Bere il calice

di Anna Mazzitelli

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?» (Mc 10, 35-38).

Non voglio fare io la predica, l’ha fatta su questo brano del Vangelo Don Stefano domenica scorsa, e sempre suo è il commento (link al video) che bere il calice significa perdere la propria vita per poi ritrovarla, versare il proprio sangue come l’ha versato Gesù. Gesù è uno che prende parte delle nostre debolezze e noi siamo chiamati a fare la stessa cosa con le debolezze degli altri, anche se questo, la maggior parte delle volte, costa fatica. La logica di Gesù non è quella di dominare ma è quella di servire.

Ognuno ha il proprio calice da bere, ognuno deve portare una sofferenza, ognuno si troverà a un certo punto della sua vita davanti alla stessa scelta di Gesù nell’orto degli ulivi: chiederemo a Dio di allontanare la nostra croce o gli diremo “Sia fatta la tua volontà”?

Sappiamo che, grazie alla decisione presa da Gesù in quell’orto, la croce è diventata l’icona dell’amore, del dono, non è più uno strumento di morte ma è diventata albero della vita.

Sappiamo anche, quindi, che se vogliamo accogliere il Signore nella nostra vita, allora dobbiamo accogliere anche la croce che può arrivare. Il cammino del cristiano è cammino di sequela di Cristo, e questo cammino di sequela passerà anche dalla croce.

Durante la Messa il sacerdote ripete le parole che pronunciò Gesù stesso mentre benediceva il calice: “Questo è il calice del mio sangue, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”… Dopo la consacrazione il calice contiene il vino transustanziato in sangue di Gesù.

Il calice è colmo del sangue di Gesù. Gesù dice a Giacomo e Giovanni (e se li era appena portati sul monte a vedere la Trasfigurazione, quindi sicuramente non doveva essere un rimprovero o una provocazione, questa risposta) che devono bere il suo calice, devono dare anche loro il sangue come sta per fare lui, devono accogliere la croce.

Sembra che il cristiano debba solo soffrire. Sembra che per il cristiano ci sia solo una strada, quella della croce, e che questa strada significhi donare il proprio sangue, quindi sofferenza e dolore.

Durante il funerale di Filippo, il 21 novembre scorso, il coro ha cantato “Perché tu sei con me”, e qualche settimana dopo leggendo il testo delle strofe sui foglietti dei canti sono rimasta colpita, quasi ossessionata, da una frase (che ho anche fotografato):

Siedo alla tua tavola che mi hai preparato,
ed il calice è colmo per me
di quella linfa di felicità
che per amore hai versato.

Ma insomma cosa c’è dentro questo calice? “E’ colmo per me di quella linfa di felicità che per amore hai versato”, dice la canzone.

Hai versato il Tuo sangue per me, per far sì che io potessi sedere alla Tua tavola (=accogliere la tua croce?), e, bevendolo, essere felice. Felice. FELICE.

Inoltre, il Tuo calice è colmo per me, ma Tu non mi costringi affatto a berlo, sono io che posso scegliere se farlo. E, quando mi decido ad assaggiarlo, mi accorgo che ha il sapore della felicità.

Per fortuna lo Spirito Santo sa bene dove soffiare, e ci ha regalato Giovanni Paolo II, che con le sue parole mi fa capire che non sto dicendo eresie: “Non abbiate paura della croce di Cristo, è sorgente di ogni gioia e di ogni pace, era l’unico modo per Gesù di arrivare alla resurrezione e al trionfo, è l’unico modo per noi di partecipare alla sua vita, ora e sempre” (Nuova Zelanda, 22 novembre 1986).

Beviamola questa linfa di felicità che ha versato per noi, il suo calice ne è colmo!

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