Il Dolore

Vorremmo riproporre qui i brani da cui abbiamo tratto le riflessioni che ci hanno accompagnato nel percorso fatto sabato scorso, partecipando all’evento “In cielo cerco il tuo felice volto“. Alcuni di questi brani sono stati letti, altri erano solo riportati nel libretto che abbiamo distribuito.

Dopo l’introduzione tenuta da Don Stefano, il primo passo del percorso è stato “il dolore”, quello che nasce dalla perdita di un figlio ma che più in generale, inevitabilmente, accompagna la nostra esistenza.

Il tema è stato introdotto da “Il pianto della Vergine Addolorata“, tratta dal Laudario di Cortona, interpretato da Mina.

Voi ch’amate lo Criatore,
ponete mente a lo meo dolore.
Ch’io son Maria co’ lo cor tristo
La quale avea per figliuol Cristo:
la speme mia e dolce acquisto
fue crocifisso per li peccatori.
Capo bello e delicato,
come ti veggio stare enchinato;
li tuoi capelli di sangue intrecciati,
fin a la barba ne va irrigore
Bocca bella e delicata,
come ti veggio stare asserrata,
di fiele e aceto fosti abbeverata,
trista e dolente dentr’al mio core.
Voi ch’amate lo Criatore,
ponete mente a lo meo dolore.

Ecco, invece, i brani di Clive Staple Lewis, Giuseppe Ungaretti, di Papa Francesco.

Da “Diario di un dolore”, di Clive Staples Lewis
E’ chiaro che il «sono tutte prove» deve essere capito nel modo giusto. Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. E piuttosto una chiamata in giudizio, dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici. Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù.

Venirne fuori così presto? Ma queste sono parole ambigue. Un conto è dire che un paziente sta venendone fuori dopo un’operazione di appendicite, altro è dirlo dopo l’amputazione di una gamba. In questo caso o il moncone si cicatrizza o l’uomo muore. Se si cicatrizza, il dolore atroce e incessante finirà; il paziente dopo qualche tempo ritroverà le forze e sarà in grado di muovere i primi passi sulla sua gamba di legno. Ne sarà «venuto fuori ». Ma per tutta la vita, probabilmente, il moncone ogni tanto gli farà male, forse molto male; e lui sarà sempre un uomo con una gamba sola. Non avrà modo di dimenticarlo. Tutto sarà diverso: fare il bagno, vestirsi, sedersi e alzarsi in piedi, persino stare a letto. Tutto il suo modo di vivere sarà trasformato. Dovrà dire addio a piaceri e ad attività che prima dava per scontati. E anche a certi doveri. Io per ora sto imparando a muovermi con le stampelle. Forse tra un po’ mi daranno una gamba di legno. Ma bipede non lo sarò mai più.

Stanotte si sono riaperti gli abissi infernali del dolore, fresco come nei primi tempi: le parole folli, le proteste rabbiose, i sobbalzi dello stomaco, l’irrealtà da incubo, l’orgia di lacrime. Perché nulla resta «giù », nel dolore. Si è appena emersi da una fase, che ci si ritrova al punto di partenza. E poi ancora, e ancora. Tutto si ripete.

È un girare in tondo, il mio, oppure oso augurarmi che sia una spirale?

Ma se è una spirale, sto salendo o scendendo?

Quante volte (sarà per sempre?) dovrò contemplare sbigottito questo vuoto immenso come se lo vedessi per la prima volta, quante volte dovrò dire: «Solo adesso capisco ciò che ho perduto»? La gamba viene amputata una, dieci, cento volte. E sempre uguale ritorna il primo morso del coltello nella carne.

 

Da: “Giorno per giorno”
di Giuseppe Ungaretti
Mai, non saprete mai come m’illumina
L’ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero più…
Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
Che in corsa risuonando per le stanze
Sollevava dai crucci un uomo stanco?
La terra l’ha disfatta, la protegge
Un passato di favola…
Ogni altra voce è un’eco che si spegne
Ora che una mi chiama
Dalle vette immortali….
In cielo cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null’altro vedano
Quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…
E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…
Sono tornato ai colli, ai pini amati
E del ritmo dell’aria il patrio accento
Che non riudrò con te,
Mi spezza ad ogni soffio..
Non più furori reca a me l’estate,
Né primavera i suoi presentimenti;
Puoi declinare, autunno,
Con le tue stolte glorie:
Per uno spoglio desiderio, inverno
Distende la stagione più clemente!

 

Papa Francesco, Udienza Generale, Mercoledì 17 giugno 2015
Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio o di una figlia è come se fermasse il tempo: si apre una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro. La morte, che porta via il figlio piccolo o giovane, è uno schiaffo alle promesse, ai doni e sacrifici d’amore gioiosamente consegnati alla vita che abbiamo fatto nascere. Tante volte vengono a Messa a Santa Marta genitori con la foto di un figlio, di una figlia, bambino, ragazzo, ragazza, e mi dicono: “Se ne è andato, se ne è andata”.
Non si deve negare il diritto al pianto – dobbiamo piangere nel lutto -, anche Gesù «scoppiò in pianto» e fu «profondamente turbato» per il grave lutto di una famiglia che amava. Possiamo piuttosto attingere dalla testimonianza semplice e forte di tante famiglie che hanno saputo cogliere, nel durissimo passaggio della morte, anche il sicuro passaggio del Signore, crocifisso e risorto, con la sua irrevocabile promessa di risurrezione dei morti. Il lavoro dell’amore di Dio è più forte del lavoro della morte.

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5 Pensieri su &Idquo;Il Dolore

  1. Si forse ha ragione Clive Staples Lewis…

    Ha ragione soprattutto se si pensa alla morte di un figlio o figlia, che quello di un padre o madre appare più naturale, anche se lo è meno per un figlio/figlia che deve separarsi da un genitore magari a soli 6 anni, quando appena iniziava a conoscerli ed avere coscienza di amarli.

    Ma resto perplesso, resto perplesso che in questa Volontà di Dio (e spero nessuno pensi si tratti di “caso” o “fatalità”), sia compreso anche il lasciarci zoppi, con una gamba di legno, che segna la nostra vita come bene ha descritto. Lasciarci uomini handicappati (parola non più tanto in voga), incapaci di correre o saltare…
    Credo nello scrivere e nel descrivere questo incommensurabile dolore, nel dolore ancora stesse vivendo, e infatti scrive: “Stanotte si sono riaperti gli abissi infernali del dolore…”.

    Ma il Dio di Gesù Cristo, il Cristo della Resurrezione è Dio della Vita e della Consolazione, è il Dio della Pienezza e non della Mancanza, della Gioia e non del Dolore, è Dio della Presenza e non dell’Assenza.
    Allora si noi saremo “usciti fuori”, come tanti Lazzaro avvolti nel sudario del proprio dolore a cui Cristo grida a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».
    E sulla nostra gamba azzoppata si compirà la parola di Isaia: “Allora lo zoppo salterà come un cervo,
    griderà di gioia la lingua del muto”.

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  2. La perdita di un figlio o di una figlia è come se fermasse il tempo: si apre una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro…
    Solo la Speranza cristiana della vita eterna ci può ridonare la gioia del tempo che passa e nel quale Vivere!
    Grazie!

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