non è tutto perduto. Si può ancora fare appello al popolo, ai poveri e ai semplici che Egli ha benedetto, che Egli ha risanato, sfamato e ammaestrato, ai quali Egli stesso appartiene. Ma nel giro di una notte – e anche questo non è affatto insolito – si sono trasformati in una marmaglia omicida che chiede a gran voce il suo sangue. Allora non resta altro che Dio. E le ultime parole che Dio rivolge a Dio sono: “Perché mi hai abbandonato?”
Vedi bene come tutto ciò è caratteristico ed emblematico: la situazione umana rappresentata in tutta la sua complessità. Ecco che cosa significa essere un uomo: ogni fune si spezza quando l’afferri, ogni porta si chiude con un tonfo appena la raggiungi; sentirsi come la volpe alla fine dell’inseguimento, braccata da ogni parte.

A volte mi domando se abbiamo cominciato a comprendere quello che comporta il concetto stesso di creazione. Se Dio crea, vuole che qualcosa sia, senza che sia Lui stesso. Essere creato significa in un certo senso essere espulso e separato. E’ possibile che, più perfetta è la creatura, più violenta debba essere questa separazione? Sono i santi, non la gente comune, a sperimentare “la notte oscura”.

Come vedi mi comporto come uno dei consolatori di Giobbe. Anziché rischiarare la valle oscura nella quale sei sprofondato, non faccio che renderla più cupa; e tu sai perché. La tua oscurità ha riportato a galla la mia. Comunque, ripensandoci, non mi pento di ciò che ho scritto. Sono convinto che quello che tu e io possiamo veramente condividere in questo momento sia soltanto l’oscurità; condividerla fra noi e, ciò che più conta, con il nostro Maestro. Non ci troviamo su un sentiero non ancora battuto, ma anzi, sulla strada principale.

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2 Pensieri su &Idquo;La Speranza

  1. I nostri figli non nati …

    Strano, proprio a questi pensavo due giorni fa… Pensavo addirittura di scrivere due righe e mandarvele, semmai aveste voluto pubblicarle.

    Ha ragione Marina Corradi, per un uomo, per il padre di questi figli nati al Cielo (più che non nati), che non sono venuti alla luce per passare subitaneamente alla Luce per noi indicibile, é molto più difficile comprendere, é molto più difficile “sentirli” vivi, perché non li abbiamo sentiti crescere nel nostro seno, trasformare addirittura il nostro corpo… Noi maschi restiamo un po’ esclusi da questo fantastico mistero, restiamo spettatori di un evento e di un avvento (e saremmo appieno in tema), almeno sino a quando il nostro muto attendere si risveglia come fu per Zaccaria quando ebbe tra le braccia Giovanni, o tra le risa come fu per Abramo quando ottenne Isacco.

    Ma anche noi padri, come ancor più le loro madri, attendiamo di finalmente incontrare, conoscere questi figli in un modo altrettanto misterioso e indicibile… Li ritroveremo forse fanciulli in Paradiso? Non credo. I fanciulli ancora sono bisognosi dei genitori e in Paradiso di nulla più avremo bisogno, se non di contemplare Dio in eterno e in eterno essere saziati della Sua Comunione…
    E giacché é di Fede la resurrezione della carne, che carne avrebbero? Quella che li vide vivere in pochi centimetri di spazio?
    Non credo…
    Figli, uomini e donne, nella loro pienezza credo, senza alcunché dei limiti della natura decaduta, belli come Adamo ed Eva, come al tempo in cui Dio passeggiava con loro nel giardino. Ci conosceremo e riconosceremo anche senza mai esserci conosciuti, perché nella conoscenza di Dio tutto ci sarà noto e nulla incompleto o meno che perfetto.

    Così immagino di ri-trovare i miei tre figli nati al Cielo prima che li potessi alzare al cielo con le mie braccia, Angelica, Luca e Stefano.

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